FISIOGNOMICA
ROMANO
PRODI, IL PREMIER SFIANCATORE
L'inquilino
di Palazzo Chigi sa come sfinire gli alleati e gli avversari:
è un muro di gomma
Domenico
Mazzullo *
Iolanda:
Che hai, paggio Fernando? Non giuochi e non favelli.
Fernando:
Io?… Ti guardo negli occhi che sono tanto belli.
Iolanda:
Oh! Il duca!… In fede mia,
E sarà stato un forte, padre, ma bello, via!
Renato:
L’animo generoso ogni bellezza avanza.
Iolanda:
Sì, ma non veggo l’animo e veggo la sembianza.
Se io mi fossi quale voi dite ch’io non sono,
Avessi pure il cuore divinamente buono,
Non troverei nessuno di virtù così sante
Da sceverar dall’animo la causa del sembiante.
La bellezza è l’impresa che i nostri sguardi arresta
Si cerca poi se al motto corrispondan le gesta.
(da Una partita a scacchi di Giuseppe Giacosa
1873)
Quel
famoso Apronio, che è spaventosa voragine, gorgo di ogni
vizio e bruttura, come lui stesso “significa” non solo con
la propria vita, ma anche con il corpo e la faccia.
(da Orazione
contro Verre di Cicerone)
Sono
gli occhi, veramente, fra le nobilissime parti di tutto
il corpo umano le principalissime, perché i principali segni
della Fisionomia si traeno dalli occhi. È stato detto da’
più savi filosofi che, come il volto è l’immagine dell’anima,
così gli occhi son l’immagine del volto.
(da De Humana Physiognomonia (1586) di Giovan
Battista Della Porta)
La fisiognomica è un mezzo essenziale per la conoscenza
degli uomini, e il viso di un individuo dice cose più interessanti
di quelle che dice la bocca.
(Schopenhauer
1785-1860)
Non si trattò di una semplice idea, ma di una rivelazione.
Alla vista di quel cranio, mi sembrò di vedere all’improvviso,
illuminato come una grande pianura sotto un cielo infuocato,
il problema della natura criminale: un essere atavistico
che riproduce, nella propria persona, i feroci istinti dell’umanità
primitiva e degli animali inferiori.
(da L’uomo delinquente di Cesare Lombroso)
Leggo dentro
i tuoi occhi
da quante volte vivi
dal taglio della bocca
se sei disposto all’odio o all’indulgenza
nel tratto del tuo naso
se sei orgoglioso fiero oppure vile
i drammi del tuo cuore
li leggo nelle mani
nelle loro falangi
dispendio o tirchieria.
(da Fisiognomica di Franco Battiato)
Qualunque
Enciclopedia, antica o moderna, alla voce Fisiognomica
recita, con pedissequa eguaglianza, che la Fisiognomica
è una disciplina “pseudoscientifica”, che pretende di dedurre
i caratteri psicologici e morali di una persona, dal suo
aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni
del volto. Il termine deriva dalle parole greche physys (natura) e gnosis (conoscenza).
Per
chi, come me, è un cultore molto interessato di tale disciplina,
l’aggettivo “pseudoscientifica” ad essa attribuito, suona
immediatamente offensivo, non onorevole e ingiusto, ma quando,
superato l’immediato sdegno, rifletto a mente fredda, devo
ammettere, ahimè, che esso risulta appropriato e corretto.
Se pensiamo, infatti, al concetto di Scienza come sono la
Fisica, la Chimica, la Biologia, la Medicina stessa, che
procedono per esperimenti e sono soggette all’onere della
prova, allora effettivamente la Fisiognomica non può essere
assimilata a queste.
Se,
infatti, è vero che la Medicina in sé è una scienza, ma
curare i pazienti è un’arte, per lo stesso motivo posso
affermare che dedurre i caratteri psicologici e morali di
una persona dal suo aspetto fisico, si avvicina molto di
più all’arte che ad una scienza esatta che ha bisogno di
rigidi parametri e regole matematiche.
Ma
in fondo siamo tutti un poco artisti, in questa accezione,
alcuni di più, alcuni meno, altri, sfortunati, per nulla,
se è vero che ognuno, nel suo piccolo, istintivamente e
non razionalmente e con una precisa volontà, cerca di discernere
nell’altro, sconosciuto, al primo impatto, dai caratteri
del volto soprattutto, le sue intenzioni verso di noi, amichevoli,
indifferenti, o addirittura ostili.
E
questa è stata una necessità da sempre, da che esiste l’uomo
sulla faccia della terra, necessità ripeto indispensabile
per la sopravvivenza dei singoli e della specie. Lo stesso
avviene, in forma certo più rudimentale ed assolutamente
istintiva, negli animali tra loro e nei confronti dell’uomo.
Chi
ha la fortuna di possedere un cane, ad esempio, ben sa come
questo compagno riesca sempre ad interpretare il nostro
stato d’animo, da segni impercettibili che evidentemente
emaniamo e vengono captati dalla canina sensibilità. Altrettanto
noi, solo che siamo un poco attenti al nostro compagno,
siamo in grado di leggere nelle sue espressioni, ma soprattutto
negli occhi i suoi sentimenti e gli stati d’animo molteplici
che attraversano il suo vivere accanto a noi.
Appassionato
come sono di cose militari, ho scoperto, non senza sorpresa,
che il moderno saluto militare, portando la mano destra
alla visiera del cappello, eguale in tutto il mondo e in
tutti gli eserciti è un retaggio del medioevo, quando i
nobili cavalieri erano interamente ricoperti da ferree armature
e avevano il capo coperto e protetto da elmi piumati, che
celavano interamente il volto e il sembiante. Quando due
cavalieri si incontravano, con la mano destra sollevavano,
al di sopra della fronte, la celata dell’elmo per scoprire
il volto in segno di amicizia e fiducia nell’altro e mostrare
l’espressione non ostile. Da qui il moderno saluto militare.
Si evince quindi come la nobile arte di scoprire l’animo
dell’altro, attraverso i tratti del volto, sia vecchia quanto
il mondo e quindi, un poco di storia non guasta e forse
non annoia l’incauto lettore.
Già
nel Mahabharata troviamo alcuni passi che mostrano quanta
importanza gli indiani accordassero allo studio dei tratti
del volto per capire le pieghe più nascoste della personalità
di un individuo, e qualcosa di simile avveniva anche presso
altre popolazioni dell’estremo e medio oriente, ma per arrivare
ad una vera e propria teorizzazione scientifica bisognerà
attendere la cultura greca di Ippocrate, per quanto riguarda
la Medicina e di Platone e Aristotele soprattutto per ciò
che riguarda la filosofia e la pedagogia. Basti pensare
che solo quegli studenti il cui aspetto fisico suggeriva
determinate capacità di apprendimento venivano ammessi alla
scuola pitagorica. Crudelmente mi chiedo cosa accadrebbe
oggi, se lo stesso principio venisse applicato ai nostri
attuali studenti.
Nello
stesso periodo nasce l’idea della correlazione tra l’anomalia
fisica e la degenerazione morale, tòpos che si ritrova sin
nella concezione greca del còsmos, nello stesso tempo ordine
e bellezza, e in quella del kalòs kagazòs, bello e buono.
È
attribuito ad Aristotele il primo trattato pervenutoci sull’argomento,
la Storia degli animali. Esso si basa sulla
teoria dell’interdipendenza di anima e corpo e si affida
alla comparazione tra un tipo umano ed una specie animale;
infatti, l’individuo con sembianze simili a quelle di un
particolare animale è ritenuto in possesso di analogo temperamento:
un naso aquilino denota nobiltà, la faccia bovina un’indole
placida e così via. All’uomo ideale si attribuiscono le
qualità del leone. Lo stesso concetto e le stesse analogie
verranno riprese, come vedremo successivamente, da Giovanni
Battista Della Porta, quasi duemila anni dopo.
Sempre
ad Aristotele si attribuisce il primo trattato sistematico
sulla fisiognomica, giunto a noi, il volumetto Physiognomica
che però e più probabilmente, non è suo, ma della sua scuola.
In esso vengono affrontati e sviluppati, in termini moderni
e logici, i temi della corrispondenza tra l’aspetto umano
ed il comportamento, senza però che da tale corrispondenza,
con un’intuizione di grande modernità, si possano dedurre
e formulare leggi rigide di interpretazione, “Ciò
che è duraturo nella forma esprime quanto è immutabile nella
natura dell’essere e ciò che è mobile e fugace in detta
forma esprime quanto, nella medesima natura è contingente
e variabile”, temi che furono ripresi e ampliati durante
tutto il medioevo da scienziati e medici arabi come Averroè
e Avicenna, sia da filosofi scolastici come Alberto Magno
e Michele Scoto, che scrisse il primo libro a stampa sull’argomento.
Facendo
un balzo temporale indietro, anche il mondo e la cultura
latina, più propensi ad un’utilizzazione pratica, piuttosto
che ad una speculazione teorica e filosofica furono cultori
attenti e interessati dell’argomento: ad un Anonimo latino
del IV secolo a.C: dobbiamo un de
Phisiognomonia
e Marco Tullio Cicerone fu un grande conoscitore ed utilizzatore
pratico degli studi fisiognomici nella sua attività politica,
oratoria e giuridica.
Se
riprendiamo la citazione iniziale, tratta dalla Orazione
di Cicerone contro Verre, vediamo che per il retore, non
solo la vita di Apronio, ma anche e soprattutto il corpo
ed il volto “significano” la sua malvagità ed abiezione
morale. Il corpo ed il volto divengono argomento della orazione
e nei suoi tratti sono ricercati gli indicia
della colpa. Si tratta di una strategia d’attacco operativa,
per lo più nelle orazioni di accusa, nelle quali Cicerone
costruisce abilmente un ritratto psico-fisico dell’imputato,
un artificio che consente l’interpretazione fisiognomica
del carattere attraverso la descrizione dell’aspetto esteriore.
I segni del volto avversario, che vengono a costituire un
ritratto compiuto, sono funzionali ad un suo “riconoscimento
morale”.
La
moderna concezione qui delineata è quella di un corpo rispondente,
nella figura, alla natura di ciascun uomo (figuram
corporis…aptam ingenio humano) e quindi di una fisionomia
capace di rivelare le più intime inclinazioni del carattere.
“Bisognerà presentare le virtù e i vizi dell’animo, quindi mostrare il
comportamento psicologico di fronte ai pregi e ai difetti
fisici ed esteriori. Se il fine è dunque la persuasione,
il volto deve essere in primo luogo la rappresentazione
speculare di una deformità d’animo ancora più deplorevole:
è questa che deve muovere la volontà del giudice”. Il
culmine di questa concezione è raggiunto nelle Orazioni
contro Catilina nelle quali color, oculi, vultus, taciturnitas sono indizi di colpevolezza,
addirittura superiori agli indizi materiali. Sembra che
Cicerone abbia anticipato di secoli il tanto vituperato
e misconosciuto Cesare Lombroso.
Purtroppo
anche gli studi fisiognomici, come tante altre cose importanti
e giuste, furono bollati dalla Chiesa cattolica, come frutto
di una cultura pagana e quindi avversati, ma per fortuna
la umana curiosità e l’aspirazione ad una libertà di pensiero,
sopite, ma non uccise da tali espressioni di arretratezza,
risorsero con il genio di Leonardo da Vinci il quale si
occupò tanto di questa scienza che si presume abbia scritto
un trattato sull’argomento, oggi perduto. Caratterizza in
modo spettacolare la ricerca di Leonardo l’interesse per
la conoscenza non più solamente del mondo visibile, ma piuttosto
di quello delle passioni intime, della sfera psicologica,
ed è testimonianza di un mutato atteggiamento della cultura
tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento.
Lo
studio della anatomia e della fisiologia sono lo strumento
che lo scienziato utilizza per investigare e conoscere il
mondo umano visibile, il nostro corpo ed il suo funzionamento,
la fisiognomica, dal canto suo, lo strumento principe per
investigare i moti
dell’animo. Grazie alle sue continue osservazioni nasce
la teoria dell’occhio, cioè della pittura, come finestra
dell’anima e si comincia a guardare alle zone più oscure
della psiche. Per Leonardo è necessario che dalle azioni
delle figure umane emerga ciò che hanno nell’animo. L’analisi
fisiognomica viene poi ricondotta nell’ambito più ampio
degli studi anatomici e vengono quindi prodotti schizzi
in cui lo scienziato descrive con puntigliosa attenzione
volti particolarmente caratterizzati, quasi delle caricature,
e li confronta con la rispettiva conformazione del cranio. “Farai le figure in tale atto, il quale sia
sufficiente a dimostrare ciò che la figura ha nell’animo;
altrimenti la tua arte non sarà laudabile”.
Nasce
così lo straordinario connubio tra studi fisiognomici e
arte figurativa, cui accenno solamente, per dovere di spazio
e che si svilupperà a partire dal Cinquecento per tutti
i secoli a venire, sotto forma di ritrattistica, molto influenzata
dallo spirito del tempo. Basti pensare a Giorgione, a Lorenzo
Lotto, a Tiziano, al Caravaggio, ad Annibale Carracci morto
di malinconia a 49 anni, a Rubens, a Rembrandt, a Velázquez,
a Vermeer, a Goya, a Degas, a Van Gogh, a Munch, a Toulouse-Lautrec,
a Klimt.
Tornando
alla nostra storia della Fisiognomica, nel 1586 Giovan Battista
Della Porta pubblica il
De humana Physiognomonia, da lui stesso ampliato e tradotto
in volgare Della fisionomia dell’uomo, pubblicato negli anni successivi, fino
al Seicento, con lo pseudonimo di Giovanni De Rosa, per
non incorrere, pericolosamente negli strali della Chiesa.
È un’opera di sintesi del pensiero classico-medievale sull’uomo,
che, prendendo le mosse da Aristotele, espone, nei sei volumi
di cui è composta, i princìpi secondo i quali dall’aspetto
e dal temperamento dell’uomo si possono trarre conclusioni
sulle sue qualità mentali e sul carattere. Come per Aristotele,
anche per Della Porta è ravvisabile in visi umani una corrispondenza
con specie animali diverse: l’individuo con sembianze simili
a quelle di uno specifico animale è ritenuto in possesso
di analogo temperamento. Anche in questo caso all’uomo ideale
si attribuiscono le qualità del leone. Ma l’Opera non si
esaurisce qui; nel secondo libro, infatti, il corpo umano
è sottoposto ad una minuziosa, quanto interessantissima
disamina che va, ogni volta con minuziose specifiche, dal
capo alla fronte, sino alle sopracciglia, tempie, orecchie,
naso e così via sino alle estremità. Il terzo libro è interamente
dedicato agli occhi, dei quali si esaminano la forma, i
colori, le palpebre e i loro movimenti “Sono
gli occhi veramente fra le nobilissime parti di tutto il
corpo umano le principalissime, perché i principali segni
della Fisionomia si traeno dalli occhi. La perfezione della
Fisionomia si toglie dalli occhi, et i segni che dalli occhi
si togliono sono i più veri et i più gagliardi di tutti
quelli che si togliono dal volto; e quando i testimon delli
occhi s’accordan con quelli del corpo, allor son verissimi;
ma se quelli delli occhi discordan dagli altri, allor devi
lasciar gli altri ed attaccarti a quelli delli occhi”.
Il
quarto libro tratta di altri particolari, come capelli,
peli, modi di camminare, bellezza o bruttezza del viso,
abbigliamento, mentre il quinto, forse il più interessante
è dedicato a delineare i vari caratteri, sulla base dei
segni indicati nei libri precedenti. Della Porta ci
fornisce così una sequela di ritratti morali ricavati dall’aspetto
fisico: il giusto e l’ingiusto, l’uomo dabbene e l’uomo
cattivo, il fedele e l’infedele, il prudente e l’imprudente,
l’ingegnoso e in fine l’eroe. Una carrellata di tipologie
caratteriali che ricorda I Caratteri di Teofrasto e che tutt’ora
è di godibilissima e attualissima lettura per chi si occupa
di psichiatria. Il sesto libro elenca una serie di rimedi
per riparare ai vizi descritti nel libro precedente.
Intanto
il Cinquecento volgeva rapidamente al termine ed avanzava
a grandi passi il Seicento, il secolo di Galileo Galilei,
di Cervantes, di Shakespeare, di La Rochefoucauld, di La
Fontaine, di Rembrandt, di Velázquez, di Vermeer, di Pascal,
di Spinoza, di Bacone, il primo a considerare, in chiave
moderna il problema della follia, ma soprattutto di Cartesio,
il quale con il suo Discorso sul metodo, pone le basi razionali del sapere scientifico. Nasce con lui
l’illusione che l’oscuro possa essere messo in piena luce,
per mezzo della ragione. Egli non parla esplicitamente di
fisiognomica, ma nel suo libro Le passioni dell’anima cerca di sistematizzare
il rapporto anima e corpo (res
cogitans e res extensa), descrive ed investiga acutamente
i segni esteriori dell’anima, gli occhi, il viso, il pianto,
i tremiti, il languore, i sospiri.
Alla
scuola di Cartesio si forma Charles Le Brun, primo pittore
alla corte del Re Sole, Luigi XIV, che scrisse il più famoso
trattato di fisiognomica del tempo, Espressione generale e particolare istituendo
le basi razionali di questa scienza e attirando su questa
l’interesse e l’attenzione mondiale. Il peso di questo autore
fu tale che nella scelta degli ambasciatori di Luigi XIV
conterà anche l’analisi fisiognomica: quelli che avranno
facce non convincenti, secondo i criteri di Le Brun, saranno
scartati.
Contemporaneo
di Le Brun, ma in Inghilterra, fu il fisico e filosofo Thomas
Browne, autore di un trattato, Religio
medici nel quale teorizzò la possibilità di dedurre
le qualità interne di un individuo, dall’aspetto esteriore
del viso “nei tratti
del nostro volto è scolpito il ritratto della nostra anima”.
Successivamente Browne espresse esplicitamente le proprie
convinzioni sulla fisiognomica nella sua opera magistrale
Christian Morals, “Poiché
il sopracciglio spesso dice il vero, poiché occhi e nasi
hanno la lingua, e l’aspetto proclama il cuore e le inclinazioni,
basta l’osservazione ad istruirti sui fondamenti della fisiognomica…
spesso osserviamo che persone con tratti simili compiono
azioni simili. (Su questo si basa la fisiognomica…)”.
Con
questi ultimi due nomi si chiude il Seicento, il secolo
della “ragione” di Cartesio, il secolo in cui l’Uomo cominciò
a nutrire l’illusione che l’oscuro potesse essere messo
in piena luce attraverso e per mezzo della propria ragione
e che egli potesse finalmente essere affrancato da ogni
schiavitù interiore, utilizzando quello che, a diritto,
considera il più nobile segno di libertà, la propria capacità
di giudizio. E proprio per difendere questa libertà gli
uomini che ho nominato e tanti altri, furono costretti a
lottare, rischiando anche la vita contro l’acerrimo nemico
di questa stessa libertà, la Chiesa cattolica, che ha sempre
visto e tutt’ora vede, nella libera espressione del pensiero
razionale il pericolo più grave, da cui guardarsi e contro
cui lottare.
Pensiamo
che il Seicento fu anche, anzi soprattutto, il secolo che
si aprì con il rogo di Giordano Bruno, il secolo di Galileo
Galilei, del suo processo, conclusosi con la sua abiura
“Eppur si muove”,
per aver salva la vita, il secolo della Santa Inquisizione,
dei processi alle streghe, dei roghi degli eretici, degli
omosessuali e di tutti coloro che non si conformavano e
sottomettevano ai dettami della Chiesa.
E
se il Seicento può essere definito il secolo della Ragione,
il Settecento, il secolo dei “lumi” è, senza ombra di dubbio,
il secolo della Libertà. Non occorre soffermarci sugli enormi
sconvolgimenti che dominarono la scena storica di questo
secolo, dominato, per quanto riguarda il nostro discorso
sulla fisiognomica, da due personaggi, anzi da due personalità
in continuo conflitto tra loro: il pastore protestante zurighese
Caspar Lavater e il docente di fisica dell’università di
Göttingen Georg Lichtenberg.
Il
primo, autore di un opera Frammenti
fisiognomici si muove sulla scia della fisiognomica
classica, tradizionale di Aristotele e Della Porta guadagnandosi
un successo forse immeritato presso i contemporanei: egli
si rese famoso con l’invenzione delle silhouettes, profili del corpo su sfondo bianco, con le quali cercò
di definire per sempre tutte le caratteristiche possibili
del volto umano, da studiare secondo criteri determinati,
che legano tratti e caratteri, senza possibilità di modificazione.
Colpisce il fatto che con Lavater, la fisiognomica sia divenuta
un vero fenomeno sociale, caratterizzata da una frenesia
da parte della nobiltà e della borghesia di inviare allo
studioso le proprie silhouettes da esaminare. A questa curiosità
non rimase immune nemmeno Goethe.
Di
ben maggiore spessore, e forse proprio per questo meno famoso,
è lo scienziato tedesco Lichtenberg che insiste sull’importanza
che hanno, non i tratti fissi, ma quelli mobili della fisiognomica,
quelli determinati da come i sentimenti, più che l’ereditarietà
dei lineamenti, influiscono sul volto. Si torna, in questo
modo ai concetti che per primi furono di Leonardo da Vinci.
Così Lichtenberg propone di sostituire la fisiognomica statica
di Lavater con una fisiognomica dinamica, che egli stesso
definì “patognomica”, cioè lo studio delle passioni transitorie
che deformano i corpi nelle varie circostanze della vita.
Certamente
la concezione di Lichtemberg è molto più moderna di quella
del suo antagonista, ma la patognomica è difficile, comporta
un’attenzione capillare ai dettagli che un volto presenta,
in tutti gli attimi in cui lo osserviamo e per di più non
ci fornisce alcun sistema di riferimento sicuro, non ci
sono misure del cranio, non c’è proporzione del volto e
del corpo, cui fare riferimento. Tutto si gioca sull’interazione,
sull’incontro tra me e un altro che devo analizzare. Inizia
a farsi strada il concetto di relativismo scientifico in
quanto l’osservatore è comunque soggettivo, mentre il corpo
dell’osservato è in continuo cambiamento.
A
cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento,
nacque e si sviluppò, incredibilmente, una nuova teoria
pseudoscientifica, contigua alla fisiognomica, la “frenologia”
per opera del medico tedesco Franz Joseph Gall, il quale,
rifacendosi alle teorie di Lavater, teorizzò che le singole
funzioni psichiche dipendessero e fossero originate da particolari
zone o “regioni” del cervello, per cui, dall’esame della
morfologia del cranio, dalle sue bozze, linee, depressioni,
si potrebbe giungere alla determinazione delle qualità psichiche
dell’individuo e della sua personalità. Attività particolarmente
cara a Gall fu quella di collezionare crani di persone che
in vita si erano particolarmente distinte in vari modi,
per studiarne le caratteristiche e le irregolarità, che
a suo dire avrebbero dato ragione della loro genialità.
Parimenti a tante altre cose stupide e prive di ogni fondamento
le teorie di Gall ebbero un notevole seguito e la frenologia
divenne famosa e lo rimase per quasi un secolo.
In
piena epoca napoleonica, ma in Inghilterra, nel 1806, Sir
Charles Bell, illustre neurologo, pubblicò un trattato fondamentale
per la fisiognomica, riguardo al problema dell’origine delle
diverse espressioni umane: Anatomia e filosofia dell’espressione,
opera considerata basilare per la ricerca che sarà poi ripresa
da Darwin.
Quest’ultimo,
infatti, utilizzando per la prima volta a scopi scientifici,
una recentissima scoperta (1839) la fotografia, pubblicò,
nel 1872, L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali opera che rappresenta
senza dubbio una pietra miliare nella ricerca fisiognomica:
e nella quale, infatti, con l’ausilio di numerosissime fotografie,
teorizzò e sostenne una tesi innovativa e rivoluzionaria,
ossia che le emozioni e le conseguenti espressioni nascono
come segnali di un meccanismo fisiologico, individuale e
della specie, con cui l’animale e l’uomo reagiscono all’ambiente,
per difesa e per attacco, al fine della sopravvivenza e
della selezione naturale.
Con
Darwin, superata a piè pari l’epopea napoleonica, i grigiori
della Restaurazione, i fulgori romantici del Risorgimento
e delle guerre di Indipendenza, che portarono all’Unità
di Italia, ci troviamo ormai in pieno positivismo scientifico,
con la sua fede incrollabile assolutamente laica e rigorosamente
ottimistica, nelle virtù, della scienza. Il positivismo
con il suo continuo richiamo al positivo, inteso come dato
dell’esperienza e del fatto concreto, può essere interpretato
più che come una corrente filosofica, come un nuovo metodo,
una nuova mentalità, incentrata sulla fede incondizionata
nel progresso scientifico, che condusse le scienze naturali
ad essere assunte al ruolo di strumenti prioritari di conoscenza
della realtà. In tale clima nacque, si formò e sviluppò
la sua teoria e la sua ideologia Cesare Lombroso (1835-1909)
considerato a tutto diritto, universalmente il padre della
moderna antropologia criminale o criminologia. Di Lombroso
si è detto tutto e il contrario di tutto; fu considerato
dai contemporanei un gigante nazionale e solo cinquanta
anni più tardi lo si è chiamato servo venduto della borghesia,
visionario pazzo, semplificatore privo di metodo, affrettato
etichettatore e arbitrariamente superficiale nella costruzione
scientifica o pseudo tale. In realtà, ritengo che gli acerrimi
suoi detrattori, plausibilmente non abbiano letto le sue
opere, o forse le abbiano lette, il che è anche peggio,
dominati ed offuscati da un loro pregiudizio ideologico,
contrario ad ogni procedere scientifico, attribuendogli
con una accezione negativa concetti ed intenzionalità che
non gli appartennero.
I
principi generali della teoria di Lombroso sono espressi
nella sua opera fondamentale L’uomo
delinquente pubblicato nel 1876. In essa Lombroso distinse
diversi tipi di criminali: 1) il delinquente nato, nel quale
si assommano e riconoscono alcune anomalie regressive, riconoscibili
per caratteristiche anatomiche e fisiologiche particolari,
e per il quale la criminalità è insita nella propria natura,
e che è considerato soggetto non recuperabile, 2) il delinquente
epilettico, 3) il delinquente per impeto passionale (forza
irresistibile), 4) il delinquente pazzo o debole di mente
(mattoidi), 5) il delinquente occasionale portato al delitto
da fattori causali diversi da quelli del delinquente nato;
su di essi deve essere svolta un’opera di rieducazione in
istituti carcerari ben organizzati.
L’interesse
di Lombroso si concentrò naturalmente sul criminale nato,
nel quale la spinta a delinquere sarebbe congenita, legata
alla natura stessa della persona e come tale non rieducabile
e men che meno curabile (teoria dell’atavismo), perfettamente
in linea con le teorie di Darwin.
Egli
dedicò tutta la sua vita a ricercare, nella fisionomia,
nei caratteri esteriori dei criminali, quei tratti comuni,
quelle caratteristiche fisiche che li accomunassero e che
potessero essere considerate stigmate precise e riconoscibili,
della loro tendenza, naturale e congenita a delinquere.
Ipotizzò anche, dall’esame autoptico dei criminali, che
queste inclinazioni ataviche fossero corrispondenti e quindi
riconoscibili in anomalie anatomiche e strutturali che rendessero
ragione della loro innata tendenza a delinquere.
Particolare
attenzione doveva essere posta alla conformazione del cranio
e delle ossa facciali che, nei delinquenti congeniti, presentavano
alcune anomalie, come la ridotta capacità cranica, una fronte
bassa e sfuggente, una struttura facciale sporgente, con
mandibole fortemente sviluppate, ossa zigomatiche particolarmente
pronunciate, seni frontali anormalmente sviluppati. Ulteriori
segni rivelatori potevano essere deviazioni dal peso normale
del cervello, forma atipica delle circonvoluzioni e della
fossetta occipitale, anomalie delle orecchie, quali orecchie
prominenti o a sventola, labbro leporino, difformità tra
il labbro superiore e l’inferiore, sottigliezza anomala
del labbro superiore, sviluppo anormale della dentatura.
Nel clima ottocentesco di forte scientismo, di bisogno di
catalogare, di sistematizzare, di misurare, di schedare,
l’antropologo Lombroso raccolse, per comprovare le sue teorie,
tantissimo materiale fisiognomico, specialmente fotografico,
raccolto nel carcere, negli schedari della polizia (foto
segnaletiche) e nelle sale settorie dell’Istituto di Medicina
Legale da lui diretto, al fine di mettere in rilievo la
diversità di chi era già stato dichiarato reo, di catalogare
le stigmate della diversità colpevole, di certificare scientificamente
le differenze del criminale, di mettere in relazione l’attitudine
al crimine, con specifiche caratteristiche fisionomiche,
corrispondenti a specifiche strutture caratteriali.
Osannato
dai contemporanei Cesare Lombroso, cadde in disgrazia negli
anni successivi al secondo conflitto mondiale, tacciato,
dai suoi detrattori addirittura di razzismo, del tutto ingiustamente,
a mio parere, ma comprensibilmente, nel nuovo clima culturale
instauratosi, pregno della pseudoscientifica dottrina psicoanalitica,
che naturalmente mal sopportava il determinismo lombrosiano
e la sua concezione di una caratterologia predeterminata.
E
per dare all’incauto e benevolo lettore un esempio di come
possa procedere e quali risultati possa dare un’analisi
fisiognomica attuale, intesa, come dicevamo prima, non come
una scienza esatta che utilizza precisi parametri matematici,
ma piuttosto come un’arte, mi si perdoni l’immodestia, ci
siamo cimentati in un tentativo di ritratto fisiognomico
di Romano Prodi.
È
una persona che a prima vista può trarre in inganno. Sotto
un aspetto bonario e pacato, aspetto suffragato da una intonazione
di voce bassa e monotona e da un eloquio lento e caratterizzato
da lunghe pause, nasconde una ferrea volontà ed una determinazione
assoluta. È una persona che quando si propone un obiettivo
lo persegue senza esitazioni o ripensamenti, senza incertezze
o dubbi lungo la strada.
Lento
piuttosto nel prendere le decisioni, ma fermamente determinato
una volta che le abbia prese. In termini sportivi lo definirei
un maratoneta, piuttosto che un atleta di scatto e velocità.
Non si lascia toccare dalle critiche o dalle opposizioni,
che non scalfiscono le sue sicurezze. Si contrappone a queste
come un muro di gomma, che apparentemente non oppone resistenza
e si lascia deformare, tornando poi, elasticamente alla
posizione iniziale. In questo modo sconfigge l’impeto dell’avversario.
Non conosco se giuochi a scacchi, ma sarebbe un ottimo giocatore.
Ama il rischio, ma solo quando è calcolato. Non agisce mai
d’impulso, ma solamente dopo un’attenta riflessione. Imperturbabile,
rigido con se stesso, ma soprattutto con gli altri, dai
quali pretende moltissimo, poco disposto a perdonare. Permaloso.
Dalla lunga memoria per quanto riguarda i torti e le offese
subite, per le quali può chiedere il pegno anche dopo anni.
Molto bravo e capace nell’attendere che il cadavere del
suo nemico sia trasportato dal fiume. Di una cortesia e
educazione formale perfetta, soprattutto con chi non stima
e gli è avverso. Gelosissimo della sua vita privata, che
custodisce con cura. Scarso e parco nell’espressione dei
sentimenti, che sono però profondi e costanti. Opera una
rigida separazione tra la sua vita pubblica e privata. Non
si lascia coinvolgere facilmente ed è molto capace di dominare
le emozioni e le passioni. Metodico sul lavoro e costante
nell’impegno. Non soggetto a stress. Nella vita familiare
è presente e partecipe. Non si concede lussi ed è parco
nelle spese. Un buon amministratore dei propri beni. Un
buon risparmiatore per ciò che concerne gli aspetti materiali,
ma soprattutto sentimentali della vita. Non teme la morte,
ma ne è infastidito.
* Dice di sé:
Domenico
Mazzullo. Medico-Chirurgo, specialista in Psichiatria. Psicoterapeuta.
Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente
illuminista.
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