PROFILI

CARLO MARIA MARTINI, IL CARDINALE CONTROCORRENTE

Una vita particolare, al servizio del Vangelo: “Cerco una verità che sia sorgiva come l’acqua; cerco una verità che sia semplice come il pane; cerco una verità che sia chiara come la luce; cerco una verità che sia potente come la Vita”

Luciano Frigerio *

Era una giornata invernale, fredda, ma ricca di calore ed accoglienza. Una di quelle giornate in cui il cielo di Lombardia - che è così bello quando è bello, chiosava il Manzoni - sembrava vivido e palpitante per assistere, in quel 10 febbraio 1980, all’ingresso del nuovo arcivescovo. Era quella la prima volta che chi scrive incontrava Carlo Maria Martini. Fu un ingresso singolare, percorrendo a piedi - tra la gente e con la gente - il tratto di strada che va dal castello sforzesco al Duomo. Camminava tra la gente con il vangelo in mano. Questa è la prima icona del Vescovo Martini, non ancora cardinale, lo diventerà nel concistoro del 2 febbraio del 1983 - che si staglia nella mia memoria e credo definisca, sopra ogni altra cosa, l’azione pastorale dei 22 anni a seguire. Quel giorno tra i tantissimi biglietti d’augurio ce n’era uno di don Giuseppe Dossetti che scriveva: “Da lei Milano ascolti il Vangelo, solo il Vangelo”.

Così è stato in quel primo giorno, quando la sua figura di uomo imponente e fine, raccolta in un lungo mantello nero che lo avvolgeva, lo faceva sembrare ancora più grande: e così è stato anche negli anni a seguire. Questa vocazione, al servizio del Vangelo, è significativa per delineare un aspetto fondamentale della biografia del cardinale che ha compiuto lo scorso mese di febbraio 80 anni. Uomo della filologia più rigorosa, non è mai caduto nell’idolatria del testo. Infatti, la critica testuale biblica - di cui padre Martini è stato studioso ed insegnante per lunghi anni - va alla ricerca della parole ebraiche e greche della bibbia nella loro autenticità e purezza, non per feticismo letteralista, ma per il fatto che è attraverso di loro che passa la Parola suprema.

Quella Parola che Martini ha posto “in principio” al suo stesso ministero pastorale. Infatti, le prime lettere alla Diocesi riguardavano, significativamente, La dimensione contemplativa ed In principio la Parola. Stupì non poco che il nuovo arcivescovo indirizzasse ad una città e ad una diocesi come quella di Milano, famosa per il suo attivismo e la sua instancabile operosità, lettere che invitavano alla dimensione contemplativa della vita e all’accoglienza della Parola. “L’esegeta - scriveva un collega di Martini, padre J.P. Charlier - ha bisogno di un microscopio per esaminare minuziosamente il testo; ma il credente ha bisogno anche di un cannocchiale per discernere i grandi orizzonti verso cui punta il messaggio”. Martini ha compiuto questo duplice movimento attraverso tutta la sua vasta predicazione e la sua enorme bibliografia.

Fino al 2002 si contano più di 1360 titoli. Il suo magistero non è mai stato, e ancora lo scorgiamo negli interventi di questi ultimi anni, astrattamente intellettuale, anche quando percorreva gli itinerari erti della teologia o si inoltrava nei sentieri delle interrogazioni culturali. È incredibile la sua capacità di parlare alle intelligenze dei laici. Riprendendo le affermazioni del filosofo Augusto Del Noce, ripeteva, talvolta, anche a modo di provocazione, che la differenza oggi non è data tanto dell’essere credenti o non credenti, quanto piuttosto dall’essere pensanti o non pensanti! Il suo progetto di Chiesa è stato sintetizzato chiaramente dall’allora teologo - ora Arcivescovo di Chieti e Vasto - Bruno Forte che lo descrive così: “promuovere la crescita di una Chiesa di cristiani adulti, che in maniera attenta, intelligente, critica e responsabile sappiano vivere al cospetto del Dio di Gesù Cristo e lo testimonino credibilmente, nel conforto dello Spirito Santo, di fronte alle inquiete sfide del post-moderno”.

Martini è sensibilissimo al fremito che pervade questo nostro tempo, tempo post-moderno. Ne insegue i percorsi, ne raccoglie le domande, ne accetta le sfide. Lo ha fatto per anni a Milano quando istituì la cattedra dei non credenti e ne ha affinato il metodo da quando è a Gerusalemme, dove prega, studia e - dice lui - fa opera di intercessione, nel senso etimologico della parola, cammino in mezzo (inter-cedere) a diversi contendenti, senza voler dare ragione o torto né all’uno né all’altro, ma pregando ugualmente per tutti. “La situazione politica odierna è così intricata e aggrovigliata che anche un competente farebbe fatica a spiegare, oggettivamente, ciò che è avvenuto, perché e come. Non conosco l’arabo, so l’ebraico biblico, ma non quello moderno. Non ho titoli per giudicare. Ho preferito […] mettere in pratica la parola di Gesù: “Non giudicate per non essere giudicati”. Chi comincia la lista delle ragioni e dei torti? Si va all’infinito. E non se ne uscirà se non con qualche passo nuovo”.

È per questa sua sensibilità al nostro tempo che gli intellettuali di qualsiasi estrazione - solo per citare qualche nome, da Biagi a Bo, a Bocca, a Cacciari, a Eco, a Montanelli, a Scalfari - sono rimasti affascinati da un dialogo che non è mai formale e schematico, che è libero dagli scogli dell’apologetica, ma anche dal sincretismo generico e privo di quella unzione che talvolta trasuda dall’eloquio delle alte cariche ecclesiastiche. Il filosofo Cacciari ha giustamente sottolineato che “al centro della riflessione e dell’esperienze di Carlo Maria Martini sta il problema filosofico-teologico dell’ascolto”.

Un ascolto che è, innanzi tutto, verticale e si esprime nell’accoglienza dell’Altro divino, ma un ascolto che è anche orizzontale e che si manifesta nell’accoglienza dell’altro umano, della sua ricerca, delle sue verità, delle sue speranze e delusioni. È proprio questa sua capacità di ascolto e la sua sensibilità di fronte alle situazioni umane che gli permettono di non temere ad inoltrarsi nei territori di frontiera. Ora che non ha più una responsabilità diretta nella conduzione pastorale della Diocesi si muove con maggiore libertà affrontando gli ambiti delicati dell’etica ed i suoi intereventi non lasciano indifferenti sia all’interno della Chiesa sia all’esterno. In particolare il suo dialogo con il prof. Marino in relazione ai delicati processi della genetica umana e la sua presa di posizione in relazione al caso Welby non hanno mancato di suscitare consensi e perplessità.

In tutta la sua attività pastorale non sono mancate difficoltà e la stampa ne ha sottolineato fortemente il suo presunto carattere antagonista nei confronti dei Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI in seguito. Si potrebbero citare a decine le pagine dei quotidiani che hanno dato voce a questa rappresentazione del cardinale. Preferisco, al fine di evitare dimenticanze, citare l’esempio di un settimanale non italiano. Siamo nell’aprile del 1998, il cardinale Martini, arcivescovo di Milano, viene presentato come il favorito per il papato e potrebbe diventare arci-modernista del Vaticano. Scopriamo perché. “Sembra uno di quei tanti papi del rinascimento: alto, elegante e magro, con capelli grigi pettinati piatti all’indietro, un naso ad uncino e penetranti occhi azzurri. Potrebbe essere uscito da un affresco di Raffaello. Ma l’apparenza potrebbe ingannare. Carlo Maria Martini, il cardinale arcivescovo di Milano è il favorito per diventare il prossimo papa e potrebbe diventare l’arci-modernista del Vaticano”. È questo il suggestivo attacco di un articolo comparso su The Economist dell’11 aprile 1998. La rubrica che lo ha ospitato è Charlemagne, che il settimanale economico dedica ai fatti europei. Dall’articolo emerge un ritratto di un cardinale molto attento alle questioni sociali, preoccupato dei destini di un’ Europa che non può limitarsi all’unione economica e “più flessibile di Giovanni Paolo II (di cui si definisce amico) su certi problemi sociali”.

Un articolo molto gradevole, che si concentra molto, però, su prospettive politiche e trascura del tutto gli aspetti di ordine pastorale che - come abbiamo visto- caratterizzano gran parte del magistero e dell’azione del cardinale Martini. È vero che Martini ha affrontato con coraggio le prospettive europee - nella 16° assemblea a Varsavia, viene nominato Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE); inizia il mandato con la Pasqua del 1987 e lo conserva fino al 1993 - rivendicando la possibilità di puntare anche su Ninive (città dell’antica Mesopotamia citata nella Bibbia come grande metropoli pagana e intesa da Martini come metafora delle metropoli post-cristiane del nostro mondo) così come ha riconosciuto l’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl, che ha definito Martini “un grande europeo”. Ma la sua convinzione non è politica, bensì religiosa. La sua convinzione è che la “libertà non deve isolare. Chi vive la fede cristiana non può fare a meno di riunire, per quanto possibile, gli uomini in comunità viventi a fianco di Gesù Cristo”. Alla radice della visione culturale di Martini c’è la ricerca corale della verità, necessaria in questo tempo in cui - per usare l’immagine del filosofo danese Søren Kierkegaard - “la nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”.

La ricerca della verità che era già, emblematicamente, evidenziata nel motto episcopale che ogni vescovo sceglie all’inizio del suo ministero: pro veritate adversa diligere. Naturalmente, come ha fatto notare il teologo Pierangelo Sequeri, è il diligere che fa problema. Il tema, a prima vista, lo fa quel solenne pro veritate, ma perché proprio diligere? Non basta sopportare, tollerare, accettare? E perché non resistere, affrontare, sfidare persino?”. Non ci sarà, forse, anche un filo di ironia nella scelta del termine, in vista della salutare sorpresa che un simile paradosso è destinato a suscitare? Forse l’astuzia sta proprio qui. Il diligere, le diversità le irretisce, le disorienta. Ed è proprio quell’ostinato diligere che ha retto i passaggi cruciali dell’esperienza di vita di Martini. Il fermo invito a non lasciarsi divorare dal pessimismo, la pacata ironia di fronte ad ogni lagnoso indugiare, “la nonchalance del garbato sottrarsi all’inutile polemica, l’apertura dello sguardo alla bellezza spirituale”. A Martini si applica in modo pieno un’invocazione della liturgia ambrosiana: “Signore, dona sempre al tuo popolo pastori che inquietino la falsa pace delle coscienze”. E Martini le ha inquietate e continua ad inquietarle, per qualcuno, anche all’interno della Chiesa, forse anche un po’ troppo! Così in una pagina molto intensa si esprime Martini a questo proposito: “Cerco una verità che sia sorgiva come l’acqua; cerco una verità che sia semplice come il pane; cerco una verità che sia chiara come la luce; cerco una verità che sia potente come la Vita”.

Dopo aver lasciato la guida della diocesi, si è aperta per Martini una nuova stagione che lo ha portato a vivere per gran parte dell’anno a Gerusalemme. “Cosa mi ha portato a vivere a Gerusalemme? Quando me lo chiedono rispondo che non lo so. È stato lo Spirito. Sono quelle ispirazioni di cui non si può rendere ragione logica”, così si esprimeva nell’ottobre del 2005 conversando con una delegazione dell’istituto Paolo VI di Brescia. In realtà, la proverbiale riservatezza di Martini che in 22 anni di episcopato, raramente, ha parlato di sé, lo spinge anche in questo caso a non manifestarsi. Ma sappiamo che la sera del 12 luglio 1959, da Amman, attraversando il deserto e il fiume Giordano, padre Carlo Maria Martini giungeva a Gerusalemme. L’indomani, nel settimo anniversario della sua prima Messa, alle quattro del mattino, avrebbe celebrato l’Eucaristia al Santo Sepolcro. “Fu proprio in quel momento che ebbi una folgorazione sulla risurrezione di Cristo” ha confessato. Quell’incontro con la città santa fu una sorta di inizio assoluto nella vita di Martini perché - è ancora lui a dichiararlo - è stato come il “ricevere un’appartenenza che era un dono dall’alto”, una celebrazione del primato della grazia divina. È questo il motivo per cui credo che Gerusalemme sia la chiave decisiva nella comprensione della biografia spirituale di Martini. Le altre due città della sua esistenza sono segni di una risposta. Roma è la sede dell’esperienza intellettuale nella ricerca, attraverso lo studio e l’insegnamento all’Università Gregoriana; Milano è il luogo dell’esperienza della carità, del ministero, della relazione con gli altri, della dedizione pastorale. Ma alla sorgente di tutto c’è sempre Gerusalemme come icona della grazia, come espressione della dimensione contemplativa di tutto ciò che noi riceviamo come puro da Dio, da cui ci sentiamo amati senza nostro merito e perdonati gratuitamente”.

Queste parole affidate a Famiglia Cristiana sullo scorcio del suo ministero episcopale a Milano, fanno comprendere come la Città Santa delle tre religioni monoteistiche sia stata la stella polare del suo itinerario personale. Effettivamente, parlando di Gerusalemme, ricordava un famoso testo rabbinico che così dichiarava: “dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di scienza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove!”. Gioia e dolore, speranza e desolazione si mescolano in Gerusalemme in maniera inscindibile. Anzi, la storia in Sion è più pesante che nel resto del mondo, è una città in cui le emozioni sono sempre forti, le persuasioni vivaci e intense, le contrapposizioni, anche solo verbali, molto esplicite. È dunque, Gerusalemme, una città della verità, eppure nel suo nome si cela il rimando alla parola shalom, che vuol dire pace”. Una città terrestre e celeste, di adesso e di poi. Si delinea così il sogno di questa città. Essa non ci fa decollare dalla storia verso cieli mistici, bensì ci àncora al presente costringendoci ad impegnarci nella giustizia e nell’amore. È per questo che se Gerusalemme è la radice spirituale dell’esperienza di Martini ne è anche l’approdo ultimo. “Sento di essere nella lista di chiamata”, dice. Ma quella che vede non è la fine, bensì “il fine”, il compimento di una vita ricca di bene, “della quale ringrazio il Signore”.

“Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”. Le parole che sono risuonate nel silenzio della basilica del Getsemani, a Gerusalemme, sono di quelle che non si dimenticano. Cita san Paolo, il cardinale Carlo Maria Martini, dall’amatissima seconda lettera a Timoteo, per quello che pare a molti un testamento spirituale, espresso con la semplicità e l’autorevolezza di sempre, quasi a suggellare l’incontro con i 1.300 pellegrini della diocesi ambrosiana. Arrivati in Terra Santa, dove Martini ormai risiede abitualmente, per festeggiare i suoi 80 anni, compiuti il 15 febbraio, e il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale del cardinale Dionigi Tettamanzi. Due anniversari importanti per un pellegrinaggio, che ha avuto al suo cuore proprio i due riti solenni svoltisi alla presenza di entrambi i cardinali. Il primo nella chiesa di Santa Caterina a Betlemme, dove Martini ha presieduto la Messa, e il secondo a Gerusalemme con i vespri nel terzo venerdì di quaresima, celebrati appunto al Getsemani. Incontri nei quali l’affetto, la gratitudine hanno avuto soprattutto il senso di una riflessione sulla sua vita.

Così come è stato evidente fin dall’omelia in Santa Caterina, pronunciata sedendo accanto al cardinale Tettamanzi, che lo aveva poco prima ringraziato “per l’amore e il servizio che hai donato per ben 22 anni alla nostra Chiesa e che continui a donarle”, per l’eredità preziosissima della lectio divina, “forma privilegiata per amare e gustare nella sua bellezza e forza la Parola di Dio”.

“Da parte mia”, spiega il cardinale Martini, “provo molta gratitudine perché, sebbene in questi 80 anni abbia vissuto esperienze diverse, certamente il tempo più bello e più gioioso è stato quello che ho trascorso a Milano, dove sono stato riempito di bene”.

Una sorta di viaggio nel passato, il suo, definito da poche pietre miliari, dalle tappe fondamentali che gli stanno davvero a cuore, riletto seguendo, come sempre, il filo d’oro della Parola e facendo, anzi, scuola della Parola anche da Betlemme.

Il tutto, con lo stile che gli ambrosiani hanno imparato a conoscere e ad amare durante l’intero episcopato martiniano, quello di un’essenzialità, che pare accentuatasi con l’età, capace di colpire al centro delle questioni, anche le più problematiche, interpretandole attraverso il Vangelo.

“Leggevo ieri un passo della Scrittura che dice: “Speriamo il bene perché i tempi sono cattivi”, scandisce, infatti, il cardinale. “Questo non significa passare sopra alle sofferenze, ma rendere più acuto il nostro sguardo per vedere che non c’è proporzione tra le sofferenze del tempo presente, che sono piccole cose, rispetto alla gloria che ci attende”.

* Dice di sé:
Luciano Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987. Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano “Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano “Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato di redazione della rivista ufficiale del Giubileo 2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal 2001.