RITRATTI
ANDREA
VESALIO
Fu
il primo dissezionatore di cadaveri, il primo a chiedersi
cosa ci fosse veramente all’interno di un corpo umano… La
nascita del libero pensiero attraverso l’anatomia
Pigreco
*
Era uno
degli ultimi giorni di settembre di un non molto lontano
1997, quando ebbi il privilegio di assistere alla più entusiasmante
lezione universitaria della mia vita. Era una lezione di
Storia dell’Anatomia, tenuta dall’allora Direttore
di uno storico dipartimento di anatomia, di un prestigioso
ateneo romano. Il mio fu un privilegio poiché, a seguito
della prematura morte del Direttore da allora, durante tutti
gli anni della mia permanenza presso quel dipartimento,
nessuno dei suoi allievi cattedratici, seppur stimati anatomisti,
fu più all’altezza di sostenere l’argomento con la stessa
disinvoltura, passione e spessore culturale.
Mi
ero appena laureata in Biologia. Nella mia breve e timida
esperienza di ricerca per la preparazione della tesi di
laurea, avevo già vissuto amare delusioni, di quelle che
lasciano il segno, che mi avevano fatto maturare verso l’ambiente
universitario una certa diffidenza, ma che in ogni modo
non avevano spento ancora il mio entusiasmo.
Nel
dipartimento di anatomia ero capitata per caso, o forse
per destino come fui indotta a credere poi, per svolgere
il tirocinio obbligatorio ai fini dell’abilitazione professionale.
Allora non sapevo che l’anatomia mi avrebbe catturato, che
sarebbe diventata per me una passione e che presso quel
dipartimento avrei lavorato per otto anni, muovendo i primi
passi attraverso la carriera universitaria, professione
che scoprii poi non “appartenermi”. L’istituzionalizzazione
della cultura può condizionare il libero pensiero, specie
in ambito universitario, dove vigono gerarchie, ingerenze,
dove i compromessi sono all’ordine del giorno e per questo
scelsi consapevolmente, con dolore, ma senza pentirmene
di non proseguire.
Torniamo,
però, alla lezione di Storia dell’Anatomia, la quale mi
aveva procurato nei giorni addietro un certo turbamento
ed un sotteso disagio, poiché intuivo che si sarebbe trattato
di un momento ufficiale, formale, di quelli cui la mia indole
timida e schiva non era proprio avvezza. Tutti i cattedratici
del dipartimento ed io, unica giovane tirocinante, avremmo
dovuto presenziare in omaggio al Direttore, oltre che in
segno di benvenuto alle matricole iscritte alla facoltà
di medicina.
L’inquietante
diapositiva di apertura, degna scena di un film dell’orrore,
fu già di per sé sufficiente a stemperare la mia ansia,
ad accendere la mia curiosità, nonché a farmi dimenticare
i volti annoiati dei miei colleghi e quelli distratti delle
nuove reclute universitarie. Si trattava un dipinto anonimo
del XIV secolo, rappresentante vecchi arnesi per la vivisezione
animale e per la dissezione del corpo umano, strumenti simili
più a martelli, scalpelli e punteruoli di un muratore, o
ai coltelli di un macellaio, piuttosto che ai sofisticati
dispositivi dei moderni anatomisti. Il Direttore continuò
raccontando il pensiero e le opere dei grandi medici e scienziati
del passato di consolidata fama, quali Ippocrate, Galeno,
Avicenna, Leonardo, ma fu la vita e la personalità di un
medico, immeritatamente, meno noto, quella che allora maggiormente
mi colpì, ed alla quale poi negli anni mi affezionai ed
ebbi modo di approfondire. È la storia di Andrea Vesalio,
un Uomo libero.
Per
comprendere lo spessore della personalità di Andrea Vesalio
ed il suo ruolo nella storia dell’anatomia e del pensiero
medico-scientifico intesi in senso moderno, è necessario
fare diversi passi indietro, poiché, come in tutti i romanzi
che si rispettino, sono necessari “preamboli, prologhi ed
antefatti”, storie prima della storia.
Per
secoli civiltà antiche come quella greca e romana, trovarono
naturale accecare i ribelli, dilaniare ed impalare i corpi
dei soldati nemici, pur vietando sotto pena di morte la
dissezione dei cadaveri deceduti di morte naturale al fine
di studiarne l’anatomia, dato che per legge era vietato
“osservare parti interne degli uomini”. Fu Galeno (138-201
d.C.), senza dubbio il più grande medico dell’antichità
dopo Ippocrate, che realizzò la summa delle conoscenze di
epoca classica nel campo dell’anatomia, arricchite da osservazioni
personali effettuate su animali. Una sola volta gli fu concesso
di studiare un cadavere in decomposizione tirato fuori da
un sepolcro, ed un’altra volta riuscì a scrutare la parete
addominale su un malato, devastata e messa a nudo da una
peritonite grave. Il pensiero di Galeno può essere sintetizzato
in concetti precisi, a loro modo veritieri, che sono alla
base della sua dottrina. “L’anima” ha sede nel cervello. “Lo spirito
vitale” si trova nel cuore. “Lo spirito vegetativo” è nel
fegato e pervade le vene.
A
Galeno va sicuramente il merito di aver gettato le basi
per un’evoluzione in senso teorico-pratico dell’anatomia
e dell’arte medica, ma gli errori contenuti nei suoi libri
anatomici erano molti ed alcuni di loro davvero inspiegabili,
come ad esempio il cuore con parte destra e sinistra comunicanti
o l’utero diviso in due parti (una per i figli maschi e
una per le femmine). Ancor più inspiegabile fu però il successivo
completo disinteresse, la totale mancanza di curiosità,
per l’osservazione dell’anatomia umana (che durò per ben
millecinquecento anni!), che fece sì che la sintesi di Galeno
attraversasse pressoché intatta tutto il medioevo. La chiesa
sicuramente svolse anche in questa vicenda la sua parte
oscurantista e coercitiva, eleggendo il lascito scientifico
di Galeno a dottrina ufficiale e proibendo gli studi
sui cadaveri per lungo tempo, poiché riteneva che questa
pratica fosse dissacrante verso le creature di Dio. Per
secoli chi metteva in dubbio un’affermazione di Galeno era
un eretico e doveva ricredersi sotto tortura della Santa
Inquisizione.
Così
per secoli si perpetrarono errori, si spensero entusiasmi
e la curiosità, e si trasformò la medicina piuttosto in
un rituale magico, con tanto di prescrizione di pozioni
ed amuleti. Alle soglie del rinascimento, molti errori galenici
avevano ancora le loro conseguenze pratiche, come il fatto
che il pus fosse un buon segno, essenziale alla guarigione
della ferita o che la frutta fosse estremamente dannosa
(Galeno aveva attribuito la longevità del proprio genitore
ultracentenario al fatto che non toccasse mai alcun frutto).
L’errore sicuramente più grave fu però l’abbandono delle
regole igieniche, che Galeno considerava come un’antica
superstizione, avendo osservato che gli animali vivevano
benissimo senza lavarsi le zampe, e le loro ferite si rimarginavano
senza cure. La chirurgia, ancora, era nel medioevo affare
da barbieri, guardata con disprezzo e disgusto dai medici.
Finalmente
a partire dal XIV secolo, nell’ambito di alcune università
quali Bologna, Leida, Montpellier e, non ultima Padova,
si iniziarono ad aprire i cadaveri con finalità mediche.
Sono gli anni in cui Mondino de’ Liuzzi, (Bologna 1270-Bologna
1326) arricchirà
le sue lezioni con dissezioni pratiche, in cui Alessandro
Benedetti (1450-1512), divulgava l’importanza delle autopsie
nella formazione medica e, soprattutto, professava l’utilità
di realizzare strutture lignee smontabili, i teatri anatomici,
che consentissero a numerosi studenti le migliori condizioni
di osservazione.
Nello stesso periodo Berengario da Carpi (1460-1530),
fu il primo anatomista a rinnegare apertamente l’autorità
di Galeno e ad approfondire l’anatomia quando era a Roma
a servizio di Cesare Borgia, dissezionando clandestinamente
cadaveri nella camera mortuaria dell’ospedale S. Spirito.
Le ripercussioni del tentativo di innovazione di Berengario
da Carpi furono però irreparabili, poiché la sua carriera
fu stroncata dall’accusa di vivisezione umana. Era rischioso
accusare Galeno di inesattezze; anche il medico Paracelso
era stato cacciato dall’università di Basilea dove insegnava
anatomia, per avere bruciato platealmente in aula le opere
di Galeno, meritandosi l’appellativo di Martin Lutero della
medicina medievale.
La
vera “rivoluzione anatomica” giunse solo nel 1543. Curiosa
coincidenza storica, lo stesso anno in cui Copernico presentava
il De revolutionibus, la sua teoria rivoluzionaria sull’astronomia, il
giovanissimo medico belga Andrea Vesalio (1514-1564) pubblicò
De humanis corporis fabrica, libri septem,
che fece scorrere un rivolo di sudore gelato sulla schiena
di più di un barone dell’anatomia. “Non
avrei potuto fare nulla di più meritevole”, disse Vesalio
di se stesso “di dare una nuova descrizione completa del corpo umano, di cui nessuno
comprende l’anatomia”. Il De
fabrica era qualcosa di più di un semplice trattato
di anatomia, era anche un opera d’arte. Il successo delle
idee di Vesalio era, infatti, sostenuto nella sua Opera
dalle illustrazioni costruite con l’artista fiammingo di
grande talento Jan Stephan van Calcar, un allievo di Tiziano,
che mostrava i risultati da lui raccolti e rettificava i
numerosi errori tramandati dalle diverse scuole, attraverso
suggestive tavole anatomiche di rara bellezza. Dipinti in
cui scheletri umani e corpi scorticati, ovvero corpi privati
dello strato di pelle superficiale in modo da delinearne
i fasci muscolari, “posavano” con espressioni coinvolgenti,
malinconiche, affrante, solenni, comunque, tipiche più dei
vivi che dei morti.
La
passione per la dissezione di Andrea Vesalio, forma italianizzata
del nome fiammingo Andrè van Wesele, iniziò da bambino,
quando cominciò a sezionare malcapitati piccoli animali,
quali topi, cani e gatti. Figlio “d’arte medica” da generazioni,
di famiglia benestante, spinto dall’ambizione e dall’entusiasmo
si trasferì a Parigi, per cogliere, studiando, le migliori
possibilità che il mondo della medicina offriva. A Parigi,
allora baluardo della cultura conservatrice, cominciò ad
approfondire l’Anatomia, come allievo di Jacques Dubois
(Silvius). Vale la pena ricordare che Silvius, era uno dei
prestigiosi e autorevoli maestri dell’anatomia classica.
In seguito, Vesalio disse che a Parigi “non
vi aveva imparato nulla di davvero importante”. Difficile
carattere quello di Vesalio poiché, incurante delle regole
accademiche e senza alcuna diplomazia, dopo aver aiutato
un insegnante, Guinter d’Andernach,
a dare alle stampe un trattato d’anatomia, disse che, per
quanto riguardava la struttura del corpo umano, egli era
un ignorante.
Negli
anni trascorsi a Parigi, Vesalio era solito procacciarsi
ossa nel Cimitero degli Innocenti, grazie all’accondiscendenza
dei guardiani e ad esaminare i cadaveri dei criminali impiccati
a Montfaucon, dilaniati dai cani randagi e dagli uccelli.
Vesalio fu poi aiutato nelle ricerche anatomiche dal suo
amico Podestà di Locarno, che gli permetteva di utilizzare
per i suoi studi in gran segreto i corpi dei giustiziati
su un patibolo istallato ai margini della città.
Pare che Vesalio riuscisse a dormire diverse notti di
fila accanto a cadaveri in decomposizione, infatti, allora
ancora non esistevano le attuali procedure che consentono
di “fissare”, ovvero di effettuare una specie di mummificazione
sulle salme, al fine di bloccarne i processi di decomposizione.
Tale supplizio deve esser toccato anche al giovane
artista van Calcar che poi gli illustrò le opere, e che
solo per questo sacrificio, ipotizziamo dovesse essergli
anche fedele amico.
Dopo
l’esperienza parigina, Vesalio venne in Italia, stabilendosi
a Padova, dove completò gli studi e si laureò in medicina
nel 1537. Già il giorno successivo fu nominato lettore di
chirurgia, incarico che all’epoca prevedeva anche l’insegnamento
teorico e pratico dell’anatomia. La dissezione dei cadaveri
non era proibita all’epoca presso la facoltà di Medicina.
I cattedratici erano soliti tenere lezioni magistrali di
anatomia da un pulpito, dal quale leggevano ciecamente ed
acriticamente gli scritti di Galeno. Gli studenti, assistevano
dalla tribuna, tentando di riconoscere gli organi indicati
da un inserviente, “l’ostensor”, mentre la salma veniva
smembrata da un barbiere. A proposito della modalità di
descrivere il corpo umano da parte dei professori priva
di curiosità, di passione e di desiderio di conoscenza,
nonché mosso da un forte senso pratico Vesalio disse: “ogni
cosa è insegnata nel modo sbagliato, si perdono intere giornate
su questioni assurde e, nella confusione all’osservatore
si offre meno di quanto un macellaio nella sua bottega potrebbe
insegnare a un dottore” e ancora riferendosi all’insegnante
tradizionale “gracchia
dall’alto della cattedra con rara presunzione”.
Vesalio,
nel corso delle lezioni pubbliche scese dal pulpito e cominciò,
con grande stupore dei suoi colleghi, a licenziare barbiere
ed ostensor ed a sezionare personalmente i cadaveri, spiegando
sia gli organi sia la tecnica usata. Partiva affermando
la superiorità dell’osservazione pratica rispetto alla sola,
sterile teoria. In breve tempo acquisì una notevole reputazione
tra gli studenti ed accese la livida invidia nei colleghi.
Nel 1538 pubblicò Tabulae anatomicae sex (sei tavole anatomiche),
ampi fogli volanti costituiti da schematici disegni e da
concise didascalie, iniziando la sua personale produzione
anatomica didattico-scientifica, che cominciò ad accentrare
le prime ire dei vecchi baluardi dell’anatomia classica
anche in altri contesti accademici.
Vesalio
raggiunse l’apice della notorietà appunto nel 1543, con
il suo capolavoro De humanis corporis fabrica, libri septem.
Di Vesalio va anche sottolineata la precocità, poiché Egli
terminò quest’opera monumentale quando aveva solo ventotto
anni. Con il De fabrica Vesalio aveva davvero segnato un punto di rottura e di
non ritorno nei confronti delle conoscenze anatomiche del
passato. Egli stesso nella prefazione scriveva “Non
mi nascondo che il mio tentativo, a causa della mia età,
sarà poco autorevole e non rimarrà senza critiche per la
frequente denuncia di assiomi galenici non rispondenti al
vero…..”. Pur senza compiere alcuna scoperta sensazionale,
Vesalio contribuì in modo radicale al rinnovamento degli
studi anatomici, prima di lui materia morta, che improntò
su criteri rigidamente scientifici, rifiutando di difendere
acriticamente e dogmaticamente la dottrina galenica. Vesalio
era un uomo libero, curioso, ambizioso, ma portatore di
quel tipo di ambizione che risponde ad una realizzazione
del proprio talento. Egli era mosso anzitutto dal desiderio
di conoscenza, ma era completamente al di fuori della logica
coercitiva e reverenziale universitaria e svincolato dai
condizionamenti della Chiesa. Vesalio era interessato solamente
a scoprire la verità, secondariamente ne venne che Galeno
aveva sbagliato.
Va
posto l’accento sul fatto che Vesalio, non attaccò mai personalmente
Galeno, per il quale anzi nutriva una grande ammirazione
e ne riconobbe gli indiscutibili meriti come padre fondatore
della medicina, ne rettificò solo numerosi errori. Vesalio
ad esempio dimostrò che gli uomini e le donne possiedono
lo stesso numero di costole e che il femore umano non è
curvato come quello canino, ma dritto. Il De
fabrica riscosse un enorme successo, ma Vesalio che
mal tollerava le ingerenze dei colleghi e sapeva essere
anche molto offensivo, subì numerosi attacchi.
Del
tutto singolare fu l’ipotesi avanzata da alcuni accademici,
in un ultimo flebile tentativo di difesa dell’anatomia di
Galeno, i quali affermarono che il femore umano fosse diventato
dritto (come osservato da Vesalio) piuttosto che restare
ricurvo (a parere di Galeno) a seguito del fatto che nei
secoli gli uomini avevano tolto le toghe ed iniziato a portare
pantaloni stretti. Nel 1551, ancora, il suo maestro di Parigi
Sylvius pubblicò “Confutazione delle calunnie di un pazzo contro gli scritti di Ippocrate
e Galeno”. “Vi
esorto”, scriveva in una delle sue affermazioni più
blande “a lasciar
perdere un certo pazzo ridicolo, del tutto privo di talento,
che impreca ed inveisce contro i suoi maestri”.
Come
in tutte le storie di grandi uomini e di libertà che si
rispettino, l’epilogo è purtroppo triste, amaro, pieno di
rabbia. Nonostante la grande influenza del De fabrica, che non poté più essere messa
in dubbio, disgustato, amareggiato dalle critiche e dalle
persistenti ostilità dei suoi oppositori, temendo probabilmente
le accuse dalle autorità ecclesiastiche, Vesalio lasciò
prematuramente e definitivamente nel 1544 l’insegnamento
ed accettò l’incarico più rassicurante di medico personale
dell’allora imperatore Carlo V e poi del suo successore
Filippo II. Per un medico di allora questo avrebbe rappresentato
il successo ed il coronamento di un sogno, anche se a noi
piace romanticamente immaginare che per Vesalio non fosse
così. Vero è che Egli, nella disincentivante vita di corte,
del tutto opposta a quell’ideale di riservatezza e di libertà
che lo studio richiede, interruppe i suoi studi e non scrisse
mai più nulla. Vesalio, inoltre, non fu mai completamente
libero dagli attacchi degli accademici, anche a corte. Sempre
Sylvius, il Maestro del periodo parigino, nell’ennesimo
attacco di rabbia per il presunto affronto di Vesalio a
Galeno scrisse all’Imperatore Carlo V così: “Imploro sua maestà Imperiale di punire severamente,
come merita, questo mostro nato e cresciuto nella sua stessa
casa, questo pessimo esempio di ignoranza, ingratitudine,
arroganza ed empietà, di sopprimerlo perché non avveleni
il resto d’Europa con il suo soffio pestilenziale”.
Infine,
anche Vesalio commise degli errori. Al cospetto di Filippo
II, questi gli consentì di sezionare il cadavere di un giovane
nobile di casata, morta da poco. La morte era però solo
apparente. Appena aperto il torace, scoperto il cuore, Vesalio
si accorse che pulsava (e se ne accorsero anche i presenti).
Condannato a morte dall’Inquisizione sotto l’accusa di aver
sezionato un uomo vivo, Vesalio avrebbe potuto finire sul
rogo. Egli ebbe però da Filippo II commutata la pena in
un pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale avrebbe
dovuto recarsi al Santo Sepolcro e consegnare un’offerta.
Vesalio così partì, lasciando moglie e figlie a Bruxelles,
e proseguì fino a destinazione consegnando al custode del
Santo Sepolcro, vescovo di Concha, i 500 ducati che gli
erano stati affidati dal re. Si ammalò nel viaggio di ritorno
alla volta di Venezia. I particolari della sua fine non
sono chiari. Alcuni viaggiatori raccontarono di averlo visto
scendere a Zante ammalato e lì morire.
Mi
piace terminare con i brevi versi a Vesalio dedicati dal
medico inglese Luis Bragman nel 1932 nel suo A Rhymed
History of Medicine ovvero Storia della medicina
in rima.
Dissection gained a good repute
Restituì dignità alla dissezione
and helped the ancient wrongs refute
e contribuì
a confutare antichi errori,
Vesalius, iconoclas,
Vesalio, anticonformista,
untrammeled by autority
indipendente dal potere
grave doubts on Galen’a dictumus
cast
levò seri
dubbi sui dogmi di Galeno
and made a new anatomy
ed inventò
una nuova Anatomia.
* Dice di sé:
Pigreco.
É il simbolo dell'unione tra Lettere e Scienza ed il nome
del "topo libero" di un noto romanzo di Stefano Benni, il
cui tragi-comico addio ancora mi commuove. pigreco1972@libero.it.
|