PROFUMO DI DONNA

IL SETTIMO VELO NON DEVE CADERE!

L’eros e il piacere visto dal misterioso e imperscrutabile universo femminile

Barbara Leone *

Dicono di no, pensano di sì… Ma le donne, le donne son fatte così…. Il ritmo è lo swing e il frammento mi ritorna alla memoria cadenzato dal melodioso accento napoletano di mia nonna Maria, che nei fascinosi anni Venti era stata incantevole soubrette di varietà e cantante, anzi sciantosa, di rinomata avvenenza. Si muoveva sinuosa sui fondali di un palcoscenico siciliano quando le sue orecchie cominciarono a pulsare di rumori inanimati, bolle d’aria attorniarono i suoi maliosi occhi verdi e lei disse: “Il gentile pubblico si scuserà se mi ritiro” e prima d’inabissarsi, lentamente, fece in tempo a guadagnare la soglia del camerino e di planare languidamente tra le braccia di mio nonno, che era il medico del Teatro Massimo di Catania e la sposò dopo sei mesi. Le mie zie, anzi prozie, che erano poi le sorelle del nonno, definirono lo svenimento una sceneggiata napoletana, bofonchiarono che la perfida creatura aveva adocchiato il pollo (mio nonno Francesco era un uomo belloccio) e lo aveva ghermito con le sue subdole arti di sciantosa che - udite udite - ne doveva aver fatto più lei che Carlo in Francia. Si bisbigliò pure che la napoletana fosse stata amica della de Lempicka, una celebre pittrice che - si insinuava - non solo dipingeva donne nude, ma (e qui si abbassava la voce) ci andava anche a letto. Mia nonna fumava col bocchino d’ambra, un lungo bocchino fasciato d’oro, soffriva di strani mali, indefinibili e incurabili, mali che lei ostentava e che facevano parte della sua malia. Quando venni al mondo, non aveva più la bellezza di Afrodite quando schizza dal mare, ma conservava il fascino misterioso di quella generazione che aveva donato alle impacciate signore di fin de siècle quella libertà che dall’anima si propaga al corpo e viceversa.

Era la generazione di Vipera, dei capelli alla garçonne, delle gonne al ginocchio, la generazione delle donne perfide, voluttuose, misteriose e fatali dell’Angelo azzurro, donne consapevoli che, sulla scia di Ninì Tirabusciò, dalla Divina Greta e dall’ambigua Marlene Dietrich avevano mutuato il diritto di non camminare più a occhi bassi e gambe strette. Ah, che meraviglia!

“Ma se pure i baci suoi danno il veleno / son contento di morire sul suo bel seno”. “Nonna, ma che vuol dire ?”. “Ah gli uomini - sospirava lei -, gli uomini sono come l’acqua, vengono dal cielo sotto forma di pioggia e risalgono al cielo come vapore”. Allora certo non potevo sapere dell’allusivo mito di Giove, che si trasforma in pioggia d’oro e feconda roridi grembi, ma l’idea della congiura, della grande congiura ordita dalle donne sin dagli albori del mondo, si fece strada, allora, come un animale notturno nel fondo del cuore di una creatura che cercava di capire la verità. E non fu un’impresa facile nemmeno per l’adolescente che poi diventai perché, a differenza degli Egizi e degli Aztechi che adorarono il Sole, le donne adorano l’Ombra e nell’Indefinito ogni forma può assumere configurazioni diverse, spesso arbitrarie, lunatiche e imprevedibili. Mi resi conto che spesso persino le donne stentano a capire l’agire delle donne e questa fu una sconcertante scoperta. Leggevo Rilke, allora, nella bambagia della malinconia e mi sollevai dalla sedia quando Reiner Maria parlava del liquido amniotico dell’universo, dell’Eterno ritorno e lasciava intendere perché in fondo al cuore degli uomini s’acquatta la paura per le donne. Non si conoscono le idee, ma i tic, le piccole manie e soprattutto la tribù in cui si collocava la divina Nefertari, che in lingua egizia vuol dire la Bella che viene.

Si dice che il Faraone Ramses II ne fosse soggiogato e insieme impaurito. Il suo buon uso della lingua e dell’intelligenza divennero celebri a Corte, tanto che quando il Sovrano usciva frastornato e un po’ barcollante dagli appartamenti della soave regina si insinuava che la signora avesse offerto al Sire una guida assai lieve e sapiente, con relative glosse, lungo i sentieri dell’estetica e dell’erotica raffinata. Profumi, incensi, ombretti, coni di lapislazzuli triturati per il blu del contorno occhi: le egiziane sono le prime donne del cui trucco e imbellettamento si abbia contezza e certezza. E dunque l’arte di rendersi più belle, desiderabili e seducenti coincide con le più antiche civiltà stabilmente insediate sulla faccia della terra e questo perché il bisogno di migliorarsi, di mostrarsi al meglio di sé stesse, è insita nella natura femminile. Prima di uscire di casa, le donne “s’intalleano” dicono a Napoli. Il termine è intraducibile, ma indica quell’indugio, quell’esitazione, quella perplessità che nasce dal dubbio di aver trascurato qualcosa, di “non essere in ordine”. Del resto nessuna donna si sente mai completamente in ordine. L’espressione “scusi il disordine”, quando una signora riceve un ospite, è di prammatica e non è senza significato che ai semafori cittadini si vedano sempre le signore al volante protendersi verso lo specchietto “per un’occhiata di controllo”. E dunque quando le donne dicono “lo faccio per me stessa” non mentono, ma omettono (le donne omettono sempre, non mentono mai) la seconda parte del discorso, quello che sta alla base della sessualità femminile, perché a differenza di quella degli uomini che è concentrata in un solo punto, la sessualità femminile è diffusa.

Partiamo allora da questo dato per inerpicarci lungo il tortuoso sentiero dove gli Dei non tramontano mai. Una gran dama dell’aristocrazia torinese, raffinatissima, confessò una volta a un giornale patinato che aveva un amante, uno di quei rarissimi uomini che sanno parlare alle donne. “Lui - diceva - si sdraia accanto a me e mi sussurra all’orecchio parole ineffabili e a mano a mano che s’inoltra nel discorso io mi raggomitolo su me stessa, stringo le gambe allo spasimo, mi contorco, urlo, gemo fino a raggiungere il supremo piacere”. E l’intervistatrice, forse stupita: “Ma mentre parla la tocca?”. E la dama: “Ma che volgarità, lui mi parla e parlandomi mi fa volare, mi fa sognare, immaginare, sciogliere. C’è bisogno d’altro?”. Non crediamo, la signora era una femmina e sapeva che rispetto ai mezzi i fini sono sempre trascendenti, i fini sono le parole e non c’è bisogno di grande scienza per saperlo, basta aprire il Vangelo di Giovanni dove è scritto che in principio era il Verbo (dal latino Verbum, parola) e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio e non vorremmo aver peccato di blasfemia accostando il sacro al profano. Ogni parola dunque nasconde una valenza erotica, questo inconsciamente la donna lo sa fin da bambina, ogni sua mossetta è rivolta a sedurre il primo amante della sua vita, il padre.

Sa ancora per certo che il suo incedere nasconde un messaggio, il suo abbigliamento denuncia uno stato d’animo e costituisce una subdola certificazione d’invito, il mezzo sedere all’aria, l’ombelichino di fuori, il baldacchino del seno bene in mostra e poi la gestualità, la sapienza degli sguardi, il tono di voce… ah il tono di voce, ma è chiaro che con un mezzo tono la donna ti invita, con un’ottava in su ti fa capire, ti gela, ti respinge. E infine, a differenza degli uomini, una donna sa sempre, di prim’acchito fin dove potrà arrivare con l’uomo che ha di fronte e il giudizio è rapido, anzi fulmineo, deciso e inappellabile. Le grazie, certo, costituiscono un giudizio precostituito, ma la qualità dell’opera può essere migliorata. Ma avete notato che in quel libro di incantevole erotismo che sono Le mille e una notte sono predilette dagli sceicchi e dai Pascià le donne circasse e non solo per la pelle ambrata, le chiappe a ragazzino adolescente, i seni piccoli e morbidi, ma soprattutto per una qualità che le altre non hanno: l’anfora sinuosa fluttuante e sapiente che sorregge il loro busto.

La felicità è provvisoria, dice il filosofo, ma proprio per questo alle bambine circasse veniva insegnato l’arte dell’accoglimento dell’uomo. Quando le ragazzine raggiungevano l’età puberale venivano affidate a una maestra perché non si perdessero nel vuoto dell’incompiutezza. La felicità, insegnava la Tata, coincide con l’infedeltà, sempre a patto che ciascuna di voi neghi, neghi sempre, anche davanti all’evidenza. In secondo luogo, si diceva alle vispe bambine, occorre selezionare le esperienze perché da questo principio discende un paradigma di vita, una gerarchia di pensiero, una visione del mondo, un’architettura di intenti che vi aiuterà a superare le burrasche dell’esistenza. E questo era il lato teorico dell’attrezzatura. Per quello pratico si cominciava con le flessioni delle gambe che avrebbero condotto a conferire spessore, elasticità e mobilità alle pareti della vagina. Si associava quindi il comando della contrazione al preciso intento di ottenerlo. Infine si giungeva all’ultimo insegnamento, il più difficile. Nell’incontro con l’uomo - spiegava la maestra - la discontinuità diventa l’ancora di salvezza della donna la quale spesso non sa regolare i movimenti del suo bacino in sincrono con i “colpi” ricevuti dell’uomo, ma voi che avete imparato a comandare alla vostra vagina, quando l’uomo incalza retrocedete e solo dopo, ma immediatamente, restituite voi il colpo in modo che il ritmo bellico del maschio non si attenui e non subisca pause pericolose, che potrebbero condurre a pericolosi afflosciamenti dell’ascia di guerra. E non solo, nell’accogliere l’uomo non opponete resistenza, ma state rilassate e con animo grato e, quando vi sarete sentite completamente occupate, stringete l’ospite tra le mura della vostra casa tanto che lui si senta compreso e gradito.

Qui - è chiaro - non si tratta di un banale Kamasutra, che è l’arte di disporsi in posizioni diverse nel complesso gioco dell’incontro sessuale, ma di una scienza che proponeva nobilmente di evitare alle fanciulle la “barbarie” di un incontro erotico consumato, come spesso al giorno d’oggi, in frettolosa ignoranza. S’insegnava insomma la possibilità di vivere e di pensare l’eros, non di subirlo con disinvolta ignoranza. L’incontro tra una donna e un uomo, insomma, non può risolversi nella provvisorietà (il famoso, anzi famigerato ’na botta e via), ma ha bisogno di tempi lunghi, grazia, lentezza e sapienza. Si insegnava alle donne la cultura dell’amore che le rendeva non solo sapienti e desiderate, ma anche padrone del gioco. È l’erotismo, bellezze. E l’erotismo, diceva Henri Bergson, è precluso ai cretini. Con rispetto parlando, fa meglio l’amore chi è più intelligente con tanti saluti alle donne rifatte e detestabili che vanno di moda oggi. Dunque le circasse. Negli harem del Gran Pascià di Istanbul, dietro le regine circasse stavano le principesse turkmene, forti, fiere e decise, le cipriote dalla pelle color dell’alba, le africane sensuali, le bionde e filiformi che giungevano dal sottomesso Paese degli Slavi.

Il maschio-padrone era quasi sempre sazio, svogliato per troppa abbondanza, la scelta era difficile, spesso casuale, dipendeva dagli umori e della circostanze. Il Pascià faceva un cenno e si allontanava verso altre. Ma alla delusione seguiva spesso la consolazione. Ogni donna è sempre un po’ lesbica. Le donne si toccano con naturalezza, si palpano, non la fanno tanto lunga quando devono confrontare la rispettiva forma e consistenza del seno, si levano disinvoltamente le mutande quando abitano nella stessa casa, vanno a far la pipì a coppia, si mettono a letto insieme. Un grande medico dell’Ottocento, il tedesco Krafft-Ebing, scrisse che i rapporti fra donne sono naturali, quelli fra uomini molto meno e questo perché la donna è come la terra, può essere diversamente arata e seminata e ritornare intatta alla sua prossima stagione, per l’uomo invece l’omosessualità rappresenta il fallimento della sua attività creativa, l’uomo omosessuale ama per non essere. L’harem insomma era luogo più di frustrazione e noia che di piacere, il falò delle voglie, e spesso il trastullarsi tra donne annullava l’ansia di attese sovente inutili, le carezze saffiche talmente normali che la padrona stessa del serraglio, la più anziana e spesso la più autorevole, le disponeva non senza sadica ferocia. Donne giovani, naturalmente vogliose, accendevano con la lucentezza della pelle, la levigatezza dei corpi, lo splendore degli occhi, i desideri di altre donne più navigate ed esperte nell’arte di esigere e dare piacere.

In “Il diamante nero del serraglio”, un libro di Bietti, ormai dimenticato, che fa parte di quella letteratura cosiddetta sociale degli inizi del secolo scorso, lo scrittore australiano Brisbane immagina che una giovane egizia, alta e statuaria e dalla pelle color del mogano, sia acquistata da emissari del Pascià al Mercato di Alessandria e condotta, come un prezioso gioiello, nel recinto guardato da solerti e indifferenti eunuchi. È un pomeriggio di caldo sciroccoso, il Pascià è incuriosito per il nuovo acquisto della sua scuderia, ordina che si porti la fanciulla Alima in sua presenza. “Spogliati!”, ordina il difensore dei Credenti. Si sa che l’erotismo ha buone parentele con la reticenza, la disponibilità femminile non eccita nessuno. L’occhio a pesce lesso della Spada dell’Islam vaga sonnacchioso sulle curva della donna. La digestione è lenta, faticosa, il cibo era pesante. La controra induce al sonno, il Pascià fa un gesto vago con la manina grassoccia, i servi portano via Alima. “Mi pare - osserva l’Effendi - che avesse gli occhi un po’ storti”. Ma chi l’ha detto che la bellezza dev’essere perfetta? Venere per esempio era strabica, ma era la Dea dell’Amore: la perfezione è stucchevole. Chi osa pensare che Dante avrebbe portato a letto un monumento di virtù qual era Beatrice? E Petrarca al di là delle chiare, fresche e dolci acque, che cosa avrebbe combinato con Laura? La donna deve avere qualche difetto e saperlo valorizzare.

“La guerra è per il maschi, il sesso per le femmine”, disse il Profeta Maometto in quella raccolta di massime divine che è il Corano: Alima rientrò negli appartamenti delle donne piuttosto contrariata e sedette su un gradino a piangere, la lunga tunica di color rosa si tese intorno alle sue cosce brune, la pelle le luccicava già di sudore. “La capa delle femmine - racconta lo scrittore - le si avvicinò rapida e silenziosa, il suo sguardo guizzò esperto sul corpo della giovinetta apprezzando le sue larghe spalle brune o lanciando un’occhiata fugace ai suoi capezzoli color prugna che la scollatura del telo africano lasciava ampiamente intravedere. Non ti ha voluto, eh? Non te la prendere, e le carezzò i capelli crespi scendendo fino alla nuca. Non piangere, per un uomo non vale mai la pena piangere. Capissero mai qualcosa gli uomini… Come ti chiami? Vieni, andiamo alla vasca, un bagno caldo ti farà bene. Le tese la mano, Alima la seguì docile. Quando si inginocchiò sul bordo della grande vasca, il telo della ragazza, già sciolto dai lacci, si allentò e cadde dentro. Si curvarono entrambe per recuperarlo, ma il piede di Alima cedette sulle piastrelle bagnate e la fanciulla cadde seduta sul pavimento con un tonfo. “Ti sei fatta male?, disse la guardiana allungando una mano verso di lei. La ragazza guardò l’altra negli occhi, la mano della capa era morbida e salda sulla sua spalla mentre le si inginocchiava accanto e lei esalò un respiro lento. La protettrice sentì il suo fiato caldo mentre si piegava su di lei. La stese giù sul pavimento con mossa autoritaria e decisa e premette la bocca su quella dell’egizia. La sua lingua si spinse tra i suoi denti con un ardore che bilanciava la delicatezza della sua mano sulla sua pelle. Il suo braccio le circondò le spalle, si sdraiarono sulle piastrelle, i loro corpi si mossero con un ritmo brusco, esigente, fecero l’amore a volte dolcemente a tratti con un’impetuosità che assomigliava alle onde che si abbattono contro un frangiflutti, sotto gli occhi indifferenti degli eunuchi e delle altre donne ben abituate a questi spettacoli”.

Ma due vuoti non fanno un pieno, in questo senso gli amori tra due donne somigliano a una perpetua guerra, il vivere stesso diventa una guerra. “La donna è di per sé stessa sfuggente e indefinibile” sostiene Massimo Fini e inoltre, sempre secondo lo stesso autore, non ama molto che l’uomo s’inginocchi davanti al suo sesso perché quest’atto diminuisce il maschio, amano invece che il gesto sia compiuto da un’altra donna, anche qui è la radice del lesbismo. Il masochismo femminile, di converso, nasce dal presupposto che le donne belle amano il disprezzo verso il loro sesso, è un fattore di grande eccitazione mentre le brutte invece sono aggressive in quanto hanno già da sopportare la loro umiliazione, Amori e Furori, così Laura Laurenzi sintetizza i rapporti fra due donne che si abbandonano alla piena del cuore. Per essere ottime lesbiche, dice la Laurenzi, bisogna possedere requisiti essenziali, come Marlene Dietrich, androgina, quasi la sintesi stessa dei due sessi in una sola persona, e completamente estranea alle esigenze del sesso. “Ho sempre considerato il sesso qualcosa di estraneo, quasi dovuto alle insistenze dell’uomo. Ne avrei potuto fare tranquillamente a meno”, così scrisse di sé la divina Marlene, fiamma del peccato secondo gli schemi del cinema di Hollywood. Non meno algida di lei l’altra grande ambasciatrice del sesso fornita di superbe credenziali erotiche, la sulfurea Greta Garbo che la sua amante Mercedes de Acosta, quando la mollò per sostituirla con la magica Marlene, definì livorosamente “una servotta svedese, con la faccia toccata da Dio, interessata solo a denaro, cibo e sonno e sesso quando le faceva comodo”.

Difficili i rapporti tra donne, precari e quasi sempre insinceri. Le donne si sorridono odiandosi, nel loro mondo ha posto solo l’uomo che è un essere estraneo, un marziano del tutto indifferente alle loro problematiche. L’uomo infatti è più semplice, a volte addirittura un sempliciotto facile da raggirare, un essere lineare mentre le donne, tutte le donne, sono trasversali, serpentine - direbbe Carlo Doni, milanese, autore di Desinenza in A, un libro fondamentale, riproposto negli anni ‘60 e ‘70 e ora, pare, non più sufficientemente apprezzato. Hanno ragione le donne quando, parlando con astio degli uomini (e lo fanno molto spesso) dicono “è un bambinone”. E che abbiano ragione lo dice persino Nietzsche: “Dentro ogni uomo c’è un eterno bambino che vuole giocare”. Gli uomini vanno per linea diretta da Roma a Milano, le donne passano per Napoli, gli uomini sono dei cronisti, spesso puntuali e scrupolosi, le donne sono romanzieri, costruttrici di sogni, imprevedibili e umbratili, non per niente il loro astro è la luna. E non è certo un caso che il secolo in cui fiorì il grande romanzo coincide con l’analisi più precisa dell’animo femminile. Anna Karenina e Madame Bovary sono l’apoteosi della sensibilità e delle molteplici, imprevedibili sfumature dell’animo femminile. Il non detto nella grande narrativa ottocentesca, conta più del detto, il trionfo dell’eterno femminino, l’esplosione dell’ambiguità che costituisce il fondamento del suo fascino. Persino un uomo spiccio e pratico come Balzac vi soggiace.

Il mondo balzacchiano è quello della borghesia affaristica francese, dominato dall’avidità e dall’egoismo, eppure non esiste figura femminile che risulti priva degli ornamenti e del fascino della “totalità”. Perché la donna è un essere totale. “Alle donne le fotte l’amore”, diceva quel cinicone di Pitigrilli. Aveva visto giusto, le donne - in grado di rigirare un uomo come e quando vogliono - diventano deboli, fragili, indifese e tremebonde quando sono innamorate. In amore le donne sono capaci di dedizioni totali fino all’annichilimento totale della loro personalità. Prendiamo il caso di Eva Braun, che era una giovane, fresca e belloccia ragazza tedesca (oddio niente di che), e Hitler non solo poteva essere anagraficamente suo padre, ma era impotente, pervertito sessualmente, scostante, antipatico e aveva anche la forfora sulla giacca… eppure lei gli dedicò gli anni più belli della sua esistenza fino a sacrificargli la vita perché non stava scritto da nessuna parte che lei dovesse morire nel bunker della Cancelleria insieme al suo Fuhrer! La sospensiva, ossia l’annebbiamento, ovvero la perdita temporanea di ogni civetteria e potenzialità seduttiva. La donna innamorata non vede, non fiuta più, non caccia, non propone. Penelope era ancora giovane, vedova nei fatti perché nessuno le poteva assicurare che quel matto scavezzacollo di Ulisse sarebbe mai ritornato a casa. E a casa sua c’erano i Proci che, ad onta del brutto nome, erano guerrieri vigorosi, giovani e soprattutto vogliosi. Eppure lei stava lì di notte a disfare la tela che aveva tessuto di giorno. Fuor di metafora perdeva tempo, cercava scuse, rinviava come fanno tutte le donne che non vogliono (perché invece, quando vogliono, lo fanno subito). Che senso aveva questo illogico comportamento, se non il fatto che il parlare con lingua biforcuta sottintendeva una immensa pena d’amore? Nella sua folle astrazione, Penelope sentiva, sentiva il ritorno, sentiva di non sentire alcunché per un altro uomo che non fosse il suo barbuto eroe che intanto se la spassava in giro per il mondo. È vero purtroppo che, nella quotidianità, la donna è calcolatrice, ma davanti all’amore è meno interessata di un uomo, che quando può se la svigna come fece il pio Enea… che nottetempo prese il largo mentre all’afflitta innamoratissima Didone che stava sulla spiaggia delusa e amareggiata non restò che togliersi la vita perché un grande amore si può anche sostituire, ma non si rimpiazza mai.

Adesso che le donne spesso sono al di sotto di ogni tentazione, gli uomini ambigui e femminilizzati e le donne hanno preso il peggio degli uomini, in quest’epoca di omosessualità normale, diffusa e totale, le donne hanno perduto il loro più grande pregio, il mistero. Il mondo femminile una volta era misterioso e imperscrutabile, le dame concedevano ai cavalieri un cenno, un sorriso, un fazzoletto disinvoltamente smarrito, ma non si sarebbero mai sognate di parlare in pubblico delle “loro cose”, delle loro depressioni, delle lune storte, delle sindromi premestruali. La modernità, la finta spregiudicatezza, la pretesa di chiarire tutto, spiegare tutto, ha tolto ogni incanto alla seduzione e all’amore. “Il settimo velo non dovrà mai cadere” sta scritto in quel libro che, se non vogliamo considerare sacro, leggiamolo come breviario di umana saggezza. Si sta parlando della Bibbia. Nella Danza dei sette veli, Salomè lascia che cadano tutti i veli tranne l’ultimo, quello che metaforicamente rappresenta il mistero femminile e quindi l’incanto. Oggi siamo ai talk show al femminile, alle “casalinghe disperate”, una noia condita da un mare di banalità perché senza tensioni, senza complici intimità, senza quei veli di pudore che sono il sale del mondo femminile… le donne annoiano e fanno la figura di insipide zucche vuote.

Oggi che tutto si destruttura scientificamente, chi lo va a spiegare alle numerose sciampiste che appaiono nella tv che l’erotismo introduce, deve insinuare un disordine nell’ordine femminile, un elemento che renda la donna eroticamente eccitante? Una donna in costume da bagno, in bikini, anche ridottissimo, non eccita nessuno, ma un colpo di vento che solleva all’improvviso le gonne della divina Marilyn sul marciapiede di New York in “Quando la moglie è in vacanza”… ecco che la situazione diventa eccitante. Il bianco della gonna, il bagliore improvviso e travolgente delle cosce rapidamente spento dalla mano che tende a ricomporre i lembi slabbrati del pudore… è allora che si manifesta l’elemento incongruo, peccaminoso che rende la donna desiderabile. Una donna che il nostro tempo ha ridotto a una bambola gonfiabile col seno a palloncino che s’inizia da sotto la gola, le chiappe piallate a dovere e l’inguine accuratamente depilato perché nemmeno l’ombra rimanga della femmina che fu.

Siamo tutte più libere, al giorno d’oggi? E chi lo sa. Le servotte che rifacevano i letti a saccone dei pellegrini lungo la via Romea alzavano le gonne quando il viandante gli andava a genio e poiché non avevano l’impaccio delle mutande concludevano rapidamente e senza tanti infingimenti. Le contadine nelle campagne medievali non avevano problemi quando erano curve sui covoni di grano e i figli, se arrivavano, non erano un tragico rompicapo, ma servivano come mano d’opera e nei lavori sussidiari. Se proprio non si poteva tirarli su, li si mandava a padrone, una bocca in meno da sfamare. Si capisce che anche allora i preti tuonavano contro il peccato, la lussuria e la carne, ma, come dice Matteo Bandello nelle sue novelle, preti ma soprattutto frati, ben pasciuti e meglio armati, erano i benvenuti non solo nelle celle delle vogliose monache, ma anche nelle aie e nelle camere da letto delle padrone che non vedevano l’ora di rifarsi dell’inerzia di mariti affaticati, distratti da più fresche fanciulle, o troppo stanchi. Mariti come sempre cornuti. Siamo più libere noi donne, oggi, perché diciamo le parolacce e perché abbiamo un linguaggio sbrigativo da maschiacci. Ma delizioso, provocante il riso femminile che alludeva, prometteva e invitava, esiste ancora? E il risolino, il gridolino, la mano rapida e sapiente che apre, schiude lentamente il ventaglio delle veneziane per ammiccare, negare, invitare non era forse in termini erotici più stimolante di uno sguaiato show televisivo condito da allusioni volgari e pesanti?

Che sta succedendo alle donne? Una volta si faceva e non si diceva, adesso non si fa ma se ne parla. La repressione, si dirà, era un fatto di repressione e sia, ma senza la proibizione del frutto che peccato c’è e soprattutto che gusto c’è! La mela diventa insipida se non c’è la proibizione a cogliere il frutto. Eva ascoltò quella malalingua del serpente e fece un risolino che nascondeva un’intesa, uno sbocco sessuale. Quel risolino, forse un gridolino femminile appena accennato stava per “vorrei, mi piacerebbe tanto ma non posso, il Signore che ci ha posti in questo Paradiso terrestre dove non ci manca niente, il Signore onnipotente non vuole e io non lo farò” e si rivolse ad Adamo con un discorso che partiva da lontano, l’ambiguità, si capisce, è femmina e Adamo, che come tutti gli uomini antichi pensava di avere un ruolo, Adamo si propose e fece la mossa, staccò il frutto dall’albero (che come dice la Bibbia era l’albero del peccato) … Eva non aveva finestre sul viso, aveva baratri dentro i quali se uno spingeva solo lo sguardo rischiava di cadere e Adamo cadde e con lui quelli che, poi, furono definiti (a piacere) figli di Adamo o (esuli) figli di Eva. L’amore, il peccato (secondo la Chiesa) nasce dunque da una trasgressione e da un principio ora negletto, il ruolo dell’uomo. L’uomo senza un ruolo non è niente e nessuno.

Togliere progressivamente all’uomo il ruolo maschile è stato l’errore fatale delle donne. Le nostre nonne, che la sapevano molto più lunga di noi senza aver letto Freud, senza essere state a lezione da Jung e senza aver visto i telefilm americani, le nostre ave sapevano che l’uomo non va mai preso di faccia, non va mai avvilito e vilipeso, ma circuito, attaccato di sguincio, di lato per modo che le insinuazioni della donna (vedi Eva) sembrino a lui sue convinte decisioni. “Il letto parla” dicevano le nostre antenate e volevano intendere che il fascino (chiamiamolo così) della donna si esplica come mille cacciavite che smantellano l’armatura del maschio. Ma guai a dire, come quelle sciagurate femministe d’antan, che “l’uomo ha soltanto un codino fra le gambe”. Per quel “codino”, che la cultura maschilista aveva chiamato per secoli “il creapopoli”, l’uomo maschio fu svillaneggiato e paragonato al porco. Il coraggio, la determinazione, la parola, la forza furono sostituiti con valori femminili, bellini, carini, dolci, oh quanto dolci, che non avevano avuto mai parentela, nemmeno remota con il  mondo maschile. Smarrito ogni potere sociale, l’uomo ha perduto anche la potenza sessuale. Le donne hanno vinto, ma ahimè non hanno raggiunto quella felicità che speravano di raggiungere perché la vittoria è bella e soddisfacente se si prevale su un avversario ben armato e deciso, non si vince niente sul nulla e l’uomo di oggi è un nulla, a questo siamo arrivate. È stato inutile persino aver rubato all’uomo i pantaloni perché quando si diceva che “in casa i pantaloni li porta lei”, si intendeva dire che le femmine, tutte le femmine, nella loro sapienza antica, erano consapevoli della loro immensa potenza, sapevano di essere le più forti e tuttavia lasciavano al maschio la funzione che derivava dal suo ruolo più che dal suo fascino che spesso era di dubbia qualità. “La donna nutre, l’uomo protegge” sta scritto nella Bibbia: ma che devono proteggere ormai gli uomini quando la loro forza è azzerata, la loro funzione è ormai revocata in dubbio con l’inseminazione artificiale e le altre diavolerie della genetica, tutti ritrovati della scienza moderna che hanno tolto all’uomo persino la funzione di fuco dell’ape regina.

“L’eterno odio tra i sessi”, così Friedrich Nietzsche definisce il rapporto uomo-donna e per questa guerra la donna era certamente più attrezzata dell’uomo. La donna è creata per il sesso, è un monumento al sesso. Non esiste gesto femminile che non abbia una connotazione sessuale, dall’accavallamento sapiente delle gambe (apertura, disponibilità, chiusura), alla sistemazione sull’orecchio dell’ala dei capelli, che cala sugli occhi, dallo stringere sul seno il golfino aperto all’acconciare la gonna che sale sui fianchi. E per questa sessualità diffusa spesso la donna ritiene superflua la penetrazione, che il maschio invece considera essenziale testimonianza della sua potenza erotica. Per la donna una carezza, un’attenzione, una dolcezza, una stretta sapiente di mano, uno sguardo, spesso, vale più di un’erezione gloriosamente portata a termine. Diceva Freud che la donna “è naturalmente masochista”. Siamo donne e ci dispiace contraddire il maestro, la donna sa (o dobbiamo dire sapeva) che la sua funzione è dapprima quella di sollecitare, quindi quella di ricevere. L’uomo allora è un sadico? Diciamo la verità, abbiamo tentato di leggere Sade, ma il celebrato Marchese è un noioso moralista, i suoi libri sono di uno squallore abissale e la perversione, che è soprattutto, un fatto di intelligenza, un fatto mentale, che non ha nulla da vedere con borchie, cinture, fruste e stivaloni, non è affar suo. Non risulta, infatti, che il Marchese Donadieu abbia avuto commerci carnali con le donne. Sade ad esempio della donna trascura i piedi, ma signori, i piedi, insieme col “magico triangolo”, sono la parte più erotica delle femmine come insegna, in tempi recenti, la rossa Sarah, duchessa di Kent, detta la “porcona dell’alluce”. I piedi sono la parte del corpo femminile più vicina alla terra, alla natura, i piedi hanno un fascino primordiale e non per nulla i cinesi “educavano” il piede femminile fino a martirizzare le donne, costringendole a camminare entro rigidi stivaletti che riducevano l’arto a un moncherino. E non solo, nelle antiche civiltà orientali mostrare un piede nudo era peggio che mettere all’aria i propri organi genitali.

E la grazia femminile ? La sadiana Justine non è una donna graziosa. Certo la grazia non si acquista né si conquista, appunto. La grazia femminile è (oppure era) qualcosa di ineffabile e non per niente nell’invocazione a Maria la si definisce “piena di grazia”. Con la grazia si nasce, né vi sono scuole o ambienti chic che la insegnino, una donna snob non è una donna graziosa perché esce dai propri panni, esce da quel che è dentro mentre la grazia è armonia tra l’interno e l’aspetto esteriore della donna, la grazia è l’armonia stessa. Nella grazia e con la grazia la donna rimane bambina, vezzosa irresistibile bambina, e inoltre è sempre casta pur essendo maliziosa, la donna graziosa non è mai volgare, mai artefatta e non si serve di orpelli. La donna indiana, ad esempio, avvolta nel suo semplice sari, è elegantissima e graziosa. La grazia non si può comprare, la grazia naturalmente si accompagna all’eleganza. La grazia è un dono e la donna di oggi, sicuramente più bella delle donne di un tempo, spesso risulta priva di grazia. La donna di oggi ha strumenti che le sue nonne neanche si sognavano, ha le creme, il lifting, ha il chirurgo estetico, si costruisce labbra negroidi atroci, tumefatte, a salsicciotto, ma non si rende conto che la bellezza non sorretta da illuminazione interiore è inutile e volgare. La bella donna, come Cleopatra, deve avere difetti, lo abbiamo detto, ma anche quel guizzo che la distingue e la rende unica.

Oggi le donne sembrano uscite da uno stampino: levigate, ma mai impertinenti come si diceva una volta, anzi spesso così artefatte da suscitare disagio invece che desiderio e ammirazione. Marilyn Monroe non era graziosa, si sa, ma una bomba di erotismo. Grazia hanno le attrici (e le donne) francesi anche se non sono proprio belle. La donna deve esprimere un valore dicevano i nostri padri, che rispetto agli uomini d’oggi erano sapienti buongustai. La donna graziosa deve segnare uno spartiacque invalicabile tra sé e il mondo, delimitare, e senza appelli, un universo misterioso e fiabesco in cui agli uomini è vietato entrare perché privi degli strumenti per farlo, per questo la donna della strada, del cinema, della tv oggi non seduce nessuno. Le grandi star avevano falangi di uomini ai loro piedi, gli ammiratori staccavano i cavalli dalla carrozza per trainarle verso l’Olimpo perché loro erano come le stelle, si potevano ammirare, ma mai fissare troppo a lungo senza provare un senso di disagio, di smarrimento, di vertigine, un pozzo da cui non si esce se non con la pazzia o la morte.

* Dice di sé:
Barbara Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi e i poeti maledetti. Il mio compagno di vita e di avventure è un cane nero chiamato Maffino.