INCONTRI

MARCO GIUSTI: ORMAI SIAMO TUTTI SCHIAVI DEI FORMAT

Faccia a faccia con il “papà” di Blob, il suo rapporto con la televisione di ieri e di oggi

Sergio Rubino *

Parlare di televisione per uno che la fa, è sempre difficile. Quando poi devi farlo con un amico diventa, credo, ancora più difficile. Ma ho deciso di fare le cose per bene, da vero professionista, con tanto di quaderno con la scaletta dell’intervista e piccolo registratore-modello ancient regime (cioè anni 80) comprato apposta per l’occasione. Il mio intervistato è davvero un grande amico, per quello che attiene il profilo privato dell’incontro, ma è soprattutto uno dei più grandi talenti autorali della tv, oltreché giornalista, dirigente Rai, scrittore di successo, massimo esperto e critico di cinema, caroselli tv, pubblicità e… basta così, direi. Il tutto racchiuso in un fisico alla Orson Welles e in una bontà d’animo davvero rara.

Chi è? Ma il grande Marco Giusti, da molti conosciuto come il "papà di Blob" (e che anni fa mi dette l’occasione di cominciare a fare il mestiere d’autore tv). L’appuntamento è davanti alla Rai, quella del cavallo, alle undici e un quarto. Arriva con qualche minuto di ritardo (evviva, al mondo non sono il solo!) perché Sandra, la moglie, caporedattore degli spettacoli all’Espresso, lo aveva trattenuto. Saliamo nel suo ufficio al quarto piano, dopo aver espletato all’ingresso il rito del pass, ci sediamo l’uno di fronte all’altro, davanti ad una di quelle orribili scrivanie che fanno tanto azienda pubblica e alla vista del registratore mi fa: "ma allora dovemo fa na’ cosa seria?". Io faccio cenno di sì, mentre riesco anche ad accendere e a mettere in play la cassettina. Il clima si fa serio, mi sento davvero un inviato ed evidentemente trasmetto anche a lui questa convinzione.

Comincio: Da bambino che rapporto avevi con la tv?

“La mia generazione è come se fosse nata dentro la tv. Ricordo che la finestra della mia camera a Grosseto, dava sui binari ed io guardavo fuori per ore i treni che passavano. Quando arrivò la tv, al posto dei binari cominciai a guardare Perry Mason, Pow-Pow, Scaramacai. Certo il cinema restava la mia passione, bello, grande, a colori, ancora oggi la possibilità di fare cinema è il mio sogno. Mentre la tv era un’altra cosa. Però la guardavi stando a casa e non era cosa da poco…”.

Ma quando hai deciso di fare la tv come mestiere?

“Mai. Non mi è mai piaciuto pensarla come un mestiere e ancora oggi mi illudo di non farla. Io vorrei fare cinema. Dopo il classico a Genova (figlio di un funzionario dello Stato, ha vissuto in molte città per il mestiere del padre), andai subito al centro sperimentale di cinematografia, ma non mi presero perché ci voleva la laurea. Quindi mi iscrissi ad architettura ed in cinque anni mi laureai con una tesi su Stanlio ed Ollio”.

Beh, quasi un segno del destino, ma alla tv come ci arrivi?

“Siccome era il ‘77 ed il mio grande amico Ghezzi (altro grande "guru" della tv, per anni in coppia con Giusti, ndr) era entrato in Rai mi chiamò a lavorare e sono rimasto là, quasi imbottigliato dagli eventi…perché forse per il cinema ci vogliono più palle, non lo so, devi avere un carattere particolare, più faccia tosta, essere un po’ più stronzo forse… comunque fare tv è stato molto divertente, Blob per esempio è stato una grande esperienza…”.

Ecco Blob, un programma straordinario, quasi una rivoluzione del linguaggio televisivo. Come nacque?

“Nacque da una serie di coincidenze, di situazioni, alcune delle quali già presenti. Arbore in tv aveva fatto un programma come Ritagli e frattaglie, c’era stato Schegge, io stesso avevo una rubrica fissa sull’Europeo, che riportava frasi dette in tv, che era già quella roba lì. Poi c’era il mattinale sul Manifesto con il meglio delle cose dette il giorno prima…”.

Mi ricordo, una sorta di bestiario, ma con un nesso narrativo creato ad arte…

“Sì quello…praticamente un racconto ottenuto "rubando" cose dette da altri in situazioni diverse, una cosa abbastanza complessa e abbastanza lunga. Una sorta di estetica del frammento portato alla sua massima espressione…”.

Il fuori contesto che si contestualizza…

“Sì, e anche l’idea di fare una tv critica rispetto alla tv. Io ero nato per il cinema, poi ho fatto il critico e quindi ho fatto una tv critica sulla tv, con un racconto fatto secondo un metro cinematografico. Blob adesso ha un po’ perso questa caratteristica, ma quando c’ero io, l’intenzione era quella di fare un piccolo film sulla realtà, con la cura e i tempi del linguaggio cinematografico”.

E secondo te, perché ancora oggi continua ad essere così seguito dal pubblico e preso ad esempio dai critici?

“Perché critica la tv, ne dà un’altra prospettiva, costantemente aggiornata. Anche se, come ho detto, ha perso un po’ della forza che aveva all’inizio quando si propose come linguaggio completamente nuovo, diverso”.

Da qualche anno fai una tv della memoria, cominciando con Carosello, e hai continuato con Cocktail d’amore, Stracult…

“Anche Limiti ha fatto molto in questo senso, come anche Fazio. Io forse l’ho fatta in maniera più attuale, per raccontare l’oggi…”.

In che senso?

“Guarda, io ritengo che senza storia e senza studio non si va da nessuna parte. Si può fare una tv della memoria, ma rivivendola oggi. In realtà più che l’analisi della tv di una volta, a me interessa lo sguardo dello spettatore che ha trenta-quarant’anni e che pensa a Bombolo e Alvaro Vitali. È più un’analisi sul gusto di quegli anni che sulla cosa in sé che, anzi, spesso è pessima. Ma, ripeto, il nostro sguardo su quelle cose è interessante. Per esempio Kill Bill di Tarantino…”.

Mi stavo preoccupando, erano quasi dieci secondi che non facevi riferimento al cinema…

“Eccoti accontentato. Kill Bill, dicevo, è fatto di tanti pezzi di film già visti che vengono mediati dall’occhio del piccolo spettatore del tempo”.

Ti vengo incontro: qual è oggi il rapporto tra cinema e tv? Sembra quasi che senza tv non ci sia cinema.

“È un rapporto innanzitutto di capitali, la tv li ha e il cinema no. O almeno non in quella misura. E poi c’è il grande insegnamento della fiction che il cinema ha ormai dato alla tv. Intendo quella fatta con grandi budget e, appunto, con un linguaggio cinematografico. Perché la tv di oggi è talmente brutta che si possono vedere solo film e fiction. Al contrario di quello che si pensa, oggi la tv vive non tanto sui reality, quanto sulla fiction e sui film, soprattutto quelli dei canali satellitari. Io stesso guardo praticamente solo Sky. A questo proposito ricordo una frase in About a boy, film tratto da un libro-culto di Nick Hornby, in cui lei, invitata da Hugh Grant, gli chiede: "Spero tu abbia la pay tv, altrimenti sei un poveraccio…". Ormai è così, la tv fatta solo con sei-sette canali, non vale più niente”.

Hai nominato i reality che, come sanno anche i bambini, sono tutti dei format, ovvero programmi ideati molto spesso all’estero, adattati al mercato italiano e inseriti a scatola chiusa nei palinsesti. A questo proposito negli anni scorsi, grazie al lavoro di gente come Carlo Freccero (vulcanico direttore di Italia1 prima e Rai 2 poi), di Angelo Guglielmi (scopritore di Serena Dandini, Fabio Fazio, Piero Chiambretti) e alcuni altri, si sono prodotti molti programmi tutti diversi tra loro e si è investito sul lavoro degli autori diversificando in questa maniera l’offerta. Oggi invece c’è una sorta di coazione a ripetere e sempre in una sola direzione. Basti pensare alle sette edizioni del Grande fratello…

“Perché oggi per molti addetti ai lavori, fare tv è come andare al super mercato. Tu direttore o dirigente, pensi di fare tv comprando semplicemente un format esterno, chissà perché poi sempre dai soliti committenti, tra l’altro.

In realtà non fai altro che comprare un prodotto e metterlo in onda, stop. Quindi tutti noi autori che negli anni abbiamo fatto una tv "d’attacco", sia in Rai che in Mediaset, siamo completamente tagliati fuori…”.

Perfettamente d’accordo. In più oggi siamo all’assurdo che quasi tutto è format. Lo dimostra il fatto che vengono considerati tali programmi che, pensati dieci anni fa, sarebbero stati normali programmi, frutto di normale lavoro autorale, così come dovrebbe sempre essere. Tanto che sono considerati format, programmi che format non sono per niente…

“È vero… io, in tal senso, allora ho fatto almeno venti format, in realtà erano solo programmi costruiti da me con un’idea, non format. Tutto questo non ha senso. La verità è che oggi, ormai, c’è un meccanismo di potere per cui conta più un produttore come Gori, Ballandi o Bassetti, che un direttore. Che tempo che fa è un bellissimo programma, ma perché considerarlo un format? Lo stesso vale per Parla con me o tanti altri. Sono talk-show, con un presentatore che intervista cinque-sei ospiti, ci mette dentro uno o due comici ed un pezzo musicale”.

Cioè, la declinazione naturale di questo tipo di programmi, la sua grammatica strutturale…

“…li riporta tutti al Costanzo Show…so’ tutti figli suoi…Ripeto, fa tutto parte di un gioco di potere in cui i produttori privati la fanno da padroni. Del resto basta guardare il palinsesto di Rai 2, tranne uno o forse due programmi, tutto il resto è prodotto e acquistato all’esterno”.

E questo è un peccato, perché taglia fuori tante professionalità interne…

“Però c’è il vantaggio che si possono far lavorare i figli. Perché se guardi bene, nelle varie aziende che hanno l’appalto esterno dei programmi, ci sono figli, nipoti e parenti vari di molti dirigenti…”.

E di fronte al proprio sangue, uno che può fare? S’arrende…

“E s’arrende si! E non diciamo altro che è meglio…”.

Molto meglio. Ma eravamo partiti dai reality, però. Perché così tanti?

“Perché è qualcosa che puoi identificare subito come tv. Non è cinema, è tv. E in questo modo riesci a celebrare l’oggetto che hai a casa. Accendi e guardi. È l’unica cosa che puoi vedere lì e lì soltanto. Non altrove come a cinema, teatro o alla radio. Anche agli inizi della tv, in programmi come il Musichiere, quando avevi personaggi come Totò protagonisti della prova, si realizzava quello che accade oggi con i concorrenti dei reality. Anche se, va detto, è un linguaggio ormai già vecchio, superato”.

Quindi il reality come oggetto di identificazione immediata della tv?

“Esattamente. È la possibilità di guardare, come facevo io con i treni dalla finestra della mia stanza. O come quelli che una volta si mettevano seduti sull’uscio di casa a guardare quello che accadeva lì, davanti a loro”.

Tu sei un dirigente RAI. Cosa vuol dire oggi fare servizio pubblico?

“Ahia…”.

È forse quello che fa Minoli?

“Beh, quello è più che altro Minoli che fa servizio pubblico. Anche se lo fa bene… vediamo… Ballarò è servizio pubblico, le inchieste di Riccardo Iacona sono servizio pubblico, così come Report, Santoro, Le Iene in qualche misura sono servizio pubblico, pochissimo Striscia, quando ci riesce e talvolta i Tg…”.

Certo, quando non parlano della moda estiva a Capri o del principe William che ha smesso di fumare… Quindi quasi mai!

“A pensarci, Pippo Baudo è servizio pubblico. Fa vecchia tv, ma fa bene il suo lavoro. Mi piace guardarlo e sotto questa accezione, fa servizio pubblico. Tieni presente, comunque, che la tv ha svolto la sua funzione educativa fino al 68. Dopo quella data ha smesso di insegnare qualcosa ed è diventata altro…anche se, in effetti, manca sempre una rubrica di cinema, di teatro o di libri perché certo non si può considerare servizio pubblico Marzullo…”.

Il problema è spiegarlo a lui! Vabbè…E la tv generalista, che futuro ha?

“Quando tutti avranno a disposizione i propri cento canali, sarà parte di quei cento canali e nulla più”.

La tv quasi sempre, o molto spesso, è fatta di facce…

“Ma anche di tette e di culi, come ha dimostrato l’inchiesta di Woodcock a Potenza…il vero reality dell’anno in fondo, è stato quello che si è fatto a Potenza”.

Già! Non sai mai chi sarà il prossimo ad essere nominato! E quelli che stanno dentro vengono chiamati nel confessionale, fantastico! Guarda, io quasi quasi a Potenza ci vado in vacanza…

“Giusto...anch’io quest’anno prenoto a Potenza… Sarà un’esperienza esaltante, ne sono sicuro. Ma tornando alle facce, intese come personaggi che connotano un palinsesto, la Rai degli ultimi anni ne ha molto poche…. E ti dirò di più: spesso ha anche "rubato" a Mediaset che nel tempo, sotto questo profilo, ha fatto un lavoro migliore del nostro…vero è che ultimamente non ci è stata data occasione di sperimentare, di "rischiare" forze nuove…mentre ad esempio con Freccero direttore di rete, così a memoria, ricordo almeno tre o quattro facce completamente nuove alla conduzione di programmi”.

Una la sperimentammo addirittura assieme nel 98’, in un programma che facemmo da Napoli sulla storia della tv. Era Enrico Lucci ancora non affermatosi con Le Iene. Ricordi?

“Come no? Cercammo di capire se, oltrechè in esterna e nei servizi "chiusi" (ovvero girati e poi montati), poteva funzionare anche in studio e in diretta…comunque riprendendo il filo del discorso, devo dire che ultimamente non si è rischiato nemmeno sulle idee”.

Concordo perfettamente. Manca la possibilità di lavorare sulle idee. E lo dico in qualità di autore che ha sempre lavorato ad un concetto artigianale di tv, intesa come laboratorio fatto da un gruppo affiatato di persone, che ruotano attorno ad un capo-comico, il quale si fa poi carico di trasferire il prodotto in video. Per essere chiari, quello che ho la fortuna di fare con Paolo Bonolis da quattro anni…

“Ecco, Paolo è una grande risorsa della tv. Uno che, come pochissimi, ha il coraggio di cambiare percorso, mantenendo intatta la curiosità per il mezzo e le sue potenzialità. Il suo Festival, ad esempio, è stato fortemente innovativo, pieno di trovate come quella di assorbire il dopo-festival all’interno della liturgia della gara”.

E del ritorno di Funari su Rai 1 cosa ne pensi?

“È stato un grande personaggio della golden era della tv, della tv intelligente di una volta, quella di Chiambretti, di Santoro, di Angelo Guglielmi, di Freccero. È una sorta di fantasma venuto dal passato…stiamo a vedere cosa farà…forse sarà una specie di Celentano..., ma per come è cambiata la tv, non credo che comunque possa reggere per molto. È un ingrediente troppo forte che va preso a piccole dosi. Come del resto oggi non si potrebbe più rifare Blob, perché sono cambiati i presupposti storico-culturali in cui quel prodotto è nato. Così è anche per Funari”.

Alla luce dei nuovi parametri il prodotto televisivo, come dicevamo poc’anzi, è mediamente molto brutto. Molti si giustificano dicendo che "diamo al pubblico, quello che il pubblico vuole…" È davvero così secondo te?

“Assolutamente no. È chiaro che se metti sullo schermo solo personaggi orrendi, storie di gossip e di orrori vari, il pubblico alla fine segue sta’ cosa perché è divertente. Ma non è quello che vuole. Il pubblico vuole delle storie, vuole essere informato di cosa accade. Se quello che accade è questo, è normale che poi alla fine scoppia vallettopoli o paparazzopoli. È come se fosse l’altra faccia di quello che hai visto, te la spiega. Tutto il mignottume, la corruzione che abbiamo visto dietro a certi programmi, erano abbastanza chiari da subito. In questo senso i fatti di Potenza danno la chiave per capirli, per spiegarli. È come se fosse un’altra puntata di tv educativa. Danno una certa lettura e te la spiegano. Ma se avessimo avuto una buona tv, non avremmo avuto bisogno di tutto ciò. Se hai un buon varietà, vedi quello e basta. Non ti chiedi perché in video c’è una che non vale niente, o se c’è, di chi è l’amante. In Italia, negli ultimi quattro anni, la corruzione e la vendita del proprio corpo sono state talmente forti, che alla fine doveva esplodere tutto. La cosa inquietante è che i segnali c’erano già tutti, a partire dalle copertine di Panorama e dell’Espresso, fino a certi brutti film con attrici ignote. Insomma se sapevi vedere, vedevi già tutto”

Chiaro come il sole, fratello. E per finire la madre di tutte le domande, progetti futuri?

“Due cose: una molto carina che è Spaghetti western a Venezia (e te pareva!, ndr), un programma molto importante sulla rassegna che la mostra internazionale del cinema di Venezia, dedicherà a questo grande genere cinematografico tipicamente italiano”.

E di cui tu sai tutto, come gli spettatori del Senso della vita hanno avuto modo di verificare, quando sei venuto ospite… e l’altra?

“L’altra è Matinèe, un magazine quotidiano della fascia di mezzogiorno, andato già in onda la scorsa stagione su Rai 2 con Max Giusti e Sabrina Nobile. Quest’anno, però, Giusti non può farlo per l’impegno assunto con Distretto di polizia e la Nobile è incinta. Quindi dobbiamo trovare dei nuovi conduttori, dei volti nuovi…”.

Bene, allora chiunque sia interessato può scrivere a Matinèe, Rai, viale Mazzini 14, 00195, Roma…

“Beh, non è proprio così...”.

Però suonava così bene! Ma ti ricordi quante volte lo si sentiva nominare quell’indirizzo nella tv di una volta? Mi sembra ancora di vederla la faccia della Orsomando mentre parla nel quadro in bianco e nero. Tanto che credevo lo dicesse solo per me che, bambino, la guardavo dall’altra parte del televisore…

“Anch’io credevo fosse solo per me… Allora ci ha fregati?”.

Beh, visto che poi io a quell’indirizzo, ho anche intestato qualche fattura e tu hai addirittura una scrivania da dirigente… tutto sommato direi proprio di no. Che dici?

“In effetti…”.

* Dice di sé:
Sergio Rubino. Una figlia di 19 anni, una laurea in giurisprudenza presa a Bologna (dove vivo quando il lavoro me lo consente). In tv ho lavorato con Fabio Fazio: Anima mia e Ultimo valzer; Serena Dandini: Comici e Pippo Kennedy show; Pippo Baudo: Festival di Sanremo 2003; Fiorello: in tv con Stasera pago io e Stasera pago io…in euro, in radio con Viva radio 2 e a teatro; Paolo Bonolis: Domenica in, Festival di Sanremo 2005, Serie A, Fattore C, Il senso della vita. Sono stato anche uno dei primi autori di MTV Italia, lavorando a quasi tute le produzioni della rete. Ho avuto la responsabilità dei programmi della fascia in chiaro di Canal Plus (attuale Sky) ed ho scritto i più importanti programmi musicali degli ultimi anni da Night Express, Italia 1, a Super, Canale 5, a Top of the pops, Rai 2. Da cinque anni sono l’autore del più grande festival d’Europa, il concerto del Primo Maggio da Piazza San Giovanni a Roma. E molto altro…