PROTAGONISTI
UN
AMICO, UN CERTO PIERO CHIARA
“Scrivi
che sono uno scrittore indipendente: indipendente dalle grosse
formazioni politiche naturalmente portate all’allattamento
di artisti e letterati”
Mauro
della Porta Raffo *
“Il 31 dicembre
1986 il giornale radio delle 19 comunicò la morte di Piero
Chiara avvenuta a Varese in quello stesso giorno. La notizia
mi colse alla sprovvista, nel pieno dei preparativi per
i festeggiamenti di fine anno ed alla vigilia di un mio
programmato breve soggiorno in Liguria che m’impedì, nei
giorni successivi, di essere presente ai funerali.
Fu un momento di profondo dolore,
suscitatore, peraltro, di innumerevoli ricordi.
A dire il
vero, negli ultimi tempi, per una serie di ragioni e per
mia responsabilità, ci eravamo allontanati, ma, comunque,
ogni tanto, incontrati, specie in casa di Vittore Frattini,
con reciproca, evidente contentezza.
D'altra
parte, per circa quindici anni, si può dire che avessimo
pressappoco convissuto: avevamo fatto politica insieme,
avevamo discusso di letteratura, di cinema e di pittura,
ci eravamo beccati violentemente ed insultati ferocemente
giocando a biliardo e, soprattutto, a scopa d'assi.
Mi aveva
guidato, sorretto e, credo, amato come un figlio, riponendo
molte speranze in me.
Ora, a distanza di qualche anno, non più velato da certe,
da me supposte, incomprensioni, ho pensato di scrivere alcune
brevi prose di cui “il Chiara” è protagonista e che, mi
sembra, bene lo rappresentino.
Tutte storie rigorosamente “vere”
o che tali mi erano sembrate, quando “raccontate da lui”.
È con queste parole introduttive che nel giugno 2000 davo
alle stampe il mio primo libro dedicato all’autore de Il
piatto piange, che intendevo colà ricordare assai più
come uomo e maestro di vita che come letterato.
Cinque
anni dopo, in anticipo sulla naturale scadenza del ventennale
della di lui dipartita che i media hanno di poi salutato
con larghezza e in occasione del quale la Mondadori ha pubblicato
nei Meridiani i suoi romanzi, proponevo un mio secondo e
maggiormente articolato volume intitolato semplicemente
“Piero Chiara”.
È
da quest’ultimo che, per “L’attimo fuggente”, ricavo le
righe che seguono le quali, tranne, ovviamente, quelle raccolte
nel capitolo “Chiara visto da Chiara”, sono opera del sottoscritto.
“Raramente,
dalla penna o dalla bocca di Piero Chiara uscivano frasi
fatte e penso, quindi, che oggi mi avrebbe ripreso se mi
avesse sentito dire, come, in effetti, ho detto: “Mio Dio,
come passa il tempo!”. Eppure, è proprio così e fra non
molto saranno vent’anni che Piero non è più tra noi.
Il 31 dicembre
del 1986, verso sera ma non troppo tardi visto che il Giornale
Radio delle diciannove e i Telegiornali delle venti ne dettero
comunque notizia, la sua lunga lotta contro il male giungeva
al termine e Chiara si spegneva nella bella casa di via
Metastasio. Accanto a lui, piangente ed incapace, da allora
fino alla morte, di riprendersi, la cara e dolce Mimma.
Lontano
ed impossibilitato a partecipare al funerale, che, fra l’altro,
si svolse decisamente “alla Chiara” (molti, sbagliando corteo,
seguirono il feretro del padre di Dario Fo, sepolto anche
lui a Luino, lo stesso giorno e nella stessa ora nel medesimo
cimitero), lo immaginai in cielo, da subito impegnato in
una bella partita a scopa d’assi con qualcuno dei suoi antichi
avversari.
Verrà
il giorno, Piero, in cui giocheremo ancora insieme a carte
o a biliardo.
E ti batterò,
giuro che ti batterò!”.
MdPR
Chiara visto da Chiara
“Nello stesso treno, ma in un’altra
carrozza”.
“Quando
cerco di spiegarmi la ragione del ritardo col quale sono
arrivato alla narrativa dopo una vita che tuttavia non fu
mai disattenta ai fatti letterari, e quando, scendendo più
a fondo nelle domande che rivolgo a me stesso, mi chiedo
perché ho scritto dei romanzi o dei racconti, mi accorgo
che la mia impresa è stata un tentativo per uscire dalla
solitudine parlando ad altri di me, dei miei guai e delle
mie fortune.
Ho
scritto per avere intorno qualcuno, come quando raccontavo
a voce in un piccolo cerchio di amici e anche per capire
me stesso e il mondo nel quale vivevo.
Altri,
prima di me, avevano capito le stesse cose col mezzo della
creazione artistica: avrei potuto per tempo unirmi a loro,
fare gruppo, scambiare con quei miei coetanei la schiuma
dell’intelligenza.
Erano,
alcuni, fra i migliori poeti, scrittori, artisti della mia
generazione o di quelle confinanti.
Ma
una specie di bassa nascita, di vizio d’origine, mi ha sempre
trattenuto.
Al
tempo in cui loro studiavano e si formavano io ero altrove,
a tener testa per mio conto alle onde della vita, in anse
remote. Vivevo con esseri estranei all’arte e alla letteratura,
mi mescolavo con professionisti, esercenti, giocatori, gabbamondo,
gente di campagna e di città, ricchi e poveri: il magma
umano che traversa l’esistenza senza osservarla, senza trarne
balsami o veleni letterari.
Così,
ho parcheggiato fin quasi a cinquant’anni in aree dominate
dalla necessità, dove nulla si sublimava.
Come
ho già detto altra volta, con gli uomini che rappresentano
l’arte e la cultura del nostro tempo ho viaggiato nello
stesso treno ma in un’altra carrozza.
Allo
stesso modo di chi emigra in giovane età e torna anziano
al suo paese, mi sono quindi trovato tagliato fuori da un
mondo che avrebbe dovuto essere mio e nel quale ero invece
vissuto come in un sogno.
Al
pari dei vecchi emigranti ho cominciato allora a raccontare,
a favoleggiare, a render conto di un continente che i letterati
raramente percorrono. Ne è risultata per me una nuova solitudine.
Se
prima, nell’esilio dell’ambiente che doveva essere mio,
pativo di solitudine, ora, anche trovando ascoltatori, patisco
di un’altra solitudine: quella degli anni, che si sono svuotati
di speranze e si aprono ormai, uno dopo l’altro, come anticamere
semibuie dove non c’è che un tavolo e una sedia per starvi,
col capo appoggiato sugli avambracci, ad aspettare la vita,
quella cui si riduce chi scrive e racconta di sé e del mondo
nel quale è passato.
La solitudine
del narratore, sospeso tra la vita e il sogno della vita,
come il ragno al filo della sua tela”.
(da Sale e tabacchi, Il Corriere del Ticino,
1975)
“Testimone diretto”
“Come quel medico che scoprì i
primi vaccini, il quale provava su di sé gli innesti, io
sono tale scrittore che prova la vita su di sé, prima di
raccontarla.
L’ho
provata su di me in tante situazioni, in vari mestieri,
in molti luoghi, in momenti di tranquillità e in epoche
fortunose.
I
miei libri sono quindi un’immagine del mondo presa da vari
punti di vista da un uomo di umile origine e di pochi studi,
ma attento alla vita e testimone diretto, se non addirittura
protagonista, delle sue storie.
Dico
“pochi studi” in rapporto a ciò che avrei voluto conoscere,
perché in verità ho studiato tutta la vita, cioè ho molto
riflettuto su alcuni libri fondamentali, su alcune personalità
e sul alcuni fatti che ho giudicato essenziali.
Fin
da ragazzo ho letto e riletto il Decameron fermandomi
per anni sulle prime novelle che scoprii in un’antologia
scolastica, quella di Martellino e quella di Chichibio...
Il
Decameron mi ha occupato tanto, costringendomi a fermarmi
man mano che lo leggevo, che le ultime novelle le ho lette
solo qualche anno fa.
Lo
stesso potrei dire, o quasi, della Vita di Benvenuto Cellini
o di altri testi minori, come per esempio del Belcari...
Il
Satyricon di Petronio Arbitro fu una scoperta della mia
gioventù che mi accompagnò tutta la vita al pari del Lazarillo
de Tormes.
Il
Bandello fu un’altra delle mie passioni.
Il
Manzoni è tuttora per me un continuo oggetto di studio e
di riflessione.
Mi
interessò moltissimo il Nievo.
Altri,
di poco conto, scoperti in giovane età, mi colpirono fortemente:
fra questi il De Amicis, che poi mi disgustò.
Erano
pur sempre imprese narrative, e mi impegnavo a correggerle
e a raddrizzarle secondo il mio gusto.
Ho
letto con grande passione i romanzieri francesi e russi
dell’Ottocento, in particolare Balzac, Flaubert, Dostoevskij
e Gogol.
Poi
Conrad, Stevenson e Melville. Anche Jack
London.
Ma
c’è stata una schiera di scrittori involontari che ho preso
in considerazione durante gli anni nei quali ho lavorato
nell’amministrazione della giustizia: quella dei marescialli
dei carabinieri.
Ho
letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni
del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti
nel modo più chiaro possibile.
I marescialli
dei carabinieri non facevano riflessioni né si abbandonavano
a introspezioni psicologiche: riferivano puramente e semplicemente.
Mi
sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di
narrativa, dai quali ho imparato a raccontare vedendo nella
mente i fatti come in un film e studiandomi di tradurli
in parole semplici e precise”.
(da Sale e tabacchi, Il Corriere del Ticino,
1976)
“Indipendente”
“Scrivi
che sono uno scrittore indipendente: indipendente dalle
grosse formazioni politiche naturalmente portate all’allattamento
di artisti e letterati, indipendente da chiese, clan e consorterie
varie, intento solo al mio lavoro in un angolo di provincia,
inchiodato dieci ore al giorno a due o tre tavoli dove lascio
e riprendo uno scritto dopo l’altro, indipendente dalle
teorie letterarie che vorrebbero incanalare l’invenzione
oltre che il linguaggio.
Potrai
anche scrivere che gli unici cortei ai quali ho partecipato,
sono state le processioni del Corpus Domini, della Madonna
della Cintura e di quella del Carmine, al mio paese, fino
all’età di dodici o tredici anni.
Successivamente
mi sono messo in fila solo nel caso di funerali, purtroppo
frequenti, di congiunti e di amici.
Essendo
così fatto, non ho mai, come altra volta ti dissi, firmato
manifesti, petizioni, e per mia fortuna neppure suppliche
a sovrani, principi, dittatori o simili, ma solo istanze
quando servivo, in anni ormai lontani, nel Ministero della
Giustizia.
Istanze
di licenza, di aspettativa, di trasferimento e infine di
congedo precoce, per entrare, finalmente, in stato di operatività
creativa”.
(da Una lettera a un amico critico letterario,
1978)
A Luino
“Si
giocava d’azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato,
con accanimento e passione; perché non c’era, né c’era mai
stato a Luino altro modo per poter sfogare senza pericolo
l’avidità di danaro, il dispetto verso gli altri e, per
i giovani, l’esuberanza dell’età e la voglia di vivere.
Nei
paesi la vita è sotto la cenere. Per vivere come si vorrebbe
da giovani ci vuole danaro; e di danaro ne corre poco.
Allora
si gioca per moltiplicarlo e si finisce per fare del gioco
un fine, una mania nella quale si stempera la noia dei pomeriggi
e delle sere.
Non
ci si accorge che a due passi, fuori dalle finestre, c’è
il lago e la campagna.
Si
sta legati ai tavoli a denti stretti e neppure si pensa
che lo studio, o un mestiere qualsiasi, potrebbero rompere
quell’inceppo che si maledice e si adora, e aprire una strada
nel mondo a chi nascendo si è trovato davanti l’acqua del
lago e dietro le montagne, quasi a indicare che per uscire
dal paese bisogna compiere una traversata o una salita,
fare uno sforzo insomma senza sapere se ne valga la pena.
Qualcuno
che si ribella o che viene scosso dalla necessità, se ne
va a lavorare o a far ribalderie all’estero, o almeno fuori
da quei limiti.
Gli altri
continuano a giocare, a studiarsi e a guardar vivere l’un
l’altro...
Passano
una stagione dopo l’altra e aspettano il ritorno di quelli
che sono partiti per poterli ascoltare quando raccontano
in cerchio al Metropole o al Caffè Clerici”.
(da Il piatto piange, Mondadori, 1962)
“Così andava la
vita”
“A mezzogiorno
iniziammo la discesa per i colli verso Luino...
Non s’incontrava
nessuno né per le strade né per i campi; e passando, onde
accorciare la strada, tra filari di vigne spoglie, profittammo
della solitudine per accosciarci a qualche metro l’uno dall’altro
e far quello che avevamo sempre rimandato durante tante
ore di gioco.
in
quella posizione si vedeva Luino a filo terra e la sponda
arcuata che si slanciava, leggera e vaporosa, nel lago punteggiato
di barbagli.
Qualche
nebbia saliva d’intorno tra i roccoli.
E
il Peppino, con la sua voce chioccia da tedesco, e stentata
per la posizione del corpo, diceva:
“Ma tì,
ma tì, guarda come l’è pur anca bel a fa sta vita! Giugum,
magnum, un quai danèe ghe l’èmm semper, lavurum pok o nagòtt,
quant ghè de cudegà cudégum, pàssum l’inverno al kalt, d’està
‘ndemm a nodà.
E
adess semm chì a vardà ‘l laag cun la bel’ariéta fresca
in sui ciapp!”.
E
dopo una pausa per prendere fiato, la sua risata secca di
arpia appollaiata, senza eco nell’aperta campagna.
Così andava
la vita in quei tempi e così andò ancora per anni, da una
guerra all’altra, mentre altri fatti, altre gioie e tristezze
venivano a complicare l’esistenza di quei giocatori”.
(da Il piatto piange, Mondadori,
1962)
Varese, perché?
“Ho sempre pensato
che una cittadina lombarda, di buon clima, di ameni dintorni,
sui cinquantamila abitanti, fra laghi e colline, potesse
essere il mio rifugio ideale. Così sono vissuto a Varese,
apparentemente la più banale e insignificante città del
Nord Italia, ma ci ho scavato in questa città, ricavandone
gli umori più sapidi, conoscendone uomini e cose, vizi e
virtù”.
(da un’intervista alla Televisione della Svizzera Italiana, 1971)
Che fatica giocare!
Secondo
il dizionario della lingua italiana il gioco è "attività
piacevole cui ci si dedica per divertimento, per passatempo,
per esercizio fisico o mentale o per azzardo" ed
ho sempre pensato che sia veramente strano che lo
stesso vocabolo possa essere usato indifferentemente per
tutte queste attività, diversissime tra loro e, in ispecie,
per l'azzardo.
Il vero
giocatore di biliardo, l'appassionato di cavalli frequentatore
di sale, agenzie ed ippodromi, l'accanito amante della roulette,
lo schiavo delle carte e dei dadi sanno, per esperienza,
come in ciascuno di questi giochi tutto sia presente tranne
il divertimento e come non possano certo essere considerati
dei passatempo.
Per quanto
riguarda poi l'aggettivo piacevole, anche se non
può essere negato che un qualche piacere esista, esso può
derivare soltanto dalla fatica, dall'assiduità e dall'impegno
quando, raramente, coronati dal successo.
Moltitudini
di scrittori si sono dedicati all'argomento e psicologi
di fama hanno cercato di comprendere quali necessità, quali
urgenze spingano l'uomo al gioco e, quasi sempre, alla rovina.
È anche
indubbiamente necessario arrivare ad una distinzione tra
gli amanti dei diversi giochi. Per quanto ci sia chi ne
pratichi più di uno, in realtà i professionisti cercano
di concentrarsi su di un singolo fra i tanti e precisamente
su quello dal quale contano di trarre le fonti del loro
sostentamento, ma, sempre, con notevole fatica fisica ed
intellettuale.
Proprio
a conferma di quanto finora detto mi torna alla mente un
episodio che riguarda un personaggio di chiara
fama, a noi vicino, che, per lunga pezza, aveva, in
gioventù, frequentato con successo i più diversi tavoli,
e specialmente quelli verdi, del biliardo e della roulette.
Un giorno,
a Venezia, dove si era recato con la consorte, si trovò
a passare, non so quanto casualmente, davanti al casinò
e, come preso da un'improvvisa smania, disse alla moglie
di attenderlo all'ingresso per cinque minuti, giusto il
tempo di fare due puntatine al primo tavolo che avesse incontrato.
Passarono
i famosi cinque minuti, il primo quarto d'ora, la mezz'ora
e, alla fine, dopo più di un'ora e mezza di inutile attesa,
la signora, anche leggermente preoccupata per la prolungata
assenza del marito, si decise a sua volta ad accedere all'interno,
dove i giochi fervevano.
Il luogo
le risultava, ovviamente, del tutto sconosciuto, pieno di
gente, di rumore diffuso, di fumo e di palpabile tensione.
Dopo essersi
aggirata, smarrita, per le prime due sale, non sapendo a
chi rivolgersi per chiedere informazioni, entrò titubante
in quella di fondo, sull'ingresso della quale campeggiava
la scritta privé, e, finalmente, scorse il marito
che, in piedi tra due tavoli di roulette, sembrava seguire
il gioco ed essere impegnato su tutti e due i fronti.
Incerta
ma desiderosa, comunque, di farsi vedere, cercò invano di
attirarne l'attenzione finché si decise ad andargli tanto
vicino da essere necessariamente notata.
Uno sguardo
bruciante sembrò come folgorarla per cui non le restò che
defilarsi ed aspettare ancora qualche minuto, mantenendo
nell'attesa un dignitoso silenzio.
Il tempo
correva inesorabile, la mezzanotte si avvicinava e nulla
sembrava potesse modificare la situazione.
Alla fine,
stanca oltre ogni dire, preso, come si dice, il coraggio
a due mani, pensò fosse l'ora di tornare alla carica.
Si avvicinò
al consorte e, toccandolo sul braccio, gli fece notare da
quanto tempo lo stesse aspettando.
Fu allora
che, con voce carica d'ira appena contenuta, si sentì rispondere
"Ma cosa credi? Pensi forse che mi stia divertendo?".
Chi tira forte tira tre volte
Nei primi
anni Sessanta a Varese, se si marinava la scuola si andava
sempre a finire nei soliti tre o quattro posti: al bar Helen,
in viale Milano, dove i biliardi erano in una sala sotterranea
che ti dava l'idea di non essere raggiungibile da genitori
o professori; al cinema Centrale, benemerito perché dalle
dieci e trenta in poi faceva doppio spettacolo; alla Schiranna,
sul lago di Varese, per una bella remata fino a Bodio, se
il tempo lo permetteva.
Ma i più
coraggiosi, a metà mattina, si presentavano al bar Centrale
che, tenendo fede al suo nome, si trovava in piazza Podestà,
vero centro cittadino.
Come detto,
bisognava essere coraggiosi od incoscienti perché in quel
bar i due biliardi erano allineati subito dopo il bancone
e gli avventori, girandosi mentre bevevano, erano soliti
seguire qualche colpo e ti poteva capitare che entrasse
tuo padre, tuo zio o chi sa quale altro conoscente a bere
il caffè o l'aperitivo.
Malgrado
ciò, per lungo tempo, ho preferito il Centrale; sarà stata
la migliore illuminazione dei biliardi, sarà stato il signor
Francesco, il proprietario (che era così divertente) o forse
sarà stato perché in una delle due salette interne, dove,
quasi di nascosto, si giocava a carte, c'era sempre Piero
Chiara che prima o dopo veniva a vedere come se la cavavano
a biliardo i giovani.
Naturalmente,
dopo neanche un minuto, aveva in viso un'espressione quasi
addolorata.
Infatti,
a quei tempi, il nostro motto era "chi tira forte tira
tre volte" e, quindi, ci davamo dentro di tutta lena.
Le palle correvano sul biliardo a più non posso e capitava
di farle saltar fuori e di bere a garganella non
controllandole.
Mi dava
un certo perverso godimento esibirmi così di fronte ad un
vero esperto che predicava un gioco di ben altra fattura
e che sosteneva che solo con l'intelligenza ed il tocco
si poteva vincere a biliardo.
Francesco,
il proprietario, quando descriveva le nostre partite, diceva,
in buon dialetto varesino, tiren de chi cannellaa, de
chi stangaa e ci ricordava sempre che il primo strappo
del tappeto verde costava centomila lire (una cifra enorme
e spaventosa, ma in fondo non troppo, per quei tempi).
Chiara arrivava
al Centrale verso le dieci, beveva qualcosa, leggeva velocemente
la Prealpina per vedere cos'era successo il giorno prima
a Varese, dava un'occhiata ai necrologi, come fanno tutti
in città, e poi andava a sedersi nella prima saletta a sinistra
all'interno del bar, dove, di solito, già lo aspettava il
suo avversario, mescolando le carte e facendo solitari.
Il contendente,
perché di dura contesa si trattava, era quasi sempre lo
stesso e il gioco la scopa d'assi.
Non so quale
fosse la posta di ogni partita, ma, in fondo, non era importante.
Quel che
contava sembrava essere schiacciare l'avversario, sbeffeggiarlo
a parole, averlo alla propria mercé.
Quando cominciava
a giocare, Chiara non pensava più ad altro e le ore passavano
senza che se ne accorgesse.
Verso l'una
Francesco l'avvertiva che era tempo di andare a casa ma
il distacco dal tavolo da gioco era sempre ritardato da
“un’ultima mano” e molto doloroso.
Chi aveva
perso pagava e, con aria dura, chiedeva la rivincita per
il pomeriggio verso la cinque.
Il vincente
offriva le consumazioni, beveva un ultimo aperitivo ed usciva
salutando allegramente.
Tutti sapevano
chi era Piero Chiara. Anche se non aveva ancora scritto
i suoi migliori romanzi, era già famoso a Varese come novelliere
e grande narratore orale e, poi, sembrava conoscere ogni
cosa: la storia, la geografia, la letteratura e, incredibilmente,
i fatti di tutti, il che gli serviva per architettare, quasi
sempre riprendendole dal vero, un mare di storie.
La sua tecnica
di narrazione orale, che, più tardi, ebbi modo di sperimentare
tantissime volte, consisteva nel raccontare un aneddoto,
nel verificarne l'impatto sull'uditorio, nel modificarne
i particolari meno graditi, nel ripeterlo poi ad un altro
gruppo di persone. Quando il risultato che intendeva raggiungere
era ottenuto l'episodio poteva essere messo sulla pagina.
Lì al Centrale,
però, contava che fosse ritenuto il miglior conoscitore
di tutti i possibili giochi sul piano teorico, il più forte,
anche se qualche tempo prima, al biliardo e fortissimo a
carte da sempre.
Quel che
me lo rese subito molto simpatico fu che non mi chiese mai
perché non fossi a scuola (forse ricordava i suoi trascorsi
scolastici) e che, pur essendo amico dei miei genitori,
specie di mio padre, avesse un atteggiamento tale da far
subito capire che non mi avrebbe mai “tradito”.
Così come
lui faceva maratone di scopa, io le facevo di biliardo,
più o meno sempre con gli stessi compagni.
Una mattina,
non so più per quale motivo, avevo bigiato da solo e, non
sapendo che fare, dopo aver provato qualche tiro e aver
rifiutato di giocare a soldi con un mezzo professionista
che era sempre là pronto a catturare gli sprovveduti per
spremerli ben bene, mi addentrai nella saletta da gioco
e vidi che Chiara, seduto e privo di compagnia, era impegnato
in qualche solitario.
Facendo
finta di nulla mi sedetti al tavolo vicino, presi un mazzo
di carte e cominciai anch'io a fare dei giochetti.
Chiara mi
guardava ogni tanto da sopra gli occhiali che portava avanti
sul naso e non diceva una parola.
Passata
una buona mezz'ora dovette convincersi che l'avversario,
quella mattina, non sarebbe venuto e cominciò ad agitarsi
sulla sedia.
Chiamò Francesco
e gli disse di telefonare a casa di quel tale per vedere
che fine avesse fatto.
Poco dopo
gli fu risposto che non si riusciva ad averne alcuna notizia.
Mi sono
spesso domandato, in seguito, quel che deve aver pensato
in quei momenti. Quando un giocatore è deciso a giocare
deve farlo ad ogni costo per non tradire le sue aspettative,
per non mancare il pregustato godimento, per dar seguito
ai sogni.
Così si
guardò ancora intorno e vide che c'ero solo io.
Si alzò,
mi venne vicino e mi disse: "Sai giocare a scopa d'assi?".
Aspettavo
quel momento con speranza e timore ma fui fermissimo nel
dire "Sì!".
"Bene",
dichiarò sedendosi, "Per cominciare ci giochiamo l'aperitivo".
Sapevo di
dover vincere per inchiodarlo alla sedia, per catturarlo
e per la mia stessa gloria di giocatore.
Toccavo
il cielo con un dito!
Il rosso e il nero
Ce l'avevo
fatta! Chiara era seduto vicino a me in macchina e aveva
finalmente accettato di farmi scuola sul campo.
Lo stavo
tempestando da mesi, ma lui tergiversava.
Sembrava
cercare scuse. Diceva che gli mancava l'animus, che la roulette
bisogna affrontarla solo quando si è nello spirito giusto.
Insomma, aveva cercato di stancarmi.
Ma,
come si sa, l'entusiasmo del neofita la vince su tutto e
così aveva dovuto cedere.
Avevamo lungamente ragionato su dove andare: meglio
Saint Vincent - circa due ore di macchina da Varese, però
- o Campione - ci si arriva in un batter d'occhio ma sembra
di essere in centro città perché, ad ogni ora del giorno
e della notte, è pieno di varesini - o Sanremo o Venezia,
già più lontane e più sicure?
Ma,
poi, che importava che ci vedessero giocare considerato
che si trattava di una volta soltanto?
Tanto
valeva andare a Campione!
In
macchina, lo stavo assordando con la ripetizione entusiastica
di tutte le regole che mi aveva insegnato.
Per
prima cosa bisogna conoscere come si divide in settori la
roulette, cosa sono i “vicini dello zero” e quali sono,
cos'è la “serie”, cosa sono gli “orfanelli” e poi cos'è
la “figura” di un numero, eccetera, eccetera.
Per
qualche tempo avevamo studiato, usando una piccola roulette
ed un tavolo verde in miniatura che qualcuno gli aveva regalato
e che teneva nel suo studio quasi in memoria di lontane
avventure.
Insomma,
mi sembrava di essere pronto da un punto di vista teorico
con gli insegnamenti di cotanto maestro che, si diceva,
aveva giocato e vinto in ogni parte del mondo.
Arrivati
a Campione e posteggiata alla bell'e meglio la vettura,
ci decidemmo ad entrare.
Mi
ero vestito bene, di tutto punto, per l'occasione: un magnifico
abito blu con panciotto ed una cravatta che mi pareva uno
schianto.
L'edificio
ed il suo interno sembravano corrispondere a quello che,
da sempre, era il mio immaginario in merito.
Come
tutti quelli della mia generazione, avevo letto Dostoevskij
e seguito al cinema le avventure di James Bond.
Ebbene,
lì all'ingresso, c'era l'atmosfera leggermente decadente
che cercavo e la bella gente.
Avevamo
studiato un piano d'azione, una strategia da seguire.
Secondo
Chiara al casinò, prima di tutto, bisogna essere e rimanere
calmi. Perciò, entrati, ci dirigemmo al bar per una piccola
consumazione (niente alcolici, per carità!) e per ambientarci.
Poi
bisogna andare alla toilette perché quando, dopo, si gioca
non ci si può interrompere per nessun motivo.
Quindi,
si entra decisi nella sala giochi e si dà una occhiata ai
tavoli ed alla gente.
È
meglio scegliere un banco poco affollato, se possibile defilato,
sedersi e non stare in piedi perché si segue il gioco con
più calma.
Si
deve cercare una sedia vicina ad un croupier così, quando
vuoi, gli porgi le fiche e gli dici ben chiaramente il numero
con un sorriso, in modo da evitare, poi, ogni possibile
contestazione, in caso di vincita, da parte di qualche altro
giocatore, perché il croupier si ricorderà della tua puntata.
Chiara
mi osservava, ma mi comportai perfettamente e non dimenticai nessuno dei suoi suggerimenti.
Bene! Ora
eravamo al posto giusto e bisognava solo sperare di essere
nel momento giusto perché, con tutte le regole che ci sono,
con tutti i sistemi che sono stati architettati, ci vuole
sempre una buona dose di fortuna!
Avevamo
deciso di giocare la ‘serie’.
Porsi
i sei pezzi necessari al croupier comunicandogli la mia
intenzione.
Questi
avvertì il capo tavolo del gioco richiesto e cominciò a
sistemare le fiche.
Malgrado
tutto, per quanti sforzi facessi, la tensione era grande.
Il
croupier annunciò Rien
ne va plus; gli ultimi ritardatari si precipitarono
verso il tavolo (perché, appresi allora, quella frase ha
il potere di attirarti e di farti improvvisamente decidere
alla giocata che, invece, un istante prima ti pareva poco
sicura).
La
pallina cominciò a girare e gli sguardi di tutti la seguirono.
C'è
chi si prefigge, per scaramanzia, di non farlo, ma non si
resiste. Vuoi vedere con i tuoi occhi dove la sorte decide
di farla cadere.
E
così, sia io che Chiara eravamo lì, pronti ad esultare.
Solo internamente, però, perché, mi aveva detto, esteriormente
nulla, si vinca o si perda, deve trasparire.
Puoi
essere rovinato, ma il tuo aspetto, il tuo modo di fare
deve restare ineccepibile. Ti alzi, saluti con un sorriso
e ti allontani. Dopo, da solo, se ne sei il tipo, potrai
piangere.
Puoi
aver vinto una fortuna. Calma! Ti devi alzare, sorridere,
andare alla cassa, farti cambiare le fiche in denaro, uscire
come se nulla fosse. Dopo, da solo, puoi urlare di gioia,
sempre se ne sei il tipo.
Come
Dio volle (e l'attesa era sembrata lunghissima), la pallina
si infilò nel trentasei e scoprii che avevo vinto.
La
fortuna classica del principiante, mi dissi.
Aspetta
e vediamo cosa succede adesso...
Con
la mia espressione più impenetrabile, ma con voce improvvisamente
falsa, dissi "La serie per tutto", come avevamo
studiato.
Il
piano consisteva nello sperare che quel gioco uscisse cinque
volte di fila (dopo tutto, con quei sei pezzi, si coprono
dodici numeri) il che mi avrebbe consentito una buona vincita.
Incrociavo
le dita e recitavo mentalmente gli scongiuri che conoscevo
ed ogni cosa sembrava andar bene.
"La
serie per tutto".
Mi
accorsi che lo stavo ripetendo per la quinta volta e pensai
che se fosse riuscita quell'ultima puntata mi sarei alzato
ed avrei offerto da bere a Chiara che, seduto vicino, evidentemente
era anche un porta-fortuna.
Come
nelle brutte favole, naturalmente, il quinto colpo andò
a vuoto.
Il
male non è aver perso i pochi soldi che inizialmente hai
investito.
Il
male sta nel fatto che un momento prima sogni ed un attimo
dopo piangi.
Chiara
mi disse di non farci caso: "Dopo tutto di tuo hai
perso solo sessanta franchi; riprova".
Naturalmente
gli diedi retta e, preso dal gioco, quasi non mi accorsi
che si era alzato e si era messo a girare fra i tavoli.
Sia
come sia, da quel momento non azzeccai più un colpo; la
serie non ne voleva più sapere di uscire e, alla
fine, persi gli ultimi franchi che avevo, mi alzai, mi ricordai,
malgrado tutto, di sorridere al croupier, ed andai a vedere
dove si fosse cacciato il mio accompagnatore.
Mentre
così facevo, me lo vidi venire incontro con un largo sorriso.
Sembrava
tutto contento.
Mi
rincuorò con due parole, mi offrì da bere al bar e cominciò
a parlare di qualche bella ragazza che aveva adocchiato
girellando.
Insomma,
sembrava che il fatto che io avessi perso tutto quello che
mi ero portato non lo toccasse minimamente.
Ero
decisamente arrabbiato con lui!
“Comunque”,
mi dissi, “mi tocca sopportarlo fino a Varese. Ma guarda
un po' che tipo che si è rivelato! Questa me la paga; domani
a scopa lo uccido!”.
Andammo
a prendere la macchina e, mentre ci accomodavamo all'interno,
Chiara tirò fuori di tasca una mazzetta di biglietti di
buon taglio e, contatili rapidamente, me ne allungò una
metà.
Sbalordito,
li contai a mia volta.
Duemilacinquecento
franchi, un magnifico colpo.
Mi
girai verso di lui, ma non dovetti chiedergli niente. Aveva
già cominciato a raccontare.
“Vedi”,
mi disse, “Mentre tu giocavi e ti stavo seduto accanto ho
cominciato a guardarmi intorno.
C'è
sempre la stessa gente in ogni casinò, e così intravidi
poco lontano un conoscente o, meglio, un tale che avevo
già visto.
Andava
da un tavolo all'altro con in mano delle grosse fiche da almeno cinquemila franchi l'una.
Incuriosito,
mi sono alzato per seguirlo.
Giocava
il rosso e il nero su due diversi tavoli - un vecchio sistema
- e sembrava andargli bene a giudicare dal malloppo che
si portava in giro.
Come
ho iniziato a stargli dietro, eccolo infastidirsi.
Non
gli piaceva la mia presenza e, chissà come, dal quel momento,
dove giocava rosso usciva nero e viceversa.
Così
per sfizio, visto quel che stava succedendo, cominciai a
puntare il contrario di quel che faceva lui.
Se
metteva cinquemila franchi sul nero io ne mettevo venti
sul rosso e vincevo.
Tutto
ciò è durato pochissimo.
Stavo
andando da una roulette all'altra, quando, improvvisamente,
mi incrociò e mi si mise di faccia come ad impedirmi ogni
via d'uscita.
Pensavo
fosse infuriato.
Poteva
credere (e, al posto suo, io l’avrei senza dubbio creduto)
che quel cambio di sorte che aveva avuto fosse tutta colpa
mia.
Chissà
cosa aveva in mente.
Lo
guardai, sulla difensiva.
“Senti”,
mi disse, “Non ti voglio più vedere. Prendi questi cinquemila
e sparisci”.
La
fortuna va colta al volo: mai darle il tempo di ripensarci!
Ho
arraffato la fiche,
sono andato a cambiarla ed eccoci qua. Quella è la tua parte”.
Per
la miseria! Una bella storia, un bel colpo ed io non avevo
visto niente.
Che
peccato non esserci stato.
"Comunque
ci saranno altre volte", mi ripromisi a voce alta.
Avevamo
ormai ripreso la strada di casa da un po' quando dissi quest'ultima
frase e vidi Chiara che si agitava sul suo sedile quasi
con fastidio.
“Ascolta.
Non te lo dico con piacere. Anzi!”, mi fece, “Ma è meglio
che te lo scordi. A costo di negare tutto quello che ho
scritto sul gioco, a costo di negare tutto quello che ti
ho detto e insegnato, impara una cosa: al casinò non si
vince mai; è nei numeri”.
Cercai
di interromperlo e gli feci notare che, dopo tutto, tornavamo
con duemilacinquecento franchi a testa.
“Ricorda
come li ho avuti”, mi disse.
“Solo
così si può vincere al casinò!”.
Büsserach o Tremelan?
Nel 1944
Piero Chiara si trovava in Svizzera.
Il 18 gennaio
aveva saputo che il Tribunale Speciale Provinciale Fascista
di Varese aveva emesso nei suoi confronti un mandato di
cattura (sarà, successivamente, condannato a quindici anni
di prigione) e, così, il 19 era a Lugano dove fu incarcerato
per essere entrato nella Confederazione Elvetica senza autorizzazione.
Non
essendo in possesso di alcun mezzo di sostentamento, visse,
per qualche tempo, quella che era la vita comune a tutti
gli internati, passando in vari campi, dopo essere stato
in quello di raccolta e smistamento.
E
così, fu prima a Büsserach, nel Cantone di Solothurn.
Poi,
a Tramelan nel Giura Bernese e, da ultimo, nel campo disciplinare
di Crête-Longue, situato tra Sierre e Sion.
Al
termine di questa trafila, fu rimesso in libertà e riuscì
a mantenersi da solo facendo il bibliotecario, in due o
tre posti, e, poi, l'insegnante di italiano a Zug.
Ricavo
queste notizie (che non fanno che confermare quanto Chiara
mi ha raccontato a suo tempo) da quel bel volumetto intitolato
Piero Chiara per immagini, pubblicato da Benincasa
in occasione della seconda edizione, a Varese, del premio
letterario intitolato al nome dello scrittore luinese.
E
così, proprio scorrendo queste pagine, mi è tornato alla
memoria un episodio della sua vita che, diceva, gli era
capitato nel fatidico '44, in uno di quei campi svizzeri
di concentramento, e che mi raccontava con una strana forma
di orgoglio quando capitava di parlare, per qualsiasi ragione,
di quei tempi. (Per lo più accadeva, invero, quando si rammentava
che il '44 era il mio anno di nascita).
“Allora”,
cominciava, con lo sguardo come perduto in lontananza, “mi
è capitato qualcosa che non è accaduto a nessun altro, che
io sappia.
Non
ho mai sentito raccontare nulla del genere, né ho letto
romanzo, novella od altro in cui si parli di cosa simile.
Insomma, mi hanno pisciato in faccia!” e sorrideva, soddisfatto,
certamente, non tanto dell'atto in sé, quanto dell'unicità
dell'accadimento che l'aveva coinvolto.
“Beh”,
lo incalzavo, “Ma come diavolo è potuto accadere?” (Anche
se, per caso, si era già ascoltata una qualche sua storia,
conveniva sempre risentirla per verificare le varianti che
apportava ogni volta al fine di arrivare nella sua mente
alla stesura definitiva - quella più apprezzata dagli ascoltatori
- che, quindi, poteva essere messa sulla pagina).
“Mi
trovavo in un campo svizzero nella mia qualità di internato
e, durante il giorno, si faceva opera di disboscamento per
cui, alla sera, tutti eravamo molto stanchi e non vedevamo
l'ora di andare a dormire.
Durante
la notte, nelle baracche, non era in funzione la luce elettrica
e non esisteva alcun altro impianto di illuminazione e per
conseguenza, se ci si doveva alzare per una qualche necessità
o ragione, lo si faceva muovendosi a tentoni.
Poco
male, dopo tutto.
In
breve tempo, avevamo imparato a conoscere ogni più piccolo
recesso della camerata.
Per
esempio, i gabinetti si trovavano appena fuori lo stanzone
principale.
Due
file di turche, a destra e a sinistra del corridoio,
chiuse, per modo di dire, da una porta uguale a quelle che
si vedono all'ingresso dei saloons nei film western, ma
con una sola anta ed un catenaccio scorrevole all'interno.
Una
notte in cui ero particolarmente stanco mi alzai dal letto
per soddisfare una impellente necessità fisiologica (poteva
capitare, con quel che si mangiava, di avere problemi del
genere) e, quasi sonnambulo, mi trascinai verso le toilette,
infilandomi nel primo bugigattolo disponibile e sistemandomi
alla meglio sulla turca.
Probabilmente,
a causa della stanchezza o della fretta o della concomitanza
di tutte e due, non mi venne in mente di chiudere la porta
col catenaccio e, così, all'improvviso, mi ritrovai uno
dei miei colleghi di avventura che, evidentemente altrettanto
stanco ed assonnato, nel buio, aveva aperto la porta dietro
la quale mi trovavo ed aveva cominciato a vuotarsi la vescica.
Quando
ti trovi sulla turca, in sospensione, non hai difese. Puoi
solo gridare ed è quello che feci una volta totalmente risvegliato
dallo zampillo di quel liquido caldo che mi bagnava il viso.
L'altro,
spaventato, si ritrasse e così ebbe termine quella inusuale
doccia.
Ne
abbiamo riso per mesi, a ripensarci!" e ne sorrideva
ancora...
Avvenimento
raro se non unico ed, in fondo, come aveva sempre pensato,
beneaugurante.
Nemo propheta in patria
Per quanto,
dopo aver abbandonato il suo incarico di aiuto cancelliere
presso il Tribunale di Varese ("Lasciata la Giustizia",
amava dire, facendo intendere chissà quali altre e più significative
incombenze) a seguito del clamoroso successo de Il piatto
piange, Piero Chiara - oramai “scrittore professionista”
- fosse noto ed apprezzato in tutta Italia, per la gran
parte dei suoi concittadini varesini, restava, senza molti
complimenti, uno dei più fieri perdigiorno e veniva immancabilmente
annoverato tra quanti passavano il loro tempo soprattutto
correndo dietro alle sottane e giocando a biliardo o a carte
nei caffè.
E
d'altronde, cosa potevano sapere della sua fama letteraria
il barista che gli preparava l'aperitivo o il fornaio, il
garzone di macelleria e il piazzista che, ogni giorno, lo
affrontavano a scopa piuttosto che a goriziana?
A
quei tempi beati e, a dire il vero, anche prima, per anni,
uno dei suoi più decisi e combattivi avversari fu un certo
Rosmino.
Era
costui un forte giocatore, impavido all'aspetto, pronto
alla lotta ma irascibilissimo ed altamente superstizioso.
Di
queste ultime sue pecche, per inciso, Piero non mancava
di approfittare quando le loro sfide a carte si svolgevano
nelle sale superiori del caffè Zamberletti, il più importante
di Varese.
Si
deve sapere che, allora, i camerieri di quel ritrovo servivano
ai tavoli indossando un bel frac nero, colore, come noto,
assai poco gradito a chi teme la sfortuna e crede nella
jella.
Così,
allorché una partita di particolare rilievo per la posta
in palio stava per volgere al termine con esito per lui
prevedibilmente negativo, a un cenno convenuto di Chiara,
uno dei camerieri - completamente nero e silenziosissimo
- si avvicinava al tavolo dove il gioco ferveva e si poneva
alle spalle del Rosmino.
Questi,
“sentendo” (più che vedendo) l'incombente figura, considerando
l'intruso "un enorme uccello del malaugurio",
iniziava immediatamente ad innervosirsi, ad insultarlo insieme
con il connivente avversario - che, da parte sua, seraficamente
negava ogni responsabilità - a perdere il controllo di sé,
a dimenticare le carte “uscite”, per arrivare, alla fine,
sconfitto, a buttare tutto per aria.
Ora,
questo Rosmino - anche per via della sua notevole bella
presenza, della particolare complessione fisica (era un
vero omone) e di una buona disponibilità economica (il che,
in certi ambienti, non guasta mai) - era, in città, assai
conosciuto e forse più dello stesso Piero.
Così
- nemo propheta in patria - quando, un giorno, un
inviato di un importante quotidiano nazionale arrivò a Varese
per intervistare lo scrittore, indirizzato da qualcuno al
caffè dove, in quel momento, quegli si trovava e chiesto,
appena entrato, al barista, dove Chiara fosse, si sentì
rispondere: “Eccolo là, è quello che gioca col Rosmino!”.
I soldi del sacrestano
Anni orsono,
il parroco di Cibrione, frazione di Nibionno, in provincia
di Lecco, ebbe la buona idea di creare una tessera (una
specie di carta
fedeltà, come ai supermercati) da riempire con
i bollini per documentare
la partecipazione dei fedeli più piccoli agli incontri di preghiera previsti per la Quaresima.
Alla
fine, chi aveva completato la raccolta vinceva un
santino!
È
assai probabile che al pastore, all’epoca, l'idea sia venuta
rileggendo o ricordando Le avventure di Tom Sawyer,
di Mark Twain, laddove il vispo ragazzetto protagonista
del celeberrimo romanzo, smanioso di dimostrare la propria
conoscenza dei versetti della Bibbia senza studiarli, con
trucchi vari, riesce a farsi dare dai compagni i bigliettini
colorati che il pastore consegnava ai più meritevoli fino
a vincere un premio salvo poi essere pubblicamente smascherato
al momento della premiazione quando gli viene chiesto di
dare prova della sua dottrina.
Così
come Twain, andando con la mente ai propri ricordi di fanciullo,
ha potuto lasciarci le vivide pagine or ora rammentate,
chissà che, in futuro, altrettanto sia capace di fare qualche
ragazzino di Cibrione!
Del
resto, la chiesa e l’oratorio hanno ispirato molti ex chierichetti
e tanti altri loro piccoli frequentatori a piacevoli memorie
come dimostra quanto scrisse in proposito, con bella penna,
Piero Chiara:
"I
primi soldi che mi sono stati dati e dei quali ho potuto
disporre, all'età di otto, nove anni, sono state le monete
da dieci centesimi di bronzo che mia madre mi dava la domenica
mattina perché andando a messa avessi qualcosa da mettere
nel sacchetto del sacrestano quando passava a raccogliere
l'obolo.
Mia madre mi dava una moneta ogni domenica. Dopo un paio di
mesi, non avendo mai messo la moneta nel sacchetto, mi ero
fatto un capitale di ottanta centesimi col quale tentai
la sorte giocando a murella e a sette e mezzo con i miei
coetanei.
La
sorte mi fu favorevole, tanto che mi riuscì di mettere insieme
un gruzzolo di parecchie lire.
Debbo
dire, a mio onore, che una domenica mattina versai in una
sola volta nel sacchetto del sacrestano non solo gli ottanta
centesimi che mi ero trattenuto, ma altri quaranta centesimi.
Sentivo
di aver giocato in società col parroco e mi pareva giusto
farlo partecipare al guadagno".
Maestro
di storie simili a questa
Verso la fine
del mese di maggio del 1964, passeggiando sotto i portici
di corso Matteotti nel pieno centro di Varese, occorse a
B. di incontrare Piero Chiara, suo antico sodale fin dai
tempi giovanili nella natia Luino.
Lo
scrittore avanzava rapido, con gli occhi bassi, leggendo
avidamente e con palese soddisfazione la pagina iniziale
di un libro che teneva tra le due mani quasi fosse una reliquia.
Deciso
ad attirarne l’attenzione, B. gli si parò d’innanzi e, dopo
un naturale moto di sorpresa
dell’amico, ne riebbe in cambio un bel sorriso e
l’accenno di un abbraccio.
“È
il mio nuovo romanzo, La spartizione - gli disse
Chiara cogliendone la curiosità - È appena uscito in libreria.
Te lo regalo. Dammi la penna che ti faccio la dedica”.
In
piedi com’era, scribacchiò velocemente qualcosa e consegnò
il volume a B. che se lo mise in tasca riservandosi di leggere
più avanti le parole dell’amico.
Come
quasi tutti in città, conosceva già la trama licenziosa
e, per l’epoca, altamente peccaminosa del romanzo.
Arrivato
che fu a casa, mentre si toglieva il soprabito, passò il
libro alla moglie che lo aveva accolto sull’uscio.
La donna l’aprì e, gettata un’occhiata alla dedica, subito
scura in volto, gli disse: “Ma allora anche tu sei uno sporcaccione?”
Sorpresissimo,
B. lesse a sua volta le poche righe.
Dicevano:
“Al caro B., maestro di storie simili a questa!”
Col materasso sulle spalle
Altre volte mi
è occorso di segnalare le scritte che a più riprese e seguendo
spesso e soprattutto gli accadimenti politici o sportivi
appaiono sui muri delle nostre città.
Nella maggior parte dei casi, sono senz’altro dettate dall’amore
(o dall’odio) per questa o quell’altra squadra calcistica,
per la Ferrari, per un particolare atleta o, viceversa,
dal disamore nei confronti di un determinato partito o uomo
di governo.
Di quando in quando, peraltro, esprimono qualcosa di diverso:
una certa, sana trivialità popolare che mi pare, comunque,
degna d’essere segnalata.
Mi riferisco (e mi auguro così facendo di non turbare troppo
i benpensanti) alle frasi di origine e ispirazione sessuale
le quali, quasi sempre, altro non sono che riproposizioni
o, al massimo, rielaborazioni di quanto già scritto sui
muri fin dalla notte dei tempi.
E così, da qualche giorno, nei pressi del mio studio una mano
ignota ha vergato sul muro le seguenti parole: Chi ama la figa tiri una riga:...
L’autore si è preoccupato giustamente di utilizzare la parte
superiore di una colonna del portico lasciando in tal modo
e ottimisticamente molto spazio alle future adesioni.
E proprio qui casca l’asino perché di righe, finora, se ne
sono aggiunte ben poche!
Mi rendo certamente conto della difficoltà di tracciare un
segno là sotto cercando di evitare di essere notati ma comunque
il fatto che siano tanto scarsi i consensi
mi pare debba essere rilevato quale segno dei tempi.
Ben altrimenti andavano le cose trenta o più anni fa allorché,
alla vista di una consimile frase alla quale infinite manifestazioni
di assenso si erano aggregate, Piero Chiara che mi era compagno
di strada, dopo aver riflettuto a voce alta sulle differenze
tra uomini e donne riguardo al sesso, ispirato, disse: “Peccato
non essere una femmina: lo fossi, andrei in giro costantemente
con un materasso sulle spalle per essere sempre e comunque
pronto!”
“Diventare” Piero Chiara
Allorché gli capitò, in specie dopo il notevolissimo successo
del film di Alberto Lattuada Venga
a prendere il caffè da noi ricavato dal suo La spartizione, di essere “accusato”
di “scrivere non più romanzi ma, direttamente, sceneggiature
pensando da subito alle possibili, successive, succulente
trasposizioni per il grande schermo delle storie che mano
mano andava raccontando”, Chiara reagì - come quasi sempre
gli occorreva a fronte di rilievi che considerava immotivati
o risibili - dando ragione a quanti gli muovevano tali attacchi.
Anni
prima, d’altronde, mi era capitato di essere presente nel
momento in cui, replicando per iscritto ad una lettera di
una signora che gli aveva fatto notare come le trame dei
suoi romanzi non fossero frutto di invenzione ma prendessero
semplicemente spunto da fatti e accadimenti “veri”, aveva
dettato alla segretaria Gigliola una replica il cui incipit
consisteva nell’affermazione “scrivo solo e soltanto per
motivi economici; lungi da me ogni pretesa letteraria”.
Niente
di più falso, ovviamente, vista, di contro, la tenacia con
la quale in molteplici occasioni e, in particolare, in una
celebre intervista concessa alla Televisione della Svizzera
Italiana aveva voluto ricordare le belle parole che a proposito
della sua opera aveva vergato l’insigne critico Carlo Bo
quando aveva riconosciuto in lui “l’arte e le capacità del
vero narratore”.
Convinto
da sempre (come ebbe a ripetere in uno dei suoi Sale
& Tabacchi sul Corriere del Ticino nel 1976) di
scontare una sua, chissà quale e perché, “bassa origine”
che lo aveva trattenuto dall’emergere alla fama letteraria
prima, Piero, metabolizzati i successi de Il piatto piange
e degli altri suoi romanzi d’esordio, quasi infantilmente,
godeva del fatto di “essere diventato Chiara”.
E
cosa ciò volesse dire lo si scopriva vedendolo frequentare
con la cara Mimma il bel mondo al quale, negli anni giovanili,
non aveva neppure osato guardare; lo si vedeva allorquando,
finalmente, “come un signore”, gli fu possibile farsi fare
le scarpe su misura; infine nel momento in cui, magnificamente
abbigliato, fu in grado di sfoggiare mille e mille Borsalino
e dozzine di diversi ed elegantissimi bastoni.
Bello
era quindi essere un “nuovo Chiara”, anche se, ogni mese,
invariabilmente, il vecchio Piero tornava a Luino e risaliva
la “sua” via Felice Cavallotti alla vana ricerca di un monello
che lì, infiniti anni prima, aveva liberamente e forse a
piedi nudi giocato.
Il “Chiara”
che non c’è più
Per
quanto Luino e, in genere, la sponda magra - per
distinguerla da quella piemontese, da sempre più ricca -
del lago Maggiore abbiano, nella storia, dato i natali ad
un notevole numero di personaggi comunque degni di memoria
(si pensi, almeno a Giovanni Carnovali detto il Piccio,
nativo di Montegrino, pittore massimo del romanticismo lombardo
ottocentesco, o a Vincenzo Peruggia, che partì dalla Val
Dumentina ed approdò a Parigi dove involò niente meno che
la Gioconda), è con Piero Chiara che, nel 1962, città e
contado raggiunsero una non immeritata fama, assurgendo
la prima, con i suoi molti vizi e le non poche virtù, a
vera protagonista de Il piatto piange.
I
tanti lettori del Nostro impararono, da quelle belle pagine
e dai molti romanzi e racconti che seguirono, a conoscere,
oltre ai godibilissimi personaggi che l’abitavano, luoghi
e percorsi letterariamente da allora imperituri.
Letterariamente,
ho scritto, ed è, purtroppo, così, perché, oggi, un Piero
Chiara improvvisamente risorto, di quella sua Luino ritroverebbe
ben poco, visto che, con una tenacia certamente degna di
nota, man mano, i suoi concittadini vanno demolendo o trasfigurando
le case e i palazzi nei quali il Camola ed i suoi amici
vivevano bellamente la vita.
Il
Caffè Clerici, per esempio - laddove si riunivano i giocatori
di biliardo - è chiuso, transennato, in attesa di restauro
e destinato a chissà quali altri e diversi destini, nel
mentre le vecchie insegne giacciono per terra, in un angolo,
abbandonate.
L’antico
ed esemplare Casotto di Mamma Rosa, per decenni lasciato
al disfacimento e pronto alla demolizione, non potrà più
raccontare i pomeriggi e le sere trascorse dagli sfaccendati
del luogo in chiacchiere e a far flanella sotto lo sguardo
benevolo della maitresse. E vanno, intanto, man mano scomparendo, vittime dell’inesorabile
trascorrere del tempo, non solo i fruitori italiani di allora,
ma anche i tanti svizzeri che, non esistendo da loro una
consimile istituzione, favoleggiavano del Casott da Luin
e, quasi religiosamente, lo frequentavano a costo di pagare
tariffa doppia.
E,
d’altra parte, anche Varese - la città nella quale Chiara
trascorse la sua maturità, impiegato, come diceva, “nella
Giustizia”, e in verità dedito al gioco e alle belle donne
- non è, da tempo, più quella.
Sono
scomparsi il vecchio Caffè Centrale e il Bar Pini con i
loro biliardi e le discrete salette nelle quali le carte
la facevano da padrone fin verso l’alba.
Nella
centralissima piazza Monte Grappa non c’è più il Caffè Socrate;
più in là, è sparito anche il Bar Lombardi e anonime boutique,
in loro vece, hanno conquistato il campo.
Resta,
per fortuna, è vero, il Caffè Zamberletti del centralissimo
corso Matteotti e resta la sua grande sala superiore, al
primo piano, dove “il Chiara”, per lunghissime ore ogni
giorno e per decenni, affrontava il mitico Rosmino.
Era
costui un forte giocatore di scopa d’assi, grande e grosso
all’aspetto, facilissimo all’ira e pronto a buttare per
aria il tavolo verde se qualcosa,
a parer suo, andava storto.
Chiara,
conoscendone l’invincibile superstizione, quando lo scontro
volgeva per lui al peggio, con un cenno, invitava uno dei
camerieri in frac nero a sistemarsi alle spalle del malcapitato,
il quale, subito sconvolto da quello che riteneva “un uccellaccio
del malaugurio”, perdeva le staffe e così la partita.
Memorabile e degna di essere esposta in una lapide da sistemare
proprio allo Zamberletti la frase che Rosmino sibilò tra
i denti a Piero dopo una pressoché infinita serie di sconfitte:
“Vorrei avere
la tubercolosi per poterti sputare in bocca!”
Come un cavallo
Verso
la fine del mese di luglio del 1986, bighellonando come
spesso mi accade per Varese, girato l’angolo che da via
Volta introduce a piazza Monte Grappa, mi ritrovai improvvisamente
di fronte Piero Chiara.
Avanzava
deciso, percorrendo quei pochi portici con passo spedito
e guardandosi intorno con una certa allegra curiosità, come
chi, uscito di casa dopo tanto tempo, vada gioiosamente
riscoprendo la propria città.
Nulla,
all’aspetto, se non forse un’eccessiva magrezza che lo faceva
apparire ancora più piccolo, lasciava intendere la malattia.
Gli
andai incontro felice, sorridendo, e subito mi accolse stringendomi
con calore la mano.
“Vedi?”,
mi fece allegramente, “Mi hanno rimesso a nuovo. Il male
è sconfitto. Sto bene. Tra poco vado al mare e poi a Cortina.
Tutto come prima.”
Da
anni, dopo il doloroso distacco, non lo vedevo se non di
sfuggita e da lontano e le notizie sulla sua salute che,
negli ultimi mesi, comuni amici mi avevano trasmesso non
erano certamente incoraggianti.
Così,
guardandomi negli occhi, si rese conto che era necessario
rassicurarmi ancora di più.
“Sai”,
mi disse allora, “è proprio vero che sto bene: piscio come
un cavallo!”
Sollevato
da quelle parole, scoppiai a ridere come certamente si aspettava
e, di lì a poco, mi accomiatai non senza essermi fatto promettere
un successivo e più lungo vis à vis.
“Come un
cavallo”, pensavo tornando a casa e ricordando l’origine
del suo male, “Vuol dire proprio che sta bene, visto che tutto
era cominciato da lì”.
Sapevo
quanto Chiara apprezzasse e conoscesse i cavalli e rammentavo
le volte che mi aveva parlato con ammirazione della potenza
della loro pisciata, capace di scavare un solco profondo
nella superficie delle strade sterrate della sua giovinezza.
Non
immaginavo allora che quello sarebbe stato il nostro ultimo
incontro e che quella frase così “alla Chiara” sarebbe stata
l’ultima che avrei udito dalle sue labbra.
Piero
morì pochi mesi dopo, il 31 dicembre di quell’ormai lontano
anno, risucchiato e distrutto dalla malattia che credeva
di aver vinto, ma capace, negli ultimi istanti, di lasciare
un emozionato ed emozionante testamento in poche parole.
Scrisse,
infatti, ad un ignoto amico (e, quante volte, mi sono augurato
che vergando quelle righe stesse pensando a me): “Non rattristarti
e non piangere. Lo so, sarebbe bello vivere ancora qualche
anno, tornare a scrivere, pensare a qualcosa di diverso
da questo brutto pensiero, uscire a spasso, parlare senza
fatica.
Ma
non soffrire.
Me
ne vado, non dico contento, ma appagato sì.
Dalla
vita ho avuto tanto: belle donne, buoni amici, amori intensi,
soldi, gioie e dolori nella giusta misura.
Poi,
senza che avessi fatto nulla per meritarmelo, a cinquant’anni
è venuto questo dono dello scrivere, e questo successo,
quale che sia.
Di
più sarebbe stupido pretendere”.
MdPR
* Dice di sé:
Mauro
della Porta Raffo. Semplicemente bellissimo, aspiro, e mi
manca poco, a poter ripetere quel che a suo tempo affermava
il maestro ebanista di Karl Popper: “Mi chieda pure quello
che vuole, io so tutto!”
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