PROTAGONISTI

UN AMICO, UN CERTO PIERO CHIARA

“Scrivi che sono uno scrittore indipendente: indipendente dalle grosse formazioni politiche naturalmente portate all’allattamento di artisti e letterati”

Mauro della Porta Raffo *

“Il 31 dicembre 1986 il giornale radio delle 19 comunicò la morte di Piero Chiara avvenuta a Varese in quello stesso giorno. La notizia mi colse alla sprovvista, nel pieno dei preparativi per i festeggiamenti di fine anno ed alla vigilia di un mio programmato breve soggiorno in Liguria che m’impedì, nei giorni successivi, di essere presente ai funerali.

Fu un momento di profondo dolore, suscitatore, peraltro, di innumerevoli ricordi.

A dire il vero, negli ultimi tempi, per una serie di ragioni e per mia responsabilità, ci eravamo allontanati, ma, comunque, ogni tanto, incontrati, specie in casa di Vittore Frattini, con reciproca, evidente contentezza.

D'altra parte, per circa quindici anni, si può dire che avessimo pressappoco convissuto: avevamo fatto politica insieme, avevamo discusso di letteratura, di cinema e di pittura, ci eravamo beccati violentemente ed insultati ferocemente giocando a biliardo e, soprattutto, a scopa d'assi.

Mi aveva guidato, sorretto e, credo, amato come un figlio, riponendo molte speranze in me. Ora, a distanza di qualche anno, non più velato da certe, da me supposte, incomprensioni, ho pensato di scrivere alcune brevi prose di cui “il Chiara” è protagonista e che, mi sembra, bene lo rappresentino.

Tutte storie rigorosamente “vere” o che tali mi erano sembrate, quando “raccontate da lui”. È con queste parole introduttive che nel giugno 2000 davo alle stampe il mio primo libro dedicato all’autore de Il piatto piange, che intendevo colà ricordare assai più come uomo e maestro di vita che come letterato.

Cinque anni dopo, in anticipo sulla naturale scadenza del ventennale della di lui dipartita che i media hanno di poi salutato con larghezza e in occasione del quale la Mondadori ha pubblicato nei Meridiani i suoi romanzi, proponevo un mio secondo e maggiormente articolato volume intitolato semplicemente “Piero Chiara”.

È da quest’ultimo che, per “L’attimo fuggente”, ricavo le righe che seguono le quali, tranne, ovviamente, quelle raccolte nel capitolo “Chiara visto da Chiara”, sono opera del sottoscritto.

“Raramente, dalla penna o dalla bocca di Piero Chiara uscivano frasi fatte e penso, quindi, che oggi mi avrebbe ripreso se mi avesse sentito dire, come, in effetti, ho detto: “Mio Dio, come passa il tempo!”. Eppure, è proprio così e fra non molto saranno vent’anni che Piero non è più tra noi.

Il 31 dicembre del 1986, verso sera ma non troppo tardi visto che il Giornale Radio delle diciannove e i Telegiornali delle venti ne dettero comunque notizia, la sua lunga lotta contro il male giungeva al termine e Chiara si spegneva nella bella casa di via Metastasio. Accanto a lui, piangente ed incapace, da allora fino alla morte, di riprendersi, la cara e dolce Mimma.

Lontano ed impossibilitato a partecipare al funerale, che, fra l’altro, si svolse decisamente “alla Chiara” (molti, sbagliando corteo, seguirono il feretro del padre di Dario Fo, sepolto anche lui a Luino, lo stesso giorno e nella stessa ora nel medesimo cimitero), lo immaginai in cielo, da subito impegnato in una bella partita a scopa d’assi con qualcuno dei suoi antichi avversari.

Verrà il giorno, Piero, in cui giocheremo ancora insieme a carte o a biliardo.

E ti batterò, giuro che ti batterò!”.

MdPR


Chiara visto da Chiara

“Nello stesso treno, ma in un’altra carrozza”.

“Quando cerco di spiegarmi la ragione del ritardo col quale sono arrivato alla narrativa dopo una vita che tuttavia non fu mai disattenta ai fatti letterari, e quando, scendendo più a fondo nelle domande che rivolgo a me stesso, mi chiedo perché ho scritto dei romanzi o dei racconti, mi accorgo che la mia impresa è stata un tentativo per uscire dalla solitudine parlando ad altri di me, dei miei guai e delle mie fortune.

Ho scritto per avere intorno qualcuno, come quando raccontavo a voce in un piccolo cerchio di amici e anche per capire me stesso e il mondo nel quale vivevo.

Altri, prima di me, avevano capito le stesse cose col mezzo della creazione artistica: avrei potuto per tempo unirmi a loro, fare gruppo, scambiare con quei miei coetanei la schiuma dell’intelligenza.

Erano, alcuni, fra i migliori poeti, scrittori, artisti della mia generazione o di quelle confinanti.

Ma una specie di bassa nascita, di vizio d’origine, mi ha sempre trattenuto.

Al tempo in cui loro studiavano e si formavano io ero altrove, a tener testa per mio conto alle onde della vita, in anse remote. Vivevo con esseri estranei all’arte e alla letteratura, mi mescolavo con professionisti, esercenti, giocatori, gabbamondo, gente di campagna e di città, ricchi e poveri: il magma umano che traversa l’esistenza senza osservarla, senza trarne balsami o veleni letterari.

Così, ho parcheggiato fin quasi a cinquant’anni in aree dominate dalla necessità, dove nulla si sublimava.

Come ho già detto altra volta, con gli uomini che rappresentano l’arte e la cultura del nostro tempo ho viaggiato nello stesso treno ma in un’altra carrozza.

Allo stesso modo di chi emigra in giovane età e torna anziano al suo paese, mi sono quindi trovato tagliato fuori da un mondo che avrebbe dovuto essere mio e nel quale ero invece vissuto come in un sogno.

Al pari dei vecchi emigranti ho cominciato allora a raccontare, a favoleggiare, a render conto di un continente che i letterati raramente percorrono. Ne è risultata per me una nuova solitudine.

Se prima, nell’esilio dell’ambiente che doveva essere mio, pativo di solitudine, ora, anche trovando ascoltatori, patisco di un’altra solitudine: quella degli anni, che si sono svuotati di speranze e si aprono ormai, uno dopo l’altro, come anticamere semibuie dove non c’è che un tavolo e una sedia per starvi, col capo appoggiato sugli avambracci, ad aspettare la vita, quella cui si riduce chi scrive e racconta di sé e del mondo nel quale è passato.

La solitudine del narratore, sospeso tra la vita e il sogno della vita, come il ragno al filo della sua tela”.

(da Sale e tabacchi, Il Corriere del Ticino, 1975)                               

                                           

Testimone diretto

“Come quel medico che scoprì i primi vaccini, il quale provava su di sé gli innesti, io sono tale scrittore che prova la vita su di sé, prima di raccontarla.

L’ho provata su di me in tante situazioni, in vari mestieri, in molti luoghi, in momenti di tranquillità e in epoche fortunose.

I miei libri sono quindi un’immagine del mondo presa da vari punti di vista da un uomo di umile origine e di pochi studi, ma attento alla vita e testimone diretto, se non addirittura protagonista, delle sue storie.

Dico “pochi studi” in rapporto a ciò che avrei voluto conoscere, perché in verità ho studiato tutta la vita, cioè ho molto riflettuto su alcuni libri fondamentali, su alcune personalità e sul alcuni fatti che ho giudicato essenziali.

Fin da ragazzo ho letto e riletto il Decameron fermandomi per anni sulle prime novelle che scoprii in un’antologia scolastica, quella di Martellino e quella di Chichibio...

Il Decameron mi ha occupato tanto, costringendomi a fermarmi man mano che lo leggevo, che le ultime novelle le ho lette solo qualche anno fa.

Lo stesso potrei dire, o quasi, della Vita di Benvenuto Cellini o di altri testi minori, come per esempio del Belcari...

Il Satyricon di Petronio Arbitro fu una scoperta della mia gioventù che mi accompagnò tutta la vita al pari del Lazarillo de Tormes.

Il Bandello fu un’altra delle mie passioni.

Il Manzoni è tuttora per me un continuo oggetto di studio e di riflessione.

Mi interessò moltissimo il Nievo.

Altri, di poco conto, scoperti in giovane età, mi colpirono fortemente: fra questi il De Amicis, che poi mi disgustò.

Erano pur sempre imprese narrative, e mi impegnavo a correggerle e a raddrizzarle secondo il mio gusto.

Ho letto con grande passione i romanzieri francesi e russi dell’Ottocento, in particolare Balzac, Flaubert, Dostoevskij e Gogol.

Poi Conrad, Stevenson e Melville. Anche Jack London.

Ma c’è stata una schiera di scrittori involontari che ho preso in considerazione durante gli anni nei quali ho lavorato nell’amministrazione della giustizia: quella dei marescialli dei carabinieri.

Ho letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti nel modo più chiaro possibile.

I marescialli dei carabinieri non facevano riflessioni né si abbandonavano a introspezioni psicologiche: riferivano puramente e semplicemente.

Mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare vedendo nella mente i fatti come in un film e studiandomi di tradurli in parole semplici e precise”.

(da Sale e tabacchi, Il Corriere del Ticino, 1976)

                                                                                   

Indipendente

“Scrivi che sono uno scrittore indipendente: indipendente dalle grosse formazioni politiche naturalmente portate all’allattamento di artisti e letterati, indipendente da chiese, clan e consorterie varie, intento solo al mio lavoro in un angolo di provincia, inchiodato dieci ore al giorno a due o tre tavoli dove lascio e riprendo uno scritto dopo l’altro, indipendente dalle teorie letterarie che vorrebbero incanalare l’invenzione oltre che il linguaggio.

Potrai anche scrivere che gli unici cortei ai quali ho partecipato, sono state le processioni del Corpus Domini, della Madonna della Cintura e di quella del Carmine, al mio paese, fino all’età di dodici o tredici anni.

Successivamente mi sono messo in fila solo nel caso di funerali, purtroppo frequenti, di congiunti e di amici.

Essendo così fatto, non ho mai, come altra volta ti dissi, firmato manifesti, petizioni, e per mia fortuna neppure suppliche a sovrani, principi, dittatori o simili, ma solo istanze quando servivo, in anni ormai lontani, nel Ministero della Giustizia.

Istanze di licenza, di aspettativa, di trasferimento e infine di congedo precoce, per entrare, finalmente, in stato di operatività creativa”.

(da Una lettera a un amico critico letterario, 1978)


A Luino

“Si giocava d’azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perché non c’era, né c’era mai stato a Luino altro modo per poter sfogare senza pericolo l’avidità di danaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l’esuberanza dell’età e la voglia di vivere.

Nei paesi la vita è sotto la cenere. Per vivere come si vorrebbe da giovani ci vuole danaro; e di danaro ne corre poco.

Allora si gioca per moltiplicarlo e si finisce per fare del gioco un fine, una mania nella quale si stempera la noia dei pomeriggi e delle sere.

Non ci si accorge che a due passi, fuori dalle finestre, c’è il lago e la campagna.

Si sta legati ai tavoli a denti stretti e neppure si pensa che lo studio, o un mestiere qualsiasi, potrebbero rompere quell’inceppo che si maledice e si adora, e aprire una strada nel mondo a chi nascendo si è trovato davanti l’acqua del lago e dietro le montagne, quasi a indicare che per uscire dal paese bisogna compiere una traversata o una salita, fare uno sforzo insomma senza sapere se ne valga la pena.

Qualcuno che si ribella o che viene scosso dalla necessità, se ne va a lavorare o a far ribalderie all’estero, o almeno fuori da quei limiti.

Gli altri continuano a giocare, a studiarsi e a guardar vivere l’un l’altro...

Passano una stagione dopo l’altra e aspettano il ritorno di quelli che sono partiti per poterli ascoltare quando raccontano in cerchio al Metropole o al Caffè Clerici”. 

(da Il piatto piange, Mondadori, 1962)


Così andava la vita

“A mezzogiorno iniziammo la discesa per i colli verso Luino...

Non s’incontrava nessuno né per le strade né per i campi; e passando, onde accorciare la strada, tra filari di vigne spoglie, profittammo della solitudine per accosciarci a qualche metro l’uno dall’altro e far quello che avevamo sempre rimandato durante tante ore di gioco.

in quella posizione si vedeva Luino a filo terra e la sponda arcuata che si slanciava, leggera e vaporosa, nel lago punteggiato di barbagli.

Qualche nebbia saliva d’intorno tra i roccoli.

E il Peppino, con la sua voce chioccia da tedesco, e stentata per la posizione del corpo, diceva:

“Ma tì, ma tì, guarda come l’è pur anca bel a fa sta vita! Giugum, magnum, un quai danèe ghe l’èmm semper, lavurum pok o nagòtt, quant ghè de cudegà cudégum, pàssum l’inverno al kalt, d’està ‘ndemm a nodà.

E adess semm chì a vardà ‘l laag cun la bel’ariéta fresca in sui ciapp!”.

E dopo una pausa per prendere fiato, la sua risata secca di arpia appollaiata, senza eco nell’aperta campagna.

Così andava la vita in quei tempi e così andò ancora per anni, da una guerra all’altra, mentre altri fatti, altre gioie e tristezze venivano a complicare l’esistenza di quei giocatori”.

(da Il piatto piange, Mondadori, 1962)

 

Varese, perché?

“Ho sempre pensato che una cittadina lombarda, di buon clima, di ameni dintorni, sui cinquantamila abitanti, fra laghi e colline, potesse essere il mio rifugio ideale. Così sono vissuto a Varese, apparentemente la più banale e insignificante città del Nord Italia, ma ci ho scavato in questa città, ricavandone gli umori più sapidi, conoscendone uomini e cose, vizi e virtù”.

(da un’intervista alla Televisione della Svizzera Italiana, 1971)

 

Che fatica giocare!

Secondo il dizionario della lingua italiana il gioco è "attività piacevole cui ci si dedica per divertimento, per passatempo, per esercizio fisico o mentale o per azzardo" ed  ho sempre pensato che sia veramente strano che lo stesso vocabolo possa essere usato indifferentemente per tutte queste attività, diversissime tra loro e, in ispecie, per l'azzardo.

Il vero giocatore di biliardo, l'appassionato di cavalli frequentatore di sale, agenzie ed ippodromi, l'accanito amante della roulette, lo schiavo delle carte e dei dadi sanno, per esperienza, come in ciascuno di questi giochi tutto sia presente tranne il divertimento e come non possano certo essere considerati dei passatempo.

Per quanto riguarda poi l'aggettivo piacevole, anche se non può essere negato che un qualche piacere esista, esso può derivare soltanto dalla fatica, dall'assiduità e dall'impegno quando, raramente, coronati dal successo.

Moltitudini di scrittori si sono dedicati all'argomento e psicologi di fama hanno cercato di comprendere quali necessità, quali urgenze spingano l'uomo al gioco e, quasi sempre, alla rovina.

È anche indubbiamente necessario arrivare ad una distinzione tra gli amanti dei diversi giochi. Per quanto ci sia chi ne pratichi più di uno, in realtà i professionisti cercano di concentrarsi su di un singolo fra i tanti e precisamente su quello dal quale contano di trarre le fonti del loro sostentamento, ma, sempre, con notevole fatica fisica ed intellettuale.

Proprio a conferma di quanto finora detto mi torna alla mente un episodio che riguarda un personaggio di chiara fama, a noi vicino, che, per lunga pezza, aveva, in gioventù, frequentato con successo i più diversi tavoli, e specialmente quelli verdi, del biliardo e della roulette.

Un giorno, a Venezia, dove si era recato con la consorte, si trovò a passare, non so quanto casualmente, davanti al casinò e, come preso da un'improvvisa smania, disse alla moglie di attenderlo all'ingresso per cinque minuti, giusto il tempo di fare due puntatine al primo tavolo che avesse incontrato.

Passarono i famosi cinque minuti, il primo quarto d'ora, la mezz'ora e, alla fine, dopo più di un'ora e mezza di inutile attesa, la signora, anche leggermente preoccupata per la prolungata assenza del marito, si decise a sua volta ad accedere all'interno, dove i giochi fervevano.

Il luogo le risultava, ovviamente, del tutto sconosciuto, pieno di gente, di rumore diffuso, di fumo e di palpabile tensione.

Dopo essersi aggirata, smarrita, per le prime due sale, non sapendo a chi rivolgersi per chiedere informazioni, entrò titubante in quella di fondo, sull'ingresso della quale campeggiava la scritta privé, e, finalmente, scorse il marito che, in piedi tra due tavoli di roulette, sembrava seguire il gioco ed essere impegnato su tutti e due i fronti.

Incerta ma desiderosa, comunque, di farsi vedere, cercò invano di attirarne l'attenzione finché si decise ad andargli tanto vicino da essere necessariamente notata.

Uno sguardo bruciante sembrò come folgorarla per cui non le restò che defilarsi ed aspettare ancora qualche minuto, mantenendo nell'attesa un dignitoso silenzio.

Il tempo correva inesorabile, la mezzanotte si avvicinava e nulla sembrava potesse modificare la situazione.

Alla fine, stanca oltre ogni dire, preso, come si dice, il coraggio a due mani, pensò fosse l'ora di tornare alla carica.

Si avvicinò al consorte e, toccandolo sul braccio, gli fece notare da quanto tempo lo stesse aspettando.

Fu allora che, con voce carica d'ira appena contenuta, si sentì rispondere "Ma cosa credi? Pensi forse che mi stia divertendo?".

 

Chi tira forte tira tre volte

Nei primi anni Sessanta a Varese, se si marinava la scuola si andava sempre a finire nei soliti tre o quattro posti: al bar Helen, in viale Milano, dove i biliardi erano in una sala sotterranea che ti dava l'idea di non essere raggiungibile da genitori o professori; al cinema Centrale, benemerito perché dalle dieci e trenta in poi faceva doppio spettacolo; alla Schiranna, sul lago di Varese, per una bella remata fino a Bodio, se il tempo lo permetteva.

Ma i più coraggiosi, a metà mattina, si presentavano al bar Centrale che, tenendo fede al suo nome, si trovava in piazza Podestà, vero centro cittadino.

Come detto, bisognava essere coraggiosi od incoscienti perché in quel bar i due biliardi erano allineati subito dopo il bancone e gli avventori, girandosi mentre bevevano, erano soliti seguire qualche colpo e ti poteva capitare che entrasse tuo padre, tuo zio o chi sa quale altro conoscente a bere il caffè o l'aperitivo.

Malgrado ciò, per lungo tempo, ho preferito il Centrale; sarà stata la migliore illuminazione dei biliardi, sarà stato il signor Francesco, il proprietario (che era così divertente) o forse sarà stato perché in una delle due salette interne, dove, quasi di nascosto, si giocava a carte, c'era sempre Piero Chiara che prima o dopo veniva a vedere come se la cavavano a biliardo i giovani.

Naturalmente, dopo neanche un minuto, aveva in viso un'espressione quasi addolorata.

Infatti, a quei tempi, il nostro motto era "chi tira forte tira tre volte" e, quindi, ci davamo dentro di tutta lena. Le palle correvano sul biliardo a più non posso e capitava di farle saltar fuori e di bere a garganella non controllandole.

Mi dava un certo perverso godimento esibirmi così di fronte ad un vero esperto che predicava un gioco di ben altra fattura e che sosteneva che solo con l'intelligenza ed il tocco si poteva vincere a biliardo.

Francesco, il proprietario, quando descriveva le nostre partite, diceva, in buon dialetto varesino, tiren de chi cannellaa, de chi stangaa e ci ricordava sempre che il primo strappo del tappeto verde costava centomila lire (una cifra enorme e spaventosa, ma in fondo non troppo, per quei tempi).

Chiara arrivava al Centrale verso le dieci, beveva qualcosa, leggeva velocemente la Prealpina per vedere cos'era successo il giorno prima a Varese, dava un'occhiata ai necrologi, come fanno tutti in città, e poi andava a sedersi nella prima saletta a sinistra all'interno del bar, dove, di solito, già lo aspettava il suo avversario, mescolando le carte e facendo solitari.

Il contendente, perché di dura contesa si trattava, era quasi sempre lo stesso e il gioco la scopa d'assi.

Non so quale fosse la posta di ogni partita, ma, in fondo, non era importante.

Quel che contava sembrava essere schiacciare l'avversario, sbeffeggiarlo a parole, averlo alla propria mercé.

Quando cominciava a giocare, Chiara non pensava più ad altro e le ore passavano senza che se ne accorgesse.

Verso l'una Francesco l'avvertiva che era tempo di andare a casa ma il distacco dal tavolo da gioco era sempre ritardato da “un’ultima mano” e molto doloroso.

Chi aveva perso pagava e, con aria dura, chiedeva la rivincita per il pomeriggio verso la cinque.

Il vincente offriva le consumazioni, beveva un ultimo aperitivo ed usciva salutando allegramente.

Tutti sapevano chi era Piero Chiara. Anche se non aveva ancora scritto i suoi migliori romanzi, era già famoso a Varese come novelliere e grande narratore orale e, poi, sembrava conoscere ogni cosa: la storia, la geografia, la letteratura e, incredibilmente, i fatti di tutti, il che gli serviva per architettare, quasi sempre riprendendole dal vero, un mare di storie.

La sua tecnica di narrazione orale, che, più tardi, ebbi modo di sperimentare tantissime volte, consisteva nel raccontare un aneddoto, nel verificarne l'impatto sull'uditorio, nel modificarne i particolari meno graditi, nel ripeterlo poi ad un altro gruppo di persone. Quando il risultato che intendeva raggiungere era ottenuto l'episodio poteva essere messo sulla pagina.

Lì al Centrale, però, contava che fosse ritenuto il miglior conoscitore di tutti i possibili giochi sul piano teorico, il più forte, anche se qualche tempo prima, al biliardo e fortissimo a carte da sempre.

Quel che me lo rese subito molto simpatico fu che non mi chiese mai perché non fossi a scuola (forse ricordava i suoi trascorsi scolastici) e che, pur essendo amico dei miei genitori, specie di mio padre, avesse un atteggiamento tale da far subito capire che non mi avrebbe mai “tradito”.

Così come lui faceva maratone di scopa, io le facevo di biliardo, più o meno sempre con gli stessi compagni.

Una mattina, non so più per quale motivo, avevo bigiato da solo e, non sapendo che fare, dopo aver provato qualche tiro e aver rifiutato di giocare a soldi con un mezzo professionista che era sempre là pronto a catturare gli sprovveduti per spremerli ben bene, mi addentrai nella saletta da gioco e vidi che Chiara, seduto e privo di compagnia, era impegnato in qualche solitario.

Facendo finta di nulla mi sedetti al tavolo vicino, presi un mazzo di carte e cominciai anch'io a fare dei giochetti.

Chiara mi guardava ogni tanto da sopra gli occhiali che portava avanti sul naso e non diceva una parola.

Passata una buona mezz'ora dovette convincersi che l'avversario, quella mattina, non sarebbe venuto e cominciò ad agitarsi sulla sedia.

Chiamò Francesco e gli disse di telefonare a casa di quel tale per vedere che fine avesse fatto.

Poco dopo gli fu risposto che non si riusciva ad averne alcuna notizia.

Mi sono spesso domandato, in seguito, quel che deve aver pensato in quei momenti. Quando un giocatore è deciso a giocare deve farlo ad ogni costo per non tradire le sue aspettative, per non mancare il pregustato godimento, per dar seguito ai sogni.

Così si guardò ancora intorno e vide che c'ero solo io.

Si alzò, mi venne vicino e mi disse: "Sai giocare a scopa d'assi?".

Aspettavo quel momento con speranza e timore ma fui fermissimo nel dire "Sì!".

"Bene", dichiarò sedendosi, "Per cominciare ci giochiamo l'aperitivo".

Sapevo di dover vincere per inchiodarlo alla sedia, per catturarlo e per la mia stessa gloria di giocatore.

Toccavo il cielo con un dito!

 

Il rosso e il nero

Ce l'avevo fatta! Chiara era seduto vicino a me in macchina e aveva finalmente accettato di farmi scuola sul campo.

Lo stavo tempestando da mesi, ma lui tergiversava.

Sembrava cercare scuse. Diceva che gli mancava l'animus, che la roulette bisogna affrontarla solo quando si è nello spirito giusto. Insomma, aveva cercato di stancarmi.

Ma, come si sa, l'entusiasmo del neofita la vince su tutto e così aveva dovuto cedere. Avevamo lungamente ragionato su dove andare: meglio Saint Vincent - circa due ore di macchina da Varese, però - o Campione - ci si arriva in un batter d'occhio ma sembra di essere in centro città perché, ad ogni ora del giorno e della notte, è pieno di varesini - o Sanremo o Venezia, già più lontane e più sicure?

Ma, poi, che importava che ci vedessero giocare considerato che si trattava di una volta soltanto?

Tanto valeva andare a Campione!

In macchina, lo stavo assordando con la ripetizione entusiastica di tutte le regole che mi aveva insegnato.

Per prima cosa bisogna conoscere come si divide in settori la roulette, cosa sono i “vicini dello zero” e quali sono, cos'è la “serie”, cosa sono gli “orfanelli” e poi cos'è la “figura” di un numero, eccetera, eccetera.

Per qualche tempo avevamo studiato, usando una piccola roulette ed un tavolo verde in miniatura che qualcuno gli aveva regalato e che teneva nel suo studio quasi in memoria di lontane avventure.

Insomma, mi sembrava di essere pronto da un punto di vista teorico con gli insegnamenti di cotanto maestro che, si diceva, aveva giocato e vinto in ogni parte del mondo.

Arrivati a Campione e posteggiata alla bell'e meglio la vettura, ci decidemmo ad entrare.

Mi ero vestito bene, di tutto punto, per l'occasione: un magnifico abito blu con panciotto ed una cravatta che mi pareva uno schianto.

L'edificio ed il suo interno sembravano corrispondere a quello che, da sempre, era il mio immaginario in merito.

Come tutti quelli della mia generazione, avevo letto Dostoevskij e seguito al cinema le avventure di James Bond.

Ebbene, lì all'ingresso, c'era l'atmosfera leggermente decadente che cercavo e la bella gente.

Avevamo studiato un piano d'azione, una strategia da seguire.

Secondo Chiara al casinò, prima di tutto, bisogna essere e rimanere calmi. Perciò, entrati, ci dirigemmo al bar per una piccola consumazione (niente alcolici, per carità!) e per ambientarci.

Poi bisogna andare alla toilette perché quando, dopo, si gioca non ci si può interrompere per nessun motivo.

Quindi, si entra decisi nella sala giochi e si dà una occhiata ai tavoli ed alla gente.

È meglio scegliere un banco poco affollato, se possibile defilato, sedersi e non stare in piedi perché si segue il gioco con più calma.

Si deve cercare una sedia vicina ad un croupier così, quando vuoi, gli porgi le fiche e gli dici ben chiaramente il numero con un sorriso, in modo da evitare, poi, ogni possibile contestazione, in caso di vincita, da parte di qualche altro giocatore, perché il croupier si ricorderà della tua puntata.

Chiara mi osservava, ma mi comportai perfettamente e non  dimenticai nessuno dei suoi suggerimenti.

Bene! Ora eravamo al posto giusto e bisognava solo sperare di essere nel momento giusto perché, con tutte le regole che ci sono, con tutti i sistemi che sono stati architettati, ci vuole sempre una buona dose di fortuna!

Avevamo deciso di giocare la ‘serie’.

Porsi i sei pezzi necessari al croupier comunicandogli la mia intenzione.

Questi avvertì il capo tavolo del gioco richiesto e cominciò a sistemare le fiche.

Malgrado tutto, per quanti sforzi facessi, la tensione era grande.

Il croupier annunciò Rien ne va plus; gli ultimi ritardatari si precipitarono verso il tavolo (perché, appresi allora, quella frase ha il potere di attirarti e di farti improvvisamente decidere alla giocata che, invece, un istante prima ti pareva poco sicura).

La pallina cominciò a girare e gli sguardi di tutti la seguirono.

C'è chi si prefigge, per scaramanzia, di non farlo, ma non si resiste. Vuoi vedere con i tuoi occhi dove la sorte decide di farla cadere.

E così, sia io che Chiara eravamo lì, pronti ad esultare. Solo internamente, però, perché, mi aveva detto, esteriormente nulla, si vinca o si perda, deve trasparire. 

Puoi essere rovinato, ma il tuo aspetto, il tuo modo di fare deve restare ineccepibile. Ti alzi, saluti con un sorriso e ti allontani. Dopo, da solo, se ne sei il tipo, potrai piangere.

Puoi aver vinto una fortuna. Calma! Ti devi alzare, sorridere, andare alla cassa, farti cambiare le fiche in denaro, uscire come se nulla fosse. Dopo, da solo, puoi urlare di gioia, sempre se ne sei il tipo.

Come Dio volle (e l'attesa era sembrata lunghissima), la pallina si infilò nel trentasei e scoprii che avevo vinto.

La fortuna classica del principiante, mi dissi.

Aspetta e vediamo cosa succede adesso...

Con la mia espressione più impenetrabile, ma con voce improvvisamente falsa, dissi "La serie per tutto", come avevamo studiato.

Il piano consisteva nello sperare che quel gioco uscisse cinque volte di fila (dopo tutto, con quei sei pezzi, si coprono dodici numeri) il che mi avrebbe consentito una buona vincita.

Incrociavo le dita e recitavo mentalmente gli scongiuri che conoscevo ed ogni cosa sembrava andar bene.

"La serie per tutto".

Mi accorsi che lo stavo ripetendo per la quinta volta e pensai che se fosse riuscita quell'ultima puntata mi sarei alzato ed avrei offerto da bere a Chiara che, seduto vicino, evidentemente era anche un porta-fortuna.

Come nelle brutte favole, naturalmente, il quinto colpo andò a vuoto.

Il male non è aver perso i pochi soldi che inizialmente hai investito.

Il male sta nel fatto che un momento prima sogni ed un attimo dopo piangi.

Chiara mi disse di non farci caso: "Dopo tutto di tuo hai perso solo sessanta franchi; riprova".

Naturalmente gli diedi retta e, preso dal gioco, quasi non mi accorsi che si era alzato e si era messo a girare fra i tavoli.

Sia come sia, da quel momento non azzeccai più un colpo; la serie non ne voleva più sapere di uscire e, alla fine, persi gli ultimi franchi che avevo, mi alzai, mi ricordai, malgrado tutto, di sorridere al croupier, ed andai a vedere dove si fosse cacciato il mio accompagnatore.

Mentre così facevo, me lo vidi venire incontro con un largo sorriso.

Sembrava tutto contento.

Mi rincuorò con due parole, mi offrì da bere al bar e cominciò a parlare di qualche bella ragazza che aveva adocchiato girellando.

Insomma, sembrava che il fatto che io avessi perso tutto quello che mi ero portato non lo toccasse minimamente.

Ero decisamente arrabbiato con lui!

“Comunque”, mi dissi, “mi tocca sopportarlo fino a Varese. Ma guarda un po' che tipo che si è rivelato! Questa me la paga; domani a scopa lo uccido!”.

Andammo a prendere la macchina e, mentre ci accomodavamo all'interno, Chiara tirò fuori di tasca una mazzetta di biglietti di buon taglio e, contatili rapidamente, me ne allungò una metà.

Sbalordito, li contai a mia volta.

Duemilacinquecento franchi, un magnifico colpo.

Mi girai verso di lui, ma non dovetti chiedergli niente. Aveva già cominciato a raccontare.

“Vedi”, mi disse, “Mentre tu giocavi e ti stavo seduto accanto ho cominciato a guardarmi intorno.

C'è sempre la stessa gente in ogni casinò, e così intravidi poco lontano un conoscente o, meglio, un tale che avevo già visto.

Andava da un tavolo all'altro con in mano delle grosse fiche da almeno cinquemila franchi l'una.

Incuriosito, mi sono alzato per seguirlo.

Giocava il rosso e il nero su due diversi tavoli - un vecchio sistema - e sembrava andargli bene a giudicare dal malloppo che si portava in giro.

Come ho iniziato a stargli dietro, eccolo infastidirsi.

Non gli piaceva la mia presenza e, chissà come, dal quel momento, dove giocava rosso usciva nero e viceversa.

Così per sfizio, visto quel che stava succedendo, cominciai a puntare il contrario di quel che faceva lui.

Se metteva cinquemila franchi sul nero io ne mettevo venti sul rosso e vincevo.

Tutto ciò è durato pochissimo.

Stavo andando da una roulette all'altra, quando, improvvisamente, mi incrociò e mi si mise di faccia come ad impedirmi ogni via d'uscita.

Pensavo fosse infuriato.

Poteva credere (e, al posto suo, io l’avrei senza dubbio creduto) che quel cambio di sorte che aveva avuto fosse tutta colpa mia.

Chissà cosa aveva in mente.

Lo guardai, sulla difensiva.

“Senti”, mi disse, “Non ti voglio più vedere. Prendi questi cinquemila e sparisci”.

La fortuna va colta al volo: mai darle il tempo di ripensarci!

Ho arraffato la fiche, sono andato a cambiarla ed eccoci qua. Quella è la tua parte”.

Per la miseria! Una bella storia, un bel colpo ed io non avevo visto niente.

Che peccato non esserci stato.

"Comunque ci saranno altre volte", mi ripromisi a voce alta.

Avevamo ormai ripreso la strada di casa da un po' quando dissi quest'ultima frase e vidi Chiara che si agitava sul suo sedile quasi con fastidio.

“Ascolta. Non te lo dico con piacere. Anzi!”, mi fece, “Ma è meglio che te lo scordi. A costo di negare tutto quello che ho scritto sul gioco, a costo di negare tutto quello che ti ho detto e insegnato, impara una cosa: al casinò non si vince mai; è nei numeri”.

Cercai di interromperlo e gli feci notare che, dopo tutto, tornavamo con duemilacinquecento franchi a testa.

“Ricorda come li ho avuti”, mi disse.

“Solo così si può vincere al casinò!”.

 

Büsserach o Tremelan?

Nel 1944 Piero Chiara si trovava in Svizzera.

Il 18 gennaio aveva saputo che il Tribunale Speciale Provinciale Fascista di Varese aveva emesso nei suoi confronti un mandato di cattura (sarà, successivamente, condannato a quindici anni di prigione) e, così, il 19 era a Lugano dove fu incarcerato per essere entrato nella Confederazione Elvetica senza autorizzazione.

Non essendo in possesso di alcun mezzo di sostentamento, visse, per qualche tempo, quella che era la vita comune a tutti gli internati, passando in vari campi, dopo essere stato in quello di raccolta e smistamento.

E così, fu prima a Büsserach, nel Cantone di Solothurn.

Poi, a Tramelan nel Giura Bernese e, da ultimo, nel campo disciplinare di Crête-Longue, situato tra Sierre e Sion.

Al termine di questa trafila, fu rimesso in libertà e riuscì a mantenersi da solo facendo il bibliotecario, in due o tre posti, e, poi, l'insegnante di italiano a Zug.

Ricavo queste notizie (che non fanno che confermare quanto Chiara mi ha raccontato a suo tempo) da quel bel volumetto intitolato Piero Chiara per immagini, pubblicato da Benincasa in occasione della seconda edizione, a Varese, del premio letterario intitolato al nome dello scrittore luinese.

E così, proprio scorrendo queste pagine, mi è tornato alla memoria un episodio della sua vita che, diceva, gli era capitato nel fatidico '44, in uno di quei campi svizzeri di concentramento, e che mi raccontava con una strana forma di orgoglio quando capitava di parlare, per qualsiasi ragione, di quei tempi. (Per lo più accadeva, invero, quando si rammentava che il '44 era il mio anno di nascita).

“Allora”, cominciava, con lo sguardo come perduto in lontananza, “mi è capitato qualcosa che non è accaduto a nessun altro, che io sappia.

Non ho mai sentito raccontare nulla del genere, né ho letto romanzo, novella od altro in cui si parli di cosa simile. Insomma, mi hanno pisciato in faccia!” e sorrideva, soddisfatto, certamente, non tanto dell'atto in sé, quanto dell'unicità dell'accadimento che l'aveva coinvolto.

“Beh”, lo incalzavo, “Ma come diavolo è potuto accadere?” (Anche se, per caso, si era già ascoltata una qualche sua storia, conveniva sempre risentirla per verificare le varianti che apportava ogni volta al fine di arrivare nella sua mente alla stesura definitiva - quella più apprezzata dagli ascoltatori - che, quindi, poteva essere messa sulla pagina).

“Mi trovavo in un campo svizzero nella mia qualità di internato e, durante il giorno, si faceva opera di disboscamento per cui, alla sera, tutti eravamo molto stanchi e non vedevamo l'ora di andare a dormire.

Durante la notte, nelle baracche, non era in funzione la luce elettrica e non esisteva alcun altro impianto di illuminazione e per conseguenza, se ci si doveva alzare per una qualche necessità o ragione, lo si faceva muovendosi a tentoni.

Poco male, dopo tutto.

In breve tempo, avevamo imparato a conoscere ogni più piccolo recesso della camerata.

Per esempio, i gabinetti si trovavano appena fuori lo stanzone principale.

Due file di turche, a destra e a sinistra del corridoio, chiuse, per modo di dire, da una porta uguale a quelle che si vedono all'ingresso dei saloons nei film western, ma con una sola anta ed un catenaccio scorrevole all'interno.

Una notte in cui ero particolarmente stanco mi alzai dal letto per soddisfare una impellente necessità fisiologica (poteva capitare, con quel che si mangiava, di avere problemi del genere) e, quasi sonnambulo, mi trascinai verso le toilette, infilandomi nel primo bugigattolo disponibile e sistemandomi alla meglio sulla turca.

Probabilmente, a causa della stanchezza o della fretta o della concomitanza di tutte e due, non mi venne in mente di chiudere la porta col catenaccio e, così, all'improvviso, mi ritrovai uno dei miei colleghi di avventura che, evidentemente altrettanto stanco ed assonnato, nel buio, aveva aperto la porta dietro la quale mi trovavo ed aveva cominciato a vuotarsi la vescica.

Quando ti trovi sulla turca, in sospensione, non hai difese. Puoi solo gridare ed è quello che feci una volta totalmente risvegliato dallo zampillo di quel liquido caldo che mi bagnava il viso.

L'altro, spaventato, si ritrasse e così ebbe termine quella inusuale doccia.

Ne abbiamo riso per mesi, a ripensarci!" e ne sorrideva ancora...

Avvenimento raro se non unico ed, in fondo, come aveva sempre pensato, beneaugurante.

 

Nemo propheta in patria

Per quanto, dopo aver abbandonato il suo incarico di aiuto cancelliere presso il Tribunale di Varese ("Lasciata la Giustizia", amava dire, facendo intendere chissà quali altre e più significative incombenze) a seguito del clamoroso successo de Il piatto piange, Piero Chiara - oramai “scrittore professionista” - fosse noto ed apprezzato in tutta Italia, per la gran parte dei suoi concittadini varesini, restava, senza molti complimenti, uno dei più fieri perdigiorno e veniva immancabilmente annoverato tra quanti passavano il loro tempo soprattutto correndo dietro alle sottane e giocando a biliardo o a carte nei caffè.

E d'altronde, cosa potevano sapere della sua fama letteraria il barista che gli preparava l'aperitivo o il fornaio, il garzone di macelleria e il piazzista che, ogni giorno, lo affrontavano a scopa piuttosto che a goriziana?

A quei tempi beati e, a dire il vero, anche prima, per anni, uno dei suoi più decisi e combattivi avversari fu un certo Rosmino.

Era costui un forte giocatore, impavido all'aspetto, pronto alla lotta ma irascibilissimo ed altamente superstizioso.

Di queste ultime sue pecche, per inciso, Piero non mancava di approfittare quando le loro sfide a carte si svolgevano nelle sale superiori del caffè Zamberletti, il più importante di Varese.

Si deve sapere che, allora, i camerieri di quel ritrovo servivano ai tavoli indossando un bel frac nero, colore, come noto, assai poco gradito a chi teme la sfortuna e crede nella jella.

Così, allorché una partita di particolare rilievo per la posta in palio stava per volgere al termine con esito per lui prevedibilmente negativo, a un cenno convenuto di Chiara, uno dei camerieri - completamente nero e silenziosissimo - si avvicinava al tavolo dove il gioco ferveva e si poneva alle spalle del Rosmino.

Questi,