COLLOQUI

FAENZA, LA TIVU NON DEVE EDUCARE

Alla vigilia de I Viceré, il regista attacca la Rai e, in genere, i mass media: non hanno il coraggio di cambiare e spalancare le porte, soffocano le giuste ambizioni e i diritti dei giovani

Rachele Zinzocchi *

“La televisione non deve educare. Quali sarebbero poi gli educatori?… Non possiamo permetterci di delegare ad altri - come alla tv - la questione dell’educazione. Il problema semmai è che la televisione, a modo suo, vuol già educare. È la sola vera agenzia pedagogica del Paese. E svolge assai male questo compito, che non le spetta né deve spettarle. Ma il centro del potere, oggi, sta nei mass media. Lì “il potere” ha messo radici: e dove c’è potere, non c’è libertà. La tv pubblica è il simbolo dell’illiberalità assoluta. In mano ai politici, la Rai è l’unica azienda al mondo in cui il consiglio d’amministrazione è diviso tra maggioranza e opposizione: la tv finisce per diventare strumento a uso e consumo di qualche gang del potere, che non rischia, non fa passare il nuovo: cestinando tutto il potenziale talento di tanti giovani, in grado di creare novità. Viviamo in un mondo restrittivo, coercitivo: per portare avanti le proprie idee, si è costretti a una lotta mostruosa”.

Parole forti quelle di Roberto Faenza. Che peraltro esprime con voce dolce, quasi soave, mentre conversiamo nel suo studio al primo piano di una palazzina a pochi passi dal Colosseo, a Roma, in una strada da cartolina. La sua “soavità”, però, è forse quella di chi, ormai, “c’è passato tante volte”, dopo una carriera quasi quarantennale, e ha idee, molto chiare, su come va il mondo massmediatico.

In che modo siamo arrivati a toccare simili temi, così scottanti e così attuali oggi? Attraverso qualcosa di più, forse, di “una semplice intervista” - peraltro importante alle soglie dell’uscita, a ottobre, del suo nuovo, attesissimo film, I Viceré, con Alessandro Preziosi e Cristiana Capotondi, ispirato al romanzo di Federico De Roberto. Ho provato a immergermi nel mondo e nella vita di Faenza: costellata di scelte libertarie, senza timore delle conseguenze e, dunque, pagate spesso a caro prezzo. Una vita di indipendenza e inesauribile voglia di novità, che si respira lì, in quelle stanze, tra le affascinanti locandine dei suoi successi (Sostiene Pereira, I giorni dell’abbandono, Prendimi l’anima), e l’andirivieni di tanti giovani, che gli chiedevano consigli.

 Faenza, torinese di nascita, ma cittadino del mondo, non è “solo” regista, sceneggiatore cinematografico. È “quel” regista, che ad esempio con I Viceré, ha avuto una tra le idee più innovative e libertarie della storia del cinema: lasciare al pubblico, ai giovani, la possibilità di realizzare il trailer del film. È la prima volta che un regista mette sul sito del proprio film in lavorazione cinque sequenze di tre scene fondamentali, esortando chiunque a usare quei materiali per realizzare un potenziale trailer, da mandargli in visione. Tra queste proposte sarà infatti scelto il trailer, che farà poi da lancio alla pellicola. E a selezionarlo, sarà - ancora - un gruppo di giovani, studenti del “master” che Faenza coordina a Roma. Pare che, di possibili trailer, ne siano arrivati almeno un migliaio: segno che, quando si concede libertà, la risposta c’è, immediata. E nessuno perde tempo, e anzi molti colgono quell’“attimo fuggente” grazie a cui una propria idea può divenire realtà. Perciò, che lo si ami o lo si odi, lo si ritenga un regista scomodo o persino incoerente, Faenza è a suo modo anche un pensatore: scrittore, saggista, e soprattutto - come accennato - docente. Laurea in scienze politiche, oggi insegna per i giovani de La Sapienza, a Roma, Facoltà di scienze della comunicazione, dopo una lunga esperienza all’università di Pisa.

“Parliamo di libertà…”, gli propongo io. Perché ogni tappa della sua vita sembra contrassegnata da un’indipendenza di fondo: idee precise e voglia di esprimerle, sempre. Aveva 25 anni quando debuttò alla regia con Escalation, film dal tema già scottante, sulle diverse facce del potere descritte attraverso il rapporto tra un padre borghese e il figlio hippy. Nel ’74 poi, a soli 31 anni, ha creato la prima radio libera, aprendo il fronte delle radio indipendenti. Per non parlare di Forza Italia!, del 1978: fu definito una “feroce satira sul potere e su 30 anni di storia politica italiana”, e venne ritirato dalle sale il giorno del sequestro Moro, rimanendo bandito per anni. Oggi, poi, sul sito de I Viceré si legge l’eloquente frase: “Un ritratto feroce di ciò che siamo noi italiani”. “Non ha mai perso - gli dico - la voglia di “graffiare”… È così?”.

“Sì… Anche se, devo dire» risponde «che l’idea di libertà che avevo all’inizio, quando ho cominciato, non è la stessa con cui mi ritrovo adesso”.

“Che intende?”.

“Occorre riflettere sul concetto di “libertà”. Quando si è giovani, magari si fa il liceo… e ci si trova a scegliere che cosa fare da grande, si ha una certa aspettativa sul mondo che ci attenderà. Quando ero giovane io, e io facevo io il liceo, non mi aspettavo proprio che questo mondo fosse così… Come l’ho scoperto dopo». Cioè? «Un mondo così poco libero, così restrittivo. Solo col tempo mi sono reso conto che - specie nell’ambito della comunicazione, dei mass media - il margine di libertà è veramente ristretto. Oggi chiunque voglia fare qualcosa nel cinema, nella televisione, nei media, nella cultura, si scontra subito contro uno scoglio, il primo e il più grande: quello della libertà. Che manca. La libertà è davvero esigua, limitatissima e ristrettissima. Le dirò di più: probabilmente, se tanti anni fa avessi saputo qual era il futuro cui andavo incontro, avrei fatto un altro mestiere. Perciò è bene che quanti si apprestano a diventare autori… sappiano subito che viviamo in un mondo molto coercitivo, molto difficile”.

“Affermazioni impegnative…”, penso. E da che dipende questa situazione? Faenza spiega: “Purtroppo, il mondo dei mass media è diventato oggi il vero centro del potere. Il potere è lì: e là dove c’è potere non c’è libertà. O comunque c’è una libertà molto limitata e si è costretti a condurre una lotta che ha del mostruoso, mi creda, per portare avanti le proprie idee”.

“Non le sembra di essere troppo radicale?”.

“È una realtà che tocco con mano ogni giorno stando a contatto coi giovani, nel mio lavoro d’insegnante”, spiega. “E ogni giorno vedo l’immenso divario esistente tra le aspirazioni, le capacità d’espressione che ci sono, e i margini di posizionamento: purtroppo pressoché nulli, a fronte delle migliaia e migliaia di ragazzi che sarebbero davvero di talento, ma che dinanzi a sé trovano spesso solo un imbuto che li respinge”.

“Andiamo con ordine…”, dico, mentre cerco di chiarire la sua visione delle cose. “Lei diceva che all’inizio aveva un’altra idea di libertà. Che significa? Che le cose un tempo non stavano così?”.

“Beh, di certo quando facevo il liceo io la situazione era diversa”, risponde. “Tanti anni fa il mondo dei mass media non era così essenziale, così determinante. Esistevano margini molto più ampi. Il potere non si era ancora annidato nei media, non si era ancora abbarbicato così pervicacemente al mondo della comunicazione di massa”.

Lo interrompo: “Sì, però alcuni problemi in termini di “libertà di espressione” Lei li ebbe ben presto… Il film H2S, definito un “apologo sessantottesco”, uscì, sì, nel 1969, ma fu sequestrato due giorni dopo. E forse non è un caso che, poi, addirittura “espatriò”, andando negli Stati Uniti per insegnare al Federal City College di Washington…”.

“Sicuramente. Certe questioni valgono oggi come allora», risponde «con la sola differenza che, nel frattempo, la situazione è ancora peggiorata. Il punto consiste… nei “capitali”. Chiunque faccia un lavoro che ha a che vedere con la comunicazione non può non tener conto dei capitali. Neanche il poeta può più scrivere in libertà, come accadeva in altre epoche: anch’egli deve avere almeno una casa editrice che lo pubblica - a meno che non si tratti di uno che, proprio, non ha alcun interesse ad essere conosciuto». La questione-capitale, dunque, c’è sempre stata. «Beh, lei ha citato gli Stati Uniti: pensi solo che io, dopo le note traversie di Forza Italia!, per molti anni non ho più potuto lavorare in Italia. Non è che non volessi: non potevo proprio. Semplicemente, non mi davano i soldi per lavorare, per realizzare i film che volevo fare. D’altronde, Forza Italia! metteva alla berlina chi lavorava in televisione e, siccome dagli Anni Settanta in poi il cinema ha iniziato ad essere finanziato dalla tv, io non ho più avuto la possibilità di trovare in Italia capitali per produrre i miei progetti. E sono stato costretto ad andare all’estero. Come dicevo, però, nel tempo il “capitale” si è fatto sempre più ferocemente restrittivo: si è ferocemente imbarbarito”.

Una libertà strozzata, insomma… E questo, ad avviso di Faenza, a causa dei mass media intesi come luogo del potere, a cui il potere si sarebbe unito a filo doppio così che i media “dominano”, esercitano un potere sulle coscienze. Mi sovviene che il filosofo tedesco Martin Heidegger, già negli anni Venti del secolo scorso, aveva previsto qualcosa di simile. L’avvento dell’epoca della scienza e della tecnica, della tecnologia, che avrebbe determinato le regole della concettualità comune: andando con ciò a chiudere, però, il vero senso dell’esistenza umana, che è invece apertura a un’alterità costantemente da scoprire. Heidegger però sosteneva le proprie posizioni a partire da presupposti precisi e determinati riguardo la cosiddetta tecnologia, e anche quella che oggi chiameremmo la comunicazione mass-mediatica come forma del pensiero. D’altronde, anche Faenza non mi pare ritenga i mass media un problema in sé, bensì in quanto divenuti tutt’uno col potere. “Ma - mi chiedo allora, e chiedo a lui - qual è questo potere? Ha parlato di “capitali”, di “capitale”… Si riferisce anche a intrecci, nodi di carattere politico?”

“Guardi, qui non si tratta tanto di problemi politici”, spiega. “La questione è più profonda. E faccio subito un esempio”. Sentiamo… “Prendiamo la televisione, che a mio avviso è il cancro del nostro Paese, il tumore della nostra società”.

“La televisione?…”, gli chiedo, alquanto stupita.

“Non parlo naturalmente della televisione in sé, spiega “ma di questa televisione. E per essere esatti, mi riferisco alla tv pubblica”. “Si spieghi…”. E Faenza: “Vede, la tv commerciale, privata, è appunto privata. Nessuno può contestarle niente. Pensiamo invece alla tv di Stato, al canone che essa impone di pagare e alla sua programmazione. La gente, per la tv pubblica, deve pagare il canone: trovo assolutamente privo di senso che si vada a pagare, per vedere poi in onda sulla tv pubblica le medesime cose che si vedono sulla tv privata… Ora, la tv pubblica”, continua “è proprio l’esempio di ciò che sostenevo: il concentrato della illibertà assoluta”.

“Qui non ci sarebbe di mezzo solo il capitale. Qui i mass media sono in mano ai politici, la televisione è fatta dalla politica. La Rai è un’azienda in cui il consiglio d’amministrazione è diviso tra maggioranza e opposizione. E non esiste altra azienda al mondo così: nessuna altra azienda che funzioni in questo modo. Un’azienda deve essere retta da un Consiglio d’amministrazione che vuole che l’azienda stessa sia produttiva…”.

E invece la nostra tv pubblica, l’azienda Rai, che fa? “Quello che vediamo tutti i giorni”, continua. “Avendo una televisione fortemente condizionata dal potere politico, non abbiamo neppure il coraggio del capitale, il coraggio di rischiare. Non si fa che proporre e riproporre all’infinito quello che, magari, è andato bene quando è andato, e dunque… perché cambiare le cose? Questo è il ragionamento. Ad esempio si dice: “Vanno bene i reality? Ok, allora per dieci anni facciamo solo reality”! Oppure: “Vanno bene le vallette? Ok, allora per dieci anni solo vallette!”. Questo accade ogni giorno. I dirigenti della televisione hanno un’incapacità culturale di vedere oltre ciò che hanno appena fatto. Non sono in grado di intuire nulla: nulla che non sia la riproduzione di se stesso. Montanelli, con grande acume, ripeteva spesso che i dirigenti televisivi avrebbero dovuto essere arrestati non per quello che fanno, ma per quello che non fanno. Naturalmente, in questo contesto, niente che abbia un minimo potenziale di innovatività, niente che sia anche solo un minimo inusuale, che sia nuovo e non, sempre ancora, la stessa solfa. Nulla di nuovo - se provi a proporlo in tv - ha la possibilità di passare. Per questo, purtroppo, un serbatoio infinito di espressività che c’è nel nostro Paese finisce inevitabilmente per non trovare sbocco. I dirigenti non hanno la capacità di utilizzare uno strumento come la televisione, che è invece straordinario. Questa non è tv. È, a mio avviso, un’idiozia a uso e consumo di alcune gang del potere. Ma un’azienda non può reggere così”.

Lo sfogo non si placa. E Faenza continua: “La stessa situazione, comunque, si ritrova anche nel cinema. Oggi per esempio i film giovanilisti vanno bene… Allora dovremmo fare solo film giovanilisti! Tutto ciò che non è cinema giovanilista, per quelli che detengono le leve del potere, non va bene. Ma sia chiaro: non perché hanno prova del fatto che, davvero, altre soluzioni o idee non possano avere successo: bensì solo perché è più comodo per loro pensarla così… È un mondo profondamente illiberale quello in cui viviamo”.

Rifletto su queste affermazioni, e domando: “Si tratta di una situazione tutta e solo italiana, secondo lei?”.

“No, però certo noi qui paghiamo parecchio il peso di quanto dicevo prima” risponde. “Una televisione fatta dalla politica, non esiste altra azienda al mondo come la Rai. Essendo così condizionati dal potere politico, la voglia e la forza del rischio da noi mancano completamente. Siamo molto arretrati, indietro anni luce: la voglia di rischiare, ad esempio, negli Stati Uniti c’è, eccome. Hanno minor timore della sfida del nuovo. La tv americana è tra le più avanzate: loro lavorano molto sulla realtà. Noi invece lavoriamo solo sul passato: i Santi, i Papi… La nostra tv è totalmente incapace di avere un rapporto con la realtà”.

Sul momento resto perplessa: “Ritengo che la tv sia proprio - almeno un po’ - lo specchio della realtà in cui viviamo… Lei la pensa diversamente?”. E lui: “La tv dovrebbe essere proprio lo specchio della realtà: il problema è che, in questo modo, finisce per non esserlo. Una tv così costruita è totalmente inabile a vedere la realtà. Non vuole vederla: non può. E, per non vederla, si dà due opzioni:  fare una riesumazione in chiave “clericalistico-chierichiettistica” del passato - come le vite dei santi… e davvero non se ne può più! - oppure inventa reality, che a mio avviso spesso sono l’opposto della realtà vera”.

“Ma qual è”, chiedo “questa realtà di cui la tv sarebbe specchio naturale? Di cui dovrebbe essere specchio e finisce per non esserlo?”…

“La società vera, in cui viviamo tutti noi, in ogni suo aspetto, più o meno bello”, chiarisce. “La tv americana, per tornare all’esempio, è molto più addentro alla società di oggi”. La fa vedere com’è davvero? “Beh, parla molto dei problemi della società, li mette in video direttamente, parla delle donne… Per carità, ha i suoi limiti, ma di certo quella degli Stati Uniti è una tv dentro la realtà. La realtà che da noi, invece, finisce sempre con l’essere ogni volta bandita. E non a caso, mentre la nostra tv è fatta per lo più da ottuagenari, quella americana è realizzata da giovanissimi. Ci sono registi di 25 anni che fanno serie tv di grande importanza. Noi siamo incapaci di convertire l’enorme serbatoio presente di gente giovane, in gamba, in produttori di televisione. Non ci pensiamo neanche lontanamente”.

“Chiariamo un punto. Lei parla di una tv che dovrebbe essere specchio della realtà e non lo è… Certe cose - parecchie - non Le piacciono… Però Le chiedo: in questi mesi, da più parti e verso parecchi programmi, c’è un’accusa precisa diventata ormai inflazionata, quasi scontata nella sua ripetitività, verso chi fa televisione. Suona più o meno così: “La tv dovrebbe educare”… “La tv di oggi è diseducativa”. Per costoro - critici, detrattori…- la tv dovrebbe essere strumento d’educazione, mentre non educa, e non trasmette i (presunti) corretti valori… Ma perché la tv dovrebbe, avrebbe il compito morale di educare? Ciò non spetta forse a ben altre istituzioni, ben altre personalità, ben altri contesti, realmente deputati al non demandabile compito dell’educazione? E poi… Chi andrebbe a stabilire le regole di siffatta educazione? Chi verificherebbe la loro presunta correttezza - chi cioè potrebbe mai arrogarsi con diritto tale importante compito? Chi andrebbe a controllare? E chi controllerebbe  i controllori? Ma c’è di più. Andando oltre, e a prescindere da questo, l’idea di una televisione, di un mezzo di comunicazione, dalla finalità esplicitamente educativa, formativa del pensiero delle masse, mi appare quanto di meno libertario, di più illiberale - direi quasi statalista, nel senso peggiore del termine. Sentirei aria di censura, di imposizione di una communis opinio, in una futura omologazione dei cervelli. Un’aria di censura ancora più forte di quella che lei ha, con le sue parole, finora evocato. A mio avviso, la tv non deve educare, non ha il compito né tanto meno l’obbligo di educare: ad altri spetta questo onore - e onere. Lei che ne pensa?”.

Lunga la mia domanda… Immediata la sua risposta: “Vede, il problema se la televisione debba educare non sussiste. E sa perché? Perché la televisione già educa. E questo è un male. Oggi, purtroppo, abbiamo un’unica grande agenzia di educazione: la tv. E non dovrebbe essere così. La scuola non è più ohimè, in questo momento, un luogo di educazione. I ragazzi guardano la tv ore e ore al giorno… A scuola vanno come se andassero in trincea: non gliene importa molto, non apprendono più di tanto. Il problema è proprio questo: che la televisione educhi, che sia fonte d’educazione. Perché lo fa nel modo più sbagliato, realizzando una cattiva pedagogia e, alla fine, diseduca. Questa tv non è in grado di portare niente che abbia a che vedere con la realtà dei ragazzi, delle persone. È fuori dal mondo. Ci si può chiedere certo che cosa, allora, la tv debba dire, di che cosa debba occuparsi. Ma il punto fondamentale è che la tv non deve proprio educare, non dovrebbe proprio farlo! Vorrei proprio sapere chi dovrebbero mai essere gli educatori in questo Paese… E noi non possiamo assolutamente permetterci di delegare ad altri un compito così importante come quello dell’educazione. Figuriamoci: neppure gli insegnanti oggi, spesso, sono capaci di educare… Occorre grande attenzione su questo punto. La televisione non dovrebbe proprio educare, stop”.

A questo punto domando: “Una tv alternativa, come lei la dipinge - almeno virtualmente… Una tv che fosse vero specchio della realtà come la intende, affresco vero  della società in cui viviamo oggi. Ecco, una tv così sarebbe una tv libera, liberale? Qui ci sarebbe libertà?”

“Sarebbe già un mondo diverso”, dice “fatto di persone in grado di proporre programmi differenti, format e idee innovative. Il problema è che questo mondo si pone in contrasto con quell’altro, finora predominante: il mondo dei dirigenti televisivi, convinti che il pubblico voglia per forza vedere certe cose e basta. Il loro punto di forza è l’audience. Se un determinato programma è stato visto da milioni di telespettatori, ne deducono automaticamente che solo quello vada bene: lo assumono a modello unico del programma vincente e di successo - contro qualsiasi altro progetto. Ma non hanno realizzato un vero confronto con una concreta alternativa, per giungere a questa conclusione: non hanno provato, sperimentato qualcosa di davvero nuovo - per poi magari anche rifiutarlo. Il primo mondo, quello dei giovani, delle novità, nel confronto-scontro con quello dei dirigenti tv, finora è andato a perdere. Non avendo già alle spalle i consensi dei numeri (semplicemente perché non hanno potuto esprimersi), vengono censurati prima ancora che sia data loro possibilità di provare. Una censura aprioristica e totale. E sa qual è la cosa peggiore?”.

“Che cosa?”. “Che ormai”, prosegue “questa censura imposta sta diventando sempre più un’autocensura. La maggior parte degli autori non ci prova neanche più, non tenta neanche più di avanzare proposte innovative. Sa che tanto sarebbe perfettamente inutile, che le novità vere sarebbero bocciate. Tanti autori vedono qual è il palinsesto e… si arrendono prima”.

“Qualora le cose stessero davvero così”, proseguo “la cosa più grave sarebbe una sorta di chiusura dei cervelli che finirebbe con l’autoimporsi: quasi una omologazione, una istituzionalizzazione forzata”.

“Vede, una valanga di autori pieni di idee, di capacità innovative, vengono letteralmente convinti al nullismo”, spiega. “Tanto le loro intuizioni non sarebbero mai recepite. Si adeguano a ciò che i dirigenti credono che la gente voglia. Con le conseguenze negative del caso. Le faccio un esempio, tratto dalla mia esperienza personale: tempo fa è andato in onda un mio film, Alla luce del sole, sulla vita di don Pino Puglisi, il parroco assassinato a Palermo dalla mafia nel 1993 e interpretato da Luca Zingaretti. Era rimasto ibernato per sei o sette mesi: il direttore della Rai, all’epoca, disse che non avrebbe avuto ascolto. Bene. Sa come è andata a finire… Ha fatto record di ascolti. Milioni di telespettatori. Questo non significa che il mio film fosse più bello degli altri: semplicemente, andava “provato” col coraggio di provarci, di sperimentare un’idea nuova. E il successo, infatti, c’è stato. I dirigenti non capiscono che, banalmente, la gente può voler vedere anche altre cose. Io sono stato fortunato: il mio progetto alla fine è andato in onda. Ma quanti altri ce ne sono che non vengono trasmessi, con tale principio? È questa libertà che andrebbe ritrovata, e lasciata al pubblico, a chi ha tanto da offrire. Altrimenti non si potrà che riproporre di continuo questa tv stanca, affaticata, priva di stimoli. Ma si sa: i nostri politici, anziché preoccuparsi di dare alla tv pubblica una sua connotazione, preferiscono mettere nei luoghi del potere questo o quel personaggio. E nient’altro. Il resto non è neppure all’ordine del giorno dei loro pensieri”.

“Mi sembra però che Lei non molli…”, intervengo. “Adesso è riuscito a far approvare I Viceré, che uscirà prima nelle sale cinematografiche e poi, in versione più lunga, anche sugli schermi tv. E parrebbe proprio un progetto coraggioso: non solo un film, ma un ritratto feroce di ciò che siamo noi italiani”.

“Coi Viceré abbiamo ottenuto un grande risultato”, spiega. “Portare a conoscenza del pubblico un romanzo rimasto censurato da oltre cento anni. Tanti registi, ben prima di me, avrebbero dovuto fare questo film: Visconti, Rossellini… Ma nessuno c’è mai riuscito. In primo luogo, per l’opposizione della Chiesa: è sempre stata ostile a questo romanzo, ma sbagliando, a mio avviso. Il film è ambientato in un monastero di Catania, dove avvenivano cose riprovevoli: ma solo perché la maggior parte erano costretti a farsi monaci dalle famiglie, magari per punizione, e non avevano una vocazione autentica. La Chiesa, anziché portare a conoscenza una situazione che non dipendeva da lei, bensì da un errore di impostazione altrui, ha preferito mettere all’indice questo romanzo, semplicemente. L’altro ostacolo, neanche a dirlo, la classe politica. Il romanzo di De Roberto sembra scritto oggi, tanto è attuale: un ritratto impressionante del ceto politico italiano, che vale allora come oggi, nella sua vocazione al trasformismo - promettere una cosa e, quando si è arrivati al potere, farne esattamente un’altra… Sono anni che lavoriamo a questo progetto. Abbiamo voluto omaggiare un autore come De Roberto, tanto importante quanto trascurato ed emarginato. Lui per primo ha capito chi siamo davvero noi italiani. E ha fatto una radiografia impietosa, ma reale, del nostro Paese e dei suoi vizi d’origine: la famiglia - che te la raccomando! - la Chiesa - che specie in questo caso è quello che è - e la politica, che è peggio delle prime due”.

“In questo modo però”, commento “ciò che lei si appresta a portare sugli schermi si avvicina parecchio a quello specchio della realtà che dicevamo prima… Lei va a rappresentare attraverso De Roberto, prima al cinema e poi in tv, quella che ritiene essere la realtà di oggi, in cui tutti viviamo. E con ciò è libero. Lei… E i suoi personaggi, le figure che parlano attraverso il film - di esprimere ciò che pensa, le sue idee… Io leggo, ancora una volta, come un atto di libertà, di uno spirito che è riuscito, nonostante tutto, a riaffermarsi come indipendente, e vuole dare la stessa libertà agli altri. Si sente così? Ancora una volta: uno spirito libertario?”.

“Sì, lo sono, probabilmente un po’ più di tanti altri…”, dice, con un sorriso amaro. “Ma il problema vero è che nessuno oggi è libero! Libero veramente, intendo… Nessuno può esserlo fino in fondo. Anch’io ho i miei vincoli…». Dipendono dai condizionamenti indicati prima? C’è sempre il “capitale”… «Anch’io devo trovare i soldi per fare i miei film, anch’io devo scendere a patti… E comunque è vero: purtroppo chi non fa parte dei giri di potere ha più difficoltà a vivere. E io, appunto, non faccio una vita facile… Anzi, sta diventando sempre più complicata, sempre più ardua. Il margine di “navigazione” si restringe ogni giorno di più”.

“Però non ha mai mollato!”, lo interrompo. Ma la risposta, ancora una volta, arriva con un velo di sottile malinconia: “Eh sì… Però sa com’è: quando le cose vanno così, e ci sono sempre più ostacoli da superare, alla fine passa quasi la voglia di star lì a lottare per tutto…”.

“La libertà ha un prezzo…”, commento. “Però, a mio avviso, c’è sicuramente un aspetto della sua attività artistica che ritiene impagabile: il suo rapporto coi giovani, a cui non cessa di dare ascolto e spazio ogni volta che può. La possibilità per loro di realizzare il trailer de I Viceré è significativa…”.

“Sì, e Le dirò che ho in progetto un’altra iniziativa molto interessante” e il suo sguardo si illumina… “Spero di trovare i finanziamenti per realizzare una grande agenzia di creatività italiana su Internet: un luogo dove tutti coloro che abbiano qualcosa da dire, da comunicare - racconti, canzoni, video, anche semplici fotografie - possano incontrarsi. Spero di poter debuttare il 15 settembre. Questo è ora il progetto cui tengo in modo particolare: e credo di poter dire che avrà un buon successo. I risultati di un sito come You Tube sono il segno che ci sono milioni di persone nel mondo, che tentano di far vedere qualcosa di diverso”.

Appuntamento a settembre, dunque, per vedere concretizzata l’idea di Faenza di uno spazio contro ogni censura. Un attimo fuggente, probabilmente, da cogliere al volo.

* Dice di sé:
Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa - sulla metafisica e la finitezza umana - e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa “pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.