COLLOQUI
FAENZA,
LA TIVU NON DEVE EDUCARE
Alla
vigilia de I Viceré, il regista attacca la Rai e, in genere,
i mass media: non hanno il coraggio di cambiare e spalancare
le porte, soffocano le giuste ambizioni e i diritti dei giovani
Rachele
Zinzocchi *
“La televisione non deve educare.
Quali sarebbero poi gli educatori?… Non possiamo permetterci
di delegare ad altri - come alla tv - la questione dell’educazione.
Il problema semmai è che la televisione, a modo suo, vuol
già educare. È la sola vera agenzia pedagogica del Paese.
E svolge assai male questo compito, che non le spetta né
deve spettarle. Ma il centro del potere, oggi, sta nei mass media. Lì “il potere” ha messo radici: e dove c’è potere,
non c’è libertà. La tv pubblica è il simbolo dell’illiberalità
assoluta. In mano ai politici, la Rai è l’unica azienda
al mondo in cui il consiglio d’amministrazione è diviso
tra maggioranza e opposizione: la tv finisce per diventare
strumento a uso e consumo di qualche gang del potere, che
non rischia, non fa passare il nuovo: cestinando tutto il
potenziale talento di tanti giovani, in grado di creare
novità. Viviamo in un mondo restrittivo, coercitivo: per
portare avanti le proprie idee, si è costretti a una lotta
mostruosa”.
Parole
forti quelle di Roberto Faenza. Che peraltro esprime con
voce dolce, quasi soave, mentre conversiamo nel suo studio
al primo piano di una palazzina a pochi passi dal Colosseo,
a Roma, in una strada da cartolina. La sua “soavità”, però,
è forse quella di chi, ormai, “c’è passato tante volte”,
dopo una carriera quasi quarantennale, e ha idee, molto
chiare, su come va il mondo massmediatico.
In
che modo siamo arrivati a toccare simili temi, così scottanti
e così attuali oggi? Attraverso qualcosa di più, forse,
di “una semplice intervista” - peraltro importante alle
soglie dell’uscita, a ottobre, del suo nuovo, attesissimo
film, I Viceré,
con Alessandro Preziosi e Cristiana Capotondi, ispirato
al romanzo di Federico De Roberto. Ho provato a immergermi
nel mondo e nella vita di Faenza: costellata di scelte libertarie,
senza timore delle conseguenze e, dunque, pagate spesso
a caro prezzo. Una vita di indipendenza e inesauribile voglia
di novità, che si respira lì, in quelle stanze, tra le affascinanti
locandine dei suoi successi (Sostiene Pereira, I giorni dell’abbandono, Prendimi
l’anima), e l’andirivieni di tanti giovani, che gli
chiedevano consigli.
Faenza, torinese di nascita, ma
cittadino del mondo, non è “solo” regista, sceneggiatore
cinematografico. È “quel” regista, che ad esempio con I
Viceré, ha avuto una tra le idee più innovative e libertarie
della storia del cinema: lasciare al pubblico, ai giovani,
la possibilità di realizzare il trailer del film. È la prima
volta che un regista mette sul sito del proprio film in
lavorazione cinque sequenze di tre scene fondamentali, esortando
chiunque a usare quei materiali per realizzare un potenziale
trailer, da mandargli in visione. Tra queste proposte sarà
infatti scelto il trailer, che farà poi da lancio alla pellicola.
E a selezionarlo, sarà - ancora - un gruppo di giovani,
studenti del “master” che Faenza coordina a Roma. Pare che,
di possibili trailer, ne siano arrivati almeno un migliaio:
segno che, quando si concede libertà, la risposta c’è, immediata.
E nessuno perde tempo, e anzi molti colgono quell’“attimo
fuggente” grazie a cui una propria idea può divenire realtà.
Perciò, che lo si ami o lo si odi, lo si ritenga un regista
scomodo o persino incoerente, Faenza è a suo modo anche
un pensatore: scrittore, saggista, e soprattutto - come
accennato - docente. Laurea in scienze politiche, oggi insegna
per i giovani de La Sapienza, a Roma, Facoltà di scienze
della comunicazione, dopo una lunga esperienza all’università
di Pisa.
“Parliamo
di libertà…”, gli propongo io. Perché ogni tappa della sua
vita sembra contrassegnata da un’indipendenza di fondo:
idee precise e voglia di esprimerle, sempre. Aveva 25 anni
quando debuttò alla regia con Escalation, film dal tema già scottante,
sulle diverse facce del potere descritte attraverso il rapporto
tra un padre borghese e il figlio hippy. Nel ’74 poi, a
soli 31 anni, ha creato la prima radio libera, aprendo il
fronte delle radio indipendenti. Per non parlare di Forza Italia!, del 1978: fu definito una
“feroce satira sul potere e su 30 anni di storia politica
italiana”, e venne ritirato dalle sale il giorno del sequestro
Moro, rimanendo bandito per anni. Oggi, poi, sul sito de
I Viceré si legge
l’eloquente frase: “Un ritratto feroce di ciò che siamo
noi italiani”. “Non ha mai perso - gli dico - la voglia
di “graffiare”… È così?”.
“Sì…
Anche se, devo dire» risponde «che l’idea di libertà che
avevo all’inizio, quando ho cominciato, non è la stessa
con cui mi ritrovo adesso”.
“Che
intende?”.
“Occorre
riflettere sul concetto di “libertà”. Quando si è giovani,
magari si fa il liceo… e ci si trova a scegliere che cosa
fare da grande, si ha una certa aspettativa sul mondo che
ci attenderà. Quando ero giovane io, e io facevo io il liceo,
non mi aspettavo proprio che questo mondo fosse così… Come
l’ho scoperto dopo». Cioè? «Un mondo così poco libero, così
restrittivo. Solo col tempo mi sono reso conto che - specie
nell’ambito della comunicazione, dei mass media - il margine di libertà è veramente
ristretto. Oggi chiunque voglia fare qualcosa nel cinema,
nella televisione, nei media, nella cultura, si scontra subito contro
uno scoglio, il primo e il più grande: quello della libertà.
Che manca. La libertà è davvero esigua, limitatissima e
ristrettissima. Le dirò di più: probabilmente, se tanti
anni fa avessi saputo qual era il futuro cui andavo incontro,
avrei fatto un altro mestiere. Perciò è bene che quanti
si apprestano a diventare autori… sappiano subito che viviamo
in un mondo molto coercitivo, molto difficile”.
“Affermazioni
impegnative…”, penso. E da che dipende questa situazione?
Faenza spiega: “Purtroppo, il mondo dei mass
media è diventato oggi il vero centro del potere. Il
potere è lì: e là dove c’è potere non c’è libertà. O comunque
c’è una libertà molto limitata e si è costretti a condurre
una lotta che ha del mostruoso, mi creda, per portare avanti
le proprie idee”.
“Non
le sembra di essere troppo radicale?”.
“È
una realtà che tocco con mano ogni giorno stando a contatto
coi giovani, nel mio lavoro d’insegnante”, spiega. “E ogni
giorno vedo l’immenso divario esistente tra le aspirazioni,
le capacità d’espressione che ci sono, e i margini di posizionamento:
purtroppo pressoché nulli, a fronte delle migliaia e migliaia
di ragazzi che sarebbero davvero di talento, ma che dinanzi
a sé trovano spesso solo un imbuto che li respinge”.
“Andiamo
con ordine…”, dico, mentre cerco di chiarire la sua visione
delle cose. “Lei diceva che all’inizio aveva un’altra idea
di libertà. Che significa? Che le cose un tempo non stavano
così?”.
“Beh,
di certo quando facevo il liceo io la situazione era diversa”,
risponde. “Tanti anni fa il mondo dei mass
media non era così essenziale, così determinante. Esistevano
margini molto più ampi. Il potere non si era ancora annidato
nei media, non
si era ancora abbarbicato così pervicacemente al mondo della
comunicazione di massa”.
Lo
interrompo: “Sì, però alcuni problemi in termini di “libertà
di espressione” Lei li ebbe ben presto… Il film H2S,
definito un “apologo sessantottesco”, uscì, sì, nel 1969,
ma fu sequestrato due giorni dopo. E forse non è un caso
che, poi, addirittura “espatriò”, andando negli Stati Uniti
per insegnare al Federal
City College di Washington…”.
“Sicuramente.
Certe questioni valgono oggi come allora», risponde «con
la sola differenza che, nel frattempo, la situazione è ancora
peggiorata. Il punto consiste… nei “capitali”. Chiunque
faccia un lavoro che ha a che vedere con la comunicazione
non può non tener conto dei capitali. Neanche il poeta può
più scrivere in libertà, come accadeva in altre epoche:
anch’egli deve avere almeno una casa editrice che lo pubblica
- a meno che non si tratti di uno che, proprio, non ha alcun
interesse ad essere conosciuto». La questione-capitale,
dunque, c’è sempre stata. «Beh, lei ha citato gli Stati
Uniti: pensi solo che io, dopo le note traversie di Forza
Italia!, per molti anni non ho più potuto lavorare in
Italia. Non è che non volessi: non potevo proprio. Semplicemente,
non mi davano i soldi per lavorare, per realizzare i film
che volevo fare. D’altronde, Forza
Italia! metteva alla berlina chi lavorava in televisione
e, siccome dagli Anni Settanta in poi il cinema ha iniziato
ad essere finanziato dalla tv, io non ho più avuto la possibilità
di trovare in Italia capitali per produrre i miei progetti.
E sono stato costretto ad andare all’estero. Come dicevo,
però, nel tempo il “capitale” si è fatto sempre più ferocemente
restrittivo: si è ferocemente imbarbarito”.
Una
libertà strozzata, insomma… E questo, ad avviso di Faenza,
a causa dei mass media intesi come luogo del potere,
a cui il potere si sarebbe unito a filo doppio così che
i media “dominano”, esercitano un potere sulle coscienze. Mi sovviene
che il filosofo tedesco Martin Heidegger, già negli anni
Venti del secolo scorso, aveva previsto qualcosa di simile.
L’avvento dell’epoca della scienza e della tecnica, della
tecnologia, che avrebbe determinato le regole della concettualità
comune: andando con ciò a chiudere, però, il vero senso
dell’esistenza umana, che è invece apertura a un’alterità
costantemente da scoprire. Heidegger però sosteneva le proprie
posizioni a partire da presupposti precisi e determinati
riguardo la cosiddetta tecnologia, e anche quella che oggi
chiameremmo la comunicazione mass-mediatica come forma del
pensiero. D’altronde, anche Faenza non mi pare ritenga i
mass media un problema in sé, bensì in quanto divenuti tutt’uno col
potere. “Ma - mi chiedo allora, e chiedo a lui - qual è
questo potere? Ha parlato di “capitali”, di “capitale”…
Si riferisce anche a intrecci, nodi di carattere politico?”
“Guardi,
qui non si tratta tanto di problemi politici”, spiega. “La
questione è più profonda. E faccio subito un esempio”. Sentiamo…
“Prendiamo la televisione, che a mio avviso è il cancro
del nostro Paese, il tumore della nostra società”.
“La
televisione?…”, gli chiedo, alquanto stupita.
“Non
parlo naturalmente della televisione in sé, spiega “ma di
questa televisione. E per essere esatti, mi riferisco alla tv pubblica”.
“Si spieghi…”. E Faenza: “Vede, la tv commerciale, privata,
è appunto privata. Nessuno può contestarle niente. Pensiamo
invece alla tv di Stato, al canone che essa impone di pagare
e alla sua programmazione. La gente, per la tv pubblica,
deve pagare il canone: trovo assolutamente privo di senso
che si vada a pagare, per vedere poi in onda sulla tv pubblica
le medesime cose che si vedono sulla tv privata… Ora, la
tv pubblica”, continua “è proprio l’esempio di ciò che sostenevo:
il concentrato della illibertà assoluta”.
“Qui
non ci sarebbe di mezzo solo il capitale. Qui i mass media
sono in mano ai politici, la televisione è fatta dalla politica.
La Rai è un’azienda in cui il consiglio d’amministrazione
è diviso tra maggioranza e opposizione. E non esiste altra
azienda al mondo così: nessuna altra azienda che funzioni
in questo modo. Un’azienda deve essere retta da un Consiglio
d’amministrazione che vuole che l’azienda stessa sia produttiva…”.
E
invece la nostra tv pubblica, l’azienda Rai, che fa? “Quello
che vediamo tutti i giorni”, continua. “Avendo una televisione
fortemente condizionata dal potere politico, non abbiamo
neppure il coraggio del capitale, il coraggio di rischiare.
Non si fa che proporre e riproporre all’infinito quello
che, magari, è andato bene quando è andato, e dunque… perché
cambiare le cose? Questo è il ragionamento. Ad esempio si
dice: “Vanno bene i reality? Ok, allora per dieci anni facciamo
solo reality”! Oppure: “Vanno bene le vallette? Ok, allora
per dieci anni solo vallette!”. Questo accade ogni giorno.
I dirigenti della televisione hanno un’incapacità culturale
di vedere oltre ciò che hanno appena fatto. Non sono in
grado di intuire nulla: nulla che non sia la riproduzione
di se stesso. Montanelli, con grande acume, ripeteva spesso
che i dirigenti televisivi avrebbero dovuto essere arrestati
non per quello che fanno, ma per quello che non fanno. Naturalmente,
in questo contesto, niente che abbia un minimo potenziale
di innovatività, niente che sia anche solo un minimo inusuale,
che sia nuovo e non, sempre ancora, la stessa solfa. Nulla
di nuovo - se provi a proporlo in tv - ha la possibilità
di passare. Per questo, purtroppo, un serbatoio infinito
di espressività che c’è nel nostro Paese finisce inevitabilmente
per non trovare sbocco. I dirigenti non hanno la capacità
di utilizzare uno strumento come la televisione, che è invece
straordinario. Questa non è tv. È, a mio avviso, un’idiozia
a uso e consumo di alcune gang del potere. Ma un’azienda
non può reggere così”.
Lo
sfogo non si placa. E Faenza continua: “La stessa situazione,
comunque, si ritrova anche nel cinema. Oggi per esempio
i film giovanilisti vanno bene… Allora dovremmo fare solo
film giovanilisti! Tutto ciò che non è cinema giovanilista,
per quelli che detengono le leve del potere, non va bene.
Ma sia chiaro: non perché hanno prova del fatto che, davvero,
altre soluzioni o idee non possano avere successo: bensì
solo perché è più comodo per loro pensarla così… È un mondo
profondamente illiberale quello in cui viviamo”.
Rifletto
su queste affermazioni, e domando: “Si tratta di una situazione
tutta e solo italiana, secondo lei?”.
“No,
però certo noi qui paghiamo parecchio il peso di quanto
dicevo prima” risponde. “Una televisione fatta dalla politica,
non esiste altra azienda al mondo come la Rai. Essendo così
condizionati dal potere politico, la voglia e la forza del
rischio da noi mancano completamente. Siamo molto arretrati,
indietro anni luce: la voglia di rischiare, ad esempio,
negli Stati Uniti c’è, eccome. Hanno minor timore della
sfida del nuovo. La tv americana è tra le più avanzate:
loro lavorano molto sulla realtà. Noi invece lavoriamo solo
sul passato: i Santi, i Papi… La nostra tv è totalmente
incapace di avere un rapporto con la realtà”.
Sul
momento resto perplessa: “Ritengo che la tv sia proprio
- almeno un po’ - lo specchio della realtà in cui viviamo…
Lei la pensa diversamente?”. E lui: “La tv dovrebbe essere
proprio lo specchio della realtà: il problema è che, in
questo modo, finisce per non esserlo. Una tv così costruita
è totalmente inabile a vedere la realtà. Non vuole vederla:
non può. E, per non vederla, si dà due opzioni:
fare una riesumazione in chiave “clericalistico-chierichiettistica”
del passato - come le vite dei santi… e davvero non se ne
può più! - oppure inventa reality, che a mio avviso spesso
sono l’opposto della realtà vera”.
“Ma
qual è”, chiedo “questa realtà di cui la tv sarebbe specchio
naturale? Di cui dovrebbe essere specchio e finisce per
non esserlo?”…
“La
società vera, in cui viviamo tutti noi, in ogni suo aspetto,
più o meno bello”, chiarisce. “La tv americana, per tornare
all’esempio, è molto più addentro alla società di oggi”.
La fa vedere com’è davvero? “Beh, parla molto dei problemi
della società, li mette in video direttamente, parla delle
donne… Per carità, ha i suoi limiti, ma di certo quella
degli Stati Uniti è una tv dentro la realtà. La realtà che
da noi, invece, finisce sempre con l’essere ogni volta bandita.
E non a caso, mentre la nostra tv è fatta per lo più da
ottuagenari, quella americana è realizzata da giovanissimi.
Ci sono registi di 25 anni che fanno serie tv di grande
importanza. Noi siamo incapaci di convertire l’enorme serbatoio
presente di gente giovane, in gamba, in produttori di televisione.
Non ci pensiamo neanche lontanamente”.
“Chiariamo
un punto. Lei parla di una tv che dovrebbe
essere specchio della realtà e non lo è… Certe cose - parecchie
- non Le piacciono… Però Le chiedo: in questi mesi, da più
parti e verso parecchi programmi, c’è un’accusa precisa
diventata ormai inflazionata, quasi scontata nella sua ripetitività,
verso chi fa televisione. Suona più o meno così: “La tv
dovrebbe educare”… “La tv di oggi è diseducativa”. Per costoro
- critici, detrattori…- la tv dovrebbe essere strumento
d’educazione, mentre non educa, e non trasmette i (presunti)
corretti valori… Ma perché la tv dovrebbe,
avrebbe il compito
morale di educare? Ciò non spetta forse a ben altre
istituzioni, ben altre personalità, ben altri contesti,
realmente deputati al non demandabile compito dell’educazione?
E poi… Chi andrebbe a stabilire le regole di siffatta educazione?
Chi verificherebbe la loro presunta correttezza - chi cioè
potrebbe mai arrogarsi con diritto tale importante compito?
Chi andrebbe a controllare? E chi controllerebbe i controllori? Ma c’è di più. Andando oltre,
e a prescindere da questo, l’idea di una televisione, di
un mezzo di comunicazione, dalla finalità esplicitamente
educativa, formativa del pensiero delle masse, mi appare
quanto di meno libertario, di più illiberale - direi quasi
statalista, nel senso peggiore del termine. Sentirei aria
di censura, di imposizione di una communis
opinio, in una futura omologazione dei cervelli.
Un’aria di censura ancora più forte di quella che lei ha,
con le sue parole, finora evocato. A mio avviso, la tv non
deve educare, non ha il compito né tanto meno l’obbligo
di educare: ad altri spetta questo onore - e onere.
Lei che ne pensa?”.
Lunga
la mia domanda… Immediata la sua risposta: “Vede, il problema
se la televisione debba educare non sussiste. E sa perché?
Perché la televisione già educa. E questo è un male. Oggi, purtroppo,
abbiamo un’unica grande agenzia di educazione: la tv. E
non dovrebbe essere così. La scuola non è più ohimè, in
questo momento, un luogo di educazione. I ragazzi guardano
la tv ore e ore al giorno… A scuola vanno come se andassero
in trincea: non gliene importa molto, non apprendono più
di tanto. Il problema è proprio questo: che la televisione
educhi, che sia fonte d’educazione. Perché lo fa nel modo più sbagliato,
realizzando una cattiva pedagogia e, alla fine, diseduca.
Questa tv non è in grado di portare niente che abbia a che
vedere con la realtà dei ragazzi, delle persone. È fuori
dal mondo. Ci si può chiedere certo che cosa, allora, la
tv debba dire, di che cosa debba occuparsi. Ma il punto
fondamentale è che la tv non deve proprio educare, non dovrebbe
proprio farlo! Vorrei proprio sapere chi dovrebbero mai
essere gli educatori in questo Paese… E noi non possiamo
assolutamente permetterci di delegare ad altri un compito
così importante come quello dell’educazione. Figuriamoci:
neppure gli insegnanti oggi, spesso, sono capaci di educare…
Occorre grande attenzione su questo punto. La televisione
non dovrebbe proprio educare, stop”.
A
questo punto domando: “Una tv alternativa,
come lei la dipinge - almeno virtualmente… Una tv che fosse
vero specchio della realtà come la intende, affresco vero
della società in cui viviamo oggi. Ecco, una tv così
sarebbe una tv libera, liberale? Qui ci sarebbe libertà?”
“Sarebbe
già un mondo diverso”, dice “fatto di persone in grado di
proporre programmi differenti, format e idee innovative.
Il problema è che questo mondo si pone in contrasto con
quell’altro, finora predominante: il mondo dei dirigenti
televisivi, convinti che il pubblico voglia per forza vedere
certe cose e basta. Il loro punto di forza è l’audience.
Se un determinato programma è stato visto da milioni di
telespettatori, ne deducono automaticamente che solo quello
vada bene: lo assumono a modello unico del programma vincente
e di successo - contro qualsiasi altro progetto. Ma non
hanno realizzato un vero confronto con una concreta alternativa,
per giungere a questa conclusione: non hanno provato, sperimentato
qualcosa di davvero nuovo - per poi magari anche rifiutarlo.
Il primo mondo, quello dei giovani, delle novità, nel confronto-scontro
con quello dei dirigenti tv, finora è andato a perdere.
Non avendo già alle spalle i consensi dei numeri (semplicemente
perché non hanno potuto esprimersi), vengono censurati prima
ancora che sia data loro possibilità di provare. Una censura
aprioristica e totale. E sa qual è la cosa peggiore?”.
“Che
cosa?”. “Che ormai”, prosegue “questa censura imposta sta
diventando sempre più un’autocensura. La maggior parte degli
autori non ci prova neanche più, non tenta neanche più di
avanzare proposte innovative. Sa che tanto sarebbe perfettamente
inutile, che le novità vere sarebbero bocciate. Tanti autori
vedono qual è il palinsesto e… si arrendono prima”.
“Qualora
le cose stessero davvero così”, proseguo “la cosa più grave
sarebbe una sorta di chiusura dei cervelli che finirebbe
con l’autoimporsi: quasi una omologazione, una istituzionalizzazione
forzata”.
“Vede,
una valanga di autori pieni di idee, di capacità innovative,
vengono letteralmente convinti al nullismo”, spiega. “Tanto
le loro intuizioni non sarebbero mai recepite. Si adeguano
a ciò che i dirigenti credono che la gente voglia. Con le
conseguenze negative del caso. Le faccio un esempio, tratto
dalla mia esperienza personale: tempo fa è andato in onda
un mio film, Alla luce del sole, sulla vita di don Pino
Puglisi, il parroco assassinato a Palermo dalla mafia nel
1993 e interpretato da Luca Zingaretti. Era rimasto ibernato
per sei o sette mesi: il direttore della Rai, all’epoca,
disse che non avrebbe avuto ascolto. Bene. Sa come è andata
a finire… Ha fatto record di ascolti. Milioni di telespettatori.
Questo non significa che il mio film fosse più bello degli
altri: semplicemente, andava “provato” col coraggio di provarci,
di sperimentare un’idea nuova. E il successo, infatti, c’è
stato. I dirigenti non capiscono che, banalmente, la gente
può voler vedere anche altre cose. Io sono stato fortunato:
il mio progetto alla fine è andato in onda. Ma quanti altri
ce ne sono che non vengono trasmessi, con tale principio?
È questa libertà che andrebbe ritrovata, e lasciata al pubblico,
a chi ha tanto da offrire. Altrimenti non si potrà che riproporre
di continuo questa tv stanca, affaticata, priva di stimoli.
Ma si sa: i nostri politici, anziché preoccuparsi di dare
alla tv pubblica una sua connotazione, preferiscono mettere
nei luoghi del potere questo o quel personaggio. E nient’altro.
Il resto non è neppure all’ordine del giorno dei loro pensieri”.
“Mi
sembra però che Lei non molli…”, intervengo. “Adesso è riuscito
a far approvare I
Viceré, che uscirà prima nelle sale cinematografiche
e poi, in versione più lunga, anche sugli schermi tv. E
parrebbe proprio un progetto coraggioso: non solo un film,
ma un ritratto feroce di ciò che siamo noi italiani”.
“Coi
Viceré abbiamo
ottenuto un grande risultato”, spiega. “Portare a conoscenza
del pubblico un romanzo rimasto censurato da oltre cento
anni. Tanti registi, ben prima di me, avrebbero dovuto fare
questo film: Visconti, Rossellini… Ma nessuno c’è mai riuscito.
In primo luogo, per l’opposizione della Chiesa: è sempre
stata ostile a questo romanzo, ma sbagliando, a mio avviso.
Il film è ambientato in un monastero di Catania, dove avvenivano
cose riprovevoli: ma solo perché la maggior parte erano
costretti a farsi monaci dalle famiglie, magari per punizione,
e non avevano una vocazione autentica. La Chiesa, anziché
portare a conoscenza una situazione che non dipendeva da
lei, bensì da un errore di impostazione altrui, ha preferito
mettere all’indice questo romanzo, semplicemente. L’altro
ostacolo, neanche a dirlo, la classe politica. Il romanzo
di De Roberto sembra scritto oggi, tanto è attuale: un ritratto
impressionante del ceto politico italiano, che vale allora
come oggi, nella sua vocazione al trasformismo - promettere
una cosa e, quando si è arrivati al potere, farne esattamente
un’altra… Sono anni che lavoriamo a questo progetto. Abbiamo
voluto omaggiare un autore come De Roberto, tanto importante
quanto trascurato ed emarginato. Lui per primo ha capito
chi siamo davvero noi italiani. E ha fatto una radiografia
impietosa, ma reale, del nostro Paese e dei suoi vizi d’origine:
la famiglia - che te la raccomando! - la Chiesa - che specie
in questo caso è quello che è - e la politica, che è peggio
delle prime due”.
“In questo modo però”, commento “ciò che lei si appresta a
portare sugli schermi si avvicina parecchio a quello specchio
della realtà che dicevamo prima… Lei va a rappresentare
attraverso De Roberto, prima al cinema e poi in tv, quella
che ritiene essere la realtà di oggi, in cui tutti viviamo.
E con ciò è libero. Lei… E i suoi personaggi, le figure
che parlano attraverso il film - di esprimere ciò che pensa,
le sue idee… Io leggo, ancora una volta, come un atto di
libertà, di uno spirito che è riuscito, nonostante tutto,
a riaffermarsi come indipendente, e vuole dare la stessa
libertà agli altri. Si sente così? Ancora una volta: uno
spirito libertario?”.
“Sì,
lo sono, probabilmente un po’ più di tanti altri…”, dice,
con un sorriso amaro. “Ma il problema vero è che nessuno
oggi è libero!
Libero veramente, intendo… Nessuno può
esserlo fino in fondo. Anch’io ho i miei vincoli…».
Dipendono dai condizionamenti indicati prima? C’è sempre
il “capitale”… «Anch’io devo trovare i soldi per fare i
miei film, anch’io devo scendere a patti… E comunque è vero:
purtroppo chi non fa parte dei giri di potere ha più difficoltà
a vivere. E io, appunto, non faccio una vita facile… Anzi,
sta diventando sempre più complicata, sempre più ardua.
Il margine di “navigazione” si restringe ogni giorno di
più”.
“Però
non ha mai mollato!”, lo interrompo. Ma la risposta, ancora
una volta, arriva con un velo di sottile malinconia: “Eh
sì… Però sa com’è: quando le cose vanno così, e ci sono
sempre più ostacoli da superare, alla fine passa quasi la
voglia di star lì a lottare per tutto…”.
“La
libertà ha un prezzo…”, commento. “Però, a mio avviso, c’è
sicuramente un aspetto della sua attività artistica che
ritiene impagabile: il suo rapporto coi giovani, a cui non
cessa di dare ascolto e spazio ogni volta che può. La possibilità
per loro di realizzare il trailer de I Viceré è significativa…”.
“Sì,
e Le dirò che ho in progetto un’altra iniziativa molto interessante”
e il suo sguardo si illumina… “Spero di trovare i finanziamenti
per realizzare una grande agenzia di creatività italiana
su Internet: un luogo dove tutti coloro che abbiano qualcosa
da dire, da comunicare - racconti, canzoni, video, anche
semplici fotografie - possano incontrarsi. Spero di poter
debuttare il 15 settembre. Questo è ora il progetto cui
tengo in modo particolare: e credo di poter dire che avrà
un buon successo. I risultati di un sito come You Tube sono il segno che ci sono milioni
di persone nel mondo, che tentano di far vedere qualcosa
di diverso”.
Appuntamento
a settembre, dunque, per vedere concretizzata l’idea di
Faenza di uno spazio contro ogni censura. Un attimo fuggente,
probabilmente, da cogliere al volo.
* Dice di sé:
Rachele
Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma romana
d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola
Normale Superiore di Pisa - sulla metafisica e la finitezza
umana - e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa
“pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista
per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata
sulla via di Damasco da una grazia divina.
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