DALLA STORIA
GUSTO
DEL CIBO: ITINERARIO STORICO SENTIMENTALE
Il
cibo non dà piacere se non è sovrabbondante… il gusto non
risponde tanto a un bisogno di sostentamento, ma è un modo
di concepire la vita e il rapporto con gli altri
Tullio
Gregory *
Parlando
sul gusto è quasi obbligatorio ricordare quel che scriveva
Voltaire alla voce goût dell’Encyclopédie:
“Il gusto, questo senso, questa capacità di distinguere i
nostri alimenti, ha dato origine in tutte le lingue conosciute
all’uso metaforico del termine gusto, per designare la capacità
di avvertire le bellezze e le imperfezioni in tutte le arti
[...]. Ci sono grandi paesi in cui questo gusto è sconosciuto:
sono quelli in cui la società non si è perfezionata, ove
gli uomini e le donne non si riuniscono insieme, dove certe
arti come la scultura e la pittura di esseri viventi sono
vietate dalla religione. Dove la vita di società langue,
lo spirito si isterilisce e le sue finezze si smussano,
non c’è modo di educare il gusto”.
Pagina
notissima ove ormai è definitivamente registrato, dopo circa
due secoli, lo slittamento semantico della parola gusto
per indicare non solo uno dei cinque sensi, ma una facoltà
capace di valutare opere dell’ingegno, e anzitutto i prodotti
artistici. Prima della modernità, l’uso metaforico del termine
gusto era ignoto: ed io mi limiterò qui al gusto come piacere
del cibo e della tavola, per il quale tuttavia valgono egualmente
le considerazioni di Voltaire sullo stretto legame fra la
fenomenologia del gusto e il vario sviluppo storico delle
civiltà: sol che si pensi ai continui riferimenti simbolici
che inseriscono il gusto del cibo nella storia dell’incivilimento
e fanno dello stesso gusto un prodotto culturale, come ogni
altra esperienza e attività dell’homo sapiens. Fin dalle società primitive
la manipolazione degli alimenti non risponde solo al bisogno
nutrizionale, ma si colloca in un cosmo intellettuale e
fantastico ove si incontrano uomini e dei, sacro e profano,
morti e viventi, caricando il cibo di valori che trascendono
la sua natura materiale.
Del
resto è proprio attraverso il gusto del cibo che - per ricordare
solo due mitologie mediterranee, la greca e l’ebraica -
si verifica una rottura nell’ordine cosmico e umano voluto
dalla divinità.
Si
ricordi Prometeo, la cui prima colpa non è aver rubato il
fuoco a vantaggio degli uomini, ma avere ingannato Zeus
nello spartire le parti di un bue sacrificato: “Prometeo
- ricorda Esiodo nella Teogonia - divise in parti, con animo benevolo, un bue di notevole
mole, cercando di ingannare il pensiero di Zeus: per l’una
delle due parti egli pose infatti le carni e le viscere
piene di grasso, sotto la pelle; per l’altra invece preparò
con astuto artifizio delle bianche ossa di bue, nascondendole
sotto il bianco grasso”. Zeus scelse la porzione coperta
di grasso, e si trovò in mano solo le ossa: da allora, prosegue
Esiodo, “nacquero sciagure per gli uomini mortali”; Zeus
tolse agli uomini il fuoco (che l’astuzia di Prometeo restituirà
loro) e ordinò di plasmare “un essere simile a una vereconda
fanciulla”, Pandora, da cui deriverà “la stirpe delle donne
[...] sciagura grande per i mortali”.
Nel
mito del Genesi, non è solo la piacevolezza del frutto proibito
- bello a vedere ancor prima che buono da gustare - a determinare
la storia mortale dell’umanità, ma il piacere che Yahwè
prova di fronte al sacrificio di Abele: “dopo un certo tempo
- si legge nel Genesi - Caino portò una parte del prodotto
del suolo come offerta a Yahwè; ed anche Abele presentò
una parte delle primizie del suo bestiame, e precisamente
le parti grasse. E Yahwè guardò con benevolenza Abele e
la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua
offerta”; di qui l’odio di Caino per Abele, l’uccisione
del fratello, la condanna della stirpe di Caino.
Il
grasso, considerato elemento fondamentale nella costituzione
del corpo umano, soprattutto del sistema nervoso e del cervello
- è ciò che attrae Zeus come Yahwè, perché il grasso è alimento
proprio degli Dei.
Forse una storia del grasso
- nelle sue varie declinazioni animali e vegetali - potrebbe
costituire il filo conduttore non solo di una storia del
gusto del cibo, ma di tutta la civiltà mediterranea: se
è vero, come scriveva Adolf Deissmann, storico delle religioni,
che i suoi confini sono definiti dalla coltivazione dell’ulivo.
Potremmo aggiungere che per i grassi animali il mondo mediterraneo
molto deve alle invasioni barbariche, all’incontro cioè
con civiltà diverse da quella greco-latina. Perché sono
proprio le invasioni barbariche che hanno profondamente
modificato gli usi alimentari dell’Europa romana, introducendo
e diffondendo fra l’altro un nuovo modo di utilizzare gli
spazi incolti, boschivi e paludosi con una cultura silvo-pastorale:
si ampliò il consumo della carne e soprattutto del maiale,
(fondamentale nell’alimentazione medievale), dando al lardo
e allo strutto una posizione centrale nelle culture non
solo nordeuropee ma anche norditaliane, estendendosi poi
nelle aree mediterranee.
Anche
l’avvento di altri prodotti e le modificazioni di gusto
e di usi alimentari segnano variamente la storia della nostra
civiltà. Dopo l’invasione dei popoli nordici, gli arabi
hanno determinato mutamenti profondi che hanno trovato soprattutto
in Andalusia e in Sicilia i loro punti di diffusione. Infatti
non solo nel campo delle lettere, della filosofia, delle
scienze il debito dell’Europa rispetto alla civiltà islamica
è di enorme portata, ma anche nel campo del gusto e della
civiltà della tavola. Attraverso le vie commerciali aperte
dagli arabi e dai loro usi gastronomici si è conosciuto
in Europa - passando attraverso la Spagna e la Sicilia -
il riso che dalla Mesopotamia i commercianti arabi portarono
in Andalusia già nel secolo X; altrettanto importante è
l’arrivo della coltivazione della canna da zucchero (non
ignota ai trattatisti greci e romani) originaria dell’India,
conosciuta forse dagli arabi in Mesopotamia, presto diffusa
nel Mediterraneo poiché era già coltivata in Spagna nell’VIII
secolo e in Sicilia nel IX. Lentamente lo zucchero sostituirà
l’uso del miele, più economico, ampiamente diffuso nella
cucina latina antica e medievale. Ma si ricordi che il miele
era carico di simboli religiosi, nutrimento degli dei e
degli antenati, proprio di una vita paradisiaca, tanto da
costituire, con il latte, caratteristica della terra promessa
da Yahwè al suo popolo.
Anche
un prodotto tipico del mondo mediterraneo come gli aranci
e i limoni si devono alla civiltà islamica, insieme alla
melanzana (originaria dell’India, già in Spagna nel secolo
X) e agli spinaci, originari del Nepal, presto diffusi in
tutto il mediterraneo. Ma basterebbe ricordare un altro
prodotto che già nella sua classificazione indica la profonda
mescolanza delle culture: parliamo dell’uvetta, uvetta sultanina
(o del sultano), di Corinto, di Smirne, di Malaga, cioè
di tutto il mondo mediterraneo. Potremmo ancora ricordare,
oltre alla preparazione largamente diffusa del cuscus, il
mondo dei dolci, a cominciare dal marzapane, dai dolci di
mandorle, alle frittelle dolci ben documentate nella cucina
araba, andalusa e siciliana. Presenze islamiche si ritrovano
nei più antichi ricettari latini e volgari che risalgono
in parte alla corte di Federico II, uomo come è noto di
vasta cultura, attento al mondo arabo con il quale intrattenne
rapporti non solo politici, ma filosofici e scientifici.
Nei ricettari che si diffondono dalla sua corte si vede
già il definirsi di una cucina e di un gusto aperto tanto
alle influenze arabe come ad altre culture europee con ricette
all’uso saraceno, germanico, francese, inglese. Agli arabi
sembra si debba anche la scoperta dei modi di produrre pasta
secca filiforme: ittriyya
(ancor oggi in alcuni dialetti italiani, tria).
Presto nasceranno le fabbriche di pasta secca in Sicilia
(già centro di produzione nel XII secolo secondo la testimonianza
del geografo arabo Idrisi), e il prodotto si diffonderà
via mare, entrando molto lentamente nella cucina italiana
centro-meridionale, secondo vari formati, sostituendo la
pasta fatta in casa, inizialmente più economica, e conosciuta
fin dall’antichità latina (laganum: pasta di farina di grano, in sfoglie,
di vari formati e usi).
Dopo
l’incontro con la cultura gastronomica araba, è l’incontro
con il Nuovo mondo che modifica profondamente gusti e usi
europei. Ricordiamo lo stupore dei re cattolici di fronte
ai nuovi prodotti esibiti da Cristoforo Colombo di ritorno
dal suo primo viaggio, come narra la Historia
general de las Indias di Francisco López de Gómorra.
Colombo “prese dieci indios, quaranta pappagalli, parecchi
tacchini, conigli (che chiamano hutias), batate, peperoncini, mais, con
cui fanno il pane, altre cose strane e differenti dalle
nostre, come testimonianza di ciò che era stato scoperto
[...]. Presentò al re l’oro e le merci che portavano dall’altro
mondo; ed essi e quanti si trovavano davanti a Colombo molto
si meravigliarono a vedere che tutto quello, eccetto l’oro,
era nuovo come la terra in cui nasceva [...]. Provarono
il peperoncino, spezia degli indigeni, che bruciò loro la
lingua, e le batate che sono radici dolci, e i tacchini
che sono migliori dei polli e delle galline. Si meravigliarono
che là non ci fosse grano, ma che tutti mangiassero pane
di quel mais”.
Non
erano solo questi i prodotti del Nuovo mondo: si ricordi
ancora la cioccolata (per gli Aztechi nutrimento degli dei)
e, fra la frutta, l’ananas: fu Ferdinando il Cattolico il
primo europeo che la provò, come attesta Pietro d’Anghiera.
Non si dimentichi, fra tutti i prodotti dell’orto più fortunati
in Europa, oltre alla patata, il pomodoro o anche poma amoris, pomi d’amore; prodotti entrati in uso più tardi, giacché
sarà solo alla fine del Seicento e ai primi del Settecento
che la salsa di pomodoro comincerà, faticosamente, a essere
presente nei ricettari. Forse la prima testimonianza è Lo
scalco alla moderna di Antonio Latini pubblicato a Napoli
nel 1694 ove compare una salsa di pomodoro “allo stile spagnolo”;
in realtà sarà solo lungo l’Ottocento che l’uso del pomodoro
e della sua salsa si andrà diffondendo in Italia e poi altrove.
Come è noto, anche la patata dovrà attendere il Settecento
per trovare una consistente presenza sulle mense europee.
Se
la storia della diffusione dei nuovi prodotti - e dei nuovi
usi e gusti alimentari - accompagna e segna la storia degli
incontri di civiltà, la storia nel vario configurarsi e
esprimersi del gusto del banchetto, della tavola imbandita,
rispecchia anch’esso le strutture di ogni cultura, al di
là del valore sacro del convito, non solo incontro fra uomini
e dei, ma segno di ricchezza, di amicizia, di rispetto per
il viaggiatore, per il pellegrino.
Vorrei
qui ricordare, perché non sempre presente nelle storie del
gusto, che in tutti i banchetti essenziale è il vino: esso
zampilla senza fine dalle fontane del paese di Cuccagna
e scorre a fiumi nel paradiso di Allah secondo il Libro della scala. Del resto non solo la
produzione di bevande alcoliche, così come la cucina del
cotto, è caratteristica delle più antiche società umane
- segno distintivo dalla società degli animali –, ma il
vino è ben presente nelle mitologie mediterranee, trovando
in Dioniso e in Noè gli inventori e protettori, ed ha largo
spazio negli antichi simposi (si ricordino i simposi socratici)
come nei riti cristiani.
Se
si volesse seguire un’evoluzione del gusto del bere - inseparabile
dal gusto del cibo - e prima ancora l’evoluzione della coltivazione
della vite e della vinificazione, alcuni mutamenti decisivi
segnano la modernità: quando si cominciarono a selezionare
i vitigni e circoscrivere le culture e quando si definiranno
nuove tecniche di produzione e di commercializzazione. Non
a caso alla figura - forse in parte mitica - di Dom Perignon,
a cavallo fra Seicento e Settecento (fu cantiniere dell’abbazia
di Hautvillers dal 1678 al 1715), si attribuiscono una serie
di invenzioni e accorgimenti pratici che non riguardano
solo la produzione dello champagne: l’uso del tappo di sughero
(in luogo del tappo di stoppa), i metodi di chiarificazione
dei vini bianchi (prima sempre torbidi e tendenti al rosato),
la selezione dei vitigni. Alle spalle di queste innovazioni
fra Sei e Settecento, l’uso della bottiglia per la conservazione
e il trasporto del vino, in vetro spesso, forse invenzione
di Sir Kenelm Digby, diplomatico, corsaro, filosofo inglese
della prima metà del Seicento.
Vi
sono altri aspetti che ritengo parimenti importanti nella
storia del gusto del cibo e del convito. Giacché il gusto
del cibo si articola in altre forme di gusto: dal gusto
per certi prodotti, ai riti dei servizi, al piacere per
l’abbondanza e per lo spettacolare. Tutto questo è documentato
storicamente, soprattutto per le classi alte e benestanti.
In
particolare, la civiltà del gusto del cibo e del banchetto,
per molti secoli - dall’antichità ai tempi moderni - è legata
all’abbondanza: il cibo non dà piacere se non è sovrabbondante,
smisurato, quasi a testimoniare visivamente che il gusto
del cibo non risponde tanto a un elementare bisogno di sostentamento,
ma deve completarsi con una simbologia che coinvolge non
solo altri sensi, ma un modo di concepire la vita e il rapporto
con gli altri. Anche nelle mense di classi meno abbienti,
nei giorni di solennità festive, il banchetto si caratterizza
per la sovrabbondanza dei cibi e delle portate.
Dunque
tanto nel cibo quanto nel vino la ricerca dell’abbondanza
fa parte della storia del gusto e rispecchia le tensioni
e i desideri di una società, soprattutto la voglia di superare
ogni limite imposto dalla stessa condizione umana. Il gusto
del cibo, quindi la golosità, non è solo un’infrazione ai
dettami della dietetica o delle religioni, ma un segno del
desiderio di trascendere lo status limitato dell’uomo. L’eroe
(si pensi a Ercole che divora animali interi), il potente
- principe o cardinale - il guerriero mangia molto, soprattutto
carne. È segno di rango, di classe, di superiorità sociale.
Carne rigorosamente cotta allo spiedo, preparazione che
richiede servi addetti al camino, oltre ai mezzi per procurarsi
il prodotto; il contadino generalmente mangia poca carne,
qualche animale da cortile, le parti povere del maiale,
tutte cotte nel paiolo con abbondanza di verdure. È una
cottura che non richiede sorveglianza e il contadino può
andare a lavorare nei campi una volta appeso il paiolo al
camino. La differenza fra axa
(arrosto) e elixa (non propriamente bollito, ma cotto
in un paiolo con molte verdure) è fondamentale: differenzia
non solo due diversi gusti del cibo, ma anzitutto una differenza
sociale. Quando a Carlo Magno - come racconta il suo biografo
Eginardo - i medici consigliano, per curare la gotta, di
mangiare elixa,
ma non axa, il
re li prende a odiare e limita il suo pasto quotidiano a
quattro portate oltre alla carne axa (qua
ille libentius quam ullo alio cibo vescebatur) che i
servitori gli portavano sugli spiedi.
La
predilezione per i grandi pezzi di carne arrosto è all’origine,
sembra, della trasposizione semantica di una parola dal
lessico di corte alla gastronomia: si tratta del baron
che indica un taglio di macelleria (agnello, montone, bue)
dalla sella (la zona delle costate e del filetto) fino ai
cosci. Suntuoso e smisurato pezzo di arrosto, soprattutto
se di bue, che una volta fu presentato a Enrico VIII, gran
mangiatore, così solenne nella sua magnificenza da indurre
il re a nominare sul campo barone, quel suntuoso pezzo di carne.
Anche
per il gusto del vino l’abbondanza è una caratteristica
essenziale; il sobrio Petrarca ne elenca così gli effetti:
“secundum me igitur,
primus crater pertinet ad sitim, secundus ad laetitiam,
tertius ad voluptatem, quartus ad ebrietatem, quintus ad
iram, sextus ad litigium, septimus ad furorem, octavus ad
somnum”.
Nelle
lodi del gusto, Lorenzo Valla sottolineava con vivacità
polemica, contro ogni etica rigoristica, il valore e il
significato del vino nelle società umane: “Per i vini ogni
lode è inadeguata - scrive –. Noi uomini siamo superiori
agli altri animali per due cose, nell’esprimere con la parola
i nostri sentimenti e nel bere vini. Però non sempre è piacevole
parlare [...], mentre sempre è piacevole bere [...]. Non
solo i poeti rendono onore a Bacco, ma anche i filosofi,
il maggiore dei quali, Platone, pensa che sia uno stimolo
e un incitamento dell’ingegno e della virtù se la mente
e il corpo siano riscaldati dal vino”.
E
Rabelais dirà ancor più decisamente: “Notate, amici, che
con il vino si diventa divini […]. Poiché esso ha il potere
di colmare l’anima di ogni verità, ogni sapere e ogni filosofia”.
Non
a caso, in alcuni penitenziari medievali, quando la classificazione
dei peccati segue il sistema dei cinque sensi, i peccati
legati alla gola consistono soprattutto nel “sumere immoderate
cibum et potum, delectatio in delicatis prandiis, sumere
grossa prandia cum aviditate et delectatione, incipere ex
necessitate et terminare in delectatione”, nonché protestare
“contra cocum si cibaria non sunt bene preparata”.
È questo mondo di grandi mangiatori e bevitori che i ceti
poveri proietteranno nel paese di Cuccagna, nel paese di
Bengodi, la grande utopia gastronomica che attraversa tutte
le culture e che sostituisce, nella storia dell’immaginario
gastronomico, il mito di un primitivo paradiso tutto vegetariano.
Al
gusto del cibo come piacere dell’abbondanza, corrisponde
la quantità delle provviste, soprattutto quando si hanno
ospiti di un certo rango. Vincenzio Cervio autore del celebre
volume Il trinciante
(Venezia 1581) ricorda quanto è necessario far trovare al
cuoco privato del papa, quando questi venga a far visita
a un illustre signore e si trattenga presso di lui. Poiché
il papa mangia da solo, è necessario che il suo cuoco abbia
a disposizione una speciale provvista. Scrive Cervio “non
sarà di bisogno che mi affatichi in far la lista del magnare
per sua beatitudine, perché il suo scalco fa che la sua
dispensa vada seco sempre prevista [il papa quindi ha già
presso di sé gli alimenti di cui nutrirsi]. A tal che basterà
che in dispensa nostra vi siano alcune cose exquisite, a
ciò che il suo cuoco segreto le possa avere a posta, che
saranno fasani, fasanotti, starne, starnotti, pernici del
becco rosso, un pavone frollo, una pollanca d’India frolla
[tacchino], un capriolatto, leprotti, capretto giovane,
piccolo e grasso, ortolani freschi, beccafiche grasse, tordi,
quaglie, lodole e altra sorta di pollastri grossi e pollastrini,
piccioni domestichi e selvatichi, paparetti, anetre, germani,
beccacce, rufolatto [cinghialotto] caprio [capriolo], mongana,
castrati, seccaticcia [carne essiccata] e altre cose necessarie
conforme alla stagione”. Si ricordi che il papa resta per
periodi brevissimi presso un qualche signore lungo il suo
viaggio, anche se a volte veniva costruito apposta un palazzo
in legno per lui e per la sua corte.
I
libri di cucina, medievale e rinascimentale, rispecchiano
il vario articolarsi del gusto dell’abbondanza e della grandiosità,
non disgiunta dalla magnanimità di borsa e di spirito. Basterebbe
ricordare come il viaggio della regina Cristina, convertita
al cattolicesimo, sia tutto costellato di grandi banchetti
sino al finale incontro con il papa a Roma.
Se
questa è la linea dei grandi libri di gastronomia italiana,
lungo il Seicento la cucina francese iniziava un notevole
processo di semplificazione: soprattutto alleggeriva i modi
di cottura, emarginava l’uso delle spezie e dell’agrodolce,
nella successione delle portate spostava i dolci e la frutta
dall’inizio del pasto alla sua fine, introducendo altresì
l’uso dei roux e dei brodi ristretti per l’elaborazione
di salse legate che amalgamavano i sapori per fusione e
non per addizione. Da questo punto di vista è fondamentale
il Cuisinier français di François Pierre
detto La Varenne pubblicato nel 1651. Si apriva la strada
alla grande cucina borghese che si affermerà nell’età dei
lumi, al cui centro si colloca quella solenne apologia della
cucina moderna che leggiamo nei Les Dons de Comus ou les delicatesses de la table, opera anonima,
forse di due dotti gesuiti, Pietre Brumoy e Guillaume-Hyacinthe
Bougeant (1739), vero manifesto della cucina moderna che
non a caso faceva seguito a Le cousinier moderne di Vincent La Chapelle
(1735). I due gesuiti, dopo aver celebrato la cucina come
arte, entrano nel cuore della disputa fra antichi e moderni,
ancora viva nella cultura francese e europea e ne davano
una testimonianza non marginale: “gli Italiani hanno educato
tutta l’Europa e son loro senza dubbio che ci hanno insegnato
a far da mangiare [...]. Ma ormai da due secoli si conosce
la buona cucina in Francia e si può affermare, senza pregiudizio,
che essa non è mai stata così delicata e di un gusto così
fine. Si distingue oggi, fra le persone del mestiere e le
persone che si vantano di avere una buona tavola, la cucina
antica e la cucina moderna. La cucina antica è quella che
i Francesi hanno messo in voga in tutta Europa e che si
seguiva generalmente fino a una ventina di anni fa.
La
cucina moderna, stabilita sui fondamenti dell’antica, ha
meno apparati e, con altrettanta varietà, è più semplice,
più propria e forse anche più saggia. L’antica cucina era
molto complicata e di un dettaglio straordinario. La cucina
moderna è una specie di chimica. La scienza del cuoco consiste
oggi nel distinguere e quintessenziare le carni, trarne
succhi nutrienti e leggeri, nel mescolarli insieme in modo
che nessuno predomini e il tutto si faccia assaporare. Così,
come i pittori con i colori, il cuoco realizza una sintesi
rendendo omogenei i vari componenti, in modo che dai differenti
sapori risulti un gusto fine e raffinato, direi un’armonia
di tutti i gusti uniti insieme”. Con compiacimento illuministico,
quasi materialista, i due gesuiti proseguono: “il gusto
corporeo e il gusto spirituale dipendono egualmente dalla
conformazione delle fibre e degli organi destinati a operare
le diverse sensazioni: la finezza di questi due tipi di
gusto prova certamente la finezza degli organi che sono
loro propri, e di conseguenza si può risalire dal gusto
corporale a un principio molto delicato che gli è comune
al gusto puramente spirituale”.
Si
ricordi peraltro che l’età della rivoluzione scientifica
- fra Cinquecento e Seicento - era stata anche l’età della
scoperta di nuovi strumenti e metodi per cucinare. È la
cucina con molti fornelli in piano - oltre al camino e al
forno - con la possibilità quindi di diverse cotture in
contemporaneo, con differenti temperature; cosa altrimenti
difficile, se non impossibile, quando la zona di cottura
era il camino, al massimo un forno.
Resta
fondamentale, abbiamo accennato, il gusto per lo spettacolare,
legato anche alla grandiosità delle dimensioni: soprattutto
finché prosegue l’uso del sistema di servizio alla francese,
già prima all’italiana, antecedente quindi all’uso che si
afferma nel corso dell’Ottocento del servizio alla russa
(sequenza di piatti porzionati uguali per tutti). Così,
ancora agli inizi dell’Ottocento, il gusto del grandioso
troverà la sua la sua apologia nella celebre Physiologie
du goût (1825) di Brillat-Savarin: del quale raramente
si ricorda la figura di giovane avvocato deputato del Terzo
Stato all’Assemblea costituente del 1789, poi in esilio
come moderato, viaggiando fra Europa e Stati Uniti, poi
nuovamente alto funzionario dell’amministrazione francese
dopo il 1797. In quest’opera, con la quale Brillat-Savarin
considera di aver portato a livello scientifico l’arte della
cucina e del convito, l’autore presenta le sue provette gastronomiche che costituiscono, egli dice, una delle più
importanti scoperte del secolo. Provette per misurare la
qualità e dignità dei commensali e valutare insieme il livello
sociale dell’ospite. Varie sono le provette, in una continua
ascesa di raffinatezza e di costo, fino all’estrema, ove
in una successione mirabile compaiono, in apertura, un volatile
di sette libbre riempito di tartufi “fino a diventare uno
sferoide”, “un enorme foie gras di Strasburgo a forma di
bastione”, una grande carpa del Reno e un luccio farcito,
quaglie, fagiani, ortolani, cento punte d’asparagi, per
terminare con una piramide di meringhe alla vaniglia e alla
rosa. L’invitato avrà superato questa prova se esclamerà:
“oh!, mio signore, il vostro cuoco è uomo ammirevole, non
si trovano queste cose se non da voi!”. Segue una “osservazione
generale” di cui dovremmo tenere conto, come estremo segno
della grande cucina. Scrive Brillat-Savarin: “perché una
provetta produca certamente il suo effetto è necessario
che essa sia comparativamente in grande quantità: l’esperienza,
fondata sulla conoscenza del genere umano, ci ha insegnato
che le rarità, le più saporite, perdono il loro effetto
quando non sono in proporzioni esuberanti”. A queste condizioni
le “provette” producono il loro effetto come lo stesso Brillat-Savarin
poté sperimentare: “tutte le conversazioni cessarono per
la pienezza dei cuori [...]; io vidi succedersi su tutti
i volti il fuoco del desiderio, l’estasi del piacere, il
riposo perfetto della beatitudine”.
Viene
in mente la sapida
scientia dei teologi e mistici medievali come l’estremo
godimento della contemplazione di Dio.
Nella
più recente cucina - quella introdotta dalla cosiddetta
nouvelle cuisine proseguita dalla cucina creativa - tutto questo è
abbandonato, e purtroppo con ostentato disprezzo. Non solo
per avere cibi più leggeri e naturali - fino ad annientare
la distinzione cultura-natura, cotto-crudo - ma nel tentativo
di demitizzare una grande tradizione gastronomica, con le
salse madri e le lunghe cotture, con l’arte del trinciante
e la ricchezza dei servizi. Di qui l’apologia del minimalismo,
dell’esercizio calligrafico, della fascinazione del piatto
vuoto, del valore simbolico del frammento. Cucina che deve
“suscitare la meraviglia”, la sorpresa: un nuovo barocchismo,
distruggendo la grandiosità dei servizi, ha portato al nichilismo
gastronomico. Nella cosiddetta cucina creativa la tavola
è governata - come è stato scritto da un suo apologeta -
dal sapore del bello
che tende a ricongiungersi al gusto del bello, lasciando,
anche a livello lessicale, quel valore primario del gusto
del cibo che ha accompagnato la storia dell’umanità fino
al tramonto dell’Occidente.
In
questo nichilismo gastronomico trovano spazio componenti
diverse: l’ideale della bellezza beauty
farm, anoressica e filiforme, la petulanza di dietologi
inappetenti, l’autorità di guide compiacenti, la ricerca
di presentazioni gastronomiche capaci non di soddisfare
il gusto ma di stupire, la frequentazione di ristoranti
per vedere o essere visti. Qui il cibo ha perso ogni valore,
trasformato in un insipido grafismo. All’estremo opposto,
il trionfo dei fast-food avvilisce il gusto con maleodoranti tritati e squallide
fritture. Sta nel mezzo una variegata civiltà tradizionale,
spesso contadina, ove si sono rifugiati alcuni autentici
artigiani del gusto come esperienza sensoriale totale, interessata
alla realtà del cibo, nella sua fisicità e nei suoi valori,
non misticamente ed esteticamente contemplativa. Lontano,
forse non ancora nato, un nuovo Carême.
* Dice di sé:
Tullio
Gregory. Professore di Storia della filosofia all’Università
di Roma La Sapienza, accademico dei Lincei, Direttore dell’Istituto
CNR “Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee”,
Direttore dell’Enciclopedia Italiana di Scienze Lettere
ed Arti (Istituto Treccani). Storico del pensiero filosofico
e scientifico, nelle sue ricerche ha privilegiato aspetti
e momenti di passaggio e di crisi nella storia della cultura
europea, fra Medioevo ed Età Moderna. Non disdegna la storia
e la pratica delle Scienze enogastronomiche.
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