POLEMICHE
GUBITOSI:
IL FESTIVAL DI GIFFONI? UNA LIBERTÀ STROZZATA
In
tutto il mondo ha successo la manifestazione cinematografica,
incentrata sui giovani, "la più importante" secondo
Truffaut. Imprevedibili trappole, invece, si scoprono
nel profondo Sud
Rachele
Zinzocchi *
“Il Giffoni Film Festival ha
sempre significato spinta verso il nuovo, superamento
dei confini. Ma ora, per la prima volta nella mia
vita e dopo quasi quattro decenni di attività, mi
trovo a fare i conti con un ostacolo che mai mi sarei
aspettato: una brutta “questione meridionale”, l’arroganza
dei politici locali, la loro pochezza nell’interpretare
i disagi veri del territorio. Il Festival di Giffoni
fa invidia al mondo, ma qui non viene considerato.
Io a Giffoni sono nato: c’ho portato il mondo e ho
portato nel mondo Giffoni. Ma oggi sembra che non
ci sia più la possibilità di supportare la creatività,
la capacità di industria del Festival. Tutt’a un tratto
mancano i finanziamenti: ed è con la mia regione,
la mia provincia, che mi trovo oggi a competere, dovendomi
preoccupare di dove possono aver piazzato le “trappole”,
le mine pronte a soffocare la realtà di Giffoni. Ma
io non ci sto. Protesto: dico no.
Sono pronto anche a far adottare
il Festival da altri Paesi nel mondo, se sarà necessario.
O si fa capire alla classe politica locale che bisogna
osare, senza aver paura di una grande idea, oppure…
addio a Giffoni e alla sua storia. In quel caso, vorrà
dire che siamo davvero incapaci di reggere l’urto
della modernità, invidiosi che qualcosa vada sul serio
oltre i confini. Ci abbiamo messo 37 anni per crescere:
ma bastano 30 secondi per finire nell ’oblio. E io
sono abituato a vivere, non a campare. Chi campa poi
muore. Ma chi vive, fa vivere”.
Non va per il sottile Claudio
Gubitosi, ideatore e direttore artistico del Giffoni
Film Festival. E, per la prima volta, decide di lasciarsi
andare ad affermazioni davvero forti: destinate a
suscitare scalpore. D’altronde Gubitosi e il “suo”
Festival hanno alle spalle una storia che parla da
sola. Lui ha fatto tutto da sé, 36 anni fa, partendo
da zero: con l’entusiasmo e il coraggio che solo uno
spirito libero, con voglia di novità vera, può avere.
Gubitosi ha reso Giffoni, un paese allora ignoto ai
più - “un posto remoto dell’entroterra salernitano”
- una delle località più note a livello mondiale,
con una manifestazione riconosciuta ovunque come evento
leader nel proprio settore. Ma, si direbbe, proprio
chi è più vicino a tutto questo, e dovrebbe gioirne
maggiormente, sembra non comprendere - o non più -
ciò che Giffoni è e può portare. Il pericolo? Finire
per soffocare quello spirito di iniziativa, libertaria
e liberale, che aveva a suo tempo partorito un’idea
davvero innovativa: valorizzare i giovani, promuovere
il loro sviluppo e la loro formazione, personale e
professionale. Il problema, insomma, è rischiare di
cancellare quella “U-topia” ideale di libertà e spazio
per il nuovo, quell’ “Isola-che-non-c’è” e che, invece,
è sempre stata realtà concreta nel Giffoni Film Festival.
L’idea nasce tanto tempo fa,
dalla mente di Gubitosi, nel 1971: promuovere la cinematografia
per ragazzi nel mondo, realizzando quello che era
ed è tuttora l’unico Festival ove la giuria è composta
esclusivamente da minorenni. “Nasce piccolo il Giffoni
Film Festival”, ha più volte spiegato Gubitosi, “in
un momento storico in cui sembra una follia parlare
del leggero cinema per ragazzi, mentre si addensa
la pesante atmosfera degli anni di piombo”. Eppure
il Festival spicca il volo: “Un segnale che qualcosa
di positivo al Sud si può ancora fare”. “Anzi, proprio
le debolezze del mio territorio sono state i miei
successi”, racconta.
“Quando tornavo a Giffoni, dopo
i miei viaggi in giro per l’Europa, avevo fisse in
mente le immagini di città come Cannes, Berlino...
E certo, rivedendo invece il panorama del mio paese,
coi panni appesi ai balconi, tante cose che non andavano…
un po’ di terrore l’avevo, che fosse impossibile costruire
proprio lì un evento di portata internazionale. Ma
c’erano solo due alternative: o badavo alle forme
- e allora non mi restava che arrendermi! Oppure potevo
chiedermi se l’idea che avevo era davvero grande.
La mia risposta era sì. E allora non potevo lasciarmi
condizionare dal contenitore: dovevo proseguire imperterrito
per la mia strada, portando avanti la mia idea. Senza
certo pretendere, però, di trasformare tutt’a un tratto
il mio contenitore, Giffoni e la sua realtà. Dovevo
guardare le cose da un punto di vista diverso. Allora
ho “preso il calzino e l’ho girato”: ho capito cioè
che città come Cannes e Berlino non erano poi così
diverse dalla mio Giffoni. Anche loro erano popolate
di persone che tenevano i panni appesi alle finestre,
che per strada giravano in canottiera… E se città
così potevano permettersi Festival grandiosi, allora
anche a Giffoni si poteva fare altrettanto: realizzare
un Festival vero, reale, non costruito nella plastica
della pura apparenza, fatta di luci e forme che poi
spariscono”.
Cotinua,
con passione: “In quell’attimo ho capito di avere
in mano un grande patrimonio, che andava solo messo
a frutto. Ho colto al volo quell’attimo fuggente e
tutto è cambiato: io, la mia vita, ma soprattutto
Giffoni e il mio territorio, che ho potuto mettere
in condizione di mutare completamente, grazie al Festival
cui ho dato vita”. Così, lo spirito libertario di
Gubitosi ha deciso di andare contro le presunte regole,
contro ciò che a tutti sarebbe sembrato scontato:
non tenendo conto dell’apparente limite, del confine
rappresentato dal proprio paese, ma trasformando anzi
quel confine in un trampolino di lancio verso il successo.
“Oggi
il mio paese non è solo Giffoni”, dice. “È fatto da
tutte le migliaia di comuni coinvolti nel Giffoni
Film Festival, tutte i luoghi, piccoli o grandi, che
si sentono in grado di poter vivere questo spazio
nel tempo. Giffoni è diventato una sorta di testimonial,
un punto di riferimento. Molti l’hanno ritenuto un
azzardo: è stata invece una prova di coraggio, che
oggi dà la forza anche ad altri di credere in se stessi”.
Già nei primi anni Ottanta il Festival si impone alla
ribalta nazionale. Nel 1982, una consacrazione cruciale
e decisiva. Françoise Truffaut dice: “Di tutti i festival,
Giffoni è il più necessario”.
La
formula era già collaudata. “Il cinema dei ragazzi
deve essere visto, discusso e giudicato esclusivamente
da ragazzi», ha sempre detto Gubitosi “da giovani
e giovanissimi a cui viene aperto il microfono per
far sentire la loro voce, senza filtro di adulti che
ne condizionino pareri e preferenze”. Lo scopo è sempre
stato quello di «dedicarci ai ragazzi, alla loro voce
e alle loro emozioni, alle loro menti e ai loro cuori,
ai loro desideri e alle loro paure», con una grande
attenzione verso il tessuto sociale ed antropologico
dei giovani, come mostra la cura costante nella scelta
dei film da presentare loro, selezionati fra circa
1600 lungometraggi e cortometraggi da tutto il mondo.
E la stessa giuria del Festival è appunto composta
da un mondo di giovani: o, meglio, dai “giovani del
mondo”. Quasi 2000 ragazzi dai 6 ai 19 anni, provenienti
da ogni parte d’Italia e da una trentina di nazioni,
con diverse etnie, culture, differenti stili di vita
e religioni. Ma anche questa è la ricchezza del Festival:
riuscire a far sedere “ragazzi palestinesi e israeliani
alla tavola dello stesso ristorante”, a far sì che
“iraniani e americani si scambino la loro email per
non perdersi di vista”. Non è solo cinema: è la realizzazione
di una libera convivenza tra i popoli e tra le diverse
idee.
Innumerevoli
gli ospiti internazionali che negli anni sono arrivati
a Giffoni: da Gorbaciov a Lech Walesa, passando per
Robert De Niro, Meryl Streep, Ben Kingsley, Oliver
Stone, Jeremy Irons. E italiani “mondiali” come Roberto
Benigni: o Sergio Leone, Dino Risi, Giuseppe Tornatore,
Michelangelo Antonioni, Raoul Bova, Riccardo
Scamarcio… Ma se il primo passo è stato portare
il mondo a Giffoni, la seconda, vera sfida - tuttora
in pieno sviluppo - è stata quella di voler portare
Giffoni nel mondo. Così è nata a Berlino la prima
prova sul campo: cui poi hanno fatto seguito iniziative
analoghe a Miami (con il Next Gen Film Festival),
in Europa, in Polonia, in Albania, e proprio di recente
il grande successo ad Adelaide, in Australia. Senza
contare Los Angeles, con il Giffoni
Hollywood.
Persino
Dubai è stata coinvolta: e si è creato il Giffoni
World Alliance, una sorta di “rete” mondiale in cui
ogni snodo fa capo al centro, il piccolo-grande Giffoni.
In questi anni il Festival di Giffoni è divenuto così
ben più che un festival di cinema. È piuttosto a un’azienda
culturale, un’officina della creatività al servizio
dei giovani. Soprattutto perché, come Gubitosi ribadisce
costantemente, la rassegna ha perso il carattere della
stagionalità. Non si esaurisce cioè nei pochi giorni
che costituiscono l’evento Festival, o nel periodo
necessario all’organizzazione. Nuove iniziative vengono
continuamente prodotte e svolte lungo tutto il corso
dell’anno, dando lavoro così a tantissime persone:
per lo più, proprio a giovani, che vengono formati
sul campo e trasformati in professionisti dello spettacolo.
E di grande aiuto non solo per la crescita della manifestazione,
ma anche per la creazione di quell’humus necessario
ad innervare lo sviluppo culturale della Campania.
“Ho dato la mia vita per quest’idea”, spiega Gubitosi
“e a tanti ho chiesto almeno un anno del loro tempo
per aiutarmi a realizzarla. Oggi ho 60 collaboratori
fissi, 180 persone che lavorano con me a contratto.
Perciò questa è una vera industria, un’industria di
cultura”.
“Un’oasi”,
la definisce “in mezzo al deserto della sempre depressa
area meridionale”. Oggi il Festival ha raggiunto i
suoi obiettivi. Il segmento Children & Family
rappresenta oltre il 60% del media business mondiale.
Il sito internet www.giffoni.it vanta ormai oltre
10 milioni di accessi unici durante l’anno. Solo alla
soirée del Festival gli spettatori sono in media 130mila,
e si contano circa 220mila tra spettatori e visitatori
nell’edizione annuale. Ricerche Abacus indicano un
giudizio globale di gradimento pari oggi all’89.8%.
E c’è un nuovo, grandioso progetto: la realizzazione
di Giffoni Multimedia Valley, quella che Gubitosi
ha chiamato “la vera rivoluzione copernicana di questo
Festival”, “la grande città del cinema dei giovani»,
«un polo creativo come non ce ne sono altri nel Meridione”.
Sì, perché il segreto della crescita sta forse proprio
nella coerenza sempre mantenuta con la propria ispirazione
originaria, la propria anima, quella che ha dato vita
all’idea: i ragazzi e il loro valore. Dinanzi a una
realtà come questa, si dovrebbe dunque poter andare
a mietere solo successi, a trovare solo porte aperte…
Purtroppo, le cose non vanno sempre così. E in questo
caso la libertà, da sempre spirito del Festival, parrebbe
rischiare di finire invece strozzata proprio dall’apparente
ostilità di chi è più vicino a Giffoni. Laddove magari
invece, nella lontana Australia, Gubitosi è accolte
con tappeti rossi e ponti d’oro.
La
prossima edizione del Festival si terrà fra poco,
dal 12 al 21 luglio: e non a caso sarà dedicata al
tema dei confini. “I confini per me sono un po’ come
il giorno e la notte”, afferma Gubitosi. “La notte
non mi fa paura, mi dà un senso di protezione. E ugualmente
amo la luce. I confini per me sfumano: sono abituato
a oltrepassarli. Fin da quando - e avevo solo 15 anni,
nemmeno sapevo com’era fatta Salerno - sono partito
da un “non-territorio”, un “non-paese”, e non ho avuto
timore di imbarcarmi in un’iniziativa che poteva liberare
il mio paese così come altri territori. Certo, la
mia città, la mia stessa famiglia potevano prendermi
per matto all’inizio… E in effetti ne ho passate di
tutte. Ma sono andato avanti. Quello che però, oggi,
mai avrei potuto immaginare è che, tutt’a un tratto,
il mio confine diventasse proprio il mio paese. Mai
mi sarei aspettato che, a pormi limiti, fosse il mio
territorio. Com’è possibile che accada una cosa del
genere ora, a distanza di quattro decenni dall’inizio
di tutto? Perciò quest’anno ho osato: e ho deciso
di dedicare esplicitamente l’edizione del Festival
al tema dei confini”..
“Andiamo
con ordine”, gli dico. “Qual è il problema che vede?
In che modo il suo territorio, Giffoni, sarebbe diventato
improvvisamente il limite - suo e del Festival?”.
“C’è
un problema che sta venendo alla luce”, spiega “e
mi dà particolare sofferenza. Si tratta di quella
che, in passato, veniva definita la questione meridionale.
Bene, io non ho mai capito cosa fosse esattamente.
Ma purtroppo mi trovo nelle condizioni di aver iniziato
a pensare che questa questione meridionale faccia
sentire davvero il suo peso, negativamente, anche
su iniziative di industria culturale come il Giffoni”.
“Che cosa intende, esattamente?”.
“Che
ci troviamo in mezzo a una grande esplosione creativa,
un’infinita capacità di idee e di industria, come
il Giffoni ha sempre mostrato: e però il territorio
non è in grado di supportarla”, risponde. “Ho trasformato
la cultura in industria, senza mai con ciò indebolirla:
ma forse non sono riuscito a trasformare davvero la
mentalità del mio territorio. Ci sono dei problemi
storici nella terra in cui vivo: la micro- e macro-criminalità,
le difficoltà di convivenza civile, di integrazione
sociale, la sanità. L’immondizia storica tradizionale
del Sud Italia, insomma: i suoi grandi problemi sociali.
Questi nodi critici, questi drammi, si sa, ci sono
sempre stati. Ma, in passato, il mio paese è riuscito
a bilanciare simili problemi con l’attenzione alle
altre questioni - di segno invece positivo –, come
l’attenzione alla cultura ed ai suoi punti di eccellenza.
Proprio per questo avevo potuto trasformare l’indiscutibile
debolezza del mio territorio nella sua forza. Oggi,
invece, pare che questo non sia più possibile: che
tutt’a un tratto io debba trovarmi a fare i conti
con i problemi storici della mia terra, pagandone
le conseguenze. E tutte quelle che sono le pur grandi
attività culturali, che vogliono esprimersi nel nostro
contesto, soffrono: faticano a vivere, e a convivere,
con un territorio che non riesce ad essere se stesso.
Noi i nostri esami li abbiamo passati: abbiamo dato
al territorio una visibilità unica e al sistema Italia
la leadership nel mondo di questo prodotto. Ma non
basta più. Anzi, la forza culturale di Giffoni pare
diventata oggi, tutta insieme, la sua debolezza”.
“Ma
cosa significa?...”, insisto. “Forse che, improvvisamente,
le autorità locali si sarebbero ricordate di preoccuparsi
di certi problemi, peraltro da sempre presenti al
Sud, e solo di quelli, dimenticando invece la cultura,
il resto?”. “Diciamo che mancano gli aiuti concreti,
i sostegni: mancano finanziamenti che siano realmente
adeguati”, risponde. “Nel mio caso, se mi si viene
a dire che mi si tagliano i finanziamenti perché ci
sono problemi di carattere procedurale, io davvero
non capisco: significa che non si è fatta una scelta.
A me non interessano i problemi economici che possono
esserci in questo momento. Anche perché - sia chiaro
- la Regione, la Provincia hanno a disposizione milioni
e milioni di euro. E sa quanto, nel bilancio del Comune,
risulta destinato al Festival di Giffoni? 600 euro.
Una follia. Ricordo ancora che nel 1995, dal Presidente
della Repubblica Ciampi, noi ricevemmo - e quando
dico “noi” mi riferisco non al sottoscritto, ma al
Comune: si tratta di opere pubbliche - ben 12 miliardi
e mezzo di finanziamenti per la Cittadella del cinema.
Oggi invece siamo costretti a pagare l’affitto, al
Comune, per poter utilizzare la sala cinematografica!”.
Non riesco a nascondere il mio stupore: “Il problema
sta nel fatto che quei finanziamenti vengono destinati
ad altre iniziative?” “Non è questo… Il punto è che
occorrerebbe cominciare a fare delle scelte: selezionare
le cinque cose davvero in grado di segnare la storia
del nostro territorio, e sostenere quelle, prioritariamente
rispetto ad altre. Mi spiego: a dover essere finanziate,
per prime, sono la cultura, l’industria: non il singolo
evento. L’industria - come Giffoni è - ha una continuità,
una progettualità, con una struttura permanente, in
grado di creare posti di lavoro. L’evento invece è
sporadico, per definizione: brucia se stesso e i soldi
che riceve. Di fronte a un concorso ippico, ad esempio,
viene per forza da dire “Basta!”.
D’altronde,
questo è diventato il mio motto: “Proviamo a dire
no”. Anche perché, a questo punto, è inutile destinare
30 milioni di euro per creare la Giffoni Multimedia
Valley, se poi le autorità tolgono l’anima e il sostegno
a quello che è il progetto principale”. “A mio avviso”,
continua “si devono valorizzare le cose serie - che
durano e creano realtà durevoli. Il Giffoni Film Festival
è stato, ed è, tutto questo. Ma ciò non ha comportato
quella reazione politica che avrei ritenuto adeguata,
e che mi sarei aspettato. Così, il mio vero problema
ora non è tanto quello di competere con gli altri
Festival italiani: quelli di Roma, Torino, Venezia.
Non quello di competere con l’Europa, col mondo. È
con la mia Regione, con la mia Provincia, che mi trovo
a competere davvero: e questo lo ritengo quanto di
più vergognoso, in assoluto”. “Stiamo parlando sempre
delle autorità locali?”, chiedo.
“Di
quelle cioè che, in teoria, dovrebbero essere più
vicine al Festival?”. “Sì, la questione riguarda gli
enti locali, non certo lo Stato e il governo italiano
come tale... Anzi, è una vera fortuna che il Ministero
dei Beni Culturali sia molto vicino al Festival! E
comunque non è che la mia Regione non mi stia “vicina”.
È che mi taglia i finanziamenti. E mi dà solo 20mila
euro per 7 progetti internazionali, per cui abbiamo
speso 800mila euro. Allora è ovvio che, se mi vengono
tagliati all’improvviso 500mila euro su un milione
e mezzo, non si può più andare avanti così”.
“Ma
come si spiega” chiedo ancora “che questo capiti proprio
adesso, tutto insieme?... Dopo anni in cui la situazione
parrebbe essere stata diversa?”.
“È
proprio questo che non capisco, e che mi sconvolge!”,
risponde. “Le cose vanno così ormai da un anno e mezzo.
E noto tutta una serie di segnali che non mi piacciono,
che mi preoccupano. Vorrei ricordare a questi politici
che non possono tagliare indiscriminatamente il 20
o il 30% dei finanziamenti come se si fosse a una
“mietitura”. Non si possono buttare i panni sporchi
insieme al bambino. Occorre selezionare. Anche perché,
se tutto continuerà così, sarò costretto a tagliare
il 50% del personale: una vera contraddizione, vista
la realtà in cui versa il Mezzogiorno. E comunque
una cosa, in particolare, mi ha dato fastidio: che
alcuni politici siano stati proprio disonesti. A Natale,
con un emendamento regionale, hanno pensato addirittura
di prendersi in mano la gestione del Festival. Ma
io non lo permetterò mai. Sono pronto a mobilitare
il mondo intero, piuttosto. Le dirò: sono disposto
ormai a quella che sarebbe la più grande provocazione
della mia vita. A dire: “Vado via”. Piuttosto che
finire così, sono pronto a far adottare il Festival:
da chiunque, nel mondo”.
“Parole
forti. Siamo davvero a questo punto?”. “Vede ciò che
pesa su di me e sul Festival”, continua Gubitosi “
per me, sostanzialmente, l’arroganza dei politici
locali, la pochezza da loro mostrata quando vanno
a interpretare, sul piano internazionale, i problemi
veri del territorio e, al contempo, una realtà come
Giffoni. E io, che a Giffoni sono nato, devo invece
investire il mio tempo preoccupandomi delle trappole
che possono aver messo, chiedendomi dove debbo piangere,
dove debbo andare a elemosinare… No, io protesto.
Dico no, no e ancora una volta, sempre, no”.
“Pensa
di avere dei nemici?”, domando. “Potrebbe trattarsi
di un fatto personale?”. “Non direi… Sul piano comunale
ci sono delle patologie personali: anziché avere un
Comune a favore, ce lo hai contro. Ma è normale: non
credo sia questo il problema. Ciò comunque non migliora
la situazione. Qui stiamo parlando di qualcosa che
nobilita Giffoni nel mondo, che porta vantaggi concreti
e immediati a tutti coloro che abitano qui, dai ristoranti
in poi. E invece sa che cosa ho dovuto subire dal
mio Comune? Le faccio solo l’ultimo esempio… Una vera
onta”.
“Mi
dica…”.
“Mi
è stata affibbiata una discarica enorme: con la rassicurazione
- e questo è il peggio - che ciò avrebbe fornito ricchezze
per la cultura, che si sarebbe rivelata addirittura
un vantaggio per il Festival. E sa invece come è andata
a finire?...”.
“Come?...”.
“Che
siamo diventati un caso nazionale, sì: ma per l’immondizia
scaricata a Giffoni. Tutta l’immondizia del Sud Italia
è andata a finire nel mio Comune. Io quest’onta l’ho
subita: e l’ho pure accettata. Da qualche parte l’immondizia
- lo capisco - deve pur finire. Ma il grave è che
la cosa sia stata fatta passare come un fatto che
avrebbe prodotto ricchezza, che avrebbe garantito
risorse per la cultura. Noi, da questa discarica,
non abbiamo avuto un euro. Dove sono andati i soldi?
Non ne ho idea. So solo che il mio Comune, adesso,
paga il 30% in più sull’immondizia. E non capisco
perché”. “Non vede possibili soluzioni?”.
E
Gubitosi: “Finora non siamo stati in grado di fare
“sistema”, di metterci insieme: questa è la mia amarezza…
E, anche quando lo abbiamo fatto, la parte più debole
è sempre stata quella del Festival. Non c’è mai stata
una situazione paritaria. Ma ormai non si può più
aspettare: occorre avviare un processo di educazione
di una classe politica nei confronti di una grande
idea. I francesi, ad esempio, sono bravissimi. La
regione di Nizza concede - come finanziamento per
il Festival di Cannes - 150 miliardi delle vecchie
lire: e, in quindici giorni, la stessa Regione ne
ricava 1500. Vogliamo capire che dobbiamo osare?...
Che tutti devono imparare a pensare alla grande?...
Oggi non possiamo più permetterci cose modeste. Noi
ci abbiamo messo 37 anni per crescere: ma bastano
30 secondi per finire nell’oblio”.
“Si
può rimediare, prima che sia troppo tardi?”.
“Sì...In
fondo al mio cuore resto speranzoso: ancora auspico
che possa tornare ad esserci presto un rapporto sereno
tra idea, cultura ed enti locali. Ma sono stato molto
chiaro: noi abbiamo sì il problema del Comune, della
Provincia, delle Regioni. Ma la questione Giffoni
è un caso di interesse nazionale: un problema nazionale.
E allo Stato ho chiesto di intervenire: se non abbiamo
un finanziamento vero, in grado di ripianare il deficit
che, in questo modo, si è venuto a creare, allora…
non c’è più bisogno che Giffoni vada avanti. Se non
cambierà nulla, vorrà dire che siamo veramente nemici
di noi stessi, incapaci di reggere l’urto della modernità:
che si è invidiosi che qualcosa vada - come è sempre
andato - oltre i confini. E allora addio a Giffoni,
addio alla sua storia. All’improvviso, qualche altro
Paese, qualche altra nazione, si prenderà il Festival…"
Questo
l’appello estremo di Claudio Gubitosi, alle soglie
delle 37esima edizione di un Festival che non è suo,
ma di tutti: del paese, della Regione, così come dell’Italia
e del mondo. E occorre salvarlo. Affinché non muoia
il coraggio di sperimentare il nuovo - come si fa
da decenni - e sia possibile, invece, andare avanti
ad alimentare la speranza.
Soprattutto
per i giovani e il loro futuro.
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