POLEMICHE

GUBITOSI: IL FESTIVAL DI GIFFONI? UNA LIBERTÀ STROZZATA

In tutto il mondo ha successo la manifestazione cinematografica, incentrata sui giovani, "la più importante" secondo Truffaut. Imprevedibili trappole, invece, si scoprono nel profondo Sud

Rachele Zinzocchi *

“Il Giffoni Film Festival ha sempre significato spinta verso il nuovo, superamento dei confini. Ma ora, per la prima volta nella mia vita e dopo quasi quattro decenni di attività, mi trovo a fare i conti con un ostacolo che mai mi sarei aspettato: una brutta “questione meridionale”, l’arroganza dei politici locali, la loro pochezza nell’interpretare i disagi veri del territorio. Il Festival di Giffoni fa invidia al mondo, ma qui non viene considerato. Io a Giffoni sono nato: c’ho portato il mondo e ho portato nel mondo Giffoni. Ma oggi sembra che non ci sia più la possibilità di supportare la creatività, la capacità di industria del Festival. Tutt’a un tratto mancano i finanziamenti: ed è con la mia regione, la mia provincia, che mi trovo oggi a competere, dovendomi preoccupare di dove possono aver piazzato le “trappole”, le mine pronte a soffocare la realtà di Giffoni. Ma io non ci sto. Protesto: dico no.

Sono pronto anche a far adottare il Festival da altri Paesi nel mondo, se sarà necessario. O si fa capire alla classe politica locale che bisogna osare, senza aver paura di una grande idea, oppure… addio a Giffoni e alla sua storia. In quel caso, vorrà dire che siamo davvero incapaci di reggere l’urto della modernità, invidiosi che qualcosa vada sul serio oltre i confini. Ci abbiamo messo 37 anni per crescere: ma bastano 30 secondi per finire nell ’oblio. E io sono abituato a vivere, non a campare. Chi campa poi muore. Ma chi vive, fa vivere”.

Non va per il sottile Claudio Gubitosi, ideatore e direttore artistico del Giffoni Film Festival. E, per la prima volta, decide di lasciarsi andare ad affermazioni davvero forti: destinate a suscitare scalpore. D’altronde Gubitosi e il “suo” Festival hanno alle spalle una storia che parla da sola. Lui ha fatto tutto da sé, 36 anni fa, partendo da zero: con l’entusiasmo e il coraggio che solo uno spirito libero, con voglia di novità vera, può avere. Gubitosi ha reso Giffoni, un paese allora ignoto ai più - “un posto remoto dell’entroterra salernitano” - una delle località più note a livello mondiale, con una manifestazione riconosciuta ovunque come evento leader nel proprio settore. Ma, si direbbe, proprio chi è più vicino a tutto questo, e dovrebbe gioirne maggiormente, sembra non comprendere - o non più - ciò che Giffoni è e può portare. Il pericolo? Finire per soffocare quello spirito di iniziativa, libertaria e liberale, che aveva a suo tempo partorito un’idea davvero innovativa: valorizzare i giovani, promuovere il loro sviluppo e la loro formazione, personale e professionale. Il problema, insomma, è rischiare di cancellare quella “U-topia” ideale di libertà e spazio per il nuovo, quell’ “Isola-che-non-c’è” e che, invece, è sempre stata realtà concreta nel Giffoni Film Festival.

L’idea nasce tanto tempo fa, dalla mente di Gubitosi, nel 1971: promuovere la cinematografia per ragazzi nel mondo, realizzando quello che era ed è tuttora l’unico Festival ove la giuria è composta esclusivamente da minorenni. “Nasce piccolo il Giffoni Film Festival”, ha più volte spiegato Gubitosi, “in un momento storico in cui sembra una follia parlare del leggero cinema per ragazzi, mentre si addensa la pesante atmosfera degli anni di piombo”. Eppure il Festival spicca il volo: “Un segnale che qualcosa di positivo al Sud si può ancora fare”. “Anzi, proprio le debolezze del mio territorio sono state i miei successi”, racconta.

“Quando tornavo a Giffoni, dopo i miei viaggi in giro per l’Europa, avevo fisse in mente le immagini di città come Cannes, Berlino... E certo, rivedendo invece il panorama del mio paese, coi panni appesi ai balconi, tante cose che non andavano… un po’ di terrore l’avevo, che fosse impossibile costruire proprio lì un evento di portata internazionale. Ma c’erano solo due alternative: o badavo alle forme - e allora non mi restava che arrendermi! Oppure potevo chiedermi se l’idea che avevo era davvero grande. La mia risposta era sì. E allora non potevo lasciarmi condizionare dal contenitore: dovevo proseguire imperterrito per la mia strada, portando avanti la mia idea. Senza certo pretendere, però, di trasformare tutt’a un tratto il mio contenitore, Giffoni e la sua realtà. Dovevo guardare le cose da un punto di vista diverso. Allora ho “preso il calzino e l’ho girato”: ho capito cioè che città come Cannes e Berlino non erano poi così diverse dalla mio Giffoni. Anche loro erano popolate di persone che tenevano i panni appesi alle finestre, che per strada giravano in canottiera… E se città così potevano permettersi Festival grandiosi, allora anche a Giffoni si poteva fare altrettanto: realizzare un Festival vero, reale, non costruito nella plastica della pura apparenza, fatta di luci e forme che poi spariscono”.

Cotinua, con passione: “In quell’attimo ho capito di avere in mano un grande patrimonio, che andava solo messo a frutto. Ho colto al volo quell’attimo fuggente e tutto è cambiato: io, la mia vita, ma soprattutto Giffoni e il mio territorio, che ho potuto mettere in condizione di mutare completamente, grazie al Festival cui ho dato vita”. Così, lo spirito libertario di Gubitosi ha deciso di andare contro le presunte regole, contro ciò che a tutti sarebbe sembrato scontato: non tenendo conto dell’apparente limite, del confine rappresentato dal proprio paese, ma trasformando anzi quel confine in un trampolino di lancio verso il successo.

“Oggi il mio paese non è solo Giffoni”, dice. “È fatto da tutte le migliaia di comuni coinvolti nel Giffoni Film Festival, tutte i luoghi, piccoli o grandi, che si sentono in grado di poter vivere questo spazio nel tempo. Giffoni è diventato una sorta di testimonial, un punto di riferimento. Molti l’hanno ritenuto un azzardo: è stata invece una prova di coraggio, che oggi dà la forza anche ad altri di credere in se stessi”. Già nei primi anni Ottanta il Festival si impone alla ribalta nazionale. Nel 1982, una consacrazione cruciale e decisiva. Françoise Truffaut dice: “Di tutti i festival, Giffoni è il più necessario”.

La formula era già collaudata. “Il cinema dei ragazzi deve essere visto, discusso e giudicato esclusivamente da ragazzi», ha sempre detto Gubitosi “da giovani e giovanissimi a cui viene aperto il microfono per far sentire la loro voce, senza filtro di adulti che ne condizionino pareri e preferenze”. Lo scopo è sempre stato quello di «dedicarci ai ragazzi, alla loro voce e alle loro emozioni, alle loro menti e ai loro cuori, ai loro desideri e alle loro paure», con una grande attenzione verso il tessuto sociale ed antropologico dei giovani, come mostra la cura costante nella scelta dei film da presentare loro, selezionati fra circa 1600 lungometraggi e cortometraggi da tutto il mondo. E la stessa giuria del Festival è appunto composta da un mondo di giovani: o, meglio, dai “giovani del mondo”. Quasi 2000 ragazzi dai 6 ai 19 anni, provenienti da ogni parte d’Italia e da una trentina di nazioni, con diverse etnie, culture, differenti stili di vita e religioni. Ma anche questa è la ricchezza del Festival: riuscire a far sedere “ragazzi palestinesi e israeliani alla tavola dello stesso ristorante”, a far sì che “iraniani e americani si scambino la loro email per non perdersi di vista”. Non è solo cinema: è la realizzazione di una libera convivenza tra i popoli e tra le diverse idee.

Innumerevoli gli ospiti internazionali che negli anni sono arrivati a Giffoni: da Gorbaciov a Lech Walesa, passando per Robert De Niro, Meryl Streep, Ben Kingsley, Oliver Stone, Jeremy Irons. E italiani “mondiali” come Roberto Benigni: o Sergio Leone, Dino Risi, Giuseppe Tornatore, Michelangelo Antonioni, Raoul Bova, Riccardo  Scamarcio… Ma se il primo passo è stato portare il mondo a Giffoni, la seconda, vera sfida - tuttora in pieno sviluppo - è stata quella di voler portare Giffoni nel mondo. Così è nata a Berlino la prima prova sul campo: cui poi hanno fatto seguito iniziative analoghe a Miami (con il Next Gen Film Festival), in Europa, in Polonia, in Albania, e proprio di recente il grande successo ad Adelaide, in Australia. Senza contare Los Angeles, con il Giffoni  Hollywood.

Persino Dubai è stata coinvolta: e si è creato il Giffoni World Alliance, una sorta di “rete” mondiale in cui ogni snodo fa capo al centro, il piccolo-grande Giffoni. In questi anni il Festival di Giffoni è divenuto così ben più che un festival di cinema. È piuttosto a un’azienda culturale, un’officina della creatività al servizio dei giovani. Soprattutto perché, come Gubitosi ribadisce costantemente, la rassegna ha perso il carattere della stagionalità. Non si esaurisce cioè nei pochi giorni che costituiscono l’evento Festival, o nel periodo necessario all’organizzazione. Nuove iniziative vengono continuamente prodotte e svolte lungo tutto il corso dell’anno, dando lavoro così a tantissime persone: per lo più, proprio a giovani, che vengono formati sul campo e trasformati in professionisti dello spettacolo. E di grande aiuto non solo per la crescita della manifestazione, ma anche per la creazione di quell’humus necessario ad innervare lo sviluppo culturale della Campania. “Ho dato la mia vita per quest’idea”, spiega Gubitosi “e a tanti ho chiesto almeno un anno del loro tempo per aiutarmi a realizzarla. Oggi ho 60 collaboratori fissi, 180 persone che lavorano con me a contratto. Perciò questa è una vera industria, un’industria di cultura”.

“Un’oasi”, la definisce “in mezzo al deserto della sempre depressa area meridionale”. Oggi il Festival ha raggiunto i suoi obiettivi. Il segmento Children & Family rappresenta oltre il 60% del media business mondiale. Il sito internet www.giffoni.it vanta ormai oltre 10 milioni di accessi unici durante l’anno. Solo alla soirée del Festival gli spettatori sono in media 130mila, e si contano circa 220mila tra spettatori e visitatori nell’edizione annuale. Ricerche Abacus indicano un giudizio globale di gradimento pari oggi all’89.8%. E c’è un nuovo, grandioso progetto: la realizzazione di Giffoni Multimedia Valley, quella che Gubitosi ha chiamato “la vera rivoluzione copernicana di questo Festival”, “la grande città del cinema dei giovani», «un polo creativo come non ce ne sono altri nel Meridione”. Sì, perché il segreto della crescita sta forse proprio nella coerenza sempre mantenuta con la propria ispirazione originaria, la propria anima, quella che ha dato vita all’idea: i ragazzi e il loro valore. Dinanzi a una realtà come questa, si dovrebbe dunque poter andare a mietere solo successi, a trovare solo porte aperte… Purtroppo, le cose non vanno sempre così. E in questo caso la libertà, da sempre spirito del Festival, parrebbe rischiare di finire invece strozzata proprio dall’apparente ostilità di chi è più vicino a Giffoni. Laddove magari invece, nella lontana Australia, Gubitosi è accolte con tappeti rossi e ponti d’oro.

La prossima edizione del Festival si terrà fra poco, dal 12 al 21 luglio: e non a caso sarà dedicata al tema dei confini. “I confini per me sono un po’ come il giorno e la notte”, afferma Gubitosi. “La notte non mi fa paura, mi dà un senso di protezione. E ugualmente amo la luce. I confini per me sfumano: sono abituato a oltrepassarli. Fin da quando - e avevo solo 15 anni, nemmeno sapevo com’era fatta Salerno - sono partito da un “non-territorio”, un “non-paese”, e non ho avuto timore di imbarcarmi in un’iniziativa che poteva liberare il mio paese così come altri territori. Certo, la mia città, la mia stessa famiglia potevano prendermi per matto all’inizio… E in effetti ne ho passate di tutte. Ma sono andato avanti. Quello che però, oggi, mai avrei potuto immaginare è che, tutt’a un tratto, il mio confine diventasse proprio il mio paese. Mai mi sarei aspettato che, a pormi limiti, fosse il mio territorio. Com’è possibile che accada una cosa del genere ora, a distanza di quattro decenni dall’inizio di tutto? Perciò quest’anno ho osato: e ho deciso di dedicare esplicitamente l’edizione del Festival al tema dei confini”..

“Andiamo con ordine”, gli dico. “Qual è il problema che vede? In che modo il suo territorio, Giffoni, sarebbe diventato improvvisamente il limite - suo e del Festival?”.

“C’è un problema che sta venendo alla luce”, spiega “e mi dà particolare sofferenza. Si tratta di quella che, in passato, veniva definita la questione meridionale. Bene, io non ho mai capito cosa fosse esattamente. Ma purtroppo mi trovo nelle condizioni di aver iniziato a pensare che questa questione meridionale faccia sentire davvero il suo peso, negativamente, anche su iniziative di industria culturale come il Giffoni”. “Che cosa intende, esattamente?”.

“Che ci troviamo in mezzo a una grande esplosione creativa, un’infinita capacità di idee e di industria, come il Giffoni ha sempre mostrato: e però il territorio non è in grado di supportarla”, risponde. “Ho trasformato la cultura in industria, senza mai con ciò indebolirla: ma forse non sono riuscito a trasformare davvero la mentalità del mio territorio. Ci sono dei problemi storici nella terra in cui vivo: la micro- e macro-criminalità, le difficoltà di convivenza civile, di integrazione sociale, la sanità. L’immondizia storica tradizionale del Sud Italia, insomma: i suoi grandi problemi sociali. Questi nodi critici, questi drammi, si sa, ci sono sempre stati. Ma, in passato, il mio paese è riuscito a bilanciare simili problemi con l’attenzione alle altre questioni - di segno invece positivo –, come l’attenzione alla cultura ed ai suoi punti di eccellenza. Proprio per questo avevo potuto trasformare l’indiscutibile debolezza del mio territorio nella sua forza. Oggi, invece, pare che questo non sia più possibile: che tutt’a un tratto io debba trovarmi a fare i conti con i problemi storici della mia terra, pagandone le conseguenze. E tutte quelle che sono le pur grandi attività culturali, che vogliono esprimersi nel nostro contesto, soffrono: faticano a vivere, e a convivere, con un territorio che non riesce ad essere se stesso. Noi i nostri esami li abbiamo passati: abbiamo dato al territorio una visibilità unica e al sistema Italia la leadership nel mondo di questo prodotto. Ma non basta più. Anzi, la forza culturale di Giffoni pare diventata oggi, tutta insieme, la sua debolezza”.

“Ma cosa significa?...”, insisto. “Forse che, improvvisamente, le autorità locali si sarebbero ricordate di preoccuparsi di certi problemi, peraltro da sempre presenti al Sud, e solo di quelli, dimenticando invece la cultura, il resto?”. “Diciamo che mancano gli aiuti concreti, i sostegni: mancano finanziamenti che siano realmente adeguati”, risponde. “Nel mio caso, se mi si viene a dire che mi si tagliano i finanziamenti perché ci sono problemi di carattere procedurale, io davvero non capisco: significa che non si è fatta una scelta. A me non interessano i problemi economici che possono esserci in questo momento. Anche perché - sia chiaro - la Regione, la Provincia hanno a disposizione milioni e milioni di euro. E sa quanto, nel bilancio del Comune, risulta destinato al Festival di Giffoni? 600 euro. Una follia. Ricordo ancora che nel 1995, dal Presidente della Repubblica Ciampi, noi ricevemmo - e quando dico “noi” mi riferisco non al sottoscritto, ma al Comune: si tratta di opere pubbliche - ben 12 miliardi e mezzo di finanziamenti per la Cittadella del cinema. Oggi invece siamo costretti a pagare l’affitto, al Comune, per poter utilizzare la sala cinematografica!”. Non riesco a nascondere il mio stupore: “Il problema sta nel fatto che quei finanziamenti vengono destinati ad altre iniziative?” “Non è questo… Il punto è che occorrerebbe cominciare a fare delle scelte: selezionare le cinque cose davvero in grado di segnare la storia del nostro territorio, e sostenere quelle, prioritariamente rispetto ad altre. Mi spiego: a dover essere finanziate, per prime, sono la cultura, l’industria: non il singolo evento. L’industria - come Giffoni è - ha una continuità, una progettualità, con una struttura permanente, in grado di creare posti di lavoro. L’evento invece è sporadico, per definizione: brucia se stesso e i soldi che riceve. Di fronte a un concorso ippico, ad esempio, viene per forza da dire “Basta!”.

D’altronde, questo è diventato il mio motto: “Proviamo a dire no”. Anche perché, a questo punto, è inutile destinare 30 milioni di euro per creare la Giffoni Multimedia Valley, se poi le autorità tolgono l’anima e il sostegno a quello che è il progetto principale”. “A mio avviso”, continua “si devono valorizzare le cose serie - che durano e creano realtà durevoli. Il Giffoni Film Festival è stato, ed è, tutto questo. Ma ciò non ha comportato quella reazione politica che avrei ritenuto adeguata, e che mi sarei aspettato. Così, il mio vero problema ora non è tanto quello di competere con gli altri Festival italiani: quelli di Roma, Torino, Venezia. Non quello di competere con l’Europa, col mondo. È con la mia Regione, con la mia Provincia, che mi trovo a competere davvero: e questo lo ritengo quanto di più vergognoso, in assoluto”. “Stiamo parlando sempre delle autorità locali?”, chiedo.

“Di quelle cioè che, in teoria, dovrebbero essere più vicine al Festival?”. “Sì, la questione riguarda gli enti locali, non certo lo Stato e il governo italiano come tale... Anzi, è una vera fortuna che il Ministero dei Beni Culturali sia molto vicino al Festival! E comunque non è che la mia Regione non mi stia “vicina”. È che mi taglia i finanziamenti. E mi dà solo 20mila euro per 7 progetti internazionali, per cui abbiamo speso 800mila euro. Allora è ovvio che, se mi vengono tagliati all’improvviso 500mila euro su un milione e mezzo, non si può più andare avanti così”.

“Ma come si spiega” chiedo ancora “che questo capiti proprio adesso, tutto insieme?... Dopo anni in cui la situazione parrebbe essere stata diversa?”.

“È proprio questo che non capisco, e che mi sconvolge!”, risponde. “Le cose vanno così ormai da un anno e mezzo. E noto tutta una serie di segnali che non mi piacciono, che mi preoccupano. Vorrei ricordare a questi politici che non possono tagliare indiscriminatamente il 20 o il 30% dei finanziamenti come se si fosse a una “mietitura”. Non si possono buttare i panni sporchi insieme al bambino. Occorre selezionare. Anche perché, se tutto continuerà così, sarò costretto a tagliare il 50% del personale: una vera contraddizione, vista la realtà in cui versa il Mezzogiorno. E comunque una cosa, in particolare, mi ha dato fastidio: che alcuni politici siano stati proprio disonesti. A Natale, con un emendamento regionale, hanno pensato addirittura di prendersi in mano la gestione del Festival. Ma io non lo permetterò mai. Sono pronto a mobilitare il mondo intero, piuttosto. Le dirò: sono disposto ormai a quella che sarebbe la più grande provocazione della mia vita. A dire: “Vado via”. Piuttosto che finire così, sono pronto a far adottare il Festival: da chiunque, nel mondo”.

“Parole forti. Siamo davvero a questo punto?”. “Vede ciò che pesa su di me e sul Festival”, continua Gubitosi “ per me, sostanzialmente, l’arroganza dei politici locali, la pochezza da loro mostrata quando vanno a interpretare, sul piano internazionale, i problemi veri del territorio e, al contempo, una realtà come Giffoni. E io, che a Giffoni sono nato, devo invece investire il mio tempo preoccupandomi delle trappole che possono aver messo, chiedendomi dove debbo piangere, dove debbo andare a elemosinare… No, io protesto. Dico no, no e ancora una volta, sempre, no”.

“Pensa di avere dei nemici?”, domando. “Potrebbe trattarsi di un fatto personale?”. “Non direi… Sul piano comunale ci sono delle patologie personali: anziché avere un Comune a favore, ce lo hai contro. Ma è normale: non credo sia questo il problema. Ciò comunque non migliora la situazione. Qui stiamo parlando di qualcosa che nobilita Giffoni nel mondo, che porta vantaggi concreti e immediati a tutti coloro che abitano qui, dai ristoranti in poi. E invece sa che cosa ho dovuto subire dal mio Comune? Le faccio solo l’ultimo esempio… Una vera onta”.

“Mi dica…”.

“Mi è stata affibbiata una discarica enorme: con la rassicurazione - e questo è il peggio - che ciò avrebbe fornito ricchezze per la cultura, che si sarebbe rivelata addirittura un vantaggio per il Festival. E sa invece come è andata a finire?...”.

“Come?...”.

“Che siamo diventati un caso nazionale, sì: ma per l’immondizia scaricata a Giffoni. Tutta l’immondizia del Sud Italia è andata a finire nel mio Comune. Io quest’onta l’ho subita: e l’ho pure accettata. Da qualche parte l’immondizia - lo capisco - deve pur finire. Ma il grave è che la cosa sia stata fatta passare come un fatto che avrebbe prodotto ricchezza, che avrebbe garantito risorse per la cultura. Noi, da questa discarica, non abbiamo avuto un euro. Dove sono andati i soldi? Non ne ho idea. So solo che il mio Comune, adesso, paga il 30% in più sull’immondizia. E non capisco perché”. “Non vede possibili soluzioni?”.

E Gubitosi: “Finora non siamo stati in grado di fare “sistema”, di metterci insieme: questa è la mia amarezza… E, anche quando lo abbiamo fatto, la parte più debole è sempre stata quella del Festival. Non c’è mai stata una situazione paritaria. Ma ormai non si può più aspettare: occorre avviare un processo di educazione di una classe politica nei confronti di una grande idea. I francesi, ad esempio, sono bravissimi. La regione di Nizza concede - come finanziamento per il Festival di Cannes - 150 miliardi delle vecchie lire: e, in quindici giorni, la stessa Regione ne ricava 1500. Vogliamo capire che dobbiamo osare?... Che tutti devono imparare a pensare alla grande?... Oggi non possiamo più permetterci cose modeste. Noi ci abbiamo messo 37 anni per crescere: ma bastano 30 secondi per finire nell’oblio”.

“Si può rimediare, prima che sia troppo tardi?”.

“Sì...In fondo al mio cuore resto speranzoso: ancora auspico che possa tornare ad esserci presto un rapporto sereno tra idea, cultura ed enti locali. Ma sono stato molto chiaro: noi abbiamo sì il problema del Comune, della Provincia, delle Regioni. Ma la questione Giffoni è un caso di interesse nazionale: un problema nazionale. E allo Stato ho chiesto di intervenire: se non abbiamo un finanziamento vero, in grado di ripianare il deficit che, in questo modo, si è venuto a creare, allora… non c’è più bisogno che Giffoni vada avanti. Se non cambierà nulla, vorrà dire che siamo veramente nemici di noi stessi, incapaci di reggere l’urto della modernità: che si è invidiosi che qualcosa vada - come è sempre andato - oltre i confini. E allora addio a Giffoni, addio alla sua storia. All’improvviso, qualche altro Paese, qualche altra nazione, si prenderà il Festival…"

Questo l’appello estremo di Claudio Gubitosi, alle soglie delle 37esima edizione di un Festival che non è suo, ma di tutti: del paese, della Regione, così come dell’Italia e del mondo. E occorre salvarlo. Affinché non muoia il coraggio di sperimentare il nuovo - come si fa da decenni - e sia possibile, invece, andare avanti ad alimentare la speranza.

Soprattutto per i giovani e il loro futuro.