HO COMINCIATO COSÍ

LA TUA VITA È COME UN FILM

Roma agli inizi degli anni ottanta è ancora la Roma di Sordi, Tognazzi, Mastroianni, ma è già anche quella di Verdone, Troisi, Benigni

Paolo Costella *

Hai 18 anni. Vivi in una città di provincia. Ti piace il cinema. Hai girato qualche super 8 con gli amici. Scrivi per un quotidiano della città, recensendo le rassegne dei cineclub. È il momento del Nuovo Cinema Tedesco. A Wenders preferisci Fassbinder. A Fassbinder preferisci Herzog. Come Herzog il cinema per te è una sfida. E la tua sfida si chiama Roma. Ma non conosci nessuno. Non hai la minima idea di come si faccia ad entrare in quel mondo. Sai - immagini, speri - che con il cinema potrai esprimere qualcosa di te, qualcosa che nella vita di tutti i giorni, nel rapporto con gli altri e con te stesso, non riesci a tirare fuori. Ma ti vergogni persino a dichiarare che nella vita tu vorresti fare il regista. Non lo dici, ma lo pensi. Anzi lo sogni. Sogni che la tua vita un giorno sarà quella. Ma come arrivarci? Chiedi consiglio ad un amico caro, che ti segnala un corso di sceneggiatura con Ugo Pirro e Leo Benvenuti che sta per partire in quei giorni a Roma. Così non ci pensi su due volte, prendi un treno e parti.

   Roma agli inizi degli anni ottanta è ancora la Roma di Sordi, Tognazzi, Mastroianni, ma è già quella anche di Verdone, Troisi, Benigni. C’è il cinema dei maestri e il cinema comico. In mezzo il nulla. Cinecittà è ancora il tempio di Fellini. L’Adriano ha una sola sala, dove si proiettano i film campioni d'incasso con Celentano.

   La sera ti presenti in una piccola libreria dalle parti del lungotevere, vicino a Piazza Navona, in Via di Monte Brianzo, “Il Leuto”. È la libreria dello spettacolo, scaffali pieni di saggi, sceneggiature, monografie su cinema e teatro, una visione unica, mica come oggi che di libri di cinema sono piene tutte le librerie. Nel seminterrato, si riuniscono un gruppo di giovani aspiranti sceneggiatori. Ti presenti, conosci Alessandro e Domenico (Bencivenni e Saverni, che anni dopo scriveranno per la saga dei Fantozzi, per la Wertmuller, per Monicelli), Francesca, Claudia e Gloria (la Archibugi, la Sbarigia e la Malatesta, che faranno “Mignon è partita” e tanti altri film, rispettivamente, come regista e come sceneggiatrici), Umberto (Contarello, autore dalla Piovra a Mazzacurati), Massimo (Mazzucco, balzato recentemente alle cronache per il suo controverso documentario sull'11 settembre) e tanti altri.

   Pirro ti parla per la prima volta delle regole necessarie “per scrivere un film” (che è anche il titolo di un suo fortunato saggio), Benvenuti invece ti confessa che non sa bene cosa insegnarti e si limita a raccontarti storie e aneddoti, invitando anche te a raccontargli le tue. Così per la prima volta scrivi qualche idea e Leo (Benvenuti) ne legge ai compagni alcuni passi, le commenta, le critica, le elogia. Ma non riesci a capire cosa sia veramente “fare cinema”. Provi a chiedere a Leo come si fa, effettivamente, a scrivere una sceneggiatura. E lui ti racconta che lui e Piero (De Bernardi) fanno i turni, come in fabbrica: dalle 10 alle 12 vedono Monicelli, dalle 12 alle 14 Verdone, poi nel pomeriggio Villaggio, Neri Parenti... Ti dice che parlano, il più delle volte, di tutt’altro e che magari, prima di salutarsi, si dicono due o tre cose che forse finiranno nel copione. Mistero. Sempre più fitto. Non capisci, ma la tua curiosità cresce.

   Fino ad un giorno che Leo butta lì e domanda senza troppa enfasi: “C’è qualcuno che ha voglia di vedere un film stasera?”, ma non dice quale. Tu, che a Roma conosci solo “Il Leuto” e vivi in una stanzetta in periferia, alzi subito la mano. Cosa avrai mai da perdere? Come te solo un altro. Sali in macchina con Leo. E lui ancora non ti dice niente. La suspence aumenta. Leo ti dice che lo fa apposta, così capisci come si crea tensione in una storia e quando finalmente scoprirai la verità sarà una vera sorpresa. Ed ha ragione. Il meccanismo funziona. È una sorpresa, eccome se è una sorpresa. Nel laboratorio, rimasto aperto solo per l’occasione, ti accolgono due signori: uno imponente, con un barbone ed un altro smilzo, con una strana frangetta, entrambi con una parlata spiccatamente romanesca. Sono Sergio Leone e Dario Argento. Il film che vedrai, in anteprima, è il primo montaggio di “C’era una volta in America”, con Robert De Niro. È già un film culto, ancora prima di uscire. Ti tremano le gambe. Ti sembra troppo. Ti senti un eletto. Le luci si spengono. E si riaccendono quasi tre ore più tardi. Ma per te non sono passate tre ore, neppure tre minuti, è passata una vita intera davanti ai tuoi occhi. Non solo quella di Bob. La tua. Quella che hai sempre sognato. Sei ancora rimbambito in questi pensieri, quando il vocione del maestro ti chiede cosa ne pensi. Ecco, pensi: è il momento di fare un commento intelligente, che lasci a bocca aperta Leone, Argento, Leo, tutti. Una frase che ti apra le porte dorate del magico mondo. E invece cosa dici? Dici “grazie”, solo grazie. E poco ci manca che tu aggiunga “di esistere”. O forse addirittura lo fai. È un’occasione perduta? Tutt’altro. È l’inizio di un sogno. Perché capisci che quella cosa lì, che viene proiettata sul lenzuolone, al buio, è quello che tu vuoi davvero fare nella vita. Di quel mondo senti, per la prima volta, distintamente, il profumo. Inebriante. Magico, questa volta sì. Irresistibile. E capisci che di quel momento non potrai mai più farne a meno.

   Ecco, se la tua vita fosse un film, qui finirebbe il Primo Atto. Ti sembra di avere già ottenuto tutto e invece non hai ancora niente. Ma almeno sai quello che dovrai fare, conosci la tua missione: entrare per davvero in quel mondo di cui hai sentito appena il profumo.

   Il primo passo è il set. Vuoi vedere come si fa un film. Sai che Benvenuti ha scritto i primi film di Carlo Verdone. Hai sentito dire che Verdone sta per iniziare un film come attore che si gira dalle tue parti, in Liguria. Così prendi un treno. La direzione è quella che ti riporta verso casa, ma è solo uno scherzo del destino. Quel treno ti porta dove si fa il cinema. Hai chiesto a Benvenuti di avvertire Verdone del tuo arrivo. Nessuno ti ha assicurato niente. Anzi, ti hanno scoraggiato a partire. Ma sei partito lo stesso. E quando arrivi Verdone ti saluta con un sorriso di circostanza e ci mette due secondi a spedirti da un signore che già nella dicitura del ruolo che ricopre denuncia un che di militaresco e di assoluto: l'Organizzatore Generale. Ti presenti, dici che vorresti assistere alle riprese, che non vuoi essere pagato, che abiti anche lì vicino, che non darai nessun problema, anzi che vorresti tanto dare una mano. E lui cosa ti risponde? “Tu puoi pure stare, ma sappi che per me non esisti”. Dice proprio così: che non esisti. Quella frase, secca, definitiva, ti fa ripiombare in un solo attimo fuori da quel mondo alla cui porta ti eri appena affacciato. Il Generale vuole dirti che non vuole problemi con l'assicurazione, in caso di incidenti, ma questo tu lo scoprirai soltanto dopo. In quel momento realizzi solo che non esisti. Ed è già molto.

Sei invisibile. Ma ti presenti ogni mattina. Tutti fanno il loro lavoro. Tu non fai niente. Devi solo stare attento a non sostare davanti alle porte e a non mettere i piedi sopra i cavi. Si aspettano che prima o poi tu desista. E invece tu ci sei. Ogni mattina. Così cominciano a chiederti di “fermare la gente”. Significa che mentre regista e attori girano una scena, tu devi stare lontano tre isolati e chiedere gentilmente alle persone se possono aspettare un attimo, che stanno - state - girando un film.

   Che film? Chi c’è? Si può vedere? Ti fanno domande cui sai a malapena rispondere, il più delle volte ricevi delle sfuriate da chi non ne vuole sapere di fermarsi: ché la strada è di tutti, “cosa pensate voi che fate il cinema, voi romani, di fare quello che vi pare?”. Quelli che dovrebbero essere insulti, alle tue orecchie suonano come parole dolci e beneauguranti. Voi romani. Voi che fate il cinema. Voi.

   Passano i giorni. Qualcuno ti rivolge finalmente la parola. Alla pausa ora c’è un cestino anche per te. L’appuntamento per il giorno dopo non lo devi spiare di nascosto, ma ti viene comunicato la sera. Per farti guadagnare qualche soldo t’iscrivono come figurante. O ti aggiungono alle maestranze che montano e smontano le scene prima e dopo le riprese. Verdone, vedendo che piano piano t’inserisci, ti prende in simpatia. Il regista, Oldoini, ti invita a pranzare con lui e il cast. Di più: ti dice se hai voglia di seguire anche il montaggio e tutta la post produzione.

   Così, finite le riprese, vai ogni mattina in Via Margutta, alla moviola, vedi e rivedi le scene (che avevi soltanto immaginato, quando eri impegnato a bloccare il traffico a centinaia di metri di distanza), che danno, lentamente, forma al film. Conosci i produttori, gli attori, gli amici che passano dalla moviola. Scola, Magni, Scarpelli, Angeletti e De Micheli. Lì per lì non te ne accorgi, ma un piede dentro a quel mondo, forse, l’hai finalmente messo. D'accordo, esistere non esisti ancora, ma la sera, quando vai a dormire, il tuo sogno, bello, in 35 millimetri, non te lo leva nessuno.

Una volta che sei entrato nel giro, ti dicono, il più è fatto. Sembra vero. Perché Verdone ti chiama per fargli da assistente nel suo prossimo film con Montesano. Il primo aiuto è Albino Cocco, già aiuto di Visconti, che t’insegna come si sta su un set, come si scandiscono i tempi del lavoro, come si coordinano i reparti, come si organizza un piano. Finché un giorno Albino litiga con la produzione e Verdone ti prende da parte e ti chiede se te la senti di andare avanti da solo. Non ci pensi un attimo, dici subito “sì”, anche se non te la senti affatto. Invece te la cavi. Leo Benvenuti, che del film è sceneggiatore, viene sul set ed è felice di vederti inserito. Ma tu guardi avanti. Quello che hai non ti basta mai.

   Il tuo obiettivo non è più solo mettere un piede dentro al magico mondo. È metterne due di piedi. Piedi, gambe, testa, tutto. Vuoi fare sempre di più. Capisci che per fare la regia devi anche scrivere. Così scrivi. Prima da “negro” (“ghost writer” è venuto dopo, ma il senso è sempre quello: il tuo nome non appare e ti pagano niente), poi ti liberi dallo stato di schiavitù e firmi. Lavori senza sosta, come aiuto regista sul set e scrivi copioni per tanti attori, per lo più comici (del resto siamo a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta, il cinema italiano è ancora quello che è: dieci, quindici film d'autore, il resto commedia o film che non vedono mai la luce).

   Ma c’è qualcosa che ancora ti manca. Quando scrivevi le tue recensioni per il quotidiano della tua città il cinema che amavi era un altro, niente a che vedere con le pellicole comiche che ti ritrovi a scrivere. Ti accorgi di avere tradito le ragioni che ti hanno spinto a lasciare la tua città per venire a Roma. Tutta la fatica che hai fatto ti sembra inutile. È la crisi che ti aspetta a metà del Secondo Atto. Non si scappa.

   Così provi a lavorare con chi ti piace davvero. Marco Ferreri, per esempio. Liliana Betti, una sceneggiatrice con cui hai lavorato, sta per scrivere il prossimo film di Ferreri. E tu decidi di rinunciare a tutto quello che sei pur di lavorare con lui. Hai già firmato diversi copioni e ti presti ugualmente ad andare in giro per gli ospizi a raccogliere interviste che serviranno per la sceneggiatura (con protagonisti gli anziani), che altri, però, scriveranno. Hai lavorato in tanti film come primo aiuto e ti dichiari lo stesso disponibile a tornare a fare il secondo. Poi, per fortuna, le cose si aggiustano da sole. Finisce che fai il primo aiuto, che scrivi con Ferreri. Hai la fortuna di lavorare con un artista. Uno dei pochi, capirai in seguito. Ti accorgi che quello che hai fatto fino a quel momento era il mestiere del cinema. Questo invece è il cinema, il cinema vero.

   Ferreri è solo in apparenza brusco, i suoi occhi celesti sono lì a dimostrare la sua grande, smisurata umanità. Così un giorno, brutalmente, ti chiede cosa aspetti a fare un film tutto tuo. Radu (Mihaileanu, il regista di “Train de vie”), che di Ferreri era stato aiuto prima di te, ti confesserà che Ferreri aveva fatto la stessa cosa con lui. Allora capisci che è arrivato il momento. Che ci devi provare. E improvvisamente hai la sensazione che dovrai cominciare tutto da capo. Il tuo obiettivo iniziale era entrare nel mondo del cinema. Poi è diventato quello di essere accettato, di crescere professionalmente, di scrivere, di avvicinarti al cinema che più ti piaceva. Ora è un altro ancora: è fare un film tuo. Tutto quello che hai combinato finora ti è servito ad arrivare fin dove sei arrivato, ma per fare il salto, il salto vero, c’è bisogno di tutt'altro. Le gambe tornano a tremarti. La tua autostima crolla sottoterra. E ti senti di nuovo solo. Ecco, qui, finirebbe il Secondo Atto, se la tua storia fosse un film. Ma tutte le storie, in fondo, possono diventare un film. Basta saperle raccontare. Bene.

   Sei arrivato al Terzo Atto. Ora sei finalmente tu che devi scrivere la tua storia, la storia del tuo film. Il finale che più ti emoziona. Devi resistere alle tentazioni e cercare dentro di te quello di cui hai bisogno. Ti propongono di continuare a fare quello che hai sempre fatto. E tu rifiuti. Ti chiudi a scrivere una storia. La tua storia. Quella che hai sempre voluto raccontare.

Quando finalmente ci riesci, è il momento del giudizio. Tutti dicono la loro. Chi si aspetta qualcosa di diverso. Chi fa di tutto per convincerti che stai sbagliando. Tu devi ascoltare. O fare finta. Lotti. La tua sicurezza vacilla. Ti capita di cadere. Devi trovare la forza di rialzarti. Sei sempre più vicino alla meta. E sempre più solo.

Dovrai convincere qualcuno a darti i suoi soldi (o meglio, a trovare i soldi necessari alla realizzazione del film), qualcun altro ad impegnarsi a distribuire il tuo lavoro una volta finito, qualcun altro ancora a collaborare con te, con il suo mestiere o addirittura a metterci la faccia, come nel caso degli attori, che si affidano a te con il loro ingombrante bagaglio di insicurezze. Ma dovrai convincere soprattutto te stesso. Che quello che stai facendo è davvero quello che vuoi.

   E quando, ancora una volta, il più sembra fatto, ti accorgi che la vera sfida è ancora da venire. Il film è lì. Nella tua testa. E sulle pagine del copione. Ma deve essere ancora fatto. E per farlo, per farlo davvero, devi fare la cosa più difficile: metterti in gioco. È un lavoro fatto di incontri, hai sempre sentito dire. È vero, e ora l’incontro più delicato è quello con te stesso. Devi trovare una sicurezza che non hai, che non puoi avere, se ti esponi in prima persona. Eppure è questo che gli altri si aspettano da te. Vogliono delle risposte, delle decisioni, un milione di decisioni. Tutti insieme. E subito. Ogni tanto è meglio darla una risposta, anche se non è quella giusta, ma darla comunque. Però poi capisci che non puoi sbagliare. Nessuno te lo perdonerà, tu per primo. La prima volta che dici “motore” ti sembra che la voce esca dalla bocca di qualcun altro. E invece dopo il tuo “motore” c’è qualcuno che dice “partito”, un altro che dice “ciak”, un altro ancora che urla il numero dell'inquadratura. Poi il silenzio. Tocca a te. Aspettano tutti te. Troupe e attori sono fermi, in silenzio. Finché tu non dici “azione”. E finalmente la scena si anima. È fatta. Sei partito. Tu e il tuo film. E adesso non ti fermerà più nessuno.

Oggi a Cinecittà non c'è più Fellini, c'è il "Grande Fratello". L'Adriano di sale ne ha dieci. Celentano ormai i suoi sermoni li fa solo in tv. Sordi dà il nome ad una Galleria del centro. Solo Verdone figura ancora in testa al box office. Se vuoi incontrare qualcuno e discutere di cinema non devi scendere nel seminterrato di una libreria, basta che chatti in rete. Se vuoi girare un film puoi anche farlo da te, con pochi soldi. E senza necessariamente prendere il treno per andare a Roma. Tutto è cambiato. Quello che non è cambiato è il cinema. Le storie. Il sogno. Sia che lo vedi sul grande schermo in una sala buia, sia che lo vedi sul display del tuo telefonino. O forse sta cambiando anche quello. Chissà. E se anche fosse? In fondo, dov’è il problema? Cambialo tu, fallo a tua immagine e somiglianza. Non era proprio Fellini a dire che “il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio”?

* Dice di sé:
Paolo Costella. Fino ad oggi ho fatto film con l'emisfero sinistro del cervello, quello logico e lineare. Realizzando qualche filmetto su commissione. Domani vorrei provare con l’emisfero destro, a fare un film brutto… tutto mio.