AMARCORD
MARIO
SOLDATI, UNA STRUGGENTE INTERVISTA TRIDIMENSIONALE
Un
incontro lungo e appassionante con il grande scrittore
e regista sette anni prima della sua morte: riflessioni,
nostalgie, ricordi… alla presenza di un testimone illustre,
Cesare Garboli
Fiammetta
Jori *
Questa, del giugno ’92, fu una
delle ultime interviste concesse dal grande scrittore-regista
torinese; Soldati si stancava facilmente, ma accettò
quando seppe che lavoravo per l’Avanti, quotidiano
del partito socialista (allora morenti entrambi),
e che ero stata buona amica di Alberto Moravia. L’intervista
non fu mai pubblicata e quello che segue non è il
testo integrale, bensì lo “stralcio” doloroso che
, a sette anni di distanza, ho cercato di comporre
- come un ultimo omaggio ad un maestro - sull’onda
dell’emozione fortissima per averlo perduto, pari
per intensità a quella, mai da me dimenticata, di
averlo incontrato. Al “distillato” emotivo di quei
tre giorni, in cui girovagammo tra Tellaro, Camaiore
e Forte de’ Marmi, ho voluto apporre il titolo che,
con quella sua aria scanzonata e un po’ blasée, lui
stesso ebbe l’amabilità di suggerirmi.
Strane
coincidenze che talora, per qualche verso, riportano
ad un pendant della memoria; in questo giugno ’99,
con un piccolo mistero sul giorno esatto, poi diradatosi,
e dunque il 18, Mario Soldati, classe 1906, una delle
personalità sicuramente più interessanti e poliedriche
del Novecento che volge alla fine, ci ha lasciati.
Senza clamore ed in punta di piedi, Soldati è uscito
“all’inglese” dalla confusa dimora terrestre per raggiungere,
forse, una comitiva più nobile ed a lui più congeniale
- e penso a Pasolini, Moravia, Giacomo Noventa, Anna
Maria Ortese, Elsa Morante… - con cui continuare vecchie
conversazioni interrotte ed iniziarne di nuove, magari
con Petrarca, Shakespeare o Charles Baudelaire, amatissimo
da Soldati che, parlandomi di poesia, l’aveva citato
tra i suoi “poètes de chevet”, insieme a Gozzano ed
al rimpianto Richelmy.
Rivedo,
vividi, i suoi occhi inondarsi di lacrime nel confessarmi
il timore, su cui ritornò più volte, che l’Arte, la
Poesia, la Bellezza fossero in pericolo, non avessero
più futuro in un mondo che gli pareva virasse verso
un indefinibile orrore.
Risento
le sue parole ed era un altro giugno, annata ’92;
i buoni ricordi sono come il buon vino, li si beve
volentieri. E il vino - diceva Soldati - è “la poesia
della terra”.
A
quell’epoca facevo delle interviste, per le pagine
culturali dell’Avanti, che avevo battezzato “tridimensionali”
per l’irrinunciabile presenza, e condicio sine qua
non, di una terza persona che, avendo facoltà di intervenire
in corso di intervista, sia per ribadire che per confutare
quanto detto dall’intervistato, deriva la scontata
comunicazione binaria, domanda-risposta, del classico
vis-à-vis dell’intervista tout-court. Questo “terzo”
occhio, per una misteriosa alchimia dialettica, costituiva,
appunto, quella terza dimensione da me auspicata,
creando una profondità di campo talora sorprendente,
come, con affetto, me ne diede atto proprio Alberto
Moravia che, quale primo intervistato d’onore, aveva
accettato, nell’88, tra il divertito ed il rassegnato,
di farmi da cavia nell’esperimento; a patto però che
avessi io scelto, e non lui, chi avrebbe dovuto “presenziare”
alla nostra chiacchierata. Proposi il comune amico
Dario Bellezza, il poeta romano recentemente scomparso,
ed Alberto, come ero certa, ne fu felice.
Raccontai
a Soldati tutti i più “privati” retroscena di questa
lunga intervista (che peraltro ebbe molto successo,
come altre che seguirono) e la cosa mi sembrò divertirlo
moltissimo, anche perché la stima e l’amicizia reciproche
che legavano Moravia e Soldati affondavano buone radici
in lontane frequentazioni adolescenziali sulle spiagge
di Viareggio e Forte de’ Marmi, dove le famiglie di
entrambi erano solite passare le vacanze estive. Ricordo,
con tenerezza, che fu proprio sul filo della memoria
di un Moravia perduto (Alberto era morto nel ’90 e
Soldati l’aveva ricordato con lo stesso rimpianto
che si ha per la giovinezza) che il mio incontro con
Soldati assunse, fin dal primo istante, il clima emotivo
più piacevolmente distante dal convenzionale cliché
del giornalista che intervista il grande scrittore.
(Il mio esser soprattutto poeta amo pensare che riscatti
il mio “sembrare” giornalista, oggi come allora!)
Il “terzo”
scelto da Mario Soldati era Cesare Garboli, fraterno
amico nonché curatore, quale esimio saggista e critico
raffinato, di molte raccolte delle opere dello scrittore-regista;
e Garboli volle “giocare in casa”.
Ci
recammo perciò, nella tarda mattinata, nella fascinosa
dimora di famiglia del critico letterario, nel verde
entroterra di Camaiore. Seduti sotto un olmo centenario,
perfetta scenografia, mentre mi godevo, lusingata,
la teatrale accoglienza di un Garboli, delizioso causeur
ed ineccepibile padrone di casa, ebbi, fulminante,
la certezza che, per quanto affettuosissimo con Soldati
e con me affabilissimo (difficile che Garboli non
suggerisca superlativi!), egli non sarebbe rimasto
con noi che per qualche fuggevole istante. Ed infatti
non mi sbagliavo; conosco bene il ricamo sapiente
degli intramontabili escamotages diplomatici per cui
si può dare la sensazione di esserci, senza esserci
affatto. E Garboli in questo fu magistrale.
Così, dopo
averci accompagnato nel suo studio, ci invitò a cominciare,
scusandosi perché aveva delle cose urgenti da sbrigare.
Lo vedemmo elegantemente dileguarsi nella penombra
di stanze misteriose, da cui, languide e passionali,
ci giungevano le note di un disco di musica classica.
(Molto più tardi, chiesi, scherzando, a Soldati se
un ottimo titolo per l’intervista avrebbe potuto essere,
Ionesco docet: “Aspettando Garboli”. Mi parve, bonariamente,
d’accordo.)
Dunque
Soldati mi sorrise, intuendo forse che l’amico Cesare
non aveva affatto le physique du rôle della “spalla”,
per quanto fondamentale, di nessuno, neanche di un
intervistato d’eccezione; ci accontentammo perciò
del suo febbrile andirivieni, deliziati da apparizioni
fugaci, di un grande effetto scenico. Non a caso,
Soldati gli aveva dedicato uno dei suoi numerosi romanzi:
“L’attore”…
“Nous
sommes de notre enfance comme d’un pays”; è Saint-Exupery
ad affermarlo. Soldati, qual è il suo paese del cuore, la patria
dell’anima?
“È
una buona domanda. Mah, ce ne sono tanti. Ma se proprio
ti dovessi dire quale, almeno tre.
Uno è Torino,
l’altro Genova e poi Roma, sì, anche Roma, per forza!”.
Troppo
complesso il “cuore” di Soldati per essere di un unico
paese; così dopo una esitazione, temendo forse di
uscire dal senso della mia domanda, non poté non continuare:
“Ma
anche Venia, sai; anche le montagne, certe montagne
della mia vita, in Val di Susa. Il paesaggio dell’anima
è dunque i viaggi che ho fatto. Due lunghi viaggi
in America, a New York e in California. C’è un mio
libro che si chiama “Fuori”, sono sei racconti molto
lunghi; dovresti leggerlo. Uno è sulla Russia, poi
l’Africa, la Grecia. Il più bello è quello della Russia,
ancora oggi mi stordisce e rileggerlo mi diverte moltissimo.
È un viaggio che ho fatto trent’anni fa con mia moglie,
ed in quelle pagine c’è tutto quello che poi è stato
della Russia. Anzi vorrei che fosse tradotto in russo,
vorrei che Gorbaciov lo leggesse. Io non lo conosco
ma vorrei conoscerlo, per me tutto quello che lui
dice è santo. Stimavo molto anche Kennedy, ricordo
che alla notizia della sua morte quasi piansi!”.
Dopo
questa adorabile digressione, domandai a Soldati qual
era, in tale collage impressionista, il paese che
su tutti prevaleva e la risposta arrivò velocissima: “Torino, el me Turin; sai, per i
vecchi torinesi Torino è maschile”.
“Vengo subito,
Mario!” - era la voce di Garboli fuori campo, un refrain.
L’intervista procedeva ormai nei canoni normali, poiché
prevedevo difficile lo sviluppo del mio assunto “tridimensionale”.
Spesso Soldati, più ottimista di me e della sua segretaria,
chiuderà qualche risposta con nervosi: “Ma, insomma,
dov’è Garboli?”.
“Qu’as-tu
fait de ta jeunesse?”, il lamento di Verlaine diviene,
nella maturità, la domanda-chiave della vita. Le ha
mai vagato questo verso struggente per la testa?
“È
un bel modo per chiedermi qualcosa sulla mia giovinezza;
l’amore per la poesia ci unisce allora, ecco perché
ho avuto simpatia per te, subito. La poesia, Fiammetta,
è un tramite immenso! Beh, l’infanzia è anche tutto
quello che non ricordo, ma che è basilare. Purtroppo
le cose della giovinezza se ne vanno….. ça va?”
Ça va! Sodati,
lei è in qualche modo un “patriarca”; ha avuto due
mogli, sei figli. “Io vi odio famiglie!” - tuonava
Gide - e poi l’antipsichiatria americana degli anni
’70 ha condannato questo primo nucleo della società,
definendolo un nido di serpenti. Insomma, c’è tutta
una scuola di pensiero contro l’istituzione-famiglia.
Per lei, Mario Soldati, figlio e padre, che cos’è
davvero questo ineluttabile “pozzo” di affetti e,
talora, di veleni?
“Ah, tu ami Gide? Io molto, molto! Ho scritto giorni fa un articolo per
il Corriere su di lui e ancora non l’ho letto, spero
che Medail me lo mandi. Sulla famiglia ti rispondo:
ahimè! E’ una domanda terribile. Non vado avanti se
non c’è Garboli”.
“Adesso
verrà, dottore!” - lo rassicurava Gina, la sua amorevole
segretaria - e Soldati:
“Vedi,
ci sono due famiglie: una è quella che ti ha, l’altra
è quella che fai…”.
Da
tutti evocato, con passo felpato, arrivò Garboli e
sembrò che l’argomento lo interessasse. Soldati, più
disteso, continuò:
“Supponiamo
di conoscere un trovatello, una persona senza famiglia;
bene, quest’uomo si farà certamente qualcosa che somiglia
ad una famiglia. Quindi la famiglia esiste in tutti
i modi, anche se non c’è!”.
Su
questa lapidaria affermazione, degna del migliore
Soldati, Cesare Garboli, che evidentemente aveva sentito,
grazie all’acustica incredibile delle case antiche,
l’accenno a Gide, esplose in un colorito e dotto sermone
sui diversi penchants esistenziali di Gide e Proust,
evidenti, peraltro, nel taglio psicologico di taluni
personaggi nelle loro rispettive opere:
“Proust
è severo con gli omosessuali, perché li vede portatori
di una anomalia, mentre Gide, in una pagina bellissima
del suo “Si le grain ne meurt”, parla del “corpo guizzante”
di un giovane algerino, con cui ha un incontro d’amore
ed anch’io, che non sono pederasta, ho sentito una
vera emozione. Il problema di Proust era l’onanismo,
Gide invece era, mi scusi Signora, un “inculcatore”,
uno di quei francesi con un sesso di quelli duri!”.
Questo
exploit inatteso, tra l’hard ed il dottrinale (da
me, peraltro, epurato di qualche prolissità e del
verbo, ebbene sì, “scopare”, per cui Soldati, in una
sorta di rigetto, di tipo lessicale e non morale certo,
intimò severamente a Garboli di non usare mai più
quella parola, orrenda, che lui detestava!), scivolò
poi nei toni più pacati di una autentica confessione
garboliana di cui tutti facemmo tesoro, come di una
verità rivelata:
“Mario,
tu lo sai, io odio ed amo la famiglia; è proprio il
mio karma, la famiglia. Sono uno che desidera dissacrare
le famiglie, separarle, distruggerle, eliminarle e,
nello stesso tempo, come dicono anche i miei libri,
ne ho una nostalgia ed un rimpianto infinito. Il mio
“Matilde Manzoni” (“Journal” - Adelphi, il diario,
curato da Garboli, dell’ultima dei nove figli di Enrichetta
Blondel e Alessandro Manzoni.n.d.r.) è piaciuto molto
a Soldati ed è appunto questo: il rimpianto degli affetti
familiari, il sogno e il desiderio della famiglia.
Per me la famiglia è un tema molto doloroso; per Soldati
è diverso, lui ha dei figli”.
Insistetti
ancora: “Ecco,
Soldati padre. Qual è il nodo di un rapporto sempre
così complesso, tra figli e padre?”
“Mah,
io ho amato moltissimo mia madre perché c’era troppo
e mio padre perché non c’era mai! Vedi, nel rapporto
con i figli c’è sempre del dolore, perché il dolore
sta nella vita, dentro la vita. I figli sono cose
belle, bellissime, ma anche il contrario. Vorrei che
incontrassi mia moglie; Jucci ti direbbe delle cose
interessanti sulla nostra vita con i figli. Io li
amo tutti, moltissimo”.
Non
mi lasciai sfuggire la presenza di Garboli e cercai
di intrigarlo con una domanda che, di certo, l’avrebbe
coinvolto:
“Tra l’amicizia, l’amore, la passione, il denaro ed
il successo, cosa mette al primo posto, Soldati? O,
nella scala-valori, si pone un pari merito?”
“Ah,
no! L’amicizia è senz’altro la cosa più bella”.
E
Garboli, con tempismo di recupero: “Le darò, Signora,
un libretto prezioso dove parlo di come è nata la
mia amicizia con Mario. Ci conoscemmo nel settembre
del ’62, a Villadeati, la residenza estiva dei Feltrinelli,
nel Monferrato. Ti ricordi, Mario?”
E fu chiaro
dallo sguardo solare di Soldati che anche lui ricordava
molto bene, nonostante le nebbie del tempo, il “feeling”
di quel primo loro incontro, evidentemente mai interrotto.
La sera,
ritornata nella mia casa di Forte de’ Marmi, dove
il giorno dopo ebbi l’onore di avere Soldati, con
“la Gina”, mio festeggiato ospite per un the, lessi,
nelle ultime righe del piccolo libretto bianco che
Garboli mi aveva regalato (un Estratto dal n°426 della
rivista Paragone - 1985), parole illuminanti su un’amicizia
irrinunciabile.
Adesso che
Mario Soldati è altrove approdato, la testimonianza
privata diviene “orazione” all’amico, di ogni amicizia
condiviso emblema:
“Amavo,
di Soldati, certi racconti che mi sembravano inarrivabili;
ma qualcosa dell’uomo, la sua immagine pubblica, infastidiva
il mio moralismo giovanile. In quei giorni a Villadeati
il mio moralismo si sciolse e la simpatia di Soldati
trionfò. Forse le stelle si divertirono allora a lanciare
un messaggio di semplicità inesplicabile. Era scritto,
infatti, che dovesse nascere un’amicizia spensierata,
giuliva, e come domenicale, che, in fondo, non aveva
molte ragioni di esistere né di manifestarsi. Ma essa
si sviluppo, di lì in poi, sempre più stretta e tenace,
così tenace che oggi, passato poco meno di un quarto
di secolo, non so più separarla dalla mia vita”.
Mi
spiegai, quella stessa sera, il comportamento di quel
Garboli “magnifico assente”, che ritenne pleonastico,
forse, divenire “testimone” di una verità, come quella
di Soldati, così storicamente interclusa nella propria
da averne perso, quasi, l’ottimale distanza per un
oggettivo giudizio, da sempre, peraltro, menzionato
appannaggio della estrema “clarté” narrativa ed umana
dello scrittore, di cui ancora Garboli aveva scritto
(nella prefazione a “Rami secchi” - Rizzoli 1989,
una raccolta di memorie, pensieri e fantasmi di un
“ottuagenario in tumulto”). “È stupefacente come Soldati
riesca a parlare di sé, come se il proprio “io” fosse
l’anima di qualcun altro.
Dire
“io” e trattarsi come una terza persona, è l’arte
in cui Soldati è maestro”. E debbo, così, alla ragionata
assenza di Cesare Garboli durante la nostra intervista,
assenza che pure aveva contrariato me e deluso Soldati,
se, in qualche modo affrancata dalla sua augusta presenza,
ebbi, in meravigliosa esclusiva, l’onore di raccogliere,
senza filtri né deviazioni, la forza delle parole,
le trasognate divagazioni e l’incanto dei silenzi
di un Soldati davvero indimenticabile. Ringrazio Garboli,
per quegli gnocchi che ci aveva promesso e che invece
non preparò; e paradigmatica dell’ironia di Soldati
fu la sua risposta (era ormai arrivata l’ora di colazione)
alla mia, certo troppo decadente, domanda su quanta
parte avesse la speranza nei suoi giorni, quella che
D’Azeglio definiva “il lusso dei falliti”:
“La
speranza è sempre continuamente con me, anche se è
una speranza senza futuro, perché cosa succederà domani,
nel mondo, io so che non lo saprò. Però, ogni momento
io spero…. per esempio, in questo momento, io spero
vivamente che ci saranno da mangiare questi famosi
gnocchi che Garboli ci ha promesso!!”.
Dal
filosofico al prosaico, dal trascendente all’umorale,
dal sogno alla ragione; prisma vivente di una dialettica
complessa ed infinita. Ineffabile Mario Soldati. Sfaccettature
nitide nei cangianti riflessi e perfette, nel taglio;
metafora di Soldati, una pietra preziosa e rara, come
quello “Smeraldo”, titolo intrigante di uno dei suoi
romanzi più famosi ed a lui più cari, di cu così scrisse
l’indimenticato Pier Paolo Pasolini: “Smeraldo: esso
è un simbolo: ma di che cosa? Di tutto e di nulla.
Esso è un simbolo e basta; ma infine non importa niente
che sia simbolo di qualcosa. È il simbolo della simbolicità,
e questo basta a renderlo pienamente, e quindi anche
emotivamente, poetico”. Estrema la chiarezza in queste
parole, unica eco alla grandezza è il silenzio.
“Dobbiamo
alla memoria ogni nostra ricchezza spirituale”, era
una citazione da Mario Soldati; ricordandogliela,
volevo mi raccontasse le invasioni nel suo quotidiano
di questa marea, costituita da ricordi, nostalgie
e rimpianti. Su tutti, bruciante e bellissimo, Soldati,
un po’ stanco, mi confidò un grande rimpianto:
“Dovevo
fare un film con quel delizioso attore francese, grandissimo…..
come si chiamava?”.
Ancora
la suspense di una delle adorabili amnesie di Soldati;
il dialogo fu costellato di smemoratezze soavi che
arrivano, quasi, a sembrare gli unici vezzi, concessi
dal tempo, ad una estrema lucidità mentale. Piccole
civetterie dell’intelligenza. Intuii che doveva trattarsi
di Gérard Philipe e lo dissi a voce alta; la voce
di Soldati si unì alla mia:
“Gèrard Philipe, exactement! Ricordo
la gioia che provai nel vederlo entrare nella mia
camera a Parigi, in un albergo che non c’è più. Mah….
siamo stati insieme a lungo, ci volevamo bene, ci
siamo abbracciati e poi; non abbiamo fatto il film.
Era così
intelligente, giovane, gentile, straordinario! È un
mio grande rimpianto; ricordo l’anno: il 1955”.
Fui
intenerita da questo rimpianto mai sopito di Soldati,
dal modo in cui me lo confessò, con un filo di voce
e ciò mi fece anticipare una delle domande su cui
pensavo di chiudere l’intervista: “Soldati, tempo
fa mi colpì moltissimo un proverbio inglese da lei
citato, nel corso di uno speciale televisivo a lei
dedicato: “ We don’t owe the truth to anybody”. Non
dobbiamo la verità a nessuno. Ma la verità profonda,
quella che per osmosi sarà in parte nei suoi
libri, lei l’ha poi “detta”, nella vita?
Ci si racconta
davvero, fino in fondo?
“Io
credo quello che sono di averlo scritto; credo, senza
volerlo, di averla detta la verità. A quel proverbio,
comunque, ci credo; ….but, we, early or late, we say
the truth….a qualcuno, almeno.
Pasolini,
mio amato mentore letterario, ritorna ancora una volta;
egli aveva scritto, in una sua nota critica sulla
narrativa di Soldati che questi “aveva istituito una
identificazione tra scrivere e sognare”.
E mai, come in quelle lentissime ore
spese nel giardino della casa di Soldati a Tellaro
o girovagando con lui in macchina per Camaiore, ho
avuto certezza di quanto lo scrivere non sia che metafora
sublime del vivere e che, perciò, l’esegesi pasoliniana
benissimo poteva applicarsi all’esistere soldatino,
di cui la pallida “dissolvenza” della vecchiaia accentuava
il “sognare”, nella sua più alta eccezione.
A
Tellaro, Soldati volle portarmi, in un angolo defilato
del suo giardino, disteso come la prua di una nave
immobile sul mare, a “dare un saluto” al suo vecchio
cane, lì sepolto. Mi guidò, prendendomi il braccio,
mentre gli rivelavo la mia adorazione per i cani ed
il rammarico, surreale, che provavo per quella loro
mancanza di parole, benché con gli occhi in grado
di dirci ciò che è fondamentale.
Lessi
in silenzio, sulla piccola lapide di pietra, le parole
che Soldati, un uomo, aveva voluto inscrivervi:
QUI RIPOSA
TREMOLO
UNO DI NOI
FORSE IL
MIGLIORE
We
don’t owe the truth…… Sono certa che della verità,
immensa, di Mario Soldati facesse parte anche la tristezza,
infantile nella disarmante esternazione, di cui intrise
i racconti, affabulatori che mi “regalò”, durante
la colazione che facemmo insieme, in una vecchia trattoria
di Camaiore, dove era riverito habitué. Le lacrime
agli occhi, mi disse, quasi mi rivelasse un segreto,
che “l’unica cosa grande della vita era poter parlare
della bellezza, dell’arte”; e, con tra le dita il
suo leggendario mezzo toscano, mi incantò confidandomi
il dramma di Scott Fitzgerald e della moglie Zelda,
supremamente trasposto nelle pagine splendide di un
capolavoro, che fu “Tenera è la notte”.
Rivedo
in controluce la sua silhouette, inconfondibile, con
il bastone a mezz’aria, mentre mi cantava, con il
pianto in gola, le note iniziali del “Nessun dorma”,
una delle romanze più celebri dell’immenso repertorio
pucciniano. Stavamo uscendo dal ristorante, quando,
nell’avviarsi verso l’automobile, si fermò di colpo,
prendendomi la mano e, senza alcuna logica apparente,
prese a canticchiare quell’aria della Turandot che
anch’io adoravo; appoggiai istintivamente la sua voce
con la mia e mi sorrise con malinconia.
Aveva
sentito che il mio cuore era con lui, del resto infinite
volte mi aveva colto lo stesso brivido ascoltando
quell’acuto trionfante e disperato: “a l’alba vinceròòò!!”.
Quell’alba lo atterriva e al cospetto della musica,
come di fronte a Dio o a se stessi, non c’è maschera,
ma solo verità:
“La
musica, misteriosa, è l’arte delle arti. È la cosa
più grande. Con Puccini è finito qualcosa; la fine
è sempre la cosa più alta. Lui è stato l’ultimo grande,
ma neanche, è l’ultima grandezza!”
Ecco,
di Mario Soldati, le parole che non riesco a dimenticare:
“La musica non c’è più! Oggi, dov’è la poesia?”. Non
seppi consolarlo, mentre cercava di spiegarmi la sua
disperazione, in cui riconobbi parte della mia. Incontrarlo
ero stato ritrovare e riamare cari amici perduti,
affetti immensi che la vita ci strappa, per sempre.
Moravia,
il caro Moravia, diceva: “Questo è Soldati: c’è e
non c’è. E’ sincero e recita la commedia”. Spero,
veramente, che là dove si trova, forse più vicino
di quanto crediamo, gli sia resa quella “sincerità”
luminosa che, nel chiaroscuro della sua “commedia”,
egli ha voluto donarci; lasciandoci, da sublime istrione,
l’illusione di essere stati, noi, tanto bravi da trovarne
la chiave.
Grazie,
Mario Soldati!
Roma 20
luglio 1999
* Dice di sé:
Fiammetta
Jori. Poeta, talora giornalista, che ha sempre creduto
nell’ermafroditismo dell’intelligenza, molto spesso,
purtroppo, disatteso. Il suo motto, che molto amò
Mario Soldati, è “Faiblesse Oblige”.
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