AMARCORD

MARIO SOLDATI, UNA STRUGGENTE INTERVISTA TRIDIMENSIONALE

Un incontro lungo e appassionante con il grande scrittore e regista sette anni prima della sua morte: riflessioni, nostalgie, ricordi… alla presenza di un testimone illustre, Cesare Garboli

Fiammetta Jori *

Questa, del giugno ’92, fu una delle ultime interviste concesse dal grande scrittore-regista torinese; Soldati si stancava facilmente, ma accettò quando seppe che lavoravo per l’Avanti, quotidiano del partito socialista (allora morenti entrambi), e che ero stata buona amica di Alberto Moravia. L’intervista non fu mai pubblicata e quello che segue non è il testo integrale, bensì lo “stralcio” doloroso che , a sette anni di distanza, ho cercato di comporre - come un ultimo omaggio ad un maestro - sull’onda dell’emozione fortissima per averlo perduto, pari per intensità a quella, mai da me dimenticata, di averlo incontrato. Al “distillato” emotivo di quei tre giorni, in cui girovagammo tra Tellaro, Camaiore e Forte de’ Marmi, ho voluto apporre il titolo che, con quella sua aria scanzonata e un po’ blasée, lui stesso ebbe l’amabilità di suggerirmi.

 

Strane coincidenze che talora, per qualche verso, riportano ad un pendant della memoria; in questo giugno ’99, con un piccolo mistero sul giorno esatto, poi diradatosi, e dunque il 18, Mario Soldati, classe 1906, una delle personalità sicuramente più interessanti e poliedriche del Novecento che volge alla fine, ci ha lasciati. Senza clamore ed in punta di piedi, Soldati è uscito “all’inglese” dalla confusa dimora terrestre per raggiungere, forse, una comitiva più nobile ed a lui più congeniale - e penso a Pasolini, Moravia, Giacomo Noventa, Anna Maria Ortese, Elsa Morante… - con cui continuare vecchie conversazioni interrotte ed iniziarne di nuove, magari con Petrarca, Shakespeare o Charles Baudelaire, amatissimo da Soldati che, parlandomi di poesia, l’aveva citato tra i suoi “poètes de chevet”, insieme a Gozzano ed al rimpianto Richelmy.

Rivedo, vividi, i suoi occhi inondarsi di lacrime nel confessarmi il timore, su cui ritornò più volte, che l’Arte, la Poesia, la Bellezza fossero in pericolo, non avessero più futuro in un mondo che gli pareva virasse verso un indefinibile orrore.

Risento le sue parole ed era un altro giugno, annata ’92; i buoni ricordi sono come il buon vino, li si beve volentieri. E il vino - diceva Soldati - è “la poesia della terra”.

A quell’epoca facevo delle interviste, per le pagine culturali dell’Avanti, che avevo battezzato “tridimensionali” per l’irrinunciabile presenza, e condicio sine qua non, di una terza persona che, avendo facoltà di intervenire in corso di intervista, sia per ribadire che per confutare quanto detto dall’intervistato, deriva la scontata comunicazione binaria, domanda-risposta, del classico vis-à-vis dell’intervista tout-court. Questo “terzo” occhio, per una misteriosa alchimia dialettica, costituiva, appunto, quella terza dimensione da me auspicata, creando una profondità di campo talora sorprendente, come, con affetto, me ne diede atto proprio Alberto Moravia che, quale primo intervistato d’onore, aveva accettato, nell’88, tra il divertito ed il rassegnato, di farmi da cavia nell’esperimento; a patto però che avessi io scelto, e non lui, chi avrebbe dovuto “presenziare” alla nostra chiacchierata. Proposi il comune amico Dario Bellezza, il poeta romano recentemente scomparso, ed Alberto, come ero certa, ne fu felice.

Raccontai a Soldati tutti i più “privati” retroscena di questa lunga intervista (che peraltro ebbe molto successo, come altre che seguirono) e la cosa mi sembrò divertirlo moltissimo, anche perché la stima e l’amicizia reciproche che legavano Moravia e Soldati affondavano buone radici in lontane frequentazioni adolescenziali sulle spiagge di Viareggio e Forte de’ Marmi, dove le famiglie di entrambi erano solite passare le vacanze estive. Ricordo, con tenerezza, che fu proprio sul filo della memoria di un Moravia perduto (Alberto era morto nel ’90 e Soldati l’aveva ricordato con lo stesso rimpianto che si ha per la giovinezza) che il mio incontro con Soldati assunse, fin dal primo istante, il clima emotivo più piacevolmente distante dal convenzionale cliché del giornalista che intervista il grande scrittore. (Il mio esser soprattutto poeta amo pensare che riscatti il mio “sembrare” giornalista, oggi come allora!)

Il “terzo” scelto da Mario Soldati era Cesare Garboli, fraterno amico nonché curatore, quale esimio saggista e critico raffinato, di molte raccolte delle opere dello scrittore-regista; e Garboli volle “giocare in casa”.

Ci recammo perciò, nella tarda mattinata, nella fascinosa dimora di famiglia del critico letterario, nel verde entroterra di Camaiore. Seduti sotto un olmo centenario, perfetta scenografia, mentre mi godevo, lusingata, la teatrale accoglienza di un Garboli, delizioso causeur ed ineccepibile padrone di casa, ebbi, fulminante, la certezza che, per quanto affettuosissimo con Soldati e con me affabilissimo (difficile che Garboli non suggerisca superlativi!), egli non sarebbe rimasto con noi che per qualche fuggevole istante. Ed infatti non mi sbagliavo; conosco bene il ricamo sapiente degli intramontabili escamotages diplomatici per cui si può dare la sensazione di esserci, senza esserci affatto. E Garboli in questo fu magistrale.

Così, dopo averci accompagnato nel suo studio, ci invitò a cominciare, scusandosi perché aveva delle cose urgenti da sbrigare. Lo vedemmo elegantemente dileguarsi nella penombra di stanze misteriose, da cui, languide e passionali, ci giungevano le note di un disco di musica classica. (Molto più tardi, chiesi, scherzando, a Soldati se un ottimo titolo per l’intervista avrebbe potuto essere, Ionesco docet: “Aspettando Garboli”. Mi parve, bonariamente, d’accordo.)

Dunque Soldati mi sorrise, intuendo forse che l’amico Cesare non aveva affatto le physique du rôle della “spalla”, per quanto fondamentale, di nessuno, neanche di un intervistato d’eccezione; ci accontentammo perciò del suo febbrile andirivieni, deliziati da apparizioni fugaci, di un grande effetto scenico. Non a caso, Soldati gli aveva dedicato uno dei suoi numerosi romanzi: “L’attore”…

“Nous sommes de notre enfance comme d’un pays”; è Saint-Exupery ad affermarlo. Soldati, qual è il suo paese del cuore, la patria dell’anima?

“È una buona domanda. Mah, ce ne sono tanti. Ma se proprio ti dovessi dire quale, almeno tre.

Uno è Torino, l’altro Genova e poi Roma, sì, anche Roma, per forza!”.

Troppo complesso il “cuore” di Soldati per essere di un unico paese; così dopo una esitazione, temendo forse di uscire dal senso della mia domanda, non poté non continuare:

“Ma anche Venia, sai; anche le montagne, certe montagne della mia vita, in Val di Susa. Il paesaggio dell’anima è dunque i viaggi che ho fatto. Due lunghi viaggi in America, a New York e in California. C’è un mio libro che si chiama “Fuori”, sono sei racconti molto lunghi; dovresti leggerlo. Uno è sulla Russia, poi l’Africa, la Grecia. Il più bello è quello della Russia, ancora oggi mi stordisce e rileggerlo mi diverte moltissimo. È un viaggio che ho fatto trent’anni fa con mia moglie, ed in quelle pagine c’è tutto quello che poi è stato della Russia. Anzi vorrei che fosse tradotto in russo, vorrei che Gorbaciov lo leggesse. Io non lo conosco ma vorrei conoscerlo, per me tutto quello che lui dice è santo. Stimavo molto anche Kennedy, ricordo che alla notizia della sua morte quasi piansi!”.

Dopo questa adorabile digressione, domandai a Soldati qual era, in tale collage impressionista, il paese che su tutti prevaleva e  la risposta arrivò velocissima: “Torino, el me Turin; sai, per i vecchi torinesi Torino è maschile”.

“Vengo subito, Mario!” - era la voce di Garboli fuori campo, un refrain. L’intervista procedeva ormai nei canoni normali, poiché prevedevo difficile lo sviluppo del mio assunto “tridimensionale”. Spesso Soldati, più ottimista di me e della sua segretaria, chiuderà qualche risposta con nervosi: “Ma, insomma, dov’è Garboli?”.

“Qu’as-tu fait de ta jeunesse?”, il lamento di Verlaine diviene, nella maturità, la domanda-chiave della vita. Le ha mai vagato questo verso struggente per la testa?

“È un bel modo per chiedermi qualcosa sulla mia giovinezza; l’amore per la poesia ci unisce allora, ecco perché ho avuto simpatia per te, subito. La poesia, Fiammetta, è un tramite immenso! Beh, l’infanzia è anche tutto quello che non ricordo, ma che è basilare. Purtroppo le cose della giovinezza se ne vanno….. ça va?”

Ça va! Sodati, lei è in qualche modo un “patriarca”; ha avuto due mogli, sei figli. “Io vi odio famiglie!” - tuonava Gide - e poi l’antipsichiatria americana degli anni ’70 ha condannato questo primo nucleo della società, definendolo un nido di serpenti. Insomma, c’è tutta una scuola di pensiero contro l’istituzione-famiglia. Per lei, Mario Soldati, figlio e padre, che cos’è davvero questo ineluttabile “pozzo” di affetti e, talora, di veleni?

“Ah, tu ami Gide? Io molto, molto! Ho scritto giorni fa un articolo per il Corriere su di lui e ancora non l’ho letto, spero che Medail me lo mandi. Sulla famiglia ti rispondo: ahimè! E’ una domanda terribile. Non vado avanti se non c’è Garboli”.

“Adesso verrà, dottore!” - lo rassicurava Gina, la sua amorevole segretaria - e Soldati:

 

“Vedi, ci sono due famiglie: una è quella che ti ha, l’altra è quella che fai…”.

Da tutti evocato, con passo felpato, arrivò Garboli e sembrò che l’argomento lo interessasse. Soldati, più disteso, continuò:

“Supponiamo di conoscere un trovatello, una persona senza famiglia; bene, quest’uomo si farà certamente qualcosa che somiglia ad una famiglia. Quindi la famiglia esiste in tutti i modi, anche se non c’è!”.

Su questa lapidaria affermazione, degna del migliore Soldati, Cesare Garboli, che evidentemente aveva sentito, grazie all’acustica incredibile delle case antiche, l’accenno a Gide, esplose in un colorito e dotto sermone sui diversi penchants esistenziali di Gide e Proust, evidenti, peraltro, nel taglio psicologico di taluni personaggi nelle loro rispettive opere:

“Proust è severo con gli omosessuali, perché li vede portatori di una anomalia, mentre Gide, in una pagina bellissima del suo “Si le grain ne meurt”, parla del “corpo guizzante” di un giovane algerino, con cui ha un incontro d’amore ed anch’io, che non sono pederasta, ho sentito una vera emozione. Il problema di Proust era l’onanismo, Gide invece era, mi scusi Signora, un “inculcatore”, uno di quei francesi con un sesso di quelli duri!”.

Questo exploit inatteso, tra l’hard ed il dottrinale (da me, peraltro, epurato di qualche prolissità e del verbo, ebbene sì, “scopare”, per cui Soldati, in una sorta di rigetto, di tipo lessicale e non morale certo, intimò severamente a Garboli di non usare mai più quella parola, orrenda, che lui detestava!), scivolò poi nei toni più pacati di una autentica confessione garboliana di cui tutti facemmo tesoro, come di una verità rivelata:

“Mario, tu lo sai, io odio ed amo la famiglia; è proprio il mio karma, la famiglia. Sono uno che desidera dissacrare le famiglie, separarle, distruggerle, eliminarle e, nello stesso tempo, come dicono anche i miei libri, ne ho una nostalgia ed un rimpianto infinito. Il mio “Matilde Manzoni” (“Journal” - Adelphi, il diario, curato da Garboli, dell’ultima dei nove figli di Enrichetta Blondel e Alessandro Manzoni.n.d.r.) è piaciuto molto a Soldati ed è  appunto questo: il rimpianto degli affetti familiari, il sogno e il desiderio della famiglia. Per me la famiglia è un tema molto doloroso; per Soldati è diverso, lui ha dei figli”.

Insistetti ancora: “Ecco, Soldati padre. Qual è il nodo di un rapporto sempre così complesso, tra figli e padre?”

“Mah, io ho amato moltissimo mia madre perché c’era troppo e mio padre perché non c’era mai! Vedi, nel rapporto con i figli c’è sempre del dolore, perché il dolore sta nella vita, dentro la vita. I figli sono cose belle, bellissime, ma anche il contrario. Vorrei che incontrassi mia moglie; Jucci ti direbbe delle cose interessanti sulla nostra vita con i figli. Io li amo tutti, moltissimo”.

Non mi lasciai sfuggire la presenza di Garboli e cercai di intrigarlo con una domanda che, di certo, l’avrebbe coinvolto: “Tra l’amicizia, l’amore, la passione, il denaro ed il successo, cosa mette al primo posto, Soldati? O, nella scala-valori, si pone un pari merito?”

“Ah, no! L’amicizia è senz’altro la cosa più bella”.

E Garboli, con tempismo di recupero: “Le darò, Signora, un libretto prezioso dove parlo di come è nata la mia amicizia con Mario. Ci conoscemmo nel settembre del ’62, a Villadeati, la residenza estiva dei Feltrinelli, nel Monferrato. Ti ricordi, Mario?”

E fu chiaro dallo sguardo solare di Soldati che anche lui ricordava molto bene, nonostante le nebbie del tempo, il “feeling” di quel primo loro incontro, evidentemente mai interrotto.

La sera, ritornata nella mia casa di Forte de’ Marmi, dove il giorno dopo ebbi l’onore di avere Soldati, con “la Gina”, mio festeggiato ospite per un the, lessi, nelle ultime righe del piccolo libretto bianco che Garboli mi aveva regalato (un Estratto dal n°426 della rivista Paragone - 1985), parole illuminanti su un’amicizia irrinunciabile.

Adesso che Mario Soldati è altrove approdato, la testimonianza privata diviene “orazione” all’amico, di ogni amicizia condiviso emblema:

“Amavo, di Soldati, certi racconti che mi sembravano inarrivabili; ma qualcosa dell’uomo, la sua immagine pubblica, infastidiva il mio moralismo giovanile. In quei giorni a Villadeati il mio moralismo si sciolse e la simpatia di Soldati trionfò. Forse le stelle si divertirono allora a lanciare un messaggio di semplicità inesplicabile. Era scritto, infatti, che dovesse nascere un’amicizia spensierata, giuliva, e come domenicale, che, in fondo, non aveva molte ragioni di esistere né di manifestarsi. Ma essa si sviluppo, di lì in poi, sempre più stretta e tenace, così tenace che oggi, passato poco meno di un quarto di secolo, non so più separarla dalla mia vita”.

Mi spiegai, quella stessa sera, il comportamento di quel Garboli “magnifico assente”, che ritenne pleonastico, forse, divenire “testimone” di una verità, come quella di Soldati, così storicamente interclusa nella propria da averne perso, quasi, l’ottimale distanza per un oggettivo giudizio, da sempre, peraltro, menzionato appannaggio della estrema “clarté” narrativa ed umana dello scrittore, di cui ancora Garboli aveva scritto (nella prefazione a “Rami secchi” - Rizzoli 1989, una raccolta di memorie, pensieri e fantasmi di un “ottuagenario in tumulto”). “È stupefacente come Soldati riesca a parlare di sé, come se il proprio “io” fosse l’anima di qualcun altro.

Dire “io” e trattarsi come una terza persona, è l’arte in cui Soldati è maestro”. E debbo, così, alla ragionata assenza di Cesare Garboli durante la nostra intervista, assenza che pure aveva contrariato me e deluso Soldati, se, in qualche modo affrancata dalla sua augusta presenza, ebbi, in meravigliosa esclusiva, l’onore di raccogliere, senza filtri né deviazioni, la forza delle parole, le trasognate divagazioni e l’incanto dei silenzi di un Soldati davvero indimenticabile. Ringrazio Garboli, per quegli gnocchi che ci aveva promesso e che invece non preparò; e paradigmatica dell’ironia di Soldati fu la sua risposta (era ormai arrivata l’ora di colazione) alla mia, certo troppo decadente, domanda su quanta parte avesse la speranza nei suoi giorni, quella che D’Azeglio definiva “il lusso dei falliti”:

“La speranza è sempre continuamente con me, anche se è una speranza senza futuro, perché cosa succederà domani, nel mondo, io so che non lo saprò. Però, ogni momento io spero…. per esempio, in questo momento, io spero vivamente che ci saranno da mangiare questi famosi gnocchi che Garboli ci ha promesso!!”.

Dal filosofico al prosaico, dal trascendente all’umorale, dal sogno alla ragione; prisma vivente di una dialettica complessa ed infinita. Ineffabile Mario Soldati. Sfaccettature nitide nei cangianti riflessi e perfette, nel taglio; metafora di Soldati, una pietra preziosa e rara, come quello “Smeraldo”, titolo intrigante di uno dei suoi romanzi più famosi ed a lui più cari, di cu così scrisse l’indimenticato Pier Paolo Pasolini: “Smeraldo: esso è un simbolo: ma di che cosa? Di tutto e di nulla. Esso è un simbolo e basta; ma infine non importa niente che sia simbolo di qualcosa. È il simbolo della simbolicità, e questo basta a renderlo pienamente, e quindi anche emotivamente, poetico”. Estrema la chiarezza in queste parole, unica eco alla grandezza è il silenzio.

“Dobbiamo alla memoria ogni nostra ricchezza spirituale”, era una citazione da Mario Soldati; ricordandogliela, volevo mi raccontasse le invasioni nel suo quotidiano di questa marea, costituita da ricordi, nostalgie e rimpianti. Su tutti, bruciante e bellissimo, Soldati, un po’ stanco, mi confidò un grande rimpianto:

“Dovevo fare un film con quel delizioso attore francese, grandissimo….. come si chiamava?”.

Ancora la suspense di una delle adorabili amnesie di Soldati; il dialogo fu costellato di smemoratezze soavi che arrivano, quasi, a sembrare gli unici vezzi, concessi dal tempo, ad una estrema lucidità mentale. Piccole civetterie dell’intelligenza. Intuii che doveva trattarsi di Gérard Philipe e lo dissi a voce alta; la voce di Soldati si unì alla mia:

“Gèrard Philipe, exactement! Ricordo la gioia che provai nel vederlo entrare nella mia camera a Parigi, in un albergo che non c’è più. Mah…. siamo stati insieme a lungo, ci volevamo bene, ci siamo abbracciati e poi; non abbiamo fatto il film.

Era così intelligente, giovane, gentile, straordinario! È un mio grande rimpianto; ricordo l’anno: il 1955”.

Fui intenerita da questo rimpianto mai sopito di Soldati, dal modo in cui me lo confessò, con un filo di voce e ciò mi fece anticipare una delle domande su cui pensavo di chiudere l’intervista: “Soldati, tempo fa mi colpì moltissimo un proverbio inglese da lei citato, nel corso di uno speciale televisivo a lei dedicato: “ We don’t owe the truth to anybody”. Non dobbiamo la verità a nessuno. Ma la verità profonda,  quella che per osmosi sarà in parte nei suoi libri, lei l’ha poi “detta”, nella vita?

Ci si racconta davvero, fino in fondo?

“Io credo quello che sono di averlo scritto; credo, senza volerlo, di averla detta la verità. A quel proverbio, comunque, ci credo; ….but, we, early or late, we say the truth….a qualcuno, almeno.

Pasolini, mio amato mentore letterario, ritorna ancora una volta; egli aveva scritto, in una sua nota critica sulla narrativa di Soldati che questi “aveva istituito una identificazione tra scrivere e sognare”.

            E mai, come in quelle lentissime ore spese nel giardino della casa di Soldati a Tellaro o girovagando con lui in macchina per Camaiore, ho avuto certezza di quanto lo scrivere non sia che metafora sublime del vivere e che, perciò, l’esegesi pasoliniana benissimo poteva applicarsi all’esistere soldatino, di cui la pallida “dissolvenza” della vecchiaia accentuava il “sognare”, nella sua più alta eccezione.

A Tellaro, Soldati volle portarmi, in un angolo defilato del suo giardino, disteso come la prua di una nave immobile sul mare, a “dare un saluto” al suo vecchio cane, lì sepolto. Mi guidò, prendendomi il braccio, mentre gli rivelavo la mia adorazione per i cani ed il rammarico, surreale, che provavo per quella loro mancanza di parole, benché con gli occhi in grado di dirci ciò che è fondamentale.

Lessi in silenzio, sulla piccola lapide di pietra, le parole che Soldati, un uomo, aveva voluto inscrivervi:

 

QUI RIPOSA TREMOLO

UNO DI NOI

FORSE IL MIGLIORE

 

We don’t owe the truth…… Sono certa che della verità, immensa, di Mario Soldati facesse parte anche la tristezza, infantile nella disarmante esternazione, di cui intrise i racconti, affabulatori che mi “regalò”, durante la colazione che facemmo insieme, in una vecchia trattoria di Camaiore, dove era riverito habitué. Le lacrime agli occhi, mi disse, quasi mi rivelasse un segreto, che “l’unica cosa grande della vita era poter parlare della bellezza, dell’arte”; e, con tra le dita il suo leggendario mezzo toscano, mi incantò confidandomi il dramma di Scott Fitzgerald e della moglie Zelda, supremamente trasposto nelle pagine splendide di un capolavoro, che fu “Tenera è la notte”.

Rivedo in controluce la sua silhouette, inconfondibile, con il bastone a mezz’aria, mentre mi cantava, con il pianto in gola, le note iniziali del “Nessun dorma”, una delle romanze più celebri dell’immenso repertorio pucciniano. Stavamo uscendo dal ristorante, quando, nell’avviarsi verso l’automobile, si fermò di colpo, prendendomi la mano e, senza alcuna logica apparente, prese a canticchiare quell’aria della Turandot che anch’io adoravo; appoggiai istintivamente la sua voce con la mia e mi sorrise con malinconia.

Aveva sentito che il mio cuore era con lui, del resto infinite volte mi aveva colto lo stesso brivido ascoltando quell’acuto trionfante e disperato: “a l’alba vinceròòò!!”. Quell’alba lo atterriva e al cospetto della musica, come di fronte a Dio o a se stessi, non c’è maschera, ma solo verità:

“La musica, misteriosa, è l’arte delle arti. È la cosa più grande. Con Puccini è finito qualcosa; la fine è sempre la cosa più alta. Lui è stato l’ultimo grande, ma neanche, è l’ultima grandezza!”

Ecco, di Mario Soldati, le parole che non riesco a dimenticare: “La musica non c’è più! Oggi, dov’è la poesia?”. Non seppi consolarlo, mentre cercava di spiegarmi la sua disperazione, in cui riconobbi parte della mia. Incontrarlo ero stato ritrovare e riamare cari amici perduti, affetti immensi che la vita ci strappa, per sempre.

Moravia, il caro Moravia, diceva: “Questo è Soldati: c’è e non c’è. E’ sincero e recita la commedia”. Spero, veramente, che là dove si trova, forse più vicino di quanto crediamo, gli sia resa quella “sincerità” luminosa che, nel chiaroscuro della sua “commedia”, egli ha voluto donarci; lasciandoci, da sublime istrione, l’illusione di essere stati, noi, tanto bravi da trovarne la chiave.

Grazie, Mario Soldati!

Roma 20 luglio 1999

* Dice di sé:
Fiammetta Jori. Poeta, talora giornalista, che ha sempre creduto nell’ermafroditismo dell’intelligenza, molto spesso, purtroppo, disatteso. Il suo motto, che molto amò Mario Soldati, è “Faiblesse Oblige”.