RACCONTI
H.
22
Pippo
Russo *
Aprì la porta di casa e, freneticamente, tastò accanto allo
stipite in cerca dell'interruttore, e dopo che l'ampio
ingresso fu illuminato si voltò per chiudere; lo sguardo
cadde sul calendario, su quell'ampio "h. 22"
cerchiato in rosso. Sulla parete opposta il grosso
orologio rotondo, puntoni neri in luogo delle cifre,
segnava le 20,50. Con una mossa nervosa si districò
dall'impermeabile color ghiaccio e lo lanciò sul divano;
facendo due passi si liberò delle scarpe scure, e
saltellando sfilò via i pantaloni neri. Nel breve
tragitto verso il bagno seminò il dolcevita senape,
e le calze e le mutandine che tirò giù con un solo
gesto. Fu sotto la doccia in una manciata di secondi,
e regolato il miscelatore su un livello alto di temperatura
si lasciò investire da un getto robusto.
Per lunghi attimi rimase
immobile, la testa reclinata indietro e gli occhi
chiusi, al centro di uno scontro fra sensazioni; l'impatto
frontale tra l'acqua bollente e il gelo della notte,
che in pochi secondi si dissolse dalla temperatura
corporea come un alone di fiato; il vago attrito di
quel flusso sulla pelle intirizzita; la fretta e la
voglia d'indugiare.
Mosse lentamente la mano
verso il cannello della doccia, sottile e uniforme,
appena ricurvo. Regolò il getto, che le si espanse
tutt'intorno. Prese una saponetta dal ripiano e la
passò lentamente sul collo; e poi sotto le ascelle,
e ai fianchi. Si fermò. Ripose la saponetta sul ripiano,
e la mano tornò verso il cannello. Con la punta delle
dita ne scorse il dorso metallico, giù fino all'estremità,
che ruotò fra pollice e indice; il getto tornò ad
essere concentrato e le sferzò il volto, invadendo
le narici. Si guardò intorno. Il vapore aveva appannato
la vetrata, e aleggiava sopra la cabina per tutta
la stanza da bagno. Modulò di nuovo sul getto espanso,
godendone l'ampiezza su tutto il corpo, e poi ancora
su quello concentrato, che con violenza le invase
la bocca e ne sgorgò scendendo giù per il collo.
Uscendo dal bagno, l'accappatoio
addosso e un asciugamano avvolto al capo, lanciò una
rapida occhiata alla radio-sveglia a cristalli liquidi
sul frigorifero: le 21,04.
Con passo deciso si avviò
alla camera da letto; sedette di fronte ad uno specchio
da camerino, orlato di lampadine, e accese. Poi sciolse
il turbante e strofinò con energia: i capelli, cortissimi,
erano quasi in ordine. Il minuscolo orologio da cruscotto
fissato al lato basso dello specchio segnava le 21,06.
Fece scivolare l'accappatoio
lungo le spalle, lasciando che le si afflosciasse
attorno ai fianchi. Prese uno dei tubetti allineati
alla destra dello specchio, svitò il tappo e spremette
puntando in giù sul palmo della mano. Ne uscì una
quantità eccessiva di crema idratante, che in parte
le schizzò su una coscia. Con cautela poggiò il tubetto
aperto sul tavolo e col tappo raccolse la lacrima
che era rimasta in bilico; quindi rimirò la pozza
bianca e densa spiaccicata sul palmo. Ripiegò le dita
per tastarne la compattezza, sentì attraverso i polpastrelli
la nutrienza di quella crema invaderle l'epidermide.
La spalmò tra le mani e la passò sul viso, massaggiando
lievemente la pelle ai lati del naso. Chiuse gli occhi
mentre le mani scendevano sulla nuca a pressare lentamente,
a ruotare, girando attorno al collo, e risalendo dietro
le orecchie. Sentiva i pori assorbire ingordamente
e rimandarle una sensazione di benessere nella quale
si sarebbe dondolata a lungo, se dallo specchio non
avesse visto le lancette della piccola sveglia in
argento, sul comodino, segnare le 21,15.
Estrasse dalla scatola un
barattolo di cerone e arò delicatamente con l'indice
e il medio la superficie intatta. Lo passò sul viso,
e man mano che esso assumeva una colorazione diafana
vedeva incarnarsi quell'idea di bellezza lunare che
le si era scolpita nella mente. Si sentì artista di
se stessa, in bilico fra il sublime e lo scempio.
Solo un grammo in più, o in meno, di cerone, e l'idea
sarebbe svanita dalla carne e dalla mente lasciando
dietro sé l'incompiuta d'un volto rinnegato. Eppure
eseguiva quella geometria istintiva con mano ferma.
E quando lo specchio le rimandò l'immagine definitiva
dell'opera, trovò il pallore che era riuscita a disegnarsi
uguale a quello che aveva immaginato. L'idea e la
carne si sovrapponevano senza una sbavatura. Il cronografo
poggiato alla sinistra dello specchio segnava le 21,21.
Rovistò in un tiretto alla
sua destra e ne estrasse tre rossetti. Tirò fuori
il primo dal bossolo e lo passò sul dorso della mano:
era quello color ruggine. Conferiva alla pelle un
tono vagamente robotico, depurato d'ogni calore umano.
Qua e là comparivano micro-screziature a minarne la
compattezza. Era il colore delle labbra d'una donna
fredda, meccanica, in grado di mantenersi a distanza
di sicurezza da affetti e sentimenti. Una donna che
sa essere qui e altrove, insieme e contro, fedele
e traditrice in un solo gesto. Il colore della remissività
dominatrice. Guardò attentamente quella tonalità:
troppo chiara da intonare al pallore del viso. Rimise
il primo rossetto nel bossolo e passò al secondo.
Tinse il dorso della mano d'un bronzo forte, vivido,
che pareva sollevarsi in rilievo sulla pelle. Per
un attimo ne rimase abbacinata, e pensò alle sue labbra
colorate di quella tinta. Una bocca ambigua, sospesa
fra l'ilare e il collerico, che sigillandosi in una
fessura dava l'idea di nevrosi in elaborazione. Voleva
qualcosa di meglio. Estrasse il terzo rossetto dal
bossolo e tracciò una linea sul dorso, appena sopra
le altre due: blu cobalto. Appena un grado di oscurità
al di qua del nero. Il colore cupo che luccica nelle
tenebre, e scurisce nel chiarore. In quell'ovale pallido
le labbra avrebbero spiccato come un corpo estraneo,
la protesi applicata per un'occasione eccezionale.
La sua bocca avrebbe assunto un disegno sornione e
carnivoro, paradiso o inferno, per chiunque volesse
scoprirlo. Dal set di matite prelevò quella blu; era
la più lucida e temperata, e le carezzò i margini
delle labbra incidendo un tratto forte. Poi passò
il blu cobalto con gesto lento, come volesse godersi
la pienezza di ogni istante di quel chiaro che spariva,
cancellato dal cupo. Serrò le labbra all'interno della
bocca, e le lasciò sbocciare. Un disegno perfetto.
Un vecchio orologio al quarzo dentro un cassetto scoccò
la mezzora con una nota acuta: le 21,30.
Un tratto di eye-liner ampliò
lo sguardo, e l'ombretto blu aumentò il chiaroscuro.
Passò il gel sui capelli, pettinandoli con scriminatura
a sinistra, poi diede il blu cobalto pure alle unghie,
appena pronunciate. Osservò le mani ben stese, le
dita divaricate a solleticare il vuoto, la compattezza
dello smalto. Poi si guardò allo specchio, e vide
un sorriso dipingersi sul volto: si era piaciuta.
Iniziò a rivestirsi cingendo il polso col piccolo
orologio blu che estrasse da una scatola cilindrica:
le lancette dorate segnavano sul quadrante privo d'ogni
riferimento un orario prossimo alle 21,40.
Da un sacchetto da shopping
prelevò due confezioni. Scartò la prima e distese
sul letto un completo intimo, mutandine e reggiseno
di pizzo blu; dello stesso colore erano le autoreggenti
dall'ampio orlo sigillate nella seconda. Le calzò
tenendo un piede poggiato sul letto. Due carezze setose
salirono per le gambe, che vennero coperte poco a
poco. Le mani indugiarono su quella superficie liscia,
percorrendola a ritroso fino al ginocchio. Indossò
le mutandine. Agganciò il reggiseno. Sul display del
videoregistratore lesse che erano le 21,43.
Quando tornò nel soggiorno
aveva addosso un vestito da sera blu aperto sulle
spalle e scarpe intonate dal tacco alto e robusto.
Da uno sportello basso prese un bicchiere da champagne
e si avviò con passo sicuro verso il tavolino al centro
della stanza. Si sentiva a suo agio in quell'abbigliamento
e in quel corpo, pervasa di una stima di sé che già
estingueva l'appagamento per l'opera compiuta e si
volgeva a ciò che di lì a poco sarebbe stato. Prese
lo champagne dal secchio del ghiaccio e lo stappò;
stringendo vigorosamente il collo della bottiglia
governò il fiotto di spuma inclinandolo verso il secchio,
poi riempì il bicchiere fin quasi all'orlo. Sorseggiò
scrutando la profondità della notte che si stendeva
oltre l'ampia finestra. Accanto al secchio del ghiaccio
l'orologio da tavolo segnava le 21,55.
Poggiò il bicchiere vuoto
sulla libreria, quindi si riportò al centro del soggiorno.
Nonostante l'apparente calma, un fremito d'impazienza
fece capolino. Lesse "21,58" sul display
dell'impianto CD. Una mano scese verso la parte bassa
del vestito, che prese a arricciarsi. Il lembo si
alzò poco a poco, scoprendo le gambe. Chiuse gli occhi
e sorrise, respirando col naso, e riaprendoli lesse
"21,59". L'orlo scopriva ormai il pizzo
delle autoreggenti, e la mano si inoltrava verso l'interno
coscia. Le gambe si divaricarono leggermente, e della
madreperla luccicò nella luce soffusa.
Scoccarono le 22,00. La mano
estrasse dall'orlo dell'autoreggente una piccola pistola,
il cane già alzato, il grilletto privo di anello.
Con un gesto fulmineo la
poggiò alla tempia.
* Dice di sé:
Pippo
Russo. Vorrei sempre mettere nelle cose che faccio
la stessa energia delle cose che vorrei fare.
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