MADE IN ITALY
CATTIVA
POLITICA
Le
atroci stragi del sabato sera nel Paese della superficialità
e delle emergenze
Oscar
Orefici *
L’Italia
è il Paese delle emergenze improvvise che, sull’onda
delle emozioni o dello sdegno popolare, i governi
della Seconda Repubblica, siano essi di centro-sinistra
o di centro-destra, pretendono di risolvere in un
amen con provvedimenti sensazionalistici. Per apparire
quello che spesso non sono, efficienti e al servizio
dei cittadini. Così veniamo sommersi da cicalecci
deprimenti e da esternazioni che il più delle volte
denotano l’incompetenza di chi cerca soltanto visibilità
sui media. Per non parlare della convocazione di "tavoli"
(iniziativa abusata per ogni evenienza), quanto dei
decreti promulgati senza le debite analisi dal nostro
Parlamento, simili purtroppo alle "grida"
di manzoniana memoria.
Muore il povero Raciti, il poliziotto
assassinato nel corso dei disordini avvenuti mentre
si stava giocando il derby siciliano Catania-Messina,
e repentinamente si scopre che la violenza da stadio
ha superato ogni limite di guardia. Come se da anni
le cronache dei giornali relative al calcio, dalla
serie A ai tornei giovanili, non fossero una sorta
di bollettini di guerra. La tragica vicenda ha spinto
il ministro dell’interno Amato a varare norme che,
a larghe linee, sono la replica di una legge voluta
dal precedente inquilino del Viminale, Pisanu, praticamente,
mai applicata.
Passata però l’indignazione
momentanea, si dimentica in fretta, anche perché incombono
altre congiunture negative. L’ultima: le stragi del
sabato sera, che poi non sono una grande novità e
che rientrano in un fenomeno di ben più ampie dimensioni,
quello della mattanza provocata in Italia dagli incidenti
stradali. Basta un dato agghiacciante per rendersene
conto. Lo scorso anno, infatti, si sono contati oltre
cinquemila morti, una carneficina che non ha termini
di paragone nel resto dell’Europa occidentale. In
Gran Bretagna, tanto per citare un esempio di una
nazione con un volume di traffico simile al nostro,
le vittime sono state poco più della metà.
Certamente la patente
a punti e l’inasprimento delle sanzioni hanno avuto
il loro effetto con una progressiva diminuzione degli
incidenti dai risvolti tragici, ma, nonostante ciò,
il livello di mortalità sulle nostre strade è inferiore
soltanto a quelli che si registrano in Spagna e in
Polonia. Così sull’onda dell’emozione provocata dalle
ultime, ennesime tragedie che si sono verificate alle
prime luci dell’alba della domenica, il Consiglio
dei ministri ha deciso d’intervenire con disposizioni
quanto mai severe: maximulte e persino arresti per
eccesso di velocità o per chi guida in stato di ebbrezza
oppure sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Ma
basterà? E soprattutto l’indirizzo intrapreso è quello
giusto?
Le statistiche dicono
innanzi tutto che un incidente mortale su tre vede
implicato un conducente sotto la soglia dei trent’anni.
Ma poi smentiscono clamorosamente i criteri governativi,
basati sulla certezza empirica che le cause di tanti
disastri siano dovute all’alcol e alle droghe, che
in realtà determinano soltanto il due per cento dei
decessi, mentre il 90 per cento è dovuto a imperizia,
banali se pur tragici errori di guida.
È evidente, perciò,
che il punto cruciale del problema è tutt’altro
e risiede nel sistema obsoleto con cui vengono rilasciate
le patenti. A un esame teorico tanto difficile quanto
inutile, in particolare sulle conoscenze tecniche
relative al motore, corrisponde poi una risibile prova
pratica. Qualche centinaia di metri percorse dall’aspirante
"pilota" al fianco di un indulgente esaminatore,
in un ampio parcheggio o in una strada isolata, sono
sufficienti per ottenere l’agognata licenza, che equivale
a mettere in circolazione un potenziale, inconsapevole
killer. Ma il problema non è mai stato neppure adombrato
da un classe politica succube delle lobby, in questo
caso più quella delle autoscuole che non delle case
automobilistiche. Eppure il traffico, la guida sulle
autostrade, le avverse condizioni atmosferiche rappresentano
banchi di prova che trovano del tutto impreparati
i neo patentati. I nostri uomini politici ritengono
però che sull’opinione pubblica abbia un maggiore
impatto l’annuncio di misure draconiane, quando, invece,
si dovrebbe puntare sulla prevenzione e sui controlli.
In ogni caso è un metro comune adottato adesso dall’attuale
maggioranza di centro-sinistra nell’affrontare buona
parte delle contingenze nazionali, dalla lotta all’evasione
fiscale alle liberalizzazioni: imposizioni e minacce,
meglio se accompagnate dal tintinnar di manette, quasi
i cittadini fossero dei sudditi di una monarchia assoluta.
Altro problema sopravvalutato
nella classificazione degli incidenti è quello della
velocità, per una visione populistica dell’automobile
e di ciò che rappresenta, dimenticando - o facendo
finta di dimenticare - che il 41 per cento dei sinistri
mortali avviene in città. Ma anche la velocità ha
la sua valenza ideologica, celebrata all’inizio del
secolo scorso dai futuristi, poi considerati in odore
di fascismo dalla sinistra italiana. E ancora oggi
questa entità astratta - simbolo di ardimento come
di incoscienza, a seconda dei punti di vista - è un
termine di riferimento divulgato a piene mani dai
conformisti cronisti dei media, in particolare da
quelli dei telegiornali, che nel raccontare una sciagura
stradale non dimenticano mai di usare il vocabolo
"velocità", una parola da esorcizzare. È
però un dato di fatto - pur se citarlo viene considerato
politicamente scorretto - che è ben più pericoloso
viaggiare in autostrada con un’utilitaria a 130 chilometri
orari, quindi nel rispetto del codice della strada,
che non a 150 a bordo delle cosiddette ammiraglie.
Comunque anche negli Stati Uniti, dove i limiti vengono
fatti osservare in maniera ossessiva, il tasso di
mortalità non è inferiore alla media europea.
Ma la velocità è combattuta
pure dai movimenti ambientalisti - più si va piano
e minori sarebbero le emissioni di polveri nocive,
questo il teorema - che in Belgio, con grande soddisfazione
dei loro omologhi italiani, hanno ottenuto una straordinaria
affermazione. Sulle autostrade di alcune regioni non
si possono, infatti, superare i novanta chilometri
orari. L’esperimento, in essere da pochi mesi, ha
suscitato persino l’interesse dell’Unione Europea,
che sta studiando se è possibile varare un simile
provvedimento che riguardi l’intera rete autostradale
nei Paesi membri della comunità. Il governo tedesco,
in ogni caso, si è già fatto sentire. Mai e poi mai
potrebbe accettare un decreto tanto punitivo, con
pesanti ricadute negative sull’industria automobilistica.
Del resto, i Verdi sono da qualche tempo sul piede
di guerra, in particolare da noi e in Francia, nei
confronti dell’automobile, impegnandosi in assurde
campagne, come quella in atto contro i Suv, una categoria
di vetture che ha ottenuto un successo commerciale
superiore a ogni previsione. Un’avversione classista,
in quanto si tratta di auto piuttosto costose, spacciata
per una crociata a favore dell’ambiente. Sostengono,
demagogicamente, che i potenti motori di queste macchine
sarebbero fra i più inquinanti. Tesi paradossale,
non suffragata da alcuna documentazione in proposito,
e che ribalta la realtà. Perché i Suv sono equipaggiati
con propulsori di ultima generazione, certamente meno
nocivi di quelli di vetture di piccola cilindrata
immatricolate una decina di anni fa.
Per tornare agli incidenti
che insanguinano le nostre strade, non solo manca
la prevenzione, ma soprattutto sono del tutto insufficienti
i controlli. Dalla polizia stradale ne vengono eseguiti
appena duecentomila l’anno, mentre in Francia raggiungono
la ragguardevole cifra di otto milioni. Addirittura
irrilevante è la percentuale degli automobilisti che
subiscono un test con l’etilometro: il tre per cento,
contro il 16 della media europea. In pratica, la probabilità
di vedersi misurato il livello dell’alcol è una volta
ogni 175 anni!
Ma la polizia stradale,
carente di uomini e di mezzi, a volte mancano persino
i fondi per acquistare la benzina, non può fare di
più. Su questo tema fondamentale, però, non si è alzata
neppure una voce da parte delle istituzioni. Meglio
evitare, meglio nascondere la testa sotto la sabbia,
anche se, senza vigilanza, qualsiasi provvedimento
legislativo è destinato a non avere alcun effetto.
Ma questa è la cinica legge non scritta della classe
politica italiana, certa che la prossima emergenza
improvvisa farà dimenticare quelle precedenti e pronta
a tuonare di nuovo quando un incidente con qualche
ragazzo morto farà tornare d’attualità le stragi del
sabato sera.
* Dice di sé:
Oscar
Orefici. Giornalista, scrittore (attualmente è in
libreria con "Ferrari-Romanzo di una vita", Cairo
Editore), autore televisivo e cinematografico, nato
molti anni fa sotto il segno del Cancro, è attualmente
editorialista di Sky Sport, di Sky TG24 e dei quotidiani
Il Messaggero, Il Mattino e il Gazzettino.
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