ESORDIENTI

“TI PREGO PER GENTILEZZA   RIMANDARMI LE MIE LETTERE”

Annet *

Annet - così ama farsi chiamare Anna Rita Leonardi, 35 anni - vive da sempre in un piccolo paese dell’alto Lazio: poche persone, un gran silenzio “che fa sentire bene i battiti del cuore”, e che fin da piccola la spinge a scrivere: poesie, racconti. Laureata in Letteratura italiana alla Sapienza di Roma, litiga col suo relatore per difendere le proprie idee: si gioca la lode, ma va fiera di quanto ha fatto. Oggi è moglie, madre di una bimba di tre anni, ha una vita intensa: ma continua a scrivere, inarrestabile. Si ritaglia ogni momento, ogni notte insonne: i libri sono per lei una “costante irrinunciabile”.

   Ha creato vari romanzi, inediti. Qui vi presentiamo un brano tratto da Ti prego per gentilezza rimandarmi le mie lettere: la storia di una donna misteriosa, chiusa nel suo piccolo appartamento, che indaga sulla scomparsa della giovane Bianca, sul suo passato sentimentale, sui suoi tanti ex amanti. Un delirio notturno, onirico: che però la ricondurrà nella realtà, sciogliendo il tragico enigma del suo isolamento.

 

Ti prego per gentilezza rimandarmi le mie lettere

 

“Signorina Iole ti prego per gentilezza rimandarmi le mie lettere con la mia fotografia poiché ormai tra noi tutto è finito. Io presto sposo e se hai piacere mandarmi i tuoi auguri ne sarei contento in attesa. Saluti cordiali e auguri di una sollecita felicità anche per te”.

Ventisette agosto millenovecentotrentatré.

Così mio nonno ha liquidato la nonna per sposare un’altra che, dicono, non amava.

Continuo a rileggere questo biglietto, un piccolo, misero cartoncino ingiallito e macchiato.

Vorrei essere capace di versare lacrime per quel tuo futuro marito che non vedeva e deve essere stato atroce, nonna, sapere bene tutto e non essere ascoltata. 

Mi affascina il momento in cui la storia di una persona prende una direzione piuttosto che un’altra, l’istante preciso in cui si definisce, a dispetto dell’intero passato, tutto quello che seguirà.

Ripongo con cura il foglietto nella scatola di legno sulla mensola, lo infilo tra un “Non posso fare a meno di te” scritto sulla pagina strappata a Cortesie per gli ospiti e un bristol rosso con un numero di telefono dell’ufficio ormai disattivato.

Lo sistemo con attenzione, chiudo la scatola e sorrido ironica fino a farmi male.

  

Apprendiamo dalla televisione dell’attacco alle torri, mentre mi phono i capelli e sudo s’innesca un telegiornale fuoriprogramma.

Andrea ha giurato di non rivelare che sono qui.

Ha promesso che non parlerà con nessuno del nostro incontro di questa sera e che non proverà a tornare.

Perché tutti accettano senza riserve le mie decisioni?

Faccio sogni talmente semplici e poveri di simboli perché possa combatterli.

Voglia di torta allo yogurt della Cameo, con frutti di bosco, è naturale!

Devo sbrigarmi perché non voglio perdermi lo spettacolo della pioggia di sera dal balcone, fingerò che gli altri non esistano.

Cancellerò con un gesto della mano l’edificio davanti e tutti gli schermi inutili che intravedo appena, accesi sulle soap senza fine.

Godo del fondo burroso e compatto, affondo nella crema densa la forchetta, velocemente.

Ho bisogno di tante cose, seduta qui fuori come un naufrago che ancora spera.

L’acqua scivola su tutto, chiassosa, socievole.

L’asfalto nero, lucido, brilla sotto i lampioni dalla luce intermittente.

Affondano sull’acceleratore, incuranti d’ogni pericolo, i pochi viaggiatori delle nove in punto, recita in cucina la sveglia con accento settentrionale.

L’acqua ritorna.

Viene a me, che cupa temo, con tutti i suoi nomi e i suoi anni.

Viene a me che imparo le leggi d’innumerevoli distanze.

Intuisco parvenze di volti e residui di voci, che mi appartenevano.

Voci concatenate, dolci nenie.

M’incantano i cerchi che intorno fuggono.

 

Non ho voglia di assistere a nuove repliche del solito gioco, doppio gioco.

Cucina, più ampia di come la ricordassi, più scura.

Derido isterica il loro rispettabile scopo.

Mio padre afferra il giornale e si dirige svelto verso la camera da letto.

Io resto seduta, eretta, scontrosa.

Solida, consapevole del peso dei fogli con cui mi sono impastata.

Perfettamente cosciente dell’abisso che divide i figli dai padri.

Pienamente responsabile dei miei pochi spazi.

Annaspa precario e stoltamente superiore nella nuova, affatto originale, tragedia di famiglia.

Non hanno fine le meschine rinunce cui sottopongo il mio cuore.

Taglio pezzi delle foto d’infanzia per evitare facce di morti e corpi deformi.

Non si vergogna di niente, chi deve.

Io continuo a mescolare fotografie sul tavolo, tra briciole di piccoli panini al latte, come fossero carte da gioco.

Ed è imbarazzante nascondere l’evidenza.

Mi agito nel letto tentando di sottrarmi a quel che seguirà.

Riesco perfino ad aprire gli occhi, ma la confusione dei primi minuti, come un’ipnosi ben riuscita, mi riconduce nel sogno.

Nel secondo episodio c’è lui che ritorna ed ha una faccia che non promette niente di buono.

Alza la voce, novità sorprendente, e comincia col dire che non ne può più di lei.

Bella scoperta!

Nel sogno io mi alzo e tutti tacciono, si aspettano chissà quale risoluzione.

Nella cucina più grande, con mio padre visibilmente invecchiato e mia madre vestita di bianco sono ancora il loro riferimento.

Come al ralenti raggiungo il lavello e lascio scorrere l’acqua.

Allora lui, quasi avesse ottenuto il mio appoggio, riattacca con la scena di poco prima, ma ha perso di vigore.

Mia madre aspetta che lo sfogo di lui abbia termine per cominciare la sua parte.

La voce è stridula, il volto teso, coriaceo.

"Con mia sorella! Giuda! Con mia sorella!”

Io respiro veloce nel letto madido e mi sveglio.

Non rinnego la fuga e il silenzio.

Bisogno di essere qui.

Di cambiare ancora e ancora nella stanza immobile.

Sono le quattro e dodici minuti.

Fuori è buio, nessuno.

 

Nella vasca da bagno da un’ora.

Riscaldo l’acqua a intervalli regolari e m’insapono con una lentezza sfibrante.

Crema, profumo di mandorle e desiderio, all’alba, assonnata ed euforica.

Preparo un the, paziente, fiduciosa.

Mi abbraccio nell’accappatoio verde della colonia.

Ricordo l’emozione quando mio padre arrivò.

Veniva a salvarmi, undicenne assediata da ragazzini che m’impedivano di dormire bussando alla portafinestra durante la notte.

Mi spazzolo i capelli, cammino ignorando le gocce d’acqua sul pavimento, passo dalla cucina, dove sorseggio il the, torno in soggiorno e mi specchio, un pezzo di fetta biscottata, scivolo quasi e rido forte.

Improvviso una specie di danza sul bagnato, mi perdo nel vortice, incredula.

Alle otto mi ritrovo con la casa in disordine, i capelli asciutti e un sonno indomabile, più forte di me.

Ci scivolo dentro con movimenti lenti, disarmonici.

Daniel sorride con la sua bocca ben disegnata, le labbra rosse, i contorni definiti, rassicuranti.

Ha una camicia bianca con dei piccoli fiori blu che ricordano i gigli.

Mi abbraccia in quel suo modo delicato, ma deciso che non ammette variazioni.

Io vivo la scena come se fosse assolutamente normale incontrarlo.

Siamo davanti al portone, sul vialetto della casa dove vivevo prima.

Per quante volte ho sceso le scale sistemando una borsa sulla spalla e mi sono chiesta se sarebbe stata quella l’occasione?

Perché hai dovuto raccontarmi di esserti accorto in un istante, con lei che ti veniva incontro, uscendo dal lavoro, di non amarla più?

Siamo stati così meschini.

Ci sciogliamo dall’abbraccio rigido e camminiamo verso l’esterno.

La strada è piena di auto in sosta davanti al negozio home video, in seconda, terza fila.

Io vorrei fermarmi e dirgli che mi sembra di vivere un sogno, come se tutta quella felicità che provo raggiungendo la macchina fosse ingannevole e fugace.

Ma scelgo di tacere.

 

Dal romanzo “Ti prego per gentilezza rimandarmi le mie lettere”, di Anna Rita Leonardi

 

 

Nota dell’editore:

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