PRESENTAZIONI
IL
LANZACHENECCO
È
in uscita a maggio il nuovo libro di Cesare Lanza, editore
Aliberti: “un dizionario di persone, personaggi e personcine”
incontrati dall’autore, in pubblico e privato, durante
la sua vita. Anticipiamo qui la prefazione
Domenico
Mazzullo
Il Lanzachenecco?
Chi era costui? Il frutto di una "svista"
del mio amico Cesare Lanza? Un lapsus calami? Oppure
un più affascinante ed intrigante lapsus freudiano
dell’amico-autore, che, colto da un improvviso raptus
di egocentrismo e malcelato desiderio di grandezza,
ha inavvertitamente ed incautamente equivocato sulle
parole, dimenticando e tralasciando, pericolosamente,
la propria inalienabile e ben conosciuta cultura storica
e linguistica?
Brutti
scherzi può compiere l’ipertrofica valutazione e considerazione
del proprio "Io", anche negli spiriti più
illuminati e valorosi. Ma non posso proprio crederlo,
non posso credere che il mio amico ignori, o dimentichi
che non di Lanzachenecchi
si parli e tramandi da quando essi nacquero nel lontano
1493, per precisa volontà di Massimiliano I d’Austria,
e fino ad oggi, ma di, e più esattamente, Lanzichenecchi, la cui etimologia, perfettamente
conosciuta e riconosciuta, non ammette adito ad errori,
o inesattezze. Il termine, infatti, deriva dal tedesco
Landsknecht, parola composta di Land
= terra, patria + Knecht
= servitore, quindi servitore
della patria. Un’altra scuola di pensiero, ma
comunque minore e meno rappresentativa, sostituisce
il primo termine della parola composta, Land,
con Lanze
= lancia, da cui letteralmente, servitore
con la lancia, plausibile, ma improbabile, essendo
i Lanzichenecchi armati non di lance, ma di ben più
temibili e cruente alabarde. Forse che il mio distratto
e frettoloso amico, sia stato ingannato e deviato
da questa seconda interpretazione? Per dovere di amicizia
lo desidero e lo spero, in salvezza del suo onore.
E
mentre sono immerso e tormentato da questi dubbi,
il mio pensiero vola, a proposito di Lanzichenecchi,
ai miei ricordi ginnasiali, quando ero invece tormentato,
come tanti altri ragazzi, dalla lettura, imposta ahimè,
dei "Promessi Sposi": "Chi
non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero
tutte in una volta le notizie della calata dell’esercito,
del suo avvicinarsi e de’ suoi portamenti, non sa
bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta,
son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono
ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova;
han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo,
Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui:
tali eran le voci che passavano di bocca in bocca;
e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare
tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare,
un radunarsi di donne, un mettere le mani ne’ capelli.
Don Abbondio, risoluto di fuggire, risoluto prima
di tutti e più di tutti, vedeva però, in ogni strada
da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli
insuperabili e pericoli spaventosi. - Come fare? -
esclamava: - dove andare? - I monti, lasciando da
parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri:
già s’era saputo che i lanzichenecchi vi s’arrampicavano
come gatti, dove appena avessero indizio o speranza
di far preda." E ancora, a proposito del
povero don Abbondio e del suo difficile rapporto con i Lanzichenecchi: "Volete lasciarmi in man de’ cani? Non
sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare
un sacerdote l’hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi
qui a ricevere il martirio?" E il povero
don Abbondio non aveva proprio tutti i torti, se pensiamo
che il 6 maggio 1527 furono proprio quegli stessi
Lanzichenecchi protagonisti del "Sacco di Roma",
evento storico di portata mondiale e paragonabile,
in epoca recente, al tragico "11 settembre 2001".
Ma
i Lanzichenecchi furono solo questo e solamente questo?
O forse sono vittime, ancora oggi, di un pregiudizio
storico, di una semplificazione manichea di valutazione
che vuole tutti buoni, o tutti cattivi? In un’epoca
in cui il revisionismo storico è divenuto di moda,
non si potrebbero applicare le stesse regole e gli
stessi principi ai nostri amici Lanzichenecchi? Essi
furono certamente dei "mercenari", ossia
dei soldati che combattevano per danaro, dei professionisti
delle armi e già il termine mercenario ha presso di
noi un’accezione negativa, ma credo sia importante
rammentare che in quel preciso periodo storico tutte
le milizie erano mercenarie, al soldo del miglior
offerente, disinteressate alle motivazioni, ideali,
ma spesso ancor più materiali, che avevano spinto
i contendenti a muoversi guerra. Corollario negativo
di questo costume era rappresentato dal facile e frequente
cambiamento di campo, di tali milizie, se il nemico,
fino a poco prima combattuto aspramente, offriva un
soldo maggiore.
Tutto
questo avvenne per altri, ma mai per i nostri Lanzichenecchi.
Essi furono sempre fedeli all’Imperatore, ma di una
fedeltà intesa mai come un obbligo, ma come una libera
scelta di coerenza e di libertà
interiore. Terminata, infatti, ogni campagna militare,
essi tornavano alle loro case, liberi di accettare, o meno, un nuovo
ingaggio. Qualcosa di ben diverso, da ciò che era
riservato ai poveri sudditi, per lo più contadini,
o servi della gleba, costretti, spesso con la forza
a servire sotto le armi. Dei veri e propri "liberi professionisti" delle armi, molto vicini, per altro, al
concetto moderno di esercito, compreso quello italiano
da quando è terminata la leva, formato e composto
di professionisti, ben addestrati e motivati, che
hanno scelto come lavoro il "mestiere delle armi".
Di più: i Lanzichenecchi, da veri professionisti,
introdussero per primi anche un nuovo modo di combattere,
riesumando dal passato e riadattandolo ai tempi moderni,
lo schema tattico delle antiche legioni romane, composte
di formazioni agili e manovriere, al comando di ufficiali
subalterni, cui erano fedelissimi, i quali combattevano
assieme ai loro uomini sul campo, liberi di prendere iniziative proprie, nel rispetto di una strategia
di fondo. Ma i Lanzichenecchi, così feroci e temibili
in battaglia, erano anche dei gran sentimentali e
proprio per loro e per i loro omologhi e avversari
mercenari svizzeri, venne coniato, da un oscuro studente
di Medicina, Johannes Hofer, per la propria tesi di
Laurea, il termine di nostalgia, dal greco nostos = ritorno e algos =
dolore, ad indicare quell’oscura malattia che colpiva
i mercenari combattenti in terre straniere, spesso
mortale, e che oggi non esiteremmo a chiamare depressione.
Il dolore di chi desidera ardentemente far ritorno
nella propria patria, ma ne è impedito dalle circostanze.
In tedesco Heimweh
= dolore, male della patria.
Ultima
caratteristica, ma non certo meno importante delle
altre: i Lanzichenecchi, come ben sa il povero don
Abbondio, erano tutti luterani, seguaci del monaco
agostiniano, che aveva dedicato la propria vita alla
predicazione contro le indulgenze e alla sfida in
campo aperto, contro lo strapotere e la corruzione
della Chiesa romana, in nome della libertà
di coscienza. Ma Lutero non si era fermato qui.
Aveva tradotto la Bibbia in tedesco, aveva insegnato
ai fedeli a leggersela da soli, ad essere unici interlocutori
di Dio, a sentirsi liberi
anche nei confronti dei potenti della terra.
Solo
ora, però, mentre scrivo, mi rendo conto di quanto
l’immagine dei Lanzichenecchi, sia stata vittima di
pregiudizi e di interpretazioni superficiali, emotivamente
dettate, come spesso accade purtroppo in tali circostanze
e di falsi giudizi unilaterali e non rispettosi di
una verità storica, ma anche e soprattutto, di quante
volte siano ricorsi, nel mio breve e noioso discorso
i termini di libertà
e liberi,
a loro riferiti. E tornando "allo mio Autore"
amico e mentore, Cesare Lanza, mi sorge subitaneo
e imperioso un dubbio, che via via sfiora la certezza:
forse non di lapsus, o svista si è trattato, a proposito
del sunnominato "Lanzachenecco", ma di una
precisa e meditata volontà. Conoscendolo da vicino,
stimandolo ed ammirandolo, infatti, mi appare immediatamente
e inequivocabilmente evidente, che proprio quella
stessa Libertà che caratterizza i Lanzichenecchi,
sia il principio informatore, l’aspirazione suprema,
l’ispirazione e il sommo desiderio del mio amico che
ama definirsi "un liberale assoluto". E
se le parole hanno un senso, assoluto,
come recita il dizionario, sta per: libero
da limiti, da legami; che ha in se stesso la propria
ragione di essere. Ma se questa ricerca assidua,
continua, perentoria e insaziabile di libertà, rappresenta
un imperativo categorico per il mio amico assoluto,
ben altre caratteristiche lo accomunano con i succitati
Lanzichenecchi. Essi infatti furono dei seri e stimati
professionisti, della guerra certo, ma sempre professionisti,
liberi professionisti che, terminato il compito affidatogli,
tornavano alle loro case, liberi, mai sudditi, soggetti,
o sottoposti. Lo stesso serio, adulto, sofferto professionismo,
assolutamente libero da coercizioni e condizionamenti,
ho conosciuto e riconosciuto nel mio amico, nelle
sue molteplici vesti di scrittore, giornalista e autore
televisivo.
I
Lanzichenecchi furono certo feroci combattenti, ma
anche uomini ricchi di profondi e semplici sentimenti,
come l’acuta nostalgia della patria che, abbiamo visto,
li coglieva in terra straniera, conducendoli, a volte,
addirittura alla morte. La stessa profondità di sentimenti
che ho subito scoperto e conosciuto nel mio amico
Cesare, il quale, al di sotto di un atteggiamento
ed un portamento burbero e che incute soggezione,
nasconde un animo enormemente affettivo, di un’affettività
spontanea, timida, pudica e quasi infantile, a volte,
che si nasconde e forse si vergogna di essere colta,
ma che ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare,
nei rari attimi di distrazione, negli occhi fugacemente
inumiditisi al racconto di un episodio di vita, nelle
timide espressioni di un affetto trattenuto e timoroso,
nei piccoli, grandi gesti di generosità spontanea
ed impulsiva, negli sguardi profondamente, ingenuamente
e dolcemente infantili e trasognati, quando si sentiva
sicuro di non essere osservato, magari davanti ad
un vassoio pieno di invitanti paste alla crema...
Grazie amico mio di queste piccole, grandi, involontarie
occasioni per conoscerti, apprezzarti e volerti, sinceramente,
bene.
Una
sola nota dissonante e discordante, spero che me la
concederai e non me ne vorrai: purtroppo non hai proprio
le "physique du role" per essere un lanzichenecco
imperiale e sinceramente non ti vedo indossare, al
mattino, i policromi calzoni di lana, aderentissimi
come calzamaglie, e sopra a queste le brache cortissime
e contraddistinte da ampi spacchi, sbuffi e fiocchi,
al pari del corsetto in cuoio tinto in vari colori,
nonché il largo cappello piumato, indiscutibile emblema
di ogni buon lanzichenecco. E poi, certamente non
supereresti la severa visita medica, cui venivano
sottoposti gli aspiranti prima dell’arruolamento.
P.S.
Il "Lanzichenecco" è anche un giuoco di
carte, d’azzardo, e so per certo che Cesare Lanza
ama cimentarsi con questi innocenti passatempo. Ma
questo riguarda un’altra storia.
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