PROGETTI
DOTTOR
FREUD. APPUNTI PER UNA FICTION
Il
padre della psicoanalisi racconta i suoi primi casi
di
Anna Bogo e Cesare Lanza
Undici casi clinici di terapia psicoanalitica già
elaborati per diventare undici puntate di fiction
televisiva, più cinque ulteriori casi da strutturare.
Ogni caso clinico, una puntata. Il filo di ogni storia è tenuto
in prima persona dallo stesso Freud, come voce narrante
fuori campo. I Casi Clinici di Freud sono osservazione
sistematica, diretta e documentata, dei propri pazienti
raccontata da Freud stesso. I Casi Clinici non sono
mai stati sceneggiati per il cinema o la tv, se non
citati all’interno di documentari o film (rarissimi)
sulla vita di Freud o di Jung.
Undici
casi perfetti per essere romanzati, anzi già romanzati
da Freud stesso. Sono, potremmo dire, gialli, thriller,
alcuni con inquietudini visionarie e tagli di luce
alla Hitchcock.
Freud scrive
spesso frasi del genere: “Questo lo spiego più avanti”.
Oppure: “Ricordatevi di questo”. O ancora: “Questo
mi ha svelato il mistero”. Lasciandoci in agitata
attesa degli sviluppi.
Sono
storie di pazienti che arrivano nel suo studio di
Vienna con patologie che vanno dal delirio all’isteria,
alla paranoia, malattie psichiche che si esplicitano
anche in terribili disturbi somatici, storie raccontate
nel modo che fanno di Freud, oltre all’inventore della
psicanalisi, uno dei miglior scrittori del suo secolo.
Freud diceva che niente è così intrigante e sconvolgente
come entrare nella psiche umana.
Leggere
questi casi veri è un’esperienza che porta alla radice
di ogni orrore della nostra vita quotidiana. Immaginiamo
il nostro coinvolgimento nel vederli sullo schermo,
a rappresentare le nostre paure e le nostre psicosi.
A spiegarci, anche, o avvicinarci a comprendere, per
aiutare noi stessi o chi ci sta vicino, i tormenti
nascosti dell’anima.
I casi clinici
di Freud, con una sintesi visiva eccezionale, riportati
in saggi brevi, costituiscono il tentativo - riuscito
- di presentare al pubblico, e agli addetti, la grande
massa di materiale psichico raccolto e il suo complesso
percorso di ricerca e interpretazione, per prove,
tentativi.
I
personaggi dei casi clinici sono vari e ben delineati
anche nei tratti fisici. Sono in genere colti e di
famiglia ricca o benestante, visto che si potevano
permettere di approdare alla nascente psicanalisi.
Ma intorno a loro ruota un mondo fatto di governanti,
bambinaie, amici, fidanzati, cuoche, di altre categorie
sociali dunque, che ci danno un panorama completo
della vita e degli ambienti della Vienna di quel tempo.
E non solo di Vienna, ma anche dei magnifici dintorni, dei
boschi viennesi, la campagna, le case di cura sulle
colline o sui lagni, le cittadine sul Baltico, fino
ad Odessa e all’Ungheria.
Questa
è l’idea per una serie televisiva che ha come protagonista
Sigmund Schlomo Freud, inventore della psicanalisi,
che ha scritto dettagliatamente i fatti che andava
scoprendo e i Casi Clinici, cioè la storia vera, anche
se tuttora sconvolgente e inverosimile, dei suoi pazienti.
Per convenzione si usa datare la nascita della
psicanalisi con la prima interpretazione di un sogno
scritta da Freud: un suo sogno personale.
Il racconto di questo sogno, Vienna, notte tra il 23 e il 24 luglio 1895, potrebbe essere l’inizio del racconto
in prima persona fatto da Freud stesso, ormai vecchio,
a Londra, poco tempo da vivere a causa di una grave
malattia alla mascella.
Tre operazioni. Fumava ancora venti-trenta
sigari al giorno. Non era mai riuscito a smettere.
Si era invece autoguarito dalla fobia per i
viaggi. Da giovane era partito per Roma, ma in preda
ad un terrore indescrivibile era tornato subito indietro.
Negli anni, andando a fondo a questo
proprio comportamento - la sua autoanalisi è fondamentale
per le sue scoperte - guarì, andò a Roma e qui passò
una vacanza indimenticabile.
(Il sogno di quella notte del 1895
è riportato ne L'interpretazione dei sogni, (1900),
come "il sogno dell'iniezione di Irma”).
Nota
I paragrafi
o le frasi tra virgolette sono dello stesso Freud.
I primi cinque
casi qui di seguito sono stati pubblicati da Freud
tra il 1905 e il 1920 e sono considerati i più importanti
perché addensano tutte le teorie della psicanalisi.
Gli altri
sono stati pubblicati in anni precedenti o successivi.
Il caso di Anna O., il primo in
ordine di tempo, gli fu passato dal suo maestro Breuer,
che non riusciva a risolverlo. Freud ci riuscì.
Breuer scrisse di lui: “Freud è
nel pieno vigore del suo intelletto. Ormai lo scorgo
in lontananza, come la gallina il falco.”
1. Il caso di Dora
Il caso è particolarmente complesso e il materiale
abbondante.
“Ho
scelto una persona che non viveva a Vienna, ma in
una remota città di provincia e le cui vicende private
devono per questo essere praticamente sconosciute
nella capitale (…). Le questioni sessuali saranno
discusse con la maggior franchezza possibile, gli
organi e le funzioni della vita sessuale saranno chiamati
con il loro vero nome, sicché il lettore “benpensante”
sarà convinto dalla mia esposizione che io non ho
esitato a parlare con una giovane donna di certi argomenti
e con quel linguaggio. Non mi difenderò davanti ad
accuse di questo genere: chiedo soltanto che mi siano
concessi gli stessi diritti di cui gode un ginecologo
- o magari diritti anche più modesti - e aggiungo
che sarebbe indice di una singolare e morbosa malizia
supporre che conversazioni come quelle che presento
possano costituire un valido mezzo di eccitazione
e soddisfazione di desideri sessuali”
“L’ambiente
familiare della ragazza di diciotto anni includeva,
oltre a lei, i suoi genitori e un unico fratello.
Il padre è la figura dominante, sia per la sua intelligenza
e il carattere, sia per le circostanze stesse della
sua vita, che fecero da cornice all’infanzia e alla
malattia della ragazza.
Nel
periodo in cui ebbe inizio il mio trattamento, egli
era prossimo ai sessant’anni, imprenditore, con una
situazione economica molto prospera. La figlia gli
era teneramente affezionata anche perché il padre
fu vittima nel tempo, da quando la ragazza aveva sei
anni, di varie malattie, tra cui una tubercolosi,
che portò la famiglia a spostarsi a risiedere in una
piccola città delle nostre province meridionali. Qui
la salute del padre migliorò notevolmente, ma precauzioni
di prudenza convinsero la famiglia a rimanere ben
altri dieci anni in quella cittadina, che chiamerò
B.
Durante
i primi anni di vita della ragazza, che chiamerò d’ora
in poi Dora, il suo unico fratello, di un anno e mezzo
più vecchio di lei, era stato il modello che essa
si era sforzata di imitare, ma, negli ultimi tempi,
i loro rapporti si erano allentati. Il giovanotto
non era interessato ai problemi familiari e, se interveniva,
tendeva a parteggiare per la madre: ecco così tracciato
il solito schema dell’attrazione sessuale all’interno
della famiglia - padre e figlia da un lato, madre
e figlio dall’altro”.
I
primi sintomi nevrotici della paziente si svilupparono
quando lei aveva otto anni, subito dopo una gita in
montagna.
Freud
la conobbe quando Dora aveva sedici anni e una tosse
compulsiva continua che propose di affrontare con
un trattamento psicoterapeutico, ma la cosa non ebbe
seguito perché la tosse cessò. Due anni più tardi,
invece, la famiglia si trasferì a Vienna, gravemente
preoccupata per i molti disturbi che ormai la figlia
presentava.
La
storia della sua vita, narrata a Freud da Dora, lasciata
libera da Freud di parlare dell’argomento preferito,
a ruota libera, rivela come un romance à clef, la complicata struttura
affettiva di quattro personaggi principali: il padre
di Dora, il signor K, la giovane moglie del signor
K. e Dora stessa in un intreccio che l’analisi riuscirà
solo in parte a chiarire perché sarà improvvisamente
interrotta.
La
giovane Dora racconta di essere stata oggetto di avances
sessuali da parte del signor K. durante una gita al
lago. Il padre e lo zio di Dora gli chiedono spiegazioni,
lui si dichiara disposto ad andare nella città industriale
per parlarne: qui nega tutto senza dare molte spiegazioni.
In
un incontro successivo con il solo padre parlerà invece
molto in negativo di Dora, insinuando anzi che è proprio
la piccola ad essere innamorata di lui e ad avere
fantasie sessuali di ogni tipo e un interesse smodato
per la lettura di libri audaci come il libro del Mantegazza.
La lettura di questi libri era conosciuta solo dalla
signora K. che quindi aveva tradito Dora (come in
precedenza aveva fatto anche una governante della
ragazza). Dora chiede al padre di non frequentare
più il signor e la signora K., ma il padre le risponde
che non può abbandonare la signora, infelice col marito,
e sua cara amica. La spiegazione del padre fa nascere
una violenta gelosia non riconosciuta dalla giovane
figlia.
La trama centrale della narrazione scorre quindi attraverso
le diverse prospettive che presenta una scena particolarmente
rilevata nel contesto dei ricordi: la memorabile scena
sul lago che è insieme occasione di un desiderio e
di un rifiuto. Per Dora i rapporti affettivi con il
padre e con il signor K. si riveleranno connessi,
e assumerà un ruolo principale nella vicenda della
giovane Dora l’attrazione da lei stessa provata verso
una persona del proprio sesso, e cioè la signora K.
con la quale si diceva che il padre avesse una relazione.
La storia è esemplare perché contiene molti argomenti che
costituiscono la struttura psicanalitica e perché
si basa sull’analisi approfondita di due sogni fatti
da Dora, dai quali Freud evince che Dora sia ben più
complessa della giovane che è nella vita, i suoi affetti
sono ben più perversi, la sua infanzia ben più inserita
nella sessualità che costituisce proprio la forza
motrice della malattia.
(I due sogni particolareggiati di Dora da cui Freud trae
materiale per l’analisi e la comprensione del caso,
andrebbero descritti per immagini perché di forte
impatto e importanza qui e in tutta l’interpretazione
dei sogni).
Dunque Dora è innamorata del signor K, ma anche della signora
K. che però riconosce come traditrice e come rivale
nell’amore sia del padre sia del signor K.
Una delle cause scatenanti la malattia di Dora è, infatti,
la gelosia che prova pensando a suo padre con la signora
K.
Freud viene a sapere che per molto tempo tra la signora
K. e Dora c’era stata molta intimità. Quando Dora
andava a casa dei K., dormiva in camera con la signora
K mentre il marito veniva fatto sloggiare.
“Quando Dora parlava di lei, decantava “il candore affascinante
del corpo” in un tono piuttosto da innamorata che
da rivale sconfitta. Un’altra volta mi disse, con
più mestizia che amarezza, che era convinta che i
regali che le portava il babbo fossero scelti da lei:
vi riconosceva il gusto”.
2. Il caso del piccolo Hans
È l’analisi
di una fobia di un bambino di cinque anni.
È fondamentale
come verifica delle teorie freudiane sulla sessualità
infantile (complesso di Edipo, paura della castrazione),
sull’angoscia patologica e la rimozione di pulsioni
aggressive rivolte verso i familiari. Freud utilizza
il caso per dibattere poi l’interessante problema
della presunta pericolosità - soprattutto nella terapia
infantile - di portare a coscienza i contenuti rimossi.
I
genitori del piccolo Hans erano stati allievi di Freud.
Egli aveva curato la madre prima che si sposasse,
ed il padre di Hans aveva seguito tutte le lezioni
del professore. E fu appunto il padre con la supervisione
di Freud, non Freud in prima persona, ad analizzare
il bambino, con frequenti consultazioni durante il
lavoro analitico.
Il
padre osservava, compilava un diario dettagliatissimo
che poi portava a Freud.
L’indagine
procede su tre piani diversi: la produzione di Hans,
l’interpretazione del padre, gli interventi di Freud,
verso Hans attraverso il padre, e verso il padre stesso.
Quindi
Freud analizza Hans e il padre di Hans mentre analizza
il figlio.
Oltre
a qualche incontro diretto tra Freud e il piccolo.
Il
caso tratta la fobia di Hans che si era innestata
su uno stato di angoscia verso i quattro anni e mezzo,
a circa nove mesi dalla nascita della sorellina.
Il
caso è corredato da alcuni disegni molto particolari
fatti dal bambino stesso.
La
storia di Hans tratta un’infinità di fobie del piccolo,
da quella di attraversare le porte o di essere morso
da un cavallo, o che suo padre potesse essere morso
da un cavallo e ne morisse.
La
storia non è facile da rendere brevemente perché è
costituita soprattutto dai dialoghi che il padre annotava,
dalle domande che il padre faceva ad Hans e dalle
sue risposte: il tutto portato poi a Freud per l’analisi,
Valgano
allora queste parole di Freud per uno dei casi più
importanti e conosciuti della letteratura psicanalitica.
“Chiesi
ad Hans in tono scherzoso se i suoi cavalli portassero
gli occhiali, e il piccino disse di no, poi gli chiesi
se il suo papà portasse gli occhiali e anche questa
volta negò, nonostante fosse evidente il contrario;
gli chiesi ancora se con il nero intorno alla “bocca”
non intendesse dire i baffi, e infine gli rivelai
che egli aveva paura del suo papà, e proprio perché
lui, Hans, voleva tanto bene alla mamma. Credeva che
perciò il babbo si fosse arrabbiato con lui, ma non
era vero. Il babbo gli voleva bene lo stesso e lui
gli poteva confessare ogni cosa”.
Il
caso ebbe risultati positivi sorprendenti.
A
distanza di anni, Freud ebbe la gradita sorpresa di
ricevere presso il suo studio un giovane di quattordici
anni, alto e robusto che presentandosi disse:
“Ich bin der
kleine Hans.”
Sono
il piccolo Hans.
3. Il caso dell’uomo dei topi
“Un uomo
piuttosto giovane, dotato di una cultura a livello
universitario, si presentò da me, affermando di soffrire
d’ossessioni sin dall’infanzia, ma con particolare
intensità negli ultimi quattro anni. Le caratteristiche
essenziali del suo disturbo consistevano nella paura
che potesse capitare qualche cosa di grave a due
persone per le quali nutriva un profondo affetto:
il padre ed una signora che ammirava. Inoltre, provava
spinte compulsive,
come, per esempio, quella di tagliarsi la gola con
un rasoio, e avvertiva dei divieti, talora in rapporto a cose del
tutto irrilevanti. Rappresentazioni ossessive, impulsi
coatti che gli impedivano una vita normale e di proseguire
nella carriera di avvocato.
In
particolare le sue ossessioni si erano ingigantite
in seguito a un episodio successo mentre il paziente
partecipava alle manovre militari: la perdita di un
banale pince-nez
e la quasi parallela narrazione, da parte di un superiore,
di un supplizio inflitto in oriente che aveva come
soggetto dei topi.
La
perdita del pince-nez
venne caricato di significati negativi relativi alla
propria cattiveria infantile, che aveva bisogno di
una punizione severissima come la tortura dei topi.
(…)
Il
giorno dopo gli feci promettere di sottomettersi all’unica
condizione del trattamento, cioè di riferirmi tutto
ciò che gli passava per la testa anche se fosse spiacevole
per lui o gli paresse privo di importanza o irrilevante
o insensato. Gli diedi allora il permesso di cominciare
a raccontare da dove avesse voluto e lui cominciò
così. Mi disse che aveva un amico che apprezzava straordinariamente
e aveva l’abitudine di recarsi da lui tutte le volte
che si sentiva tormentato da qualche impulso criminale.
Lui lo consolava confortandolo. In precedenza un altro
amico aveva la stessa funzione, era un diciannovenne
quando il mio paziente aveva quattordici, quindici
anni e lo lusingava così tanto che ad un certo punto
pensò di essere addirittura un piccolo genio. Era
diventato intanto il suo precettore e andava come
tale a casa sua, ma qui aveva cominciato da subito
a trattarlo come un idiota. In seguito ebbe modo di
accorgersi che l’amico si era comportato così perché
gli interessava la sorella del paziente e voleva solo
essere introdotto in casa. Quello fu il primo colpo
duro della sua vita.
Poi
il paziente proseguì il discorso senza alcun senso
apparente e Freud riporta le parole del paziente che
gli racconta che la sua vita sessuale era iniziata
molto presto, attorno ai cinque anni. Aveva una governante
giovane e carina: Fräulein Peter (un cognome che è
il nome di un uomo...).Una sera era distesa a leggere
sul divano vestita leggermente e il piccolo, che era
disteso accanto a lei, la pregò di lasciarsi frugare
sotto la gonna. Lei disse di sì, purché non lo andassi
a raccontare a nessuno. Le tastò le parti sessuali
che lo colpirono come una cosa molto strana. Gli rimase
un forte desiderio di vedere un corpo femminile nudo.
Si mise a spiare le cameriere di casa mentre prendevano
i bagni. La governante successiva, un anno dopo, Freulein
Lina, attirò ugualmente l’attenzione del piccolo.
Un giorno la sentì parlare in cucina con il resto
della servitù: si potrebbe fare con il piccolo Paul,
diceva, ma è troppo sempliciotto, non capirebbe. Il
tono era sprezzante era tale che il piccolo Paul si
mise a piangere, sentendosi scartato e in colpa. Successivamente
dormì con questa seconda governante, Lina, che si
faceva toccare e scoprire e aveva forti pulsioni sessuali,
raccontava al piccolo che una sua amica governante
che faceva lo stesso con un bambino era stata messa
in prigione. E che loro lo facevano ma non bisognava
dirlo a nessuno.
Negli
anni, Paul aveva interiorizzato l’idea di colpevolezza
e di sporco.
“L’idea
del topo è inseparabilmente collegata con il fatto
che esso morde e rode con i suoi denti aguzzi; ma
se i topi mordono, sono sozzi e voraci, non possono
restare impuniti; gli uomini li perseguitano e massacrano
senza pietà, come il paziente aveva visto fare, inorridendone.
Spesso aveva provato un senso di commiserazione per
quelle povere bestie. Ora, egli stesso era stato una
volta un piccolo monellaccio disgustoso e sporco,
che nella rabbia sapeva mordere chi gli stava vicino,
ricevendone poi tremende punizioni. Ben poteva ravvisare
nel topo il suo sosia”.
4. Il caso di Schreber
Quando Daniel
Paul Schreber, presidente della corte di Appello di
Dresda pubblica nel 1903 “Memorie di un malato di
nervi”, Freud vi trova immediatamente ottimo materiale
di lavoro per la sua indagine sulla paranoia. L’indagine
sulla patologia psichica del dottor Schreber dunque
è condotta sulla base delle sue dichiarazioni pubbliche,
Freud descrive e interpreta il caso clinico, ma non
ha mai analizzato Schreber in un setting
psicanalitico.
Schreber
era sposato da molti anni prima dei primi attacchi
di ipocondria. La sua malattia si sviluppò in due
fasi separate nel tempo.
Dopo
la guarigione della prima volta “Passai otto anni
con mia moglie, assai felici, anche se oscurata dalla
speranza frustrata di avere figli”.
La
seconda fase della malattia lo portò molto più avanti
nella malattia addirittura a sottostare ad un vero
e proprio processo.
Schreber
è un paranoico con manie di persecuzione e la convinzione
di dover salvare il mondo.
Sostiene
Schreber che il mondo può essere salvato solo da lui
e dopo una demascolinizzazione, cioè dopo l’essere
diventato da uomo, donna.
Questa
missione gli è stata data da Dio in persona.
“Dimostrerò,
” diceva, “che è possibile trasformarsi da uomo in
donna per portare il mondo all’Ordine Naturale delle
Cose”.
Il
Tribunale gli restituì la libertà.
5. Il caso dell’uomo dei lupi
“Aus der
Geschichte einer infantilen Neurose”, la storia di
una nevrosi infantile, è la più ampia e forse più
potente storia clinica freudiana. Si sente la fierezza
di Freud di aver saputo trovare, sul terreno oggettivo
e ormai sapientemente collaudato dell’indagine clinica,
l’experimentus
crucis della propria “verità”.
I
dissidenti allievi freudiani Adler e Jung, che cominciavano
ad essere pubblicamente “contro”, potevano essere
messi a tacere con una verità probante.
L’uomo
dei lupi per tutta la vita rimase un paziente di Freud,
a sua disposizione, diventando alla fine anche paziente
di una allieva di Freud, Ruth Mack Brunswick.
A
fare di questo caso il caso più frequentemente citato
concorre un fattore assolutamente eccezionale. Mentre
il piccolo Hans condusse da grande una vita di successo,
mentre Anna O., cioè Bertha Pappenheim divenne una
fervente eroina femminista, e gli altri non avevano
nessun interesse a farsi conoscere, tutti dimentichi
apparentemente, della propria storia clinica, l’uomo
dei lupi si è posto al servizio della psicanalisi
sino a diventare lui stesso, come si esprimeva ironicamente
Freud, un pezzo di psicanalisi.
È
il caso del figlio ventitreenne di un ricchissimo
avvocato e proprietario terriero di Odessa, affetto
da una grave nevrosi che gli impediva di svolgere
qualsiasi attività.
“Sognai
che era notte e mi trovavo nel mio letto (…): improvvisamente
la finestra si aprì da sola, e io con grande spavento
vidi che sul grosso noce proprio di fronte alla finestra
stavano seduti alcuni lupi bianchi (…). In preda al
terrore di essere divorato mi misi a urlare e mi svegliai”.
Afferma Freud: “L’immagine riattivata quella notte
nel caos delle
tracce inconsce è la scena di un coito tra i genitori,
avvenuto in condizioni particolarmente favorevoli
all’osservazione. Tutti i quesiti connessi a questa
scena poterono gradualmente ottenere risposta nel
corso della cura (…). All’epoca dell’avvenimento il
bambino aveva circa un anno e mezzo”.
“I genitori si erano sposati giovani e conducevano ancora
una felice vita coniugale però rattristata dalla cattiva
salute della madre. La madre aveva disturbi addominali.
Successivamente il padre si ammalò di depressione.
Naturalmente il figlio si era accorto da subito della
malattia della madre, che per questo trascurava i
figli, e solo più tardi della malattia del padre.
Un giorno per mano alla madre stavano andando ad accompagnare
il dottore alla stazione quando il piccolo, che di
sicuro aveva meno di quattro anni, sentì la madre
lamentarsi del proprio dolore. Le parole che pronunciò
gli fecero una fortissima impressione e più tardi
le applicherà anche a se stesso.
Non era figlio unico, ma aveva una sorella un po’ più grande,
vivace, maliziosa che ebbe molta influenza nella sua
vita.
Fino a quando la sua memoria poteva risalire si ricordava
di essere stato affidato alle cure di una anziana
contadina, grezza, ignorante che voleva moltissimo
bene al bambino e che sostituiva nel suo cuore il
bambino mortole da piccolo. D’estate vivevano in un
possedimento in campagna, d’inverno si trasferivano
in un altro possedimento. I due possedimenti erano
vicini, la vita era bella. Venivano a far loro visita
per lungo tempo parenti, i amici, i fratelli di papà,
le sorelle della madre con i loro figli, i nonni.
D’estate i genitori si assentavano per qualche settimana.
Il piccolo ha chiaro il ricordo di quando piccolissimo
in braccio alla governante vedeva la carrozza allontanarsi.
Passava l’estate con la nonna, una bambinaia inglese
(dedita all’alcol) e una bambinaia. Il paziente fa
risalire le prime crisi a quando le due proprietà
vennero vendute e la famiglia si trasferì in città.
Un giorno di Natale divenne una furia perché non trovò
sotto l’albero regali doppi, in quanto il giorno di
natale era anche quello del suo compleanno.
Moltissimi altri eventi nella sua vita, come il suicidio
con un colpo di pistola della sorella.
Il paziente si spostò dalla Russia a Vienna per essere curato
da Freud.
6. Il caso della signorina Anna O.
La grande svolta nella vita professionale
di Freud è rappresentato dal caso clinico di Anna
O.
Siamo negli anni intorno al 1890.
Freud collaborava con Breuer a questo particolare
caso d'isteria. Si tratta di Bertha Pappenheim, meglio
nota come Anna O., una ragazza ventunenne di notevole
intelligenza e cultura, nel corso di una malattia
durata due anni di gravissimi disturbi fisici e mentali.
Freud scrive questo caso quattordici
anni dopo la guarigione di Anna. Ormai Breuer non
era più il suo maestro. Si era fermato, come tutti
gli altri, alla cura tramite ipnosi, nel migliore
dei casi.
Nella maggioranza degli altri,
le cure erano solo contenitive o peggio.
Breuer già nel periodo di Anna
O. aveva capito l’enorme distanza che lo separava
dal giovane e temerario allievo e aveva scritto all’amico
dottor Fliess: “Freud è nel pieno vigore del suo intelletto.
Ormai lo scorgo in lontananza, come la gallina il
falco.”
Vienna, 1880, luglio, casa di famiglia
degli O., benestanti.
Il padre di Anna si ammala gravemente.
Anna comincia ad assisterlo.
Lo assiste con tutte le sue forze.
Nessuno si accorge, vista l’esuberanza naturale di
Anna e la sua energia, che si sta ammalando.
Cominciano sintomi inspiegabili:
ripugnanza per il cibo, contratture muscolari, anemia.
Anna viene allontanata dal letto
del padre.
I sintomi peggiorano.
Tosse, tosse, tosse continua. Notte,
giorno. Tosse nervosa, L’arto inferiore destro è completamente
disteso e ritorto verso l’interno. Tutta la muscolatura
è contratta. Paresi del volto. Anna passa da stati
di sonnolenza a stati di eccitazione.
Ai primi di dicembre si manifesta
uno strabismo convergente.
In questo grave stato io presi
in cura la paziente.
Durante il giorno era seminormale
solo pochissimi minuti.
Aveva allucinazioni sui suoi capelli,
sui nastri. Diceva che erano serpenti neri. Tuttavia
continuava a dire a se stessa di non essere così sciocca,
che si trattava solo dei suoi capelli, ecc.
Dopo i periodi di sonnolenza si
sveglia e dice un’unica parola “tormentare, tormentare”.
Non riesce più a dire altro. Ha problemi col linguaggio.
Prendo in considerazione il suo
caso come “isteria”.
Ci studio sopra tutta la notte.
Cosa? Perché? Che cosa c’è alla
base di tutto?
Afferro le cose, poi sfuggono e
le riprendo. Studio, studio, analizzo. Confronto.
Nel periodo “cattiva”, Anna bestemmiava,
buttava i cuscini, strappava i bottoni della biancheria
del letto con le dita che non erano contratte.
Parlava solo in inglese. Non capiva
più il tedesco.
Tuttavia la paziente cominciò piano
piano a migliorare, man mano che la osservavo, si
arrabbiò con me, rimase muta per due settimane. Capii
il motivo e la aiutai.
Il 1° aprile lascia il letto per
la prima volta: lieve miglioramento psichico.
Interrotto da un grave trauma per
la morte del padre il 5 aprile.
Casa di campagna, vicino Vienna.
Si trasporta Anna in una casa di campagna nei dintorni
di Vienna. La casa di famiglia le fa orrore.
Non stando più a Vienna potevo
andarla a trovare solo alla sera. La liberavo dai
fantasmi che aveva accumulato dalla sera precedente.
Le faceva compagnia un cane Terranova che le avevano
regalato e che amava appassionatamente.
Autunno, ritorno in città. Casa diversa dalla precedente. Le mie visite
s’intensificano. Periodo di sonnambulismo persistente
alternato a stati più normali fino al dicembre 1881.
Graduale scomparsa degli stati
patologici e dei fenomeni fino al giugno 1882.
7. Il caso della signora Emmy von N.
“Il 1° maggio
1889 divenni il medico di una signora di quarant’anni
circa, le cui sofferenze e la cui personalità m’ispirarono
tanto interesse da dedicarle gran parte del mio tempo,
e da assumermi l’impegno di guarirla. Era un’isterica,
e poteva essere posta in stato di sonnambulismo con
la più grande facilità; e quando me ne accorsi decisi
di applicare su di lei il procedimento di Breuer dell’esplorazione
sotto ipnosi. (…) Era il mio primo tentativo nel maneggiare
tale metodo terapeutico ed ero ancora ben lungi dall’averne
padronanza”.
1° maggio
1889.
Il primo
incontro.
Emmy è a
Vienna. Freud, chiamato, va a trovarla.
“Trovo
una donna di aspetto ancora giovanile, sdraiata sul
divano, la testa appoggiata su un cuscino di cuoio.
Il suo volto ha un’espressione tesa, dolorosa, le
palpebre socchiuse, lo sguardo rivolto in basso, la
fronte fortemente corrugata, i solchi nasolabiali
scavati. Parla a fatica, a voce bassa, interrotta
ogni tanto da inceppamenti spastici fino al balbettio.(…)
Si interrompe spesso nel parlare per emettere uno
strano schiocco che non riesco ad imitare".
Così
Freud inizia la descrizione di un caso molto complicato,
del quale molti anni dopo (nel 1924) scrisse - e può
essere il Freud vecchio, nostro io narrante, che lo
dice: “So bene che nessun analista può leggere oggi
questa storia clinica senza un sorriso di compassione.
Si tenga conto però che si trattò del primo caso in
cui applicai in larga misura il procedimento catartico”.
La
famiglia di Emmy, della Germania centrale, risiede
da due generazioni nelle province russe del Baltico.
dove possiede molte terre: Emmy è la tredicesima di
quattordici figli di cui però al momento solo quattro
sono ancora in vita.
Emmy
era stata educata da una madre severa ultraenergica.
A ventitre anni aveva sposato un grande industriale,
molto più anziano di lei. Dopo pochi anni di matrimonio,
quattordici anni prima, il marito era morto per un
attacco cardiaco.
A
questo evento, oltre che all'educazione delle due
figlie, spesso nervose e malate, attualmente di quattordici
e sedici anni, Emmy attribuisce l’origine della propria
malattia.
Dalla
morte del marito aveva viaggiato molto in cerca di
cure, cliniche per massaggi, bagni elettrici, terapie,
senza successo.
Vive
in una sua proprietà sul Baltico, vicino ad una grande
città.
Nuovamente
molto sofferente da mesi, insonne, ha cercato invano
miglioramento ad Abbazia. Da sei mesi è a Vienna,
venuta in cura presso un esimio medico.
Poi,
il 1° maggio 1889, interpella appunto Freud.
Subito
il suggerimento di Freud è di separarsi dalle due
figlie, che hanno una propria governante, ed entrare
in una casa di cura in cui lui la possa vedere giornalmente.
Il suggerimento viene dalla signora Emmy accettato
senza batter ciglio.
Inizia
un diario sul caso giorno per giorno, con dettagli
e persone.
2
maggio visita mattina
8
maggio visita mattina - visita sera
9
maggio visita mattina due volte - visita sera
10,
11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18
…
Freud, dopo sette settimane di trattamento nella
casa di cura la lascia tornare nella sua casa sul
Baltico.
“Non
io”, dice Freud, “ma il dottor Breuer ricevette notizie
di lei dopo circa sette mesi".
Dopo
un periodo di benessere era stata male di nuovo, in
una situazione di disagio psichico completamente mutato.
Non
solo, ma anche la figlia maggiore, che si chiamava
Emmy come la madre, ebbe dei gravi disturbi ginecologici
attribuibili alla sfera psichica derivati, sembrava,
dal fatto che si fosse innamorata di un cugino, non
ricambiata.
La
figlia fu visitata a Vienna da Freud, alla presenza
della governante.
In
seguito Emmy, la madre, attribuì a Freud il ricadere
nella malattia. Era inferocita verso di lui.
Poi
si tranquillizzò e tornò a Vienna per un breve periodo.
Ricominciò a star bene.
Tornò
nella sua tenuta di D. sul Baltico.
Dopo
qualche mese Freud la raggiunse a casa sua. Passeggiate
insieme a parlare e analizzare, con domande trabocchetto
di Freud, sul sentiero che porta al lago.
Ad
una cena, un episodio molto particolare di tensione:
partecipa un uomo sconosciuto che si sforzava di riuscire
gradevole. La signora Emmy confesserà a Freud: “Pensi
un po’… mi vuole sposare". Anche Emmy lo desiderava,
ma considerava le figlie, eredi dei beni paterni,
gravissimo ostacolo alla realizzazione del suo sogno.
Freud
riparte per Vienna.
La
signora Emmy scriverà a Freud per chiedere il permesso
di andare in ipnosi da un altro medico. Freud acconsente,
ma trova molto strano che lei abbia chiesto il suo
permesso. E ci rimuginerà sopra.
Non
la sentirà più.
Verrà
a sapere che la signora Emmy ha fatto la stessa cosa
con altri psichiatri, emergendo dal male, con la cura,
e ricadendoci dopo la cura stessa. Coercizione a ripetere,
dirà Freud, forse addirittura volontaria.
Dopo
un quarto di secolo, fu interpellato dalla figlia
maggiore: stava intraprendendo una causa legale contro
la madre che descriveva come una tiranna crudele e
spietata. Aveva interrotto ogni rapporto con le figlie,
per lei avevano smesso di esistere e le lasciava sprovviste
di ogni minimo sostegno materiale.
Naturalmente
Freud dà dettagliatamente la sua opinione sul caso
e sui motivi che l’hanno creato. Inoltre, nel volumetto
in cui descrive il caso, per farsi meglio comprendere,
ricorre ad altri casi analoghi a quello della giovane
Emmy, la figlia, da cui si può attingere moltissimo
materiale descrittivo.
8. Il caso di Miss Lucy R.
Miss
Lucy era una giovane donna che alla fine del 1892
un amico e collega di Freud non riusciva a guarire.
Arrivò dunque da Freud che aveva completamente perduto
ogni percezione olfattiva, ed era perseguitata da
una o due percezioni olfattive soggettive, che sentiva
solo lei.
La
giovane donna viveva come istitutrice nella casa di
un direttore di fabbrica alla periferia di Vienna
e arrivava saltuariamente allo studio del medico non
avendo molto tempo libero dal suo lavoro in casa del
direttore.
Era
inglese, di costituzione delicata, “povera di pigmento”.
I problemi investivano la sfera dell’olfatto, era
stanca, depressa. le altre impressioni tattili erano
intatte. Freud provò con la mano un esame sommario
per sondare la normalità dei campi visivi.
Il
compito che Freud si diede fu indagare nel passato
della ragazza per scoprire quando le sensazioni olfattive
soggettive erano state oggettive. Cioè quando fu il
momento in cui le aveva realmente sentite per provarle
poi solo in crisi di isteria nervosa.
Freud
riuscì a far dire a Lucy che l’odore che sentiva e
che scatenava crisi era quello di “dolce bruciato”.
Intanto
veniva a conoscenza che nella casa dove viveva abitavano
anche due bambine, oltre al padre direttore, ma mancava
la madre che era morta due anni prima per una grave
malattia acuta.
Freud
decise di prendere l’odore di “dolce bruciato” e la
vita che Lucy viveva come istitutrice come punto di
partenza per l’analisi.
“Lucy
poteva venire a trovarmi solo in orario di visita,
quando il tempo che potevo da dedicarle era poco,
e ciò che avrebbe dovuto essere oggetto di una seduta
unica si svolgeva in più sedute. I suoi doveri non
le permettevano di fare tante volte la lunga strada
dalla fabbrica al mio studio: interrompevamo quindi
il dialogo a metà, per riprenderlo la volta successiva”.
Freud
chiese a Lucy se ricordava la prima volta che aveva
sentito l’odore di dolce bruciato.
Lucy:
Oh, sì. Due mesi fa. Due giorni prima del mio compleanno:
Ero con le bambine nella stanza adibita ad aula e
giocavo con loro a cucinare, quando mi fu portata
una lettera che il postino aveva appena recapitato.
Riconobbi dal timbro e dalla grafia che la lettera
era di mia madre, da Glasgow, e volevo aprirla per
leggerla. Ma le bambine si precipitarono su di me
e mi strapparono la lettera di mano gridando: no,
non la devi leggere ora, è per il tuo compleanno,
la terremo noi e te la daremo al momento giusto. Intanto
sentii un odore intenso. Le bambine, giocando con
me, avevano dimenticato il dolce sul fuoco e si era
bruciato. Da allora questo odore mi perseguita.
Freud:
Che cosa poteva agitarla in questo fatto?
Lucy:
Niente. Mi commuoveva la tenerezza delle bambine.
Freud:
Non comprendo come la tenerezza delle piccole e la
lettera di sua madre potessero costituire un contrasto.
Riassumendo:
Lucy voleva andare a Glasgow a trovare la madre ma
aveva paura di lasciare sole le bambine. Ma perché,
la incalzava Freud, non mi sembra così grave. Lucy
confessava allora che tutto il personale della casa,
la governante, la cuoca, l’insegnante di francese
da un po’ di tempo credevano che lei si desse troppe
arie per la sua posizione e si erano coalizzate contro
di lei calunniandola in ogni modo presso il nonno
delle piccole, e non aveva trovato nel padre e nel
nonno l’aiuto che si aspettava, decidendo allora di
andarsene. I due uomini le avevano consigliato di
pensarci su ancora due settimane e fu proprio in queste
due settimane che si era manifestato il fatto della
lettera e dell’odore.
Freud:
C’era qualcosa che la vincolasse alle bambine oltre
alla loro tenerezza verso di lei?
Lucy:
Sì, avevo promesso sul letto di morte alla loro madre
che non avrei mai lasciato sole le bambine e avrei
fatto loro da madre. Con la decisione di licenziarmi
venivo meno alla promessa.
Ma
c’era ben altro…
Freud
scoprì che Lucy amava il padre delle bambine, ma lei
pensava che non fosse giusto, perché lui era il suo
padrone. Anzi l’aveva addirittura rimosso dalla testa.
Non era giusto poi perché lei era una ragazza povera
e lui ricco e tutti avrebbero riso di lei.
La
durata della cura durò nove settimane. E ci furono
altre sorprese.
Alla
fine Lucy guarì: scomparse l’odore soggettivo, la
forte rinite, l’analgesia del naso ad altri odori,
la depressione.
“Due
giorni dopo l’ultima analisi, Lucy mi venne a trovare.
Dovetti domandarle che cosa le fosse successo di bello.
Era sorridente, con la testa alta.”
9. Il caso di Katharina…
“Nelle
vacanze dell’anno 189 feci una gita negli Alti Tauri,
per dimenticare per un poco la medicina e in particolare
le nevrosi. Vi ero quasi riuscito, quando un giorno
lasciai la strada principale per salire su un monte
poco discosto, famoso per la vista e per il suo ben
tenuto rifugio. Arrivato lassù dopo un faticoso cammino,
una volta rifocillato e riposato, me ne stavo seduto
immerso nella contemplazione di un incantevole panorama.
Talmente dimentico di me stesso da non comprendere
subito di essere io la persona interpellata quando
udii la domanda: “Lei è un dottore?”. La domanda però
era rivolta a me e proveniva da una ragazza di circa
diciotto anni che mi aveva servito il pasto con espressione
piuttosto accigliata e che l’ostessa aveva chiamato
“Katharina”. A giudicare dal suo vestire e dal contegno
non doveva essere una cameriera, ma piuttosto la figlia
o una parente della padrona.
(…)
“Sa,
sono malata di nervi e il dottor L. mi ha dato qualche
cosa ma non sono ancora migliorata”.
“Dunque
rieccomi con le nevrosi. Mi interessava il fatto che
le nevrosi potessero prosperare così bene a 2000 metri
e continuai a interrogare”.
Freud
chiede, la ragazza risponde. Freud scrive poi dettagliatamente
il colloquio, lasciando alla paziente il suo modo
dialettale di parlare.
Katharina,
nipote dell’ostessa, aveva avuto il primo attacco
di panico due anni prima, in un rifugio sull’altro
monte. Lo zio e la zia ora erano separati e la ragazza
diceva che era colpa sua.
Raccontò
così: Erano arrivati dei clienti che volevano mangiare,
ma la zia non c’era e mia cugina Franziska era introvabile,
era lei che cucinava sempre. Anche lo zio non si trovava.
Li cerchiamo dappertutto, allora il ragazzo, l’Alois,
mio cugino dice: “Vedrai che la Franziska è dal babbo”.
Allora abbiamo riso tutti e due, ma non abbiamo pensato
niente di male. Andiamo verso la stanza dello zio,
ma era chiusa. Questo era strano. Dice l’Alois: “Guarda
dalla finestra che c’è sul corridoio”, lui non voleva
andare, aveva paura. Guardo dentro, la stanza era
buia, ma ecco che vedo lo zio e la Franziska, e lui
è sopra di lei.
Sono
cominciate le nausee.
La
storia si intorpidisce. Katharina non dice subito
questo fatto alla zia, ma lo fa due giorni dopo quando
già la zia aveva notato che la ragazza non stava bene.
Intanto
enorme sorpresa dall’inconscio: la stessa Katharina
due anni prima di questo fatto successo a Franziska
era stata molestata a sua volta dallo zio e ne aveva
subito le violenze. In casa, in un albergo, ricorda
strani episodi notturni.
La
zia dopo il racconto di Katharina era andata via con
i figli e la nipote nell’altra osteria, lasciando
il marito e Franziska che intanto era rimasta incinta.
Katharina
raccontò a sua zia anche l’episodio che la riguardava.
La zia, pratica, disse, “Teniamocelo per noi. Già
tuo zio è messo male. Se al processo serve, tiriamo
fuori anche questo”.
“…il
caso di Katharina è tipico, nell’analisi di ogni isteria
fondata su traumi sessuali, si trova che impressioni
dell’epoca presessuale, rimaste senza effetto sul
bambino, acquistano potenza traumatica successivamente
quali ricordi, quando alla vergine o alla donna si
è dischiusa l’intelligenza della vita sessuale”.
10. Il caso della signorina Elisabeth von R.
Complicatissimo
caso, denso di personaggi.
Nell’autunno
del 1892 un collega amico di Freud lo invita a visitare
una signorina di ventiquattro anni che camminava,
per forti dolori ovunque, curva in avanti, senza sostegno.
“Il
lavoro che allora iniziai risultò, però uno dei più
difficili che mi fossero mai capitati”.
Minore
delle tre f |