INTRODUZIONE
LIBERTÀ
VO’ CERCANDO, PER LEGGERE I MIEI LIBRI
Si
fa presto a dire liberal, ho scritto nell’introduzione
del primo numero dell’Attimo, per spiegare chi e cosa
vorremmo essere e fare. Ho pensato che fosse doveroso
dichiarare, subito, la nostra ostilità verso qualsiasi
illiberalismo. Ma poi ho cominciato a rimuginarci
su, e peraltro sono cinquant’anni almeno, dall’età
dell’adolescenza, che rimugino su questa magica, maledetta,
tormentata, opinabile parola, libertà. Ma non vi tedierò,
almeno per questa volta, sulla disciplina, la tolleranza
e anche la pazienza, e insomma, in una sola parola,
sui doveri che s’hanno da esercitare, e mai possibilmente
trasgredire, per rispettare la libertà e i diritti
degli altri.
Vi infliggo una più sopportabile
lettura, volendo coinvolgervi in un’analisi personale
e confidenziale – che, se volete, potrete proiettare
su voi stessi. Con un minimo d’autoironia, se ci riuscirò,
e, temo, una maggior dose di autocommiserazione. Condimenti
preziosi che vi consiglio, se davvero avrete voglia
di seguirmi e darmi attenzione, pensando, però, anche
ai casi vostri.
La domanda è semplice… Sapete ormai che mi definisco,
con evidente compiacimento, come tanti di voi, un
liberale assoluto. Ma dove sta questo “assoluto”,
per quanto mi (ci) riguarda? Forse sono (siamo) riusciti
a creare quella condizione di libertà quotidiana,
che mi (ci) consenta di avvertire - in virtù della
libertà - un particolare, stabile stato di grazia?
Uno stato di grazia tale da poter indurmi (indurci), certo spericolatamente, a parlare di serenità,
appagamento, felicità?
Per quanto mi riguarda, e stavolta parlerò di un solo
aspetto della mia vita, debbo confessare di non esserci
riuscito. Dall’età dell’adolescenza, e a quanto ricordo
perfino da un’età ancor più tenera, anche se non ho mai letto insulse
fiabe e dolciastri racconti per bambini, c’è qualcosa
che mi porta a quel succitato
stato di grazia, mi appaga, mi dà serenità:
leggere. Leggere, leggere, leggere (soprattutto romanzi
e poesie). Ebbene, nell’età dell’adolescenza, e fino
a trent’anni, ho letto molto, moltissimo. Poi, sempre
meno e meno meno, come si scrive nei voti di scarsa
sufficienza. E forse anche per questa insufficienza
sono diventato, come si dice con un termine un po’
sussiegoso, un appassionato bibliofilo. Non potendo
leggere tutti i libri che mi piacerebbero, infatti,
li raccolgo, li colleziono, li faccio rilegare, li
sfoglio, ne compro a volte varie copie e le regalo…
e ne assaporo maniacalmente il profumo, che sia quello
inebriante della carta appena stampata, o quello della
carta umidiccia, proveniente dalle cantine o dalle
soffitte.
Li inseguo nei mercatini, cerco le prime edizioni,
con la vocazione di un cane da riporto, adoro i titoli
fuori mercato; corro in libreria appena è annunciata
qualche novità di pur minimo interesse; apro con brividi
di delizia i pacchetti che arrivano dalle case editrici
e dagli autori, o da amici e nemici che gradirebbero
una recensione. La mia casa è invasa dai libri: in
cucina e nei bagni; su una panca all’ingresso ci sono
gli innumerevoli doppioni che vorrei regalare a chi
davvero fosse capace di apprezzarli; i corridoi sono
scanditi dalle librerie ricolme, nel mio studio i
libri si affollano fin sopra il computer, il televisore,
insidiano la stabilità delle sedie; in salotto riempiono
le pareti, si accumulano sulle poltrone, si mescolano
allegramente con i
dvd (cinema, altra inesauribile passione); il tavolone
da pranzo, nonostante le mie debolezze per la gastronomia,
non è più utilizzabile per la sua finalità primaria
giacché sostiene pile di libri, libelli e libroni,
quelli delle più recenti provenienze. Ho preso in
affitto una modesta casa in campagna allo scopo prioritario
di accogliere tutto ciò, giornali e carte, ma soprattutto
quei libri, libri, libri che non riesco ad ospitare
in città. E sto meditando di aprire una biblioteca
pubblica in un paese o nella periferia di Roma, là
dove ci fosse qualcuno che ne avesse sincero piacere,
per poter condividere (sempre meno) e regalare ad
altri il piacere della lettura dei miei libri.
Ecco, vi ho confessato quale sia ormai il mio rapporto
con i libri:
una sfrenata, incontenibile voglia di collezionismo.
Ma, purtroppo, poi riesco a leggere sempre meno. Una
volta, riuscivo a leggere due o tre libri la settimana,
e anche più. Adesso, e da anni, non più di due o tre
ogni mese.
E ogni giorno mi chiedo: ma perché non riesco a realizzare
per me la libertà - di tempo - per dedicarmi a ciò
che mi interessa tanto? Ho lottato per una vita per
battermi e schierarmi, a favore mio e degli altri,
contro schiavitù, pregiudizi, complessi, soggezioni
psicologiche, prepotenze, arroganze, mode, tendenze,
capricci, futilità… E, oggi, chi mi impedisce di leggere
quanto vorrei, se non io stesso, con una mal regolata
amministrazione del mio tempo, invaso dal lavoro e
da obblighi di relazioni verso famiglia, amici, rapporti
vari, spesso poco importanti e non indispensabili?
Cosa mi obbliga a una disordinata gestione del lavoro,
che mi porta, tra l’altro, a leggere posta e proposte
che trasudano noia e scempiaggini fin dalla busta,
dai biglietti da visita, dai titoli, dalle intestazioni
del mittente? Poesie, racconti, copioni e progetti
orripilanti? Perché mai, se non per la dannata curiosità
che caratterizza la mia vita, non respingo immediatamente
tutto ciò al mittente, o non delego l’insopportabile
lettura a qualche infelice, volenteroso, collaboratore?
Perché non dedico quel prezioso tempo a una rilettura
di “Guerra e pace”, o di Proust, o dell’adorato Dostoevskij?
Da anni sono perdente, in questa battaglia. E perciò,
come tutti i perdenti, mi sono inventato due espedienti
autoconsolatori.
Il primo espediente è la lettura a schiaffo o a fiuto,
o come preferite definirla. Prendo in mano il libro,
lo sfoglio, lo annuso, lo apro a metà, leggo qualche
riga, o qualche pagina - se la fortuna mi assiste
e il telefono non squilla, le riunioni si accorciano,
i seccatori non insistono. Leggo voracemente la seconda,
terza e quarta di copertina, e l’indice… e assai spesso
questo mi sazia… o, con l’ansietà frenetica di colui
che vorrebbe, ma non può, divoro qualche altra pagina,
a caso. Poi, il libro appena annusato sparisce tra
le montagne e le valli dei suoi amati, ma non consumati,
fratelli. Libri, forse, anche frettolosamente deflorati,
ma sostanzialmente vergini, intatti, inesplorati.
Non li rivedrò mai più, è certo l’addio. Ma su di
loro ho acquisito quelle informazioni minime, che
mi permettono di bocciarli o difenderli, nelle discussioni
con gli amici. Chiedo perdono a loro e ai fortunati
che ancora riescono a leggere, come si dovrebbe leggere.
È una devastante autodistruzione intellettuale, quella
che compio (e, mi risulta, come me, centinaia e migliaia
di addetti ai lavori nel mondo… che però debbono leggere
per dovere di lavoro, mentre io, disgraziato, avrei
l’ambizione di leggere, solo per il mio piacere).
Questa rude frettolosità induce, infatti, la mente
a comportarsi come mai un liberale dovrebbe consentirsi
di approcciare il prossimo suo, a giudicare drasticamente
secondo schemi e categorie, in superficie: questo
è un discreto noir, questa un’abborracciata biografia,
questo l’ennesimo romanzo commerciale, questo un racconto
che rivela un certo talento… Ma sarà attendibile,
sarà giusto un giudizio siffatto, nella sua fragile
e rudimentale strutturazione? E non sarà stato, forse,
per colpa di queste semplificazioni che “Il Gattopardo”
fu a lungo rifiutato dagli editori e Moravia costretto
a pubblicare a sue spese il suo buon romanzo di esordio?
La seconda autoconsolazione è tanto istintiva, astuta,
quanto avvilente. Certamente tutti voi ricordate quel
bel film di Massimo Troisi, in cui il grande attore
napoletano nel suo ruolo dice presso a poco: “…Leggere,
perché? Mentre io leggo un libro, ne stanno scrivendo,
stampando e distribuendo milioni di altri… Come potrei
tenere quel ritmo?…”. Questo è, nei momenti di smarrimento
almeno, il mio espediente psicologico. Serve, davvero,
leggere? O la vita vera non s’impara piuttosto, al
di là dei libri, per strada, da ciò che succede e
non da ciò che si legge? Insinuante e seduttiva questa
malizia mi fornisce una precaria e illusoria soddisfazione,
simile a quella che, a quanto ricordo, procura la
masturbazione. Un lieve diversivo, ecco, e perché
negarselo? - ma l’orgasmo vero si raggiunge solo con
una piena, assorta, completa lettura. In poltrona
davanti a un caminetto acceso, sul tavolino un bicchiere
di Porto rosso, un segnalibro non volgare per ricordare
le pagine, un Labrador fedele e accucciato ai piedi,
e per sottofondo la musica, secondo le preferenze
e la qualità del libro, non solo Mozart e Beethoven
o Verdi e Rossini, ma anche le più amate rockstar
o cantanti per me intramontabili, Elvis e gli Abba,
Celentano e i Beatles. Quale goduria, quale distillato
di piacere, che ahimè sempre meno mi concederò anche
se del loro ricordo, di attimi fuggenti, mi inebrierò.
E perciò ho inserito nella sceneggiatura del film
che sto preparando una scena assurda di questo sapore,
un colto libraio che chiede a due imbarazzate studentesse
“Ma a cosa vi serve, leggere? La vita è altrove!…”.
Però vergognandomi un po’, e anche di più che un po’,
come succede quando nella vita si fugge di fronte
a una difficoltà e si sceglie di consolarsi con giustificazioni
inadeguate, per sopportare il peso della propria impotenza.
Masochista come sono, qualche giorno fa mi sono avvicinato
a un bel tomo, imponente, dal titolo affascinante,
“1001 libri da leggere prima di morire” (Atlante editore).
Ecco uno specchio intrigante per la mia condizione
esistenziale, mi sono detto: ecco i libri che ho letto e quelli
che dovrò affrettarmi a leggere, per non sfigurare di fronte alla morte, anche se dovesse arrivare improvvisamente,
ora che sto percorrendo l’ultimo segmento. Ma ecco
che l’istinto della sopravvivenza prevale sul masochismo.
Apro quel grande librone e scopro che è semplicistico
aver titolato “libri”: in realtà si tratta di “una
rassegna completa dei capolavori della narrativa mondiale”,
quindi non c’è la poesia, il teatro non c’è.
Ma si può morire serenamente senza aver letto
né Dante né Shakespeare? Mah. Sfoglio l’indice e,
orrore!, Casanova, maestro di narrativa, non c’è.
Insorgono così i miei impulsi polemici… C’è Margaret
Mazzantini e non ci sono i miei adorati e indimenticabili
Giuseppe Marotta e Luciano Bianciardi, Piero Chiara
e Lucio Mastronardi? C’è Andrea Camilleri e non c’è
Caldwell? E che dire di Calvino, che ha più titoli
di Bellow ed Hemingway? Sto sfogliando l’indice: di
questi 1001 libri ne ho letti molti, altri non avrei
mai voluto leggerne, e tanti altri ne ho letto – che
pure dovrebbero essere indicati qui, in questa severa
e ambiziosa selezione!
Con questo decente bilancio, potrò forse addormentarmi
tranquillo – prima di morire. Ma, nell’attesa, ho
impugnato un pennarello e su un foglio ho scritto
uno slogan per me galvanizzante: “Devi conquistare
la libertà di leggere. Un libro al giorno! Oppure
non scrivere più che sei libero…”
Ce la farò?
E come potrei mai farcela, se da tempo non leggo
neanche più i giornali con attenzione, ma mi
rifugio in quella flebo medicamentosa e veloce, di
puro nutrimento, che sono le algide rassegne-stampa?
Cesare
Lanza
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