AMARCORD

ORIANA FALLACI

“Combatto dispotismo e tirannia con la stessa passione con cui combatto il conformismo e l’ipocrisia”

Sandro Sechi *

Era il 28 dicembre 2004, pomeriggio, bufera di neve, vento gelido, New York City. Mi trovavo di fronte a lei, lei, la giornalista più famosa al mondo, lei, Oriana Fallaci che mi fissava con due laser, analizzando ogni minimo movimento del corpo e del viso per leggerne i messaggi. Ero appena entrato nel suo regno, il suo castello sulla sessantunesima strada a Manhattan, luogo sacro, utopia per molti, moltissimi, piacevole alcova d’amicizia per pochi, pochissimi. A stento reggevo il suo sguardo, quei due occhi erano troppo familiari, per me come penso per la maggior parte degli italiani, ed erano lì che mi fissavano. Essendo il più piccolo di cinque figli avevo avuto il vantaggio di vivere di rendita su molte cose, la musica, il cinema, la letteratura, assorbivo tutto dai miei fratelli maggiori, cercavo di imitare i loro gusti e loro passioni. Mia sorella era una appassionata di Oriana Fallaci, fu così che, di riflesso, vissi da giovanissimo il mito di Oriana. La immaginavo gigantesca, mi incuteva rispetto.

Adesso lei era lì e mi fissava, diffidente, piccolissima, le braccia come due ramoscelli, piedi lunghi e sottili infilati in un paio di scarpe blu bassissime, visibilmente larghe. La gonna marrone faceva fatica a stare su, tanto era stretta la sua vita, e il maglioncino largo e deformato nascondeva ogni accenno di forme. Del volto immortalato da Scavullo rimanevano solo gli occhi. I capelli, raccolti in una piccola crocchia sulla nuca, erano nerissimi e ciò, come più tardi mi avrebbe confessato, era un complesso, li avrebbe voluti bianchi per avere quel tocco di autorità. Le mani curatissime erano ingiallite dal fumo della sigaretta perennemente accesa. Da quel giorno, per mesi, sarei stato al suo fianco, assorbendo ogni sua parola, movimento, urlo, insegnamento, scoprendo così un’Oriana inedita sorprendente che è capace in pochi secondi di cambiare registro a seconda di una tua parola o un tuo impercettibile movimento del viso, passando dalla risata più fragorosa all’urlo più agghiacciante in un battito di ciglia. E come in natura il carbonio si presenta sotto forma di diamante o di grafite, Oriana allo stesso modo si mostrava a seconda di chi aveva davanti: poteva apparire un prezioso diamante, luminoso resistente e cristallino o una ruvida nera grafite che lasciava il nero ovunque passava.

Portavo ogni giorno per lei Corriere e Repubblica, gli unici quotidiani italiani reperibili a New York; un altro, La Stampa, che per il curioso ritardo con cui arrivava nei punti vendita si era guadagnato il nomignolo “il giornale del giorno prima”, non era ovviamente ammesso in casa Fallaci. Sperimentai, immediatamente, il suo temperamento quando mi chiese, appunto, quali quotidiani arrivassero in città, sperando che qualcosa fosse cambiato rispetto a 18 mesi prima, tanto era durata la sua assenza da New York per le ovvie ragioni di salute che tutti conoscono. Alla mia risposta che oltre ai due quotidiani citati arrivava La Stampa, mi mostrò un bel dito medio e mi supplicò di trovarle Il Foglio. Amava pochissime persone, una di queste era Giuliano Ferrara, per cui Il Foglio, per lei, era una priorità e ogni giorno per poterglielo far leggere stampavo i testi via internet e dopo vari ingrandimenti e collage confezionavo una versione artigianale del giornale di Ferrara: gioiva nel vedermi arrivare.

Diffidava di tutto e io, suo aspirante assistente, avrei dovuto superare la durissima prova del suo interrogatorio prima di poter accedere alla sua vita. Una delle prime domande che mi pose fu: “Lei non sarà mica un giornalista?”. Oriana, nata giornalista, voleva morire scrittrice e io, a quella domanda, incautamente, le ricordai che lei, soprattutto in America, era nota come giornalista più che come autrice; la sua risposta mi travolse come un fiume dicendomi che lei sì, aveva iniziato come giornalista da giovanissima, lavorando per Il Mattino dell’Italia Centrale di Firenze per potersi pagare gli studi di medicina, che aveva iniziato spinta dallo zio Bruno, ma che odiava il giornalismo per il cinismo di molti di essi, l’irresponsabilità di alcuni che, scrivendo il falso, compiono danni irreprabili, e lo odiava soprattutto perchè l’aveva distolta dal suo vero amore che era la letteratura. Tuttavia si diceva grata al giornalismo per la possibilità che esso offriva di scrivere la storia nel preciso istante in cui la storia si svolgeva, perchè le aveva permesso di informare la gente, di aiutarla a sapere, a giudicare. Perchè le aveva permesso di vedere cose che non avrebbe mai potuto vedere. Gli era grata soprattutto perchè le aveva permesso di rompere le barriere imposte alle donne ancora nella seconda metà del Novecento.

Oriana si sentiva una scrittrice che, come molti altri, aveva prestato il suo talento al giornalismo, lusingata dalla sua caratteristica di immediatezza e dalle avventure che ti offre. Si diceva triste del fatto che proprio nel Paese dove aveva scelto di vivere fosse riconosciuta solo per le sue interviste e non per i suoi romanzi o le corrispondenze di guerra. Stringendomi il braccio aggiunse che comunque in America era stato pubblicato da Abrams un libro dal titolo “Gli Italiani – Storia, arte e genio di un popolo”, dove raccontava la nostra storia dall’Impero romano ai giorni nostri, nel quale le uniche due donne citate erano Eleonora Duse e lei, definita come colei che aveva portato il giornalismo politico del dopoguerra ad un altro livello.

Da quella reazione mi accorsi quanto fosse orgogliosa e quanta passione mettesse in tutto quello che faceva. Non mi fu difficile immaginarla a quattordici anni quando, col nome di battaglia Emilia, si unì ai partigiani nella lotta contro i fascisti. Il padre Edoardo era già da tempo un militante del movimento Giustizia e Libertà, fondato da Carlo e Nello Rosselli, e lei portava messaggi e armi per loro, distribuiva volantini e nascondeva gli ebrei in pericolo. Per quello ricevette il ringraziamento ufficiale da parte del Generale Alexander, il capo delle forze alleate in Italia.

Era una vera guerriera e i suoi racconti preferiti eran appunto quelli di storie vissute durante le sue corrispondenze di guerra. Aveva debuttato in Vietnam nel 1967, e vi era rimasta sino alla caduta di Saigon, descrivendo tutte le principali battaglie vissute in prima linea con lo zaino sulle spalle e quel terribile elmetto di metallo che  faceva friggere il cervello tanto si scaldava al sole. Era andata anche nel nord per testimoniare gli orrori del regime stalinista di Hanoi dove, per aver scritto quelle terribili verità, non le fu mai più concesso rientrare. Raccontava spesso della guerra del Libano e della guerra del Golfo: in quest’ultima andò quando aveva ormai sessant’anni e, a suo dire, le orribili nuvole nere, dovute ai pozzi di petrolio in fiamme, le avrebbero causato il cancro ai polmoni.

L’episodio che raccontava più di ogni altro, occorso in una delle sue corrispondenze, restava comunque il fattaccio avvenuto a Città del Messico nel 1968. Quando iniziava i suoi occhi si riempivano di odio e incredulità, una sera mi mostrò le cicatrici provocate dalle raffiche di mitra che la colpirono. “Ero a Città del Messico per documentare la rivolta studentesca, nel 1968.  Gli studenti stavano protestando, pacificamente, contro il governo nella Piazza delle tre Culture. Io, insieme con altri studenti e giornalisti, ero su una terrazza, così potevo vedere bene la manifestazione. Improvvisamente l’intera piazza venne circondata da centinaia di carri armati della polizia che, ad un cenno, iniziò a sparare sulla folla inerme, su tutti indistintamente, donne e bambini compresi. Vidi con i miei occhi un bambino spaccato in due da una mitragliata. Fu orribile.

Stavamo assistendo a quel massacro dalla terrazza, quando un elicottero iniziò a volare sopra di noi, dopo due o tre avanti e indietro cominciò a spararci, sentii una lama penetrarmi nella schiena e svenni. In quella terrazza morirono tutti tranne me e altri due. Mi gettarono in mezzo a centinaia di corpi, mi credevano morta. Un poliziotto mi strappò l’orologio dal polso. Quando arrivò un prete a benedire i corpi mi svegliai, quello si avvicinò e iniziò a pregare e io ad urlare, “bastardi, fascisti, assassini” e il prete, “è viva, è viva”. La cosa che la sconvolse di più fu che in Italia dissero che si era fatta pubblicità, che praticamente era fortunata, non per il fatto di essere sopravissuta, ma perché dopo quell’incidente la sua carriera sarebbe decollata, un po’ come due anni fa si disse per la Sgrena.

Mi resi presto conto di quanto adorasse i libri, in particolare quelli antichi, ne aveva moltissimi in diverse lingue, di ogni epoca: per il resto le sue librerie traboccavano di suoi libri, tradotti in tutte le lingue. Questo la rendeva molto fiera, ma allo stesso tempo si infuriava con i paesi arabi o la Cina che traducevano le sue opere senza pagare un soldo di diritti d’autore. Di libri Oriana ne ha venduti tanti, si parla di venti milioni di copie in tutto il mondo. La sua prima opera fu “Il sesso inutile”, pubblicato negli anni Cinquanta, un libro dove si descriveva la situazione della donna nel mondo. Tecnicamente, non lo considerava un buon libro. Poi “Penelope alla guerra”, di questo ne andava fiera perchè, nonostante lei non si fosse mai ritenuta una femminista militante, lo considerava un precursore del femminismo. Il libro successivo fu “Se il sole muore”, un reportage sugli astronauti e la conquista dello spazio, scritto dopo due anni di ricerche nelle basi spaziali americane, dove strinse amicizia con i cosmonauti riuscendo a farsi portare una sua foto di lei da bambina, sulla Luna, foto che poi conservava come una reliquia. Poi un libro per le scuole “Quel giorno sulla luna”, quindi “Gli egoisti”.

Dopo le sue corrispondenze di guerra in Vietnam, pubblicò “Niente e così sia” il primo vero successo, seguito dal libro di Oriana più venduto al mondo “Lettera a un bambino mai nato”, testo controverso e biografico che infiammò il dibattito sull’aborto. Oriana di aborti spontanei ne aveva avuto più di uno, questo la addolorava moltissimo, avrebbe voluto avere un figlio. Poi arrivò “Un uomo” altro successo, sul poeta rivoluzionario greco Alekos Panagulis. “Anche i rivoluzionari sanno essere dolci - affermava spesso - Alekos non voleva uccidere un uomo, voleva sopprimere un tiranno”. Finalmente arrivò “Intervista con la storia”, libro che la rese celebre negli Stati Uniti e dove ancora oggi, nelle università di giornalismo, viene citato come manuale indispensabile. Delle ventisei interviste ai personaggi più influenti della terra in quell’epoca, l’intervista che scosse di più l’opinione pubblica americana fu quella a Henry Kissinger, intervista che ancora oggi Kissinger considera la più disastrosa conversazione avuta con la stampa. Fallaci riuscì a strappare a Kissinger l’affermazione che la Guerra in Vietnam era assolutamente inutile!

“Inshallah” fu l’ultimo dei suoi libri, prima di dedicarsi al misterioso romanzo storico mai pubblicato. I fatti dell’11 settembre e la conseguente pubblicazione della Trilogia hanno impedito l’uscita del lunghissimo romanzo storico con lei ancora in vita. Considerava quel romanzo l’ultimo dei suoi bambini, lo coccolava e lo custodiva gelosissimamente. Prima di concedermi l’onore di poterlo vedere e lavorarci insieme, dovettero passare almeno due mesi. Ricordo quel giorno con emozione, Oriana con una solennità regale mi dischiuse i fascicoli del suo bambino.

La pubblicazione de “La rabbia e l’orgoglio” a seguito degli attentati dell’11 settembre, segna l’inizio di una nuova fase che si completerà con la “Forza della ragione” e quindi l’ “Apocalisse”. Con questa trilogia Oriana dichiara esplicitamente le sue posizioni contro il mondo islamico da lei, indistintamente, definito terrorista. Per cinque anni sarà il centro di una furiosa polemica che la vedrà contrapposta a movimenti politici di tutta Europa. In Francia tenteranno di bloccare l’uscita del libro, in Svizzera ne chiederanno l’estradizione per processarla, sino al processo subito in Italia con l’accusa di vilipendio alla religione. Oriana non si piega neanche alle minacce di morte che numerose le indirizzano. Ma in privato sbanda, ha bisogno di ottimismo e insieme passiamo pomeriggi interi a leggere le lettere che i suoi estimatori le inviano da tutto il mondo, in molte lingue, le leggiamo e rileggiamo per assorbire ottimismo e incoraggiamento. Ne aveva bisogno. “La Francia brucia le sinagoghe - diceva - e scatena una campagna contro il mio articolo sull’antisemitismo e il mio libro lì appena uscito”. L’Occidente, diceva, si stava arrendendo, l’Europa suicidando, nei momenti di sconforto pensava che combattere sarebbe solo servito a morire in piedi.

Ma poi lo sconforto passava e ritornava battagliera più che mai aiutata anche dalle conferme ricevute in America sul suo attacco all’Islam. Era fierissima del fatto che il Wall Street Journal l’avesse definita “la coscienza d’Europa” o che il New York Post la considerasse l’unica voce in Europa ad essersi levata in difesa degli ebrei. A chi la tacciasse di tradimento della sinistra italiana rispondeva che i comunisti erano più fascisti dei fascisti e si definiva una rivoluzionaria che odiava la sinistra proprio come, a suo dire, Papa Benedetto XVI, lo stesso Papa che la ricevette alla fine dell’agosto 2005, grazie all’intermediazione di Paolo Mieli. Solo quattro mesi prima di quell’incontro vidi Oriana inginocchiarsi davanti al televisore durante l’elezione di Benedetto XVI, la sentii urlare di gioia giurando che si sarebbe pure convertita se questi le avesse guarito gli occhi intaccati dal cancro. La sentii urlare che finalmente, dopo Giovanni Paolo II, che accusava di essere sceso a compromessi con l’Islam, era stato scelto un rivoluzionario come lei, un suo estimatore, “l’unico prete al quale abbia inviato un libro (“L’Apocalisse”, per Natale) con questa dedica: “Con tanto affetto sua Oriana Fallaci”.

Già dall’inizio del 2005 aveva ben chiara una cosa: non le restava molto da vivere. Si prefissò pertanto due obiettivi, combattere con tutte le sue forze la malattia e cercare di diffondere il più possibile il suo credo espresso attraverso la Trilogia. “L’unico privilegio - diceva - di cui si gode a quest’età, è il fatto che non si abbia più niente da perdere, posso dire tutto quello che voglio, nel modo che voglio!”. La malattia la combatteva quotidianamente, oltre che con la sua tenacia, che ha sicuramente contribuito alla sua, straordinariamente lunga, sopravvivenza, sottoponendosi a terapie giornaliere, corredandole, continuamente, con insulti ai medici italiani rei di non averla curata prontamente o peggio di non averla curata affatto.

Per favorire la diffusione delle idee espresse con la Trilogia, premeva sistematicamente sui dirigenti della Rizzoli e sul Corriere della Sera. Non passava giorno senza che mi dettasse una lettera di fuoco rivolta a Mieli e Marchetti. Il Corriere, a suo dire, era reo di farle ostruzionismo in tutti i modi. Citava, giornalmente, la parola Eurabia senza mai nominare il suo nome, non menzionando mai la Trilogia. Si sentiva odiata dagli “squallidi comitati di redazione” dai giornalisti che definiva pessimi e dagli editorialisti che definiva ambigui. Si sentiva temuta perché disturbava la fascistica sinistra. Decise così di entrare in guerra con la Rizzoli, sempre secondo la sua teoria che a quell’età non si avesse più niente da perdere, la Rizzoli invece, a suo dire, da perdere, con lei, ne aveva parecchio. I milioni che con i suoi libri si incassavano erano molti, e poi c’era in ballo un grande progetto di ripubblicare, allegata al Corriere, tutta l’opera della Fallaci aggiungendovi due inediti: “Niente e così sia numero due”, nel quale si raccoglievano le corrispondenze dal Vietnam del Nord e dalla Cambogia e sulla caduta di Saigon, e “Intervista con la Storia numero Due” nel quale si raccoglievano nuove interviste, mai pubblicate su volume, come quella a Khomeini e a Deng Xiaoping. Un progetto molto appetitoso che Oriana usava come arma di ricatto. Minacciando di cambiare editore, facendo pubblicare le sue opere magari alla concorrenza, chiedeva in cambio ampia copertura della Trilogia sia sul Corriere sia su tutte le pubblicazioni Rizzoli. Mieli e Colao capirono che faceva sul serio quando il 13 aprile 2005 Oriana pubblicò il famoso articolo sull’assassinio di Terry Schiavo, nientemeno che su Il Foglio, tradendo così, forse per la prima volta, il Corriere.

A quel punto Colao si precipitò a New York e Mieli inviò lettere di suppliche, dandole carta bianca sul progetto della pubblicazione della sua opera completa. Oriana aveva vinto ancora una volta. Ma non si fermò e continuò a prendersi gioco del suo editore. Ricordo che una volta dovetti scrivere due righe a Milano riguardo una traduzione: “…la Signora Fallaci non è mai stata informata se in codesta casa editrice che ormai giudica una calzoleria e non una casa editrice ci si è occupati della traduzione del terzo libro…”; per non parlare degli appellativi ai vari direttori: “Ponzio Pilato”, per sottolineare il fatto che sull’argomento Fallaci il Corriere se ne lavasse sempre le mani, o “Molotov-Culo-di-Pietra” per indicare un personaggio che resta a galla in mezzo a qualsiasi tempesta. Ma l’episodio più divertente resta per me quello del regalo di Pasqua da parte di Mieli, Marchetti e Colao. Si avvicinano le festività pasquali e dall’Italia mi fanno sapere che il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, il presidente della Rizzoli Marchetti e l’amministratore delegato Colao, desiderano che io acquisti per loro dei fiori da fare avere alla Fallaci come augurio di buona Pasqua. Le chiedo quali fiori preferisce. “Fioriii, ma che fioriii, non li voglio!”, sbatte la mano sul tavolo. “Che non si azzardino a mandarmi fiori!”, “Va bene signora, riferirò… anzi vado subito in ufficio per telefonare”. Ho già la mano sulla maniglia della porta quando mi ferma. “Aspetti!”. Mi volto, Oriana ha un curioso sguardo furbesco. “Ma quanto vogliono spendere?”. Le dico la cifra pattuita. “Be’, ma se non si dice nulla e con quei soldi si compra dello champagne?”. E così inebriati dal profumo dello champagne celebrammo la Pasqua.

L’incontro con Benedetto XVI segnò per Oriana l’inizio di un cammino che l’avrebbe condotta serenamente alla fine del proprio percorso terreno. L’ultimo anno trovava conforto nella corrispondenza col Mons. Fisichella e dalle sue visite a New York. Pensava spesso alla scommessa di Blaise Pascal sull’esistenza di Dio: “E se ci fosse veramente? Che fregatura prenderei, quasi quasi...”.

Quando un giorno le chiesi chi avrebbe portato con sé su una barca in caso di un diluvio universale, mi rispose senza esitazione: “Feltri, Giuliano, Selma e Sophia Loren”. Un ultimo ricordo di Oriana. Il suo motto: “Non appartengo a nessun partito, la mia indipendenza politica è assoluta e combatto qualsiasi dispotismo e tirannia con la stessa passione con cui combatto il conformismo e l’ipocrisia del cosiddetto politicamente corretto”.

* Dice di sé:
Sandro Sechi. Sono nato a Sassari trentotto anni fa dove ho completato il liceo classico. A 18 anni mi sono trasferito a Milano per frequentare la Facoltà di letteratura russa. Dopo la laurea ho collaborato per qualche anno con il canale satellitare Tele+. Spinto dalla mia insostenibile curiosità mi sono trasferito a New York, dove è avvenuto l’incontro con Oriana Fallaci. Nel novembre 2006 ho pubblicato il libro “Gli occhi di Oriana” nel quale racconto l’incredibile esperienza vissuta con la scrittrice. Ho appena concluso la sceneggiatura per l’adattamento cinematografico de “Gli occhi di Oriana”. In cantiere ho un libro sulla pena capitale negli Stati Uniti.