PROSPETTIVE

GESÙ DI NAZARET, MITO NECESSARIO

Un nuovo linguaggio per scommettere su Dio oggi: tra Gesù storico, Cristo della fede, e un Nuovo Testamento che non pare più credibile

Rachele Zinzocchi *

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra.

E in Gesù Cristo, suo unico Figlio e nostro Signore.

Ecco le due frasi che scandiscono l’atto di fede del credente. Aprono il Credo, un pronunciamento del proprio esser cristiani che il fedele ribadisce, o dovrebbe ribadire, sempre: quando va a Messa, nella comunità dei fedeli, intimamente, quando da solo prega Dio, o nella vita quotidiana, mentre lavora, cammina per strada, ma sa e ripete in sé di esser cristiano.

In quelle stesse due frasi, invece, non crede colui che si proclama ateo, agnostico, privo della fede. Il punto è lo stesso. Non credere in Dio, come il fedele invece fa. Non credere in Gesù Cristo nostro Signore: come il credente fa.

Tutto semplice, lineare, si direbbe: come se a entrambe le parti fosse perfettamente chiaro di chi, o cosa, stanno parlando. Ma il credente sa che cosa intende parlando di Dio, di Gesù Cristo? E l’ateo sa chi è questo Dio che rifiuta, questo Gesù Cristo salvatore che per lui, evidentemente, non salva?

Certo, si dirà: è un po’ difficile definire Dio, per credenti e non. La divinità contro l’umanità: un bel problema. Concentriamoci allora su Gesù Cristo. Almeno lui dovrebbe esserci più vicino: la divinità fattasi uomo, la Parola di Dio venuta alla luce sulla terra un giorno, tanto tempo fa - esattamente come noi, o quasi. Sapremo chi è Gesù Cristo: almeno per noi, nella nostra coscienza.

Lo sappiamo?

Si accettano scommesse. “Gesù Cristo”: che significano queste due paroline messe insieme così, che ripetiamo automaticamente? In questi due termini c’è tutto. Ma questo tutto ci appartiene, pur nei limiti della nostra mente umana? O siamo solo abituati a darlo per scontato?

Le parole sono tutt’uno con le nostre scelte di vita. Cerchiamo di capirci, allora.

Gesù: parlando di lui, in genere, ci si riferisce alla figura descritta nei Vangeli come il Figlio di Dio, mandato in terra per comunicare il messaggio di salvezza, la resurrezione dopo la morte per fede e grazia. Quella figura di cui Giovanni scrive:

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi [1].

Il Verbo, la Parola di Dio, cioè il suo annuncio di salvezza, si sarebbero fatte corpo, carne e sangue, uomo tra gli uomini: per parlare attraverso quel corpo e far capire a tutti che la morte si sarebbe potuta vincere, nella fede. Attenzione, dunque: Dio sarebbe divenuto, né più né meno, uomo tra gli uomini. Come tradizione cattolica vuole, Gesù è figura assolutamente umana: persona storicamente esistita, con una sua nascita, una vita, una morte a 33 anni, e innumerevoli vicende. Tanto umano, questo Gesù, che i Vangeli ne descrivono nel dettaglio già la venuta al mondo, come fatto preciso:

Giuseppe […] prese con sé la sua sposa, la quale […] partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode [2].

Tutta la vita di Gesù è raccontata nei particolari: il suo battesimo, le sue tentazioni, l’inizio della sua predicazione. Ancora: i suoi miracoli. Fino alla sua morte: seguita, però, da una resurrezione dopo tre giorni.

L’Angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto […]. Andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea: là lo vedrete [3].

Se le cose stanno così, l’uomo Gesù non è comunque esattamente come gli altri uomini. Sarebbe nato da una vergine, Maria; la sua vita sarebbe stata costellata di miracoli. E alla sua morte sarebbe seguita una rinascita: la sconfitta della fine suprema, che si fa annuncio per gli altri della stessa possibilità di riscatto.

Perciò Gesù non può più essere chiamato solo Gesù. La sua dimensione umana deve richiamare al contempo quella divina. Così, per fare riferimento a lui, al termine Gesù si aggiunge presto quello di “Cristo”. Dal greco “Christòs”: l“unto”, il benedetto dall’olio che salva. Il salvo, che con il suo esser messaggio vivente di salvezza, porta salvezza al mondo.

D’un tratto ci ritroviamo dinanzi a “Gesù Cristo”: le due parole da cui siamo partiti. La situazione è più chiara ora? Gesù Cristo ci è più comprensibile, più vicina la sua figura?

Ne dubitiamo. Forse queste indicazioni hanno alleggerito il campo: ma troppo facile sarebbe il gioco, se la questione della fede fosse già risolta.

Abbiamo a che fare con un Gesù Cristo nato (non si sa come) per immacolata concezione, vissuto un paio di millenni fa, la cui storia ci sarebbe più o meno esattamente tramandata dal Nuovo Testamento, e che un giorno, storicamente collocabile, sarebbe morto in croce. Per poi risorgere, però, neanche 72 ore dopo: manifestandosi quale Parola del Dio che sta in Cielo e non si può vedere, e comunicando per tutti la sconfitta – realizzata però da lui solo - di ciò che è invincibile per ogni uomo.

È credibile?

Per certi aspetti, qui c’è in gioco la scommessa della fede:

Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto, se perdete non perdete nulla. Scommettete, dunque, che Dio esiste, senza esitare [4].

In questione c’è il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti”: una fede che non si basa su razionalismi, ma sul superamento del dubbio nell’abbandono a una devozione. Che non chiede più di tanto, nonostante tutto.

È il cuore che sente Dio, e non la ragione. Ed ecco che cos'è la fede: Dio sensibile al cuore, e non alla ragione [5].

Non a caso si parla di “mistero della fede”. Ma quanti, oggi, sono disposti a un abbandono consapevole verso ciò che è mistero? Se da un lato gli irrazionalismi dilagano, dall’altro il nostro scientismo non può non renderci difficile un atto del genere. Specie perché la fede cristiana non vuole essere irrazionale: semmai, arazionale. Capace di arrivare a un punto di chiarificazione dell’oggetto della fede: per poi fermarsi, rimettendosi al dono di ciò che è destinato a restare per sempre, in qualche misura, inesplicabile.

Una comprensione però deve esserci. Torniamo allora a chiederci: quanti di noi possono capire e credere, credere e capire, quell’immagine sopra descritta di Gesù Cristo?

Occorre andare più a fondo dei ricordi evanescenti di un adolescenziale catechismo, metter più a fuoco una foto sbiadita della cosiddetta dottrina. Bisogna riflettere sul punctum dolens, specie per l’uomo del XXI secolo: questo Dio fattosi uomo, Gesù di Nazaret, quest’uomo che è però anche Dio. Un Gesù nominato Cristo che nascerebbe da una vergine, verrebbe crocifisso e poi rinascerebbe, farebbe miracoli per cui noi oggi pagheremmo – glieli chiediamo ancora ma, quasi sempre, nulla da fare.

Questo Gesù, che in certo modo non ci quadra, è detto anche in teologia “Gesù storico”: il Gesù di Nazaret, la  persona storicamente esistita, descrittaci nelle sue vicende dai Vangeli. Per tentare di capire, dobbiamo ripartire dalla sua figura, nel rapporto col suo essere Cristo, divino salvatore, il “Cristo della fede”, cui mi rivolgo nelle mie preghiere. Soprattutto perché, secondo la dottrina cattolica, proprio il Gesù storico costituirebbe il fondamento del Cristo della fede: l’esistenza storica di un uomo chiamato Gesù sarebbe il principio da cui partire per accedere alla portata salvifica di quel Dio fattosi carne. A quell’uomo la Chiesa cattolica mi rimanda, se voglio dirmi cristiano. E se oso porre in discussione qualcosa del Gesù storico e delle sue incredibili vicende, addio a tutta la fede, per la Chiesa.

Ma credere alla presunta vita di un presunto Gesù, non è facile come credere all’esistenza di Giulio Cesare o Napoleone. Perciò bisogna riflettere su di lui. Come credere, comprendendolo e accettandolo, che il mio Dio sia un giorno nato sulla terra come un uomo – ma non proprio come nascono gli uomini? Sia morto - ma non come muoiono gli uomini che ho davanti, finendo in cenere?

Forse è solo un problema di linguaggio. Forse quel Verbo, quella Parola di Dio che annuncia salvezza chiede soltanto, oggi, di essere compresa in maniera diversa da come, per oltre duemila anni, ci è stata presentata: di provare a pensare e interpretare quanto il Nuovo Testamento ci ha detto sulla vita di Gesù in modo nuovo, ma non incoerente. Si potrebbe entrare così, forse, in un circuito capace di rendere la fede più accettabile anche agli scettici. Pur non arrivando mai alla chiarezza definitiva.

Da sempre il Gesù storico è stato al centro di roventi polemiche: da quando (presumibilmente) è esistito. C’è un problema preliminare: l’attendibilità delle fonti. Vale in generale, per ogni personaggio di cui si voglia ricostruire la vita: figuriamoci per Gesù Cristo. Le nostre fonti, in questo caso, sono i Vangeli, il Nuovo Testamento. Così decise Santa Madre Chiesa. Ci sarebbe, a dire il vero, molto altro materiale: attestante situazioni ben diverse riguardo la vita di Gesù. Recenti fenomeni in stile “Codice da Vinci” (o, prima, “Il pendolo di Foucault”, di Umberto Eco) hanno reso nuovamente attuali secoli di dibattiti mai cessati, tra storie di Templari, Santo Graal e, ad esempio, un Gesù molto, troppo vicino a Maria Maddalena. Racconti diversi, di altri evangelisti: che la Chiesa ha rifiutato, stigmatizzandoli come falsi, “vangeli apocrifi”. Ha potuto farlo sulla base dell’infallibile ispirazione dello Spirito Santo (o con la scusa di quell’ispirazione, direbbe chi non crede). Di fatto, le fonti per noi devono essere quelle “politicamente corrette”: non altre. Una bella batosta per il libero pensiero.

Eppure, proprio la fede cattolica ha una parola d’ordine, inequivocabile: libero arbitrio. Alla coscienza di ognuno la scelta. Tanto il problema resta. Non ci sarà più facile credere a un Gesù che ha ceduto a una tentazione di troppo, piuttosto che ad uno totalmente integerrimo. A roderci resterà sempre l’immagine di quella croce: chiodi infissi nella carne di un uomo, sangue versato fino a spirare. E poi, un sepolcro vuoto: perché il morto si è rialzato. 

Specie dal secolo scorso teologi (cattolici e protestanti), filosofi, hanno tentato di avvicinarsi al Gesù storico, interpretando in modo nuovo il racconto evangelico della sua vita. Iniziò Karl Barth, nel primo Novecento: proseguì Rudolf Bultmann. Che aveva un amico sulla sponda filosofica: Martin Heidegger, colui che nei primi tre quarti del XX secolo diede il contributo più notevole – tuttora insuperato – alla teorizzazione del pensiero umano, muovendo anche dalla riflessione teologica.

Quel gruppo fece esplodere il problema della storia e della vita di Gesù, della sua valenza per la fede. La domanda poteva suonare così: “Per credere in Cristo Salvatore, è necessario credere che un uomo chiamato Gesù abbia davvero, storicamente, realizzato tutte le opere che di lui narrano i Vangeli?”. Con l’ulteriore passaggio: “Quegli episodi, a prescindere dalla loro storicità, non rappresenteranno piuttosto un simbolo, una metafora con cui una comunità miracolosamente toccata dalla fede ha potuto comunicare un messaggio di salvezza?”.

Aspettiamo a rivelare che risposta diedero loro. Si ricordi intanto che il dibattito suscitò un polverone nella Chiesa: divisa da secoli, ma ora minata ancor più nella sua presunta unità poiché, a porsi certi interrogativi, erano i cattolici stessi. Tanto attuale era ed è, oggi, la questione, che proprio a quelle discussioni si riferisce Papa Benedetto XVI, quando nel suo libro “Gesù di Nazaret” scrive:

Dagli anni ’50, i progressi della ricerca storico-critica condussero a distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione […]. Si è andati dal rivoluzionario antiromano al mite moralista. Sono molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di una icona fattasi sbiadita.

Continua Ratzinger:

Io ho fiducia nei Vangeli. Sono convinto che la figura di Gesù che ne emerge è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. […] I  peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati delle esegesi.

Ogni discussione è liquidata da Ratzinger come seguita da risultati solo presunti: idee non credibili, prive di fondamento, contro cui il Pontefice riafferma la completa validità della figura di Gesù riportata dai Vangeli, quanto ad attendibilità storica e al suo essere fondamento per la fede. Il Papa ricostruisce puntualmente la vita di Gesù a partire dal racconto biblico: questo per lui è “il Gesù reale, il Gesù storico in senso vero e proprio”, consegnato ai lettori perché si riavvicinino a lui. Costui è non solo il vero e unico Gesù, ma soprattutto quel Cristo Figlio di Dio che può comprendersi solo a partire dalla straordinarietà della vita storica di Gesù di Nazaret. Quei fatti, proprio perché incredibili, sono qui la base, quasi la prova dell’esistenza di Dio: del fatto che Gesù sia Gesù Cristo. La fede si fonderebbe “sulla storia che è accaduta sulla superficie di questa terra”. Altrimenti “la fede cristiana viene eliminata e trasformata in un’altra religione”.

Il volume è uscito ad aprile: ma è “frutto di un lungo cammino interiore”, iniziato nell’estate 2003. Per dedicarsi a un lavoro così, Ratzinger deve aver ritenuto urgente affrontare ciò che ancora, evidentemente, è irrisolto e problematico. E che tale resta, a nostro avviso, dopo il suo libro. Benedetto XVI fa sembrare tutto semplice: per lui “proprio questo Gesù, quello dei Vangeli”, sarebbe “una figura storicamente sensata e convincente”, e il pensiero che in un tempo preciso qualcuno sia morto in croce e resuscitato dovrebbe costituire la rassicurante prova dell’autenticità della fede.

Riusciamo ad accettare tutto ciò come un dato quasi scientificamente provato, imprescindibile?

La domanda resta.

Torniamo a Bultmann, sopra evocato. Nel 1941 scrisse “Nuovo Testamento e mitologia - Il manifesto della demitizzazione”. Cosa pensava del Gesù storico e della narrazione dei Vangeli?

La raffigurazione neotestamentaria dell’universo è mitica.

La rappresentazione dell’evento della salvezza […] è espressa in un linguaggio mitico.

Quello neotestamentario è tutto un discorso mitologico… La contemporanea mitologia dell’apocalittica giudaica e del mito gnostico della redenzione. Ora, in quanto discorso mitologico, non è credibile dagli uomini di oggi, giacché per costoro la figura mitica del mondo è dissolta [6].

Bultmann parrebbe rispondere alla nostra domanda. Chi vive nel mondo attuale presenta alla fede una nuova scommessa: rendere credibile, ad esempio, un Gesù che sarebbe nato da una vergine. Mistero tanto più grande oggi che la scienza ha da tempo squarciato ogni velo su concepimento e parto. Ma quella immagine, e tante altre della vita di Gesù, possono intendersi diversamente: non come verità più o meno scientifiche, ma come “mito”.

Che significa? Dal greco “mythos”: un racconto, una storia, contrapposta al “lògos”, al razionalismo del discorso scientifico, dai tempi di Platone. Una favola anche, ma non perciò falsa: piuttosto una narrazione, in cui il mondo di allora fissava concetti non semplici per renderli attingibili a tutti. Nella cristallina oggettività di quel discorso, si celava il messaggio più profondo, poco esprimibile in sé, ma che così si comunicava indirettamente. Un esempio grossolano: si voleva narrare il concetto dell’amore di sé, con i rischi che comporta? Ecco il mito di Narciso. Poco importa se Narciso sia realmente esistito: conta il messaggio tramandato con la sua figura.

Ben altro è in gioco con il “mito” di Gesù di Nazaret: ma potremmo avvicinarci nello stesso modo alla narrazione della sua vita. Quella che oggi chiamiamo la prima comunità evangelica (un gruppo di persone vissute millenni fa) avrebbe inteso trasmettere un messaggio al mondo: e lo avrebbe scritto nel Nuovo Testamento, traducendolo nelle figure espressive adeguate per quel tempo. Forme narrative fatte di immagini chiare, affermazioni oggettivanti e (apparentemente) esaustive: le sole abili ad entrare nella testa di uomini che, per il loro modo di pensare e una cultura non così diffusa, necessitavano di rappresentazioni definite, da toccare con mano. Quella prima comunità sarebbe stata raggiunta da un annuncio - miracolosamente e misteriosamente, sì, per grazia divina: presupposto da accettare o no, in libertà di scelta. Il messaggio di un Dio che, per fede, poteva liberare tutti gli uomini dal male, compreso quello supremo e in apparenza insuperabile: la morte. Quegli uomini, per la comunicazione comune, avrebbero tradotto tale difficile messaggio (il “kèrygma”) nella figura di un uomo crocifisso e poi risorto, asceso al cielo. Immagine semplice e serena per le persone di allora, un pane che potevano mangiare. Non più masticabile, invece, per noi oggi: e da ritradursi dunque alla luce del significato originario cui rinvia, il messaggio di salvezza.

Che resta allora della vita di Gesù? Per Ratzinger è il fondamento della fede: noi qui abbiamo osato quasi definirla favola. Ma sarebbe forse meno importante, come “favola”?

Se l’annuncio del Nuovo Testamento deve conservare una sua validità, non si dà altra via che quella di demitizzarlo [7].

Bultmann parla di demitizzazione: che intende? De-mitizzare implica un tagliare, rimuovere da noi le immagini mitiche della vita di Gesù. Perché, scrive, “che senso possono avere oggi professioni di fede come queste: disceso agli inferi o asceso al cielo, se chi le emette non condivide la mitica visione d’un mondo articolato in tre piani”? A una prima lettura, parrebbe che per Bultmann quelle immagini non abbiano valore: e vadano superate, conservandone solo il significato cui la comunità cristiana voleva che rinviassero, l’annuncio di salvezza tout court.   

Tanti hanno interpretato così la demitizzazione: quasi che Bultmann avesse esortato a disinteressarci del Nuovo Testamento. C’è chi ha scritto che, per lui, “ciò che rimane valido nell'annuncio cristiano sono la riflessione e l'analisi dell'esistenza, l'angoscia dell'uomo per il futuro, la miseria del presente”. Un po’ poco per l’identità della fede.

Siamo certi che Bultmann intendesse questo?

No, a nostro avviso. Ma in questione non v’è qui una ricostruzione filologica del suo pensiero: bensì una riflessione che, muovendo da certi concetti, vada anche oltre. Perciò la bultmanniana demitizzazione è per noi, più esattamente, da ribattezzare e intendere come “transmitizzazione”. Sostituire “de-” con “trans-“, indicante un passaggio, un tramite imprescindibile e costante, è la chiave per approdare a un Gesù storico più accettabile, e anche per scoprire, da qui, una nuova visione del pensiero e dell’uomo.

Il Nuovo Testamento […] non proclama in senso primario Gesù come il maestro che abbia detto qualcosa di veramente essenziale e decisivo […]. Annuncia proprio la sua persona come l’evento decisivo. Di essa parla mitologicamente: ma possiamo perciò eliminare quel che nell’annuncio la riguarda, come se fosse pura e semplice mitologia? [8]

Le immagini evangeliche della vita di Gesù sono state riconosciute come favole simboliche: necessarie duemila anni fa, difficilmente accettabili per noi. Ma ancora oggi necessarie.

Se infatti fossimo colti dalla luciferina tentazione di recidere ogni contatto con Gesù di Nazaret, se rigettassimo il nostro simbolo come immagine inattuale e assurda, commetteremmo lo stesso errore di chi contestiamo: di chi intende basare la fede sui presunti fatti storici di Gesù, cioè su definizioni oggettive. Ci troveremmo a fare i conti “solo” con l’annuncio salvifico di fede: un messaggio astratto, che dovremmo pur con qualche parola esprimere. E tenteremmo di racchiuderlo in un’altra definizione, una nuova immagine: magari più moderna, ma con la stessa pretesa di assolutezza, di dire tutto, finalmente e correttamente, sulla fede. Esprimeremmo il messaggio di salvezza dalla morte e da ogni male, non con l’immagine di un uomo che muore e poi risorge: ma con altre parole ugualmente oggettivanti, che dipingerebbero ancora un Dio “umano troppo umano”. Doppio errore, perché stavolta, invece, ci riterremmo liberi da ogni inesattezza.

Ora, l’errore è ineliminabile: la finitezza è il senso più profondo che possiamo attingere di noi stessi. Tutto sta nell’avere consapevolezza della nostra fallibilità. Questa è la chiave.

Così, i possibili errori insiti nell’immagine narrata di Gesù – e in tutte quelle che potremmo dipingere oggi della fede – sono un destino per l’uomo. Col limite dobbiamo fare i conti. Ma il limite delle nostre immagini, vecchie e nuove, si riscatta vedendolo come simbolo, metafora. Gesù di Nazaret è “metafora”: per definizione imprescindibile. Dall’incredibile immagine della croce e del sangue versato - di un sepolcro vuoto e un uomo risorto, a prescindere dalla sua attendibilità e fondatezza storica - da lì dobbiamo partire, per comprendere il messaggio cristologico della fede: “Dio vi libererà alla fine da tutto ciò che è male, anche se dal male dovrete passare”. Un versetto che suona più attuale: ma certo, non definitivo. Anch’esso, come il Gesù storico, è solo un simbolo, rinviante a qualcosa mai del tutto esplicabile. Altri, in futuro, riterranno questa frase nuovamente improponibile. Ma da qui ripartiranno, in una ulteriore analisi di queste espressioni e delle immagini di Gesù, per approfondire il messaggio di fede. In un circolo infinito, virtuoso e non vizioso, ove la sola certezza è la nostra finitezza, e la necessità di esprimerci per immagini limitate, benché diverse a seconda dei secoli. 

Non solo la croce, mito cristiano per eccellenza, ma tutti i fatti della vita di Gesù possono essere guardati ora in questa nuova ottica. Gesù nasce da una vergine? Sappiamo come funziona il parto. Ma forse chi ha descritto quell’immagine voleva esprimere la straordinarietà di una nascita che, se fosse stata narrata normalmente, non avrebbe fatto capire l’eccezionalità della persona che veniva alla luce. Oggi non si tratterebbe di credere alla verità storica di quella immacolata concezione: bensì, sospendendo il giudizio su ciò, di capire il significato che quella figura voleva esprimere, scegliendo se accettarlo o meno.

Gesù di Nazaret si affaccia così più sommessamente alla nostra porta, e sembra dirci: “Non sapete se io sono vissuto, se ho fatto ciò che di me è stato detto. Non potrete mai provarlo. Ora siete consapevoli di questa inconsapevolezza. Ma sapete che io sono la cifra, il segno di un messaggio ulteriore a cui rimando tramite la mia immagine, oggi più debole, ma imprescindibile”.

A questo Gesù possiamo credere, se vogliamo. Ciò è rimesso alla libertà di ognuno. Ma la fede è comunque un dono – neppure Ratzinger potrebbe negarlo. La fede che ciascuno può vivere nel proprio cuore è il residuo inoggettivabile che resta sempre, nonostante gli infiniti tentativi di darne espressione oggettiva. Ma in questo circolo continuo, emerge l’unica certezza: la nostra finitezza, il nostro non-senso quale unico senso accessibile, la (quasi-)sicurezza di non poter scoprire alcunché di definitivo su noi o su Dio. Se c’è: cosa che ora, forse, possiamo credere e magari anche un po’ comprendere.

[1] Vangelo secondo Giovanni, 1, 14.
[2] Vangelo secondo Matteo, 1, 24-25; 2, 1.
[3] Vangelo secondo Matteo, 28, 5-7.
[4] Blaise Pascal, "Pensieri".
[5] Blaise Pascal, "Pensieri".
[6] Rudolf Bultmann, "Nuovo Testamento e mitologia - Il manifesto della demitizzazione", ed. Queriniana, pp. 103-106.
[7] Rudolf Bultmann, "Nuovo Testamento e mitologia - Il manifesto della demitizzazione", ed. Queriniana, p. 118.
[8] Rudolf Bultmann, "Nuovo Testamento e mitologia - Il manifesto della demitizzazione", ed. Queriniana, p. 125.



* Dice di sé:
Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa - sulla metafisica e la finitezza umana - e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa “pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.

ATTIMI FUGGENTI

Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà.
(Giacomo 2,12)