PROSPETTIVE
GESÙ
DI NAZARET, MITO NECESSARIO
Un
nuovo linguaggio per scommettere su Dio oggi: tra Gesù
storico, Cristo della fede, e un Nuovo Testamento che
non pare più credibile
Rachele
Zinzocchi *
Io
credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo
e della terra.
E in Gesù
Cristo, suo unico Figlio e nostro Signore.
Ecco le due frasi
che scandiscono l’atto di fede del credente. Aprono
il Credo, un pronunciamento del proprio esser cristiani
che il fedele ribadisce, o dovrebbe ribadire, sempre:
quando va a Messa, nella comunità dei fedeli, intimamente,
quando da solo prega Dio, o nella vita quotidiana,
mentre lavora, cammina per strada, ma sa e ripete
in sé di esser cristiano.
In
quelle stesse due frasi, invece, non crede colui che
si proclama ateo, agnostico, privo della fede. Il
punto è lo stesso. Non credere in Dio, come il fedele
invece fa. Non credere in Gesù Cristo nostro Signore:
come il credente fa.
Tutto
semplice, lineare, si direbbe: come se a entrambe
le parti fosse perfettamente chiaro di chi, o cosa,
stanno parlando. Ma il credente sa che cosa intende
parlando di Dio, di Gesù Cristo? E l’ateo sa chi è
questo Dio che rifiuta, questo Gesù Cristo salvatore
che per lui, evidentemente, non salva?
Certo, si
dirà: è un po’ difficile definire Dio, per credenti
e non. La divinità contro l’umanità: un bel problema.
Concentriamoci allora su Gesù Cristo. Almeno lui dovrebbe
esserci più vicino: la divinità fattasi uomo, la Parola
di Dio venuta alla luce sulla terra un giorno, tanto
tempo fa - esattamente come noi, o quasi. Sapremo
chi è Gesù Cristo: almeno per noi, nella nostra coscienza.
Lo sappiamo?
Si
accettano scommesse. “Gesù Cristo”: che significano
queste due paroline messe insieme così, che ripetiamo
automaticamente? In questi due termini c’è tutto.
Ma questo tutto ci appartiene, pur nei limiti della
nostra mente umana? O siamo solo abituati a darlo
per scontato?
Le parole
sono tutt’uno con le nostre scelte di vita. Cerchiamo
di capirci, allora.
Gesù: parlando
di lui, in genere, ci si riferisce alla figura descritta
nei Vangeli come il Figlio di Dio, mandato in terra
per comunicare il messaggio di salvezza, la resurrezione
dopo la morte per fede e grazia. Quella figura di
cui Giovanni scrive:
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi.
Il
Verbo, la Parola di Dio, cioè il suo annuncio di salvezza,
si sarebbero fatte corpo, carne e sangue, uomo tra
gli uomini: per parlare attraverso quel corpo e far
capire a tutti che la morte si sarebbe potuta vincere,
nella fede. Attenzione, dunque: Dio sarebbe divenuto,
né più né meno, uomo tra gli uomini. Come tradizione
cattolica vuole, Gesù è figura assolutamente umana:
persona storicamente esistita, con una sua nascita,
una vita, una morte a 33 anni, e innumerevoli vicende.
Tanto umano, questo Gesù, che i Vangeli ne descrivono
nel dettaglio già la venuta al mondo, come fatto preciso:
Giuseppe […] prese con sé la sua sposa, la quale […]
partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Gesù nacque
a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode.
Tutta
la vita di Gesù è raccontata nei particolari: il suo
battesimo, le sue tentazioni, l’inizio della sua predicazione.
Ancora: i suoi miracoli. Fino alla sua morte: seguita,
però, da una resurrezione dopo tre giorni.
L’Angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi!
So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto,
come aveva detto […]. Andate a dire ai suoi discepoli:
è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea:
là lo vedrete.
Se
le cose stanno così, l’uomo Gesù non è comunque esattamente
come gli altri uomini. Sarebbe nato da una vergine,
Maria; la sua vita sarebbe stata costellata di miracoli.
E alla sua morte sarebbe seguita una rinascita: la
sconfitta della fine suprema, che si fa annuncio per
gli altri della stessa possibilità di riscatto.
Perciò
Gesù non può più essere chiamato solo Gesù. La sua
dimensione umana deve richiamare al contempo quella
divina. Così, per fare riferimento a lui, al termine
Gesù si aggiunge presto quello di “Cristo”. Dal greco
“Christòs”: l“unto”, il benedetto dall’olio che salva.
Il salvo, che con il suo esser messaggio vivente di
salvezza, porta salvezza al mondo.
D’un
tratto ci ritroviamo dinanzi a “Gesù Cristo”: le due
parole da cui siamo partiti. La situazione è più chiara
ora? Gesù Cristo ci è più comprensibile, più vicina
la sua figura?
Ne
dubitiamo. Forse queste indicazioni hanno alleggerito
il campo: ma troppo facile sarebbe il gioco, se la
questione della fede fosse già risolta.
Abbiamo
a che fare con un Gesù Cristo nato (non si sa come)
per immacolata concezione, vissuto un paio di millenni
fa, la cui storia ci sarebbe più o meno esattamente
tramandata dal Nuovo Testamento, e che un giorno,
storicamente collocabile, sarebbe morto in croce.
Per poi risorgere, però, neanche 72 ore dopo: manifestandosi
quale Parola del Dio che sta in Cielo e non si può
vedere, e comunicando per tutti la sconfitta – realizzata
però da lui solo - di ciò che è invincibile per ogni
uomo.
È credibile?
Per certi
aspetti, qui c’è in gioco la scommessa della fede:
Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto,
se perdete non perdete nulla. Scommettete, dunque,
che Dio esiste, senza esitare.
In questione c’è il
“Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non dei filosofi
e dei dotti”: una fede che non si basa su razionalismi,
ma sul superamento del dubbio nell’abbandono a una
devozione. Che non chiede più di tanto, nonostante
tutto.
È il cuore che sente Dio, e non la ragione. Ed ecco
che cos'è la fede: Dio sensibile al cuore, e non alla
ragione.
Non
a caso si parla di “mistero della fede”. Ma quanti,
oggi, sono disposti a un abbandono consapevole verso
ciò che è mistero? Se da un lato gli irrazionalismi
dilagano, dall’altro il nostro scientismo non può
non renderci difficile un atto del genere. Specie
perché la fede cristiana non vuole essere irrazionale:
semmai, arazionale. Capace di arrivare a un punto
di chiarificazione dell’oggetto della fede: per poi
fermarsi, rimettendosi al dono di ciò che è destinato
a restare per sempre, in qualche misura, inesplicabile.
Una
comprensione però deve esserci. Torniamo allora a
chiederci: quanti di noi possono capire e credere,
credere e capire, quell’immagine sopra descritta di
Gesù Cristo?
Occorre
andare più a fondo dei ricordi evanescenti di un adolescenziale
catechismo, metter più a fuoco una foto sbiadita della
cosiddetta dottrina. Bisogna riflettere sul punctum
dolens, specie per l’uomo del XXI secolo: questo
Dio fattosi uomo, Gesù di Nazaret, quest’uomo che
è però anche Dio. Un Gesù nominato Cristo che nascerebbe
da una vergine, verrebbe crocifisso e poi rinascerebbe,
farebbe miracoli per cui noi oggi pagheremmo – glieli
chiediamo ancora ma, quasi sempre, nulla da fare.
Questo
Gesù, che in certo modo non ci quadra, è detto anche
in teologia “Gesù storico”: il Gesù di Nazaret, la
persona storicamente esistita, descrittaci
nelle sue vicende dai Vangeli. Per tentare di capire,
dobbiamo ripartire dalla sua figura, nel rapporto
col suo essere Cristo, divino salvatore, il “Cristo
della fede”, cui mi rivolgo nelle mie preghiere. Soprattutto
perché, secondo la dottrina cattolica, proprio il
Gesù storico costituirebbe il fondamento del Cristo
della fede: l’esistenza storica di un uomo chiamato
Gesù sarebbe il principio da cui partire per accedere
alla portata salvifica di quel Dio fattosi carne.
A quell’uomo la Chiesa cattolica mi rimanda, se voglio
dirmi cristiano. E se oso porre in discussione qualcosa
del Gesù storico e delle sue incredibili vicende,
addio a tutta la fede, per la Chiesa.
Ma
credere alla presunta vita di un presunto Gesù, non
è facile come credere all’esistenza di Giulio Cesare
o Napoleone. Perciò bisogna riflettere su di lui.
Come credere, comprendendolo e accettandolo, che il
mio Dio sia un giorno nato sulla terra come un uomo
– ma non proprio come nascono gli uomini? Sia morto
- ma non come muoiono gli uomini che ho davanti, finendo
in cenere?
Forse
è solo un problema di linguaggio. Forse quel Verbo,
quella Parola di Dio che annuncia salvezza chiede
soltanto, oggi, di essere compresa in maniera diversa
da come, per oltre duemila anni, ci è stata presentata:
di provare a pensare e interpretare quanto il Nuovo
Testamento ci ha detto sulla vita di Gesù in modo
nuovo, ma non incoerente. Si potrebbe entrare così,
forse, in un circuito capace di rendere la fede più
accettabile anche agli scettici. Pur non arrivando
mai alla chiarezza definitiva.
Da
sempre il Gesù storico è stato al centro di roventi
polemiche: da quando (presumibilmente) è esistito.
C’è un problema preliminare: l’attendibilità delle
fonti. Vale in generale, per ogni personaggio di cui
si voglia ricostruire la vita: figuriamoci per Gesù
Cristo. Le nostre fonti, in questo caso, sono i Vangeli,
il Nuovo Testamento. Così decise Santa Madre Chiesa.
Ci sarebbe, a dire il vero, molto altro materiale:
attestante situazioni ben diverse riguardo la vita
di Gesù. Recenti fenomeni in stile “Codice da Vinci”
(o, prima, “Il pendolo di Foucault”, di Umberto Eco)
hanno reso nuovamente attuali secoli di dibattiti
mai cessati, tra storie di Templari, Santo Graal e,
ad esempio, un Gesù molto, troppo vicino a Maria Maddalena.
Racconti diversi, di altri evangelisti: che la Chiesa
ha rifiutato, stigmatizzandoli come falsi, “vangeli
apocrifi”. Ha potuto farlo sulla base dell’infallibile
ispirazione dello Spirito Santo (o con la scusa di
quell’ispirazione, direbbe chi non crede). Di fatto,
le fonti per noi devono essere quelle “politicamente
corrette”: non altre. Una bella batosta per il libero
pensiero.
Eppure,
proprio la fede cattolica ha una parola d’ordine,
inequivocabile: libero arbitrio. Alla coscienza di
ognuno la scelta. Tanto il problema resta. Non ci
sarà più facile credere a un Gesù che ha ceduto a
una tentazione di troppo, piuttosto che ad uno totalmente
integerrimo. A roderci resterà sempre l’immagine di
quella croce: chiodi infissi nella carne di un uomo,
sangue versato fino a spirare. E poi, un sepolcro
vuoto: perché il morto si è rialzato.
Specie
dal secolo scorso teologi (cattolici e protestanti),
filosofi, hanno tentato di avvicinarsi al Gesù storico,
interpretando in modo nuovo il racconto evangelico
della sua vita. Iniziò Karl Barth, nel primo Novecento:
proseguì Rudolf Bultmann. Che aveva un amico sulla
sponda filosofica: Martin Heidegger, colui che nei
primi tre quarti del XX secolo diede il contributo
più notevole – tuttora insuperato – alla teorizzazione
del pensiero umano, muovendo anche dalla riflessione
teologica.
Quel
gruppo fece esplodere il problema della storia e della
vita di Gesù, della sua valenza per la fede. La domanda
poteva suonare così: “Per credere in Cristo Salvatore,
è necessario credere che un uomo chiamato Gesù abbia
davvero, storicamente, realizzato tutte le opere che
di lui narrano i Vangeli?”. Con l’ulteriore passaggio:
“Quegli episodi, a prescindere dalla loro storicità,
non rappresenteranno piuttosto un simbolo, una metafora
con cui una comunità miracolosamente toccata dalla
fede ha potuto comunicare un messaggio di salvezza?”.
Aspettiamo
a rivelare che risposta diedero loro. Si ricordi intanto
che il dibattito suscitò un polverone nella Chiesa:
divisa da secoli, ma ora minata ancor più nella sua
presunta unità poiché, a porsi certi interrogativi,
erano i cattolici stessi. Tanto attuale era ed è,
oggi, la questione, che proprio a quelle discussioni
si riferisce Papa Benedetto XVI, quando nel suo libro
“Gesù di Nazaret” scrive:
Dagli anni ’50, i progressi della ricerca storico-critica
condussero a distinzioni sempre più sottili tra i
diversi strati della tradizione […]. Si è andati dal
rivoluzionario antiromano al mite moralista. Sono
molto più fotografie degli autori e dei loro ideali
che non la messa a nudo di una icona fattasi sbiadita.
Continua
Ratzinger:
Io ho fiducia nei Vangeli. Sono convinto che la figura
di Gesù che ne emerge è molto più logica e dal punto
di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni
con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi
decenni. […] I peggiori
libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori
della fede, sono stati intessuti con presunti risultati
delle esegesi.
Ogni
discussione è liquidata da Ratzinger come seguita
da risultati solo presunti: idee non credibili, prive
di fondamento, contro cui il Pontefice riafferma la
completa validità della figura di Gesù riportata dai
Vangeli, quanto ad attendibilità storica e al suo
essere fondamento per la fede. Il Papa ricostruisce
puntualmente la vita di Gesù a partire dal racconto
biblico: questo per lui è “il Gesù reale, il Gesù
storico in senso vero e proprio”, consegnato ai lettori
perché si riavvicinino a lui. Costui è non solo il
vero e unico Gesù, ma soprattutto quel Cristo Figlio
di Dio che può comprendersi solo a partire dalla straordinarietà
della vita storica di Gesù di Nazaret. Quei fatti,
proprio perché incredibili, sono qui la base, quasi
la prova dell’esistenza di Dio: del fatto che Gesù
sia Gesù Cristo. La fede si fonderebbe “sulla storia
che è accaduta sulla superficie di questa terra”.
Altrimenti “la fede cristiana viene eliminata e trasformata
in un’altra religione”.
Il
volume è uscito ad aprile: ma è “frutto di un lungo
cammino interiore”, iniziato nell’estate 2003. Per
dedicarsi a un lavoro così, Ratzinger deve aver ritenuto
urgente affrontare ciò che ancora, evidentemente,
è irrisolto e problematico. E che tale resta, a nostro
avviso, dopo il suo libro. Benedetto XVI fa sembrare
tutto semplice: per lui “proprio questo Gesù, quello
dei Vangeli”, sarebbe “una figura storicamente sensata
e convincente”, e il pensiero che in un tempo preciso
qualcuno sia morto in croce e resuscitato dovrebbe
costituire la rassicurante prova dell’autenticità
della fede.
Riusciamo
ad accettare tutto ciò come un dato quasi scientificamente
provato, imprescindibile?
La domanda
resta.
Torniamo
a Bultmann, sopra evocato. Nel 1941 scrisse “Nuovo
Testamento e mitologia - Il manifesto della demitizzazione”.
Cosa pensava del Gesù storico e della narrazione dei
Vangeli?
La raffigurazione neotestamentaria dell’universo è
mitica.
La rappresentazione dell’evento della salvezza […]
è espressa in un linguaggio mitico.
Quello neotestamentario è tutto un discorso mitologico…
La contemporanea mitologia dell’apocalittica giudaica
e del mito gnostico della redenzione. Ora, in quanto
discorso mitologico, non è credibile dagli uomini
di oggi, giacché per costoro la figura mitica del
mondo è dissolta.
Bultmann
parrebbe rispondere alla nostra domanda. Chi vive
nel mondo attuale presenta alla fede una nuova scommessa:
rendere credibile, ad esempio, un Gesù che sarebbe
nato da una vergine. Mistero tanto più grande oggi
che la scienza ha da tempo squarciato ogni velo su
concepimento e parto. Ma quella immagine, e tante
altre della vita di Gesù, possono intendersi diversamente:
non come verità più o meno scientifiche, ma come “mito”.
Che
significa? Dal greco “mythos”: un racconto, una storia,
contrapposta al “lògos”, al razionalismo del discorso
scientifico, dai tempi di Platone. Una favola anche,
ma non perciò falsa: piuttosto una narrazione, in
cui il mondo di allora fissava concetti non semplici
per renderli attingibili a tutti. Nella cristallina
oggettività di quel discorso, si celava il messaggio
più profondo, poco esprimibile in sé, ma che così
si comunicava indirettamente. Un esempio grossolano:
si voleva narrare il concetto dell’amore di sé, con
i rischi che comporta? Ecco il mito di Narciso. Poco
importa se Narciso sia realmente esistito: conta il
messaggio tramandato con la sua figura.
Ben
altro è in gioco con il “mito” di Gesù di Nazaret:
ma potremmo avvicinarci nello stesso modo alla narrazione
della sua vita. Quella che oggi chiamiamo la prima
comunità evangelica (un gruppo di persone vissute
millenni fa) avrebbe inteso trasmettere un messaggio
al mondo: e lo avrebbe scritto nel Nuovo Testamento,
traducendolo nelle figure espressive adeguate per
quel tempo. Forme narrative fatte di immagini chiare,
affermazioni oggettivanti e (apparentemente) esaustive:
le sole abili ad entrare nella testa di uomini che,
per il loro modo di pensare e una cultura non così
diffusa, necessitavano di rappresentazioni definite,
da toccare con mano. Quella prima comunità sarebbe
stata raggiunta da un annuncio - miracolosamente e
misteriosamente, sì, per grazia divina: presupposto
da accettare o no, in libertà di scelta. Il messaggio
di un Dio che, per fede, poteva liberare tutti gli
uomini dal male, compreso quello supremo e in apparenza
insuperabile: la morte. Quegli uomini, per la comunicazione
comune, avrebbero tradotto tale difficile messaggio
(il “kèrygma”) nella figura di un uomo crocifisso
e poi risorto, asceso al cielo. Immagine semplice
e serena per le persone di allora, un pane che potevano
mangiare. Non più masticabile, invece, per noi oggi:
e da ritradursi dunque alla luce del significato originario
cui rinvia, il messaggio di salvezza.
Che
resta allora della vita di Gesù? Per Ratzinger è il
fondamento della fede: noi qui abbiamo osato quasi
definirla favola. Ma sarebbe forse meno importante,
come “favola”?
Se l’annuncio del Nuovo Testamento deve conservare
una sua validità, non si dà altra via che quella di
demitizzarlo.
Bultmann
parla di demitizzazione: che intende? De-mitizzare
implica un tagliare, rimuovere da noi le immagini
mitiche della vita di Gesù. Perché, scrive, “che senso
possono avere oggi professioni di fede come queste:
disceso agli inferi o asceso
al cielo, se chi le emette non condivide la mitica
visione d’un mondo articolato in tre piani”? A una
prima lettura, parrebbe che per Bultmann quelle immagini
non abbiano valore: e vadano superate, conservandone
solo il significato cui la comunità cristiana voleva
che rinviassero, l’annuncio di salvezza tout
court.
Tanti
hanno interpretato così la demitizzazione: quasi che
Bultmann avesse esortato a disinteressarci del Nuovo
Testamento. C’è chi ha scritto che, per lui, “ciò
che rimane valido nell'annuncio cristiano sono la
riflessione e l'analisi dell'esistenza, l'angoscia
dell'uomo per il futuro, la miseria del presente”.
Un po’ poco per l’identità della fede.
Siamo certi
che Bultmann intendesse questo?
No,
a nostro avviso. Ma in questione non v’è qui una ricostruzione
filologica del suo pensiero: bensì una riflessione
che, muovendo da certi concetti, vada anche oltre.
Perciò la bultmanniana demitizzazione è per noi, più
esattamente, da ribattezzare e intendere come “transmitizzazione”.
Sostituire “de-” con “trans-“, indicante un passaggio,
un tramite imprescindibile e costante, è la chiave
per approdare a un Gesù storico più accettabile, e
anche per scoprire, da qui, una nuova visione del
pensiero e dell’uomo.
Il Nuovo Testamento […] non proclama in senso primario
Gesù come il maestro che abbia detto qualcosa di veramente
essenziale e decisivo […]. Annuncia proprio la sua
persona come l’evento decisivo. Di essa parla mitologicamente:
ma possiamo perciò eliminare quel che nell’annuncio
la riguarda, come se fosse pura e semplice mitologia?
Le immagini
evangeliche della vita di Gesù sono state riconosciute
come favole simboliche: necessarie duemila anni fa,
difficilmente accettabili per noi. Ma ancora oggi
necessarie.
Se
infatti fossimo colti dalla luciferina tentazione
di recidere ogni contatto con Gesù di Nazaret, se
rigettassimo il nostro simbolo come immagine inattuale
e assurda, commetteremmo lo stesso errore di chi contestiamo:
di chi intende basare la fede sui presunti fatti storici
di Gesù, cioè su definizioni oggettive. Ci troveremmo
a fare i conti “solo” con l’annuncio salvifico di
fede: un messaggio astratto, che dovremmo pur con
qualche parola esprimere. E tenteremmo di racchiuderlo
in un’altra definizione, una nuova immagine: magari
più moderna, ma con la stessa pretesa di assolutezza,
di dire tutto, finalmente e correttamente, sulla fede.
Esprimeremmo il messaggio di salvezza dalla morte
e da ogni male, non con l’immagine di un uomo che
muore e poi risorge: ma con altre parole ugualmente
oggettivanti, che dipingerebbero ancora un Dio “umano
troppo umano”. Doppio errore, perché stavolta, invece,
ci riterremmo liberi da ogni inesattezza.
Ora,
l’errore è ineliminabile: la finitezza è il senso
più profondo che possiamo attingere di noi stessi.
Tutto sta nell’avere consapevolezza della nostra fallibilità.
Questa è la chiave.
Così,
i possibili errori insiti nell’immagine narrata di
Gesù – e in tutte quelle che potremmo dipingere oggi
della fede – sono un destino per l’uomo. Col limite
dobbiamo fare i conti. Ma il limite delle nostre immagini,
vecchie e nuove, si riscatta vedendolo come simbolo,
metafora. Gesù di Nazaret è “metafora”: per definizione
imprescindibile. Dall’incredibile immagine della croce
e del sangue versato - di un sepolcro vuoto e un uomo
risorto, a prescindere dalla sua attendibilità e fondatezza
storica - da lì dobbiamo partire, per comprendere
il messaggio cristologico della fede: “Dio vi libererà
alla fine da tutto ciò che è male, anche se dal male
dovrete passare”. Un versetto che suona più attuale:
ma certo, non definitivo. Anch’esso, come il Gesù
storico, è solo un simbolo, rinviante a qualcosa mai
del tutto esplicabile. Altri, in futuro, riterranno
questa frase nuovamente improponibile. Ma da qui ripartiranno,
in una ulteriore analisi di queste espressioni e delle
immagini di Gesù, per approfondire il messaggio di
fede. In un circolo infinito, virtuoso e non vizioso,
ove la sola certezza è la nostra finitezza, e la necessità
di esprimerci per immagini limitate, benché diverse
a seconda dei secoli.
Non
solo la croce, mito cristiano per eccellenza, ma tutti
i fatti della vita di Gesù possono essere guardati
ora in questa nuova ottica. Gesù nasce da una vergine?
Sappiamo come funziona il parto. Ma forse chi ha descritto
quell’immagine voleva esprimere la straordinarietà
di una nascita che, se fosse stata narrata normalmente,
non avrebbe fatto capire l’eccezionalità della persona
che veniva alla luce. Oggi non si tratterebbe di credere
alla verità storica di quella immacolata concezione:
bensì, sospendendo il giudizio su ciò, di capire il
significato che quella figura voleva esprimere, scegliendo
se accettarlo o meno.
Gesù
di Nazaret si affaccia così più sommessamente alla
nostra porta, e sembra dirci: “Non sapete se io sono
vissuto, se ho fatto ciò che di me è stato detto.
Non potrete mai provarlo. Ora siete consapevoli di
questa inconsapevolezza. Ma sapete che io sono la
cifra, il segno di un messaggio ulteriore a cui rimando
tramite la mia immagine, oggi più debole, ma imprescindibile”.
A
questo Gesù possiamo credere, se vogliamo. Ciò è rimesso
alla libertà di ognuno. Ma la fede è comunque un dono
– neppure Ratzinger potrebbe negarlo. La fede che
ciascuno può vivere nel proprio cuore è il residuo
inoggettivabile che resta sempre, nonostante gli infiniti
tentativi di darne espressione oggettiva. Ma in questo
circolo continuo, emerge l’unica certezza: la nostra
finitezza, il nostro non-senso quale unico senso accessibile,
la (quasi-)sicurezza di non poter scoprire alcunché
di definitivo su noi o su Dio. Se c’è: cosa che ora,
forse, possiamo credere e magari anche un po’ comprendere.
Vangelo secondo Giovanni, 1, 14.
Vangelo secondo Matteo, 1, 24-25; 2, 1.
Vangelo secondo Matteo, 28, 5-7.
Blaise Pascal, "Pensieri".
Blaise Pascal, "Pensieri".
[6] Rudolf Bultmann, "Nuovo Testamento e mitologia
- Il manifesto della demitizzazione", ed. Queriniana,
pp. 103-106.
[7] Rudolf Bultmann, "Nuovo Testamento e mitologia
- Il manifesto della demitizzazione", ed. Queriniana,
p. 118.
[8] Rudolf Bultmann, "Nuovo Testamento e mitologia
- Il manifesto della demitizzazione", ed. Queriniana,
p. 125.
* Dice di sé:
Rachele
Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma
romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica
alla Scuola Normale Superiore di Pisa - sulla metafisica
e la finitezza umana - e un amore ancora oggi viscerale
per ciò che significa “pensare”: oltre che per la
possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio
di libertà nella comunicazione, è stata folgorata
sulla via di Damasco da una grazia divina.
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ATTIMI
FUGGENTI
Parlate
e agite come persone che devono essere giudicate
secondo la legge di libertà.
(Giacomo 2,12)
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