CONFRONTI
IL
SENSO DELLA LIBERTÀ
“Questo
libro non è magisteriale perciò ognuno è libero di
contraddirmi”, ha scritto Benedetto XVI nella prefazione
al suo libro
“Gesù di Nazaret”. Ma, nonostante
la precisazione, numerose sono state le polemiche
e le discussioni suscitate da quelle pagine, in merito
alla veridicità ed esattezza di alcuni passaggi storici,
come anche di riferimenti geografici. Di seguito riportiamo
l’articolo di Marco Damilano, pubblicato l’otto giugno
2007 su “L’espresso” e la replica di don Silvio
Barbaglia, docente di scienze bibliche al seminario
vescovile di Novara, pubblicata sul sito www.ilregno.it
e ripresa nel blog del giornalista Sandro Magister
(sempre dell’Espresso) “Settimo Cielo”.
CRISTO,
QUANTI ERRORI
di
Marco Damilano
Sbaglia il monte
di Abramo. Anticipa di secoli la domenica delle Palme.
E poi: citazioni imprecise, parole mal tradotte. Ecco
gli sbagli di papa Ratzinger nel suo libro su
Gesù
Abramo fu chiamato
a sacrificare il figlio Isacco sul monte Oreb? Macché,
era il monte Moria. Gesù entrò a Gerusalemme il giorno
della domenica delle Palme? Impossibile: ai tempi
di Gesù la festività non esisteva, non esisteva neppure
la domenica, in verità. Chissà cosa avrebbe fatto
un docente di teologia con un allievo che nella sua
tesi di laurea fosse incappato in simili errori. E
chissà come li avrebbe giudicati, ai tempi in cui
insegnava a Münster, Tubinga e Ratisbona, il professor
Joseph Ratzinger.
Ma in questo caso impugnare la matita rossa e
blu è più complicato. Perché l'autore del testo in
questione non è uno studentello alle prime armi, ma
il teologo tedesco famoso in tutto il mondo, la cui
opera si compone di "seicento articoli e un centinaio
di libri tradotti in tutte le lingue", come vanta
la quarta di copertina del suo ultimo volume. Proprio
lui: Ratzinger,
papa Benedetto XVI.
Il suo libro “Gesù di Nazaret”, edito da Rizzoli,
in poco più di un mese ha raggiunto la tiratura di
un milione e mezzo di copie (con edizioni in Italia,
Germania, Slovenia, Grecia, Polonia, Stati Uniti e
Gran Bretagna e con traduzioni in corso in 30 lingue).
Un successo enorme di pubblico, accompagnato dall'applauso
dei fan: "Ha l'aria di avere in pugno la storia
più interessante in circolazione della storia del
mondo", si è commosso Giuliano Ferrara. Gli specialisti, gli esperti di Scrittura, però, non condividono tanto
entusiasmo.
E forse pensava a loro, il collega Ratzinger, quando
ha scritto l'introduzione: "Questo libro non
è magisteriale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi.
Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell'anticipo
di simpatia senza il quale non c'è alcuna comprensione".
Quasi un invito alla clemenza, con l'ansia dell'intellettuale
che teme il giudizio dei critici su ciò che gli è
più caro: l'opera del suo ingegno.
Altro che simpatia. Dagli esegeti arrivano stroncature impietose. Segnalazioni di errori che “L’espresso”
ha raccolto con l'assicurazione dell'anonimato. Sviste,
confusioni sintattiche, anacronismi, luoghi comuni.
E qualche autentico strafalcione. A pagina 51, per
esempio, Ratzinger parla del racconto rabbinico secondo
cui "Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove
avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né
cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti".
Ma qui il
papa fa confusione tra due episodi
biblici: nel capitolo 22 del libro della Genesi il
monte indicato per il sacrificio di Isacco è il Moria.
E Abramo arriva nel luogo dell'olocausto il terzo
giorno. Mentre, in effetti, c'è un altro personaggio
fondamentale che digiuna per quaranta giorni camminando
verso il monte Oreb: ma è il profeta Elia, come racconta
il capitolo 19 del libro dei Re. Scambiare Abramo
con Elia è da "non possumus". Ma a pagina
356, il papa tedesco scivola sull'Oreb, per la seconda
volta. Parlando dei "monti della rivelazione"
ne indica tre: il Sinai, l'Oreb e il Moria. Ma il
Sinai e l'Oreb nel linguaggio della Bibbia sono la
stessa cosa, simboleggiano il monte dove Dio parla
al suo popolo.
C'è poi l'equivoco per cui Ratzinger scrive che
Gesù entrò a Gerusalemme durante la festa della domenica delle Palme: il papa lo ripete
quattro volte, a pagina 213, 272, 315, 335. Ma si
tratta di un evidente anacronismo: la domenica delle
Palme, come è ovvio, all'epoca era una festività inesistente.
La benedizione dei ramoscelli d'ulivo che ricorda
quel giorno fu istituita molti secoli dopo.
A voler essere pignoli, poi, e solo Dio e Ratzinger
sanno quanto possono esserlo certi teologi, si scova
di tutto. Scambi di genere: a pagina 362 la parola
ebraica sukkot (capanne) viene utilizzata al maschile,
e invece è femminile. Scambi
di declinazione: l' “epistàta” di
cui si legge a pagina 348, che in greco significa
presidente, capo, maestro, è un vocativo, il nominativo
è “epistàtes”. Luoghi comuni: l'asina "cavalcatura
dei poveri", di cui si parla a pagina 105, sa
un po' di fiaba bavarese. Si può aggiungere che “malkut”
è una parola ebraica, e non una radice come afferma
il papa a pagina 79. E ancora: a pagina 62 Benedetto
XVI traduce il termine “doxa” in gloria, ma nel greco
classico in realtà la parola significa opinione, solo
nel Nuovo testamento, nei Vangeli, assume un nuovo
significato.
Discussioni sul sesso
degli angeli? Mica tanto. Come si è visto la
settimana scorsa a Parigi quando alla caccia all'errore
nel testo del professor Ratzinger si è aggregato un
lettore d'eccezione: Carlo Maria Martini. Recensendo
il libro del papa nella sede dell'Unesco il cardinale
gesuita, ex rettore dell'Università Gregoriana, raffinato
studioso delle Scritture, ha soavemente scagliato
qualche bel pietrone. Prima ha fatto notare che l'assenza
di note non consente di capire a cosa si riferisca
Ratzinger quando parla di versioni recenti della Scrittura:
"Il testo ebraico non è una versione", ha
commentato l'arcivescovo emerito di Milano. Segnalando,
en passant, che il primo libro dei Re di cui si parla
nell'edizione francese, in quella italiana viene citato
come il secondo. Poi si è dedicato a gettare
un'ombra sulla preparazione dell'autore: "Egli non è esegeta,
ma teologo, e sebbene si muova agilmente nella letteratura
esegetica del suo tempo non ha fatto studi di prima
mano per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento".
Come dire che il papa è rimasto alla teologia dei
primi anni Settanta, non ha studiato oltre. Detto
a un dottor sottile come Ratzinger, è una bacchettata
niente male.
Qualcuno attribuisce
gli errori alla stesura accidentata del testo, cominciata
nell'estate del 2003, quando Ratzinger era un cardinale
in vista della pensione, e terminata, stando alla
data della prefazione, il 30 settembre 2006, nel pieno
delle polemiche seguite alla lectio magistralis di
Benedetto XVI nell'Università di Ratisbona, il più
grave cortocircuito comunicativo del suo pontificato.
Un testo scritto nei "momenti liberi", e
questo può giustificare qualche imprecisione. Qualcun
altro, invece, se la prende con l'imperizia dei curatori dell'edizione
italiana: Ingrid Stampa, la signora che da quindici
anni fa da governante a Ratzinger e oggi è integrata
nella sezione tedesca della segreteria di Stato, ed
Elio Guerriero, irpino di Capriglia, responsabile
di “Communio”, la rivista teologica internazionale
fondata nel 1972 da Hans Urs von Balthasar, Henri
de Lubac e dallo stesso Ratzinger per fare da contraltare
a “Concilium”, la voce dei teologi progressisti negli
anni dell'immediato post Concilio su cui scrivevano
Hans Kung, Johann-Baptist Metz e Karl Rahner.
Anche il gioco delle interpretazioni sul “Gesù”
di Ratzinger ripropone l'antica
divisione tra progressisti e conservatori.
In ballo, al di là di dispute fin troppo sofisticate,
c'è il metodo storico-critico di interpretazione dei
Vangeli, che si è affermato nel secolo scorso ed è
considerato essenziale dai principali esegeti. Mentre
Benedetto XVI lo elegge a suo bersaglio polemico,
lo smantella fin dall'introduzione, lo accusa addirittura
di essere tra i principali responsabili dell'indebolimento
della fede cristiana negli ultimi decenni. "Chi
legge alcune ricostruzioni", scrive il papa,
"può constatare che esse sono molto più fotografie
degli autori e dei loro ideali che non la messa a
nudo di un'icona fattasi sbiadita. In conseguenza
di ciò, la figura di Cristo si è ancora più allontanata
da noi". E così mezzo secolo di ricerche sui
testi evangelici e sulla storicità di Gesù sono serviti.
Martini ha preferito sorvolare sull'attacco. Ma nella
presentazione parigina ha declassato il testo del
papa al rango di meditazione personale: "Questa
opera è una grande e ardente testimonianza su Gesù
di Nazaret", ha detto il cardinale con apparente
benevolenza. Aggiungendo, con una certa dose di malizia:
"È sempre confortante leggere testimonianze come
questa".
Una bella testimonianza, insomma, e ci mancherebbe, ma nulla
di più: non certo la parola definitiva sulla figura
di Gesù. E il successo popolare del testo ratzingeriano?
"Tutto sommato non è un indice particolarmente
significativo del valore del libro", ha concluso
Martini. E questa suona come la più perfida delle
critiche.
LA BIBBIA AVEVA RAGIONE. E ANCHE
IL PAPA
Don Silvio Barbaglia, docente di scienze
bibliche al seminario vescovile di Novara, contesta
punto per punto che gli “errori” individuati nel libro
di Benedetto XVI “Gesù di Nazaret” da Marco Damilano
(in un articolo su “L’espresso” dell’8 giugno 2007,
ndr), siano veri errori.
Degli otto “errori” contestati, scrive,
“se ne salva al massimo uno”: quello di p. 79 dove
si afferma erroneamente sul piano filologico che “malkut”,
sostantivo femminile ebraico che significa “regno,
regalità, signoria”, è una “radice”.
Più
che Damilano, però, don Barbaglia contesta Piero Stefani,
noto biblista ed ebraista. È stato infatti Stefani
a elencare per primo gli “errori” poi riportati da
“L’espresso”. L’ha fatto sul numero del 15 aprile
2007 della rivista cattolica progressista “Il Regno”,
in una nota in calce a un suo commento al libro del
papa.
Ecco il testo integrale della nota
di Piero Stefani:
“Vanno inoltre segnalate, a motivo di un lavoro non esemplare
dei due curatori dell’edizione italiana, Ingrid Stampa
ed Elio Guerriero, varie imprecisioni, specie di carattere
documentario e filologico, le quali tuttavia non comportano
problemi interpretativi: confusione tra il monte Oreb
e il monte Moria (o, in alternativa, tra Abramo ed
Elia) a p. 51; sospetta non coincidenza tra Oreb e
Sinai (p. 356); mancata distinzione tra il greco classico
e quello della koinè a proposito della parola doxa
(p. 62); la parola ebraica malkut presentata come
una radice (p. 79); scelta di rendere più volte equivalenti
le parole Dio e Signore (cf. per esempio «la regalità
di Dio [YHWH]», p. 80 o «servo di Dio» per «servo
del Signore», p. 381; si veda anche il caso particolarmente
significativo di p. 368); uso di anacronismi come
quello secondo cui Gesù entrò a Gerusalemme la «domenica
delle palme» (p. 213; 272; 315; 335); scambio di un
vocativo per un nominativo (p. 348, a proposito della
parola epistàta); luoghi comuni, «un’asina - la cavalcatura
dei poveri» (p. 105); confusione tra giudeo-cristiani
e giudaizzanti (pp. 126, 145); sbaglio di genere per
la parola sukkot presa come un maschile, p. 362; ecc.”.
Ed ecco la replica di don Barbaglia:
Lo svarione più eclatante sarebbe a p.
51, dove il papa avrebbe confuso il monte di Abramo,
il monte Moria, con il monte di Mosè, l’Oreb. Il testo
del Papa dice: “Il ricordo può estendersi poi al racconto
rabbinico secondo cui Abramo, sulla strada per il
monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio,
non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e
quaranta notti, nutrendosi dello sguardo e delle parole
dell’angelo che lo accompagnava” (pp. 51-52). Damilano
si mostra allibito per la confusione papale tra l’episodio
di Genesi 22, il sacrificio di Isacco, e la storia
di Elia che cammina per quaranta giorni verso il monte
di Dio, l’Oreb in 1 Re 19. Che Abramo possa essere
salito sull’Oreb in effetti pare cosa strana a tutti,
ma non alla tradizione che ha redatto il testo originariamente
ebraico dell’Apocalisse di Abramo, verso la fine del
I sec. d.C., giunta a noi dalla testimonianza dell’antica
Chiesa slava. Si tratta di un racconto midrashico
che fonde insieme l’alleanza di Gen 15, il racconto
del sacrificio di Genesi 22, il ciclo di Mosè al Sinai
e il ciclo di Elia all’Oreb. L’angelo del Signore
accompagna per il sacrificio Abramo fin sul monte
Oreb lungo il cammino di quaranta giorni senza cibo
e bevande (cfr. cap. 12). Quindi Abramo, secondo questa
tradizione ebraica, va veramente sull’Oreb!
A p. 356, secondo Damilano, “il papa tedesco
scivola sull’Oreb, per la seconda volta”. Infatti,
papa Ratzinger, in riferimento ad una sorta di teologia
sui monti nella Bibbia, afferma: “Sullo sfondo si
stagliano però anche il Sinai, l’Oreb, il Moria –
i monti della rivelazione dell’Antico Testamento,
che sono tutti al tempo stesso monti della passione
e monti della rivelazione e, dal canto loro, rimandano
anche al monte del tempio su cui la rivelazione diventa
liturgia”.
Damilano ricorda a chi fosse ignorante
in materia che, nella Bibbia, Sinai e Oreb sono lo
stesso monte della rivelazione che ha due nomi diversi
per diverse tradizioni, mentre il papa penserebbe
che siano due monti diversi! Ma se si legge con attenzione
il testo del papa egli non sta dicendo che con il
Moria questi sono tre monti in tutto, in senso assoluto,
ma che sono “i monti” che tengono insieme, da un punto
di vista teologico, il significato della passione
e della rivelazione e che rimandano anche al monte
del tempio. L’Oreb è per Mosè solo il monte della
rivelazione del nome (Esodo 3,12ss.) mentre sarà il
Sinai a divenire per Mosè il monte della rivelazione
e della passione (il dono della Legge e il peccato
del popolo e la fatica dell’alleanza). Per Elia sarà
l’Oreb il monte della passione e della rivelazione.
Per Abramo sarà il Moria il suo monte della passione
e della rivelazione. Ma la tradizione biblica in 2
Corinti 3,1 identificherà il monte del tempio (di
solito il Sion) con il monte Moria, quello del sacrificio
di Abramo. Nel tempio, inoltre, si legge ogni sabato
la Torah di Mosè che è stata data sull’Oreb/Sinai,
e per questo, nella liturgia, si ricollegano tutti
e tre i monti (anche se erano fisicamente due) nelle
figure di Abramo, Mosè ed Elia. L’approccio simbolico
e teologico alle Scritture richiede una conoscenza
profonda del testo che papa Ratzinger mostra di avere.
Alle pp. 213, 272, 315, 335 del libro,
Damilano segnala che il testo del papa per ben quattro
volte usa l’espressione “domenica delle Palme” quando
dovrebbe essere risaputo che questa festa fu istituita
dal cristianesimo parecchi secoli dopo. In tutti i
testi richiamati il papa fa sempre riferimento al
vangelo di Giovanni e, in specie al cap. 12. Solo
il quarto evangelista ci permette di definire quel
giorno in cui Gesù entrò in Gerusalemme mentre la
folla con “rami di palme” gli veniva incontro gridando:
“Osanna…”. Infatti, in Giovanni 12,1 si dice: “Sei
giorni prima della Pasqua”. Ora poiché la Pasqua per
Giovanni è collocata tra il venerdì sera e il sabato,
l’indicazione cronologica di “sei giorni prima” cade
tra la sera del sabato e la domenica, momento in cui
è contestualizzata la cena a Betania in casa di Marta,
Maria e Lazzaro. In Giovanni 12,12, introducendo la
scena delle Palme si dice: “Il giorno dopo”, ovvero
quella domenica! Quindi era davvero domenica.
Al tempo di Gesù i giorni della settimana
erano denominati tutti in relazione al sabato: primo
giorno dopo il sabato (domenica), secondo giorno dopo
il sabato (lunedì)… fino al venerdì che era chiamato
invece “parasceve” del sabato, ovvero preparazione.
Il papa per farsi capire anche da un lettore non ebreo,
stando al testo di Giovanni, chiama quel giorno “domenica”
e la determina per l’episodio noto con il segno delle
palme. Il fatto poi che non vi sia la maiuscola in
“domenica delle Palme” mostra con chiarezza la volontà
di segnalare non la solennità liturgica del cristianesimo,
bensì l’evento decisivo di carattere messianico simbolizzato
anche dalle “Palme” stesse.
Scambi di genere: a p. 362 si dice che
la parola ebraica “sukkot” (capanne) è femminile e
invece il papa la tratta come un maschile. A ben vedere
il papa sta citando Daniélou che a sua volta cita
Riesenfeld. Quindi occorrerebbe risalire alle fonti
per vedere dove stia l’errore: nella versione italiana
o nella citazione di Daniélou o nella citazione di
Riesenfeld.
Scambi di declinazione: a p. 348 papa
Ratzinger riporta il vocativo “epistàta” (maestro,
insegnante, rabbino) invece del nominativo “epistàtes”.
Se si va a controllare il testo si vede con chiarezza
che il papa voleva citare esattamente il vocativo
e lo fa usando virgolette e corsivo diversamente dai
casi in cui vuole citare il nominativo, solo con virgolette.
Il perché di questa eccezione è dato dal fatto che
il termine ricorre nel Nuovo Testamento soltanto nel
Vangelo di Luca e in tutto 7 volte e sempre al vocativo!
Per sottolineare questo aspetto particolare, papa
Ratzinger l’ha posto tra virgolette in corsivo. Il
termine “Kyrios” (Signore) che Ratzinger richiama
appena oltre è al nominativo (quindi senza virgolette)
e ricorre 717 volte nel testo neotestamentario e di
queste solo 124 al caso vocativo.
Luoghi comuni: a p. 105 ci sarebbe un’espressione
da “fiaba bavarese” perché, commentando la citazione
profetica di Zaccaria 9,9ss. il papa afferma: “Questa
sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo,
si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando
un’asina – la cavalcatura dei poveri, immagine contrastante
con i carri da guerra che egli esclude”. L’espressione
“cavalcatura dei poveri” appare quindi “bavarese”
per Damilano. Ma basta conoscere la letteratura esegetica
al riguardo per verificare quanto il papa abbia fatto
una scelta interpretativa molto attestata, che coglie
il contrasto, nell’immagine, con la logica della potenza
e della guerra. Cosa ci sia di “bavarese” in tutto
questo proprio non si capisce.
A p. 62 del libro il termine “doxa” è
tradotto con “gloria” che invece nel greco classico
significa “opinione”. Vediamo cosa dice papa Benedetto
XVI: “Questa gloria è, come indica il significato
della parola greca dóxa, splendore che si dissolve”.
Se si va a consultare gli studi di settore ci si rende
conto che accanto ai significati di “opinione, stima,
fama”, il termine dóxa, secondo gli studi di A. Deissmann
e soprattutto di J. Schneider, può significare nel
greco classico anche: “luce, splendore”. Il papa mostra
evidentemente di conoscere più di altri questo significato.
A
proposito di errori, nel libro del papa ce n’è comunque
uno, incontestabile, non rilevato né da Stefani né
da Damilano, ma indicato in questo post di “Settimo
Cielo” già il giorno dopo l’uscita di “Gesù di Nazaret”
nelle librerie: “Il papa non è infallibile: nel suo
ultimo libro c’è un errorino”.
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