CLASSICI

IL PAESAGGIO MANZONIANO, SPECCHIO DELL’ANIMA

Ogni linea di monte o di piano, ogni valle, ogni correr d’acque, in tanta assenza di voci umane, parlano di Dio

Luciano Frigerio *

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere o del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, a restringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia, per ripigliare poi il nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. (…)

Per un buon pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo; poi si rompe in paggi e valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle  a qualche marito, a qualche padre; e sul finir dell’estate, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia.

Dall’una all’altra di quelle terre, dalle alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e svariato specchio d’acqua; di qua il lago, chiuso all’estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montane, e di mano in mano più allargato tra altri monti che spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che lo accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte.

Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di queste falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

Chi di noi non ha risonanze legate a questa pagina? Alcuni ricorderanno la fatica della lettura ginnasiale (è proprio l’età giusta per affrontare opere così impegnative?), molti altri sentiranno la profondità di una rilettura in età adulta. Tutti  sentiranno, simultaneamente, repulsione e attrazione. Vinta la prima si troveranno immersi in un mondo dove si respira la profondità e la ricchezza di una visione forte dei destini umani e della storia. [9]

Manzoni aveva già dipinto tratti di paesaggio prima di questo testo. Già nella “Risurrezione”, la foresta, che dà una foglia all’immagine del miracolo divino, e poi quell’alba, che vide commossa la pendice di Gerusalemme [10]; nel “Natale”, la valle e, indovinato più che scorto, il cielo di notte, colmo di volo [11]; nel “Nome di Maria”, la magion felice, a cui la Vergine sale, e le lande selvagge, in cui si colgon fiori dal  barbaro nome, e la vicenda del dì segnata dal sole e dal bronzo [12]; nella “Pentecoste”, la luce che piove a suscitar colori [13]. E anche nel “Marzo 1821”, l’accorrer dei fiumi nel fiume [14]; nel “Cinque maggio”, l’andar veloce di Napoleone per una varietà di luoghi e l’onda che toglie la visione di prode remote e i campi eterni che superano i desideri [15]; nel Coro del “Conte di Carmagnola”, attraverso lo sguardo impassibile del villano, i campi lontani sotto la furia del nembo [16].

Al disegno vario e complesso del  primo coro dell’ “Adelchi” – gli atri muscosi, i Fori cadenti, i boschi, l’arse fucine stridenti, i solchi bagnati di servo sudor; i torti sentieri che portano alle note latebre del covo, il ponte, che suona cupo; i dolci castelli, le valli petrose, i balzi dirotti, le gelide notti, i campi cruenti [17] - precede un’ampia geografia religiosa nella parlata di Martino [18] con la stessa interpretazione intima dell’addio di Lucia e dell’alba dell’Innominato: cioè con il “sentimento del divino presente e parlante agli uomini nella maestà della natura [19]”. E si trova pur anticipata la poesia dei viaggi del romanzo, se almeno rammentiamo le fughe di Renzo.

Il “coro” del Diacono Martino

Il diacono Martino, rivelando allo sfiduciato Carlo Magno la via per giungere in Italia superando l’ostacolo gigantesco delle Alpi, rappresenta non solo le speranze degli Italiani nelle liberazione dai Longobardi, ma pure – e forse di più - l’immagine viva del gran tema della “diseroizzazione della storia”: di quella storia che è costruita anche dagli “umili” (e, a volte, soprattutto da loro: come sarà costruita, rifatta, la storia del lecchese da Lucia quando si inserirà, con parole divine, nella cupa vicenda dell’Innominato [20]. Martino rende con religioso senso la narrazione dei suoi passi; sperduti, all’apparenza; guidati dall’Alto, in realtà. Ogni linea di monte o di piano, ogni valle, ogni correr d’acque, in tanta assenza di voci umane, parlano di Dio. Tutto il paesaggio è saturo d’aura religiosa.

L’avvio è da Dio: Dio gli accecò, Dio mi guidò.

E poi i passi dell’uomo:  dal campo

inosservato uscii; l’orme ripresi

poco innanzi calcate; indi alla manca

piegai verso aquilone, e abbandonando

i battuti sentieri, in un’angusta

oscura valle m’internai; ma quanto

più il passo procedea, tanto allo sguardo

più spaziosa ella si fea:

l’indefinito spaziare, senza limiti, la fantasia in visioni potenti e delicate delle vette, degli orizzonti infiniti – pagine d’un libro che par senza capitolo finale, dei pascoli di cobalto, dei custodi di quella silenziosa e segreta natura che vagano per i pendii con le greggi:

Qui scorsi

greggi erranti e tuguri: era codesta

l’ultima stanza de’ mortali:

al di là stanno soltanto la natura e Dio:

Entrai

presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra

lanose pelli riposai la notte.

Sorto all’aurora, al buon pastor la via

addimandai di Francia. Oltre quei monti

sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;

e lontano lontan Francia; ma via

non avvi; e mille son quei monti, e tutti

erti, nudi, tremendi, inabitati,

se non da spirti, ed uom mortal giammai

non li varcò:

il pastore segna – con ampio gesto: ampio quanto può – il meraviglioso andirivieni, nell’infinito, delle cime. Come nelle fiabe: “… monti… altri monti… altri ancora…”. E nota quel lontano lontan.

Martino non crede ad una solitudine rotta da vaghe storie di spiriti, bensì sente la presenza di Dio e trascina nel suo “credo” pure il pastore:

Le vie di Dio son molte,

più assai di quelle del mortal, risposi;

e Dio mi manda. E Dio ti scorga, ei disse:

linguaggio semplice e immediato: non c’è ombra di dubbio in Martino perché Dio lo manda; scompare ogni dubbio nel pastore perché avverte la guida di Dio. Sotto questa illuminazione divina e tocco della grazia il gesto della carità sorge spontaneo. Il pastore quindi

tra i pani che teneva in serbo,

tanti pigliò di quanti un pellegrino

puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,

ne gravò le mie spalle: il guiderdone

io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.

Religiosità quasi rituale. Fa ricordare il tema del pane nell’opera del Manzoni (ad esempio il pane del perdono nei “Promessi Sposi”) [21]. E, senza parere, come spesso usa fare il grande lombardo, dà una regola dell’amore: la quantità di pani non è fissata da un calcolo personale del pastore, ma dalla capacità di “portare” di Martino. La misura dell’amore cristiano è l’altro a cui lo devo donare.

La manifestazione eminentemente lirica della montagna

Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,

e in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla

traccia d’uomo apparia, solo foreste

d’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli

senza sentier: tutto tacea; null’altro

che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora

lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso

stridir del falco, o l’aquila, dall’erto

nido spiccata sul mattin, rombando

passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,

tocchi dal sole, crepitar del pino

silvestre i coni. Andai così tre giorni;

e sotto l’alte piante, o ne’ burroni

posai tre notti

è offerta con quei silenzi, vivi e profondi ancor più per le voci delle cose. Silenzio dei picchi: grande cattedrale, con i cori d’acque, con gli sperduti passi del pellegrino tra le immense navate. I suoni della natura fan percepire il tacere di ogni voce, come per Renzo, giunto tutto tacendo intorno a lui alla boscaglia presso l’Adda, e per Lucia, quando vicino a lei tutto tacque la notte nel castello dell’Innominato, al quale anche le tenebre, anche il silenzio facean vedere nella morte qualcosa di più tristo e di più spaventevole [22]. Tre silenzi. Ma colmi. Pieni di una Presenza.

L’idillio con la luce:

era mia guida il sole:

io sorgeva con esso, e il suo viaggio

seguia, rivolto al suo tramonto:

Il sole, per dirla con Dante “che mena dritto altrui per ogni calle” [23]. L’immensità di quel tempio è qualcosa che solo una sintesi d’eccezione può racchiudere e fermare, secondo un principio d’intima poesia, sublimata dai significati segreti, che divengono rivelazione nell’incontro tra due mondi,  dello spirito e dell’alpe. Pienamente lo spirito si immedesima in quella ascesa e le cose acquistano levità, in una trasformazione misteriosa di luci, colori, impressioni:

Incerto

pur del cammin io già di valle in valle

trapassando mai sempre; o se talvolta

d’accessibil pendio sorgermi innanzi

vedeva un giogo, e n’attingea la cima,

altre più eccelse cime, innanzi, intorno

sosvrastavami ancora; altre, di neve

da sommo ad imo biancheggianti, e quasi

ripidi, acuti padiglioni, al suolo

confitti; altre ferrigne, erette a guisa

di mura, insuperabili.

Dopo tre giorni di cammino e di brevi soste

Cadeva

il terzo sol quando un gran monte io scorsi,

che sovra gli altri ergea la fronte, ed era

tutto una verde china, e la sua vetta

coronata di piante. A quella parte

tosto il passo io rivolsi. Era la costa

oriental di questo monte istesso,

a cui, di contro al sol cadente, il tuo

campo s’appoggia, o sire. In su le falde

mi colsero le tenebre: le secche

lubriche spoglie degli abeti, ond’era

il suo gremito, mi fur letto, e sponda

gli antichissimi tronchi.

Un lieto risveglio: negli occhi di Martino, con il vivace color dell’alpe vestita a festa, è rimasto il colore del cielo, senza un bioccolo di nube:

Una ridente

speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno

di novello vigor la costa ascesi:

“Ad ascoltarlo, si direbbe che Martino non abbia incontrato fatica; dopo i convenevoli, non ne fa parola, perché tutte le potenze del suo animo erano allora entusiasticamente rivolte verso quella vetta da dove gli si sarebbe offerta la vista delle tende cristiane, come ora vi ha fitto il ricordo: in mezzo a una selva di picchi rocciosi e gelati s’erge più alto, in virtù della rifrazione sentimentale che quella visione ha subita, il monte miracoloso” [24], la vetta coronata di piante.

L’alba. Un’alba diversa. E il guardar giù alle prime luci par l’anticipo dell’affacciarsi dell’Innominato sulla valle:

Appena il sommo ne toccai, l’orecchio

mi percosse un ronzio che di lontano

parea venir, cupo, incessante; io stetti,

ed immoto ascoltai. Non eran l’acque

rotte fra i sassi in giù, non era il vento

che investia le foreste, e, sibilando,

d’una in altra scorrea, ma veramente

un rumor di viventi, un indistinto

suon di favelle e d’opre e di pedate

brulicanti da lungi, un agitarsi

d’uomini immenso:

La coralità si è arricchita di voci preziose. E aumenta il ritmo del cuore e dei passi:

Il cor balzommi; e il passo

accelerai.

Alla ripida corsa segue la gioiosa sorpresa del portento divino e, quasi, la sospensione, il tirar del respiro lungo lungo, prima di consacrare con il grazie a Dio il cammino percorso in tanta fausta solennità:

Su questa, o re, che a noi

sembra di qui lunga e acuta cima

fendere il ciel, quasi affilata scure,

giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta

non mai calcate in pria. Presi di quella

il più breve tragitto: ad ogni istante

si fea il rumor più presso: divorai

l’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo

lanciai giù nella valle, e vidi…eh! Vidi

le tende d’Israello, i sospirati

padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,

Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

Dio, tra vette, prati e dirupi, conosce le vie – anche quelle non segnate - e le insegna. Il silenzio è colmo della Sua presenza che accompagna. Di tre silenzi abbiam detto, e si risolvono allo stesso modo. Per Martino l’indistinto suon di favelle indica le tende d’Israello, cioè il campo di Carlo Magno. Per Renzo in fuga il mormorio d’acqua corrente è l’Adda, il ritrovamento di un amico, d’un fratello, d’un salvatore. Per l’Innominato l’onda di suono porta a Federico Borromeo. Suoni improvvisi per tutti. E per tutti la scoperta della meta salvatrice. Dio aveva aperto il racconto, Dio lo chiude. Quei monti stanno lì ad esaltare l’immensa potenza di Dio, anzi della fede in Lui, intrepida superatrice di ogni difficoltà, datrice sovrumana di energia. E questo senso del divino, del prodigioso non è semplicemente l’occasione o la condizione della poesia per cui  da essa si liberi il canto solenne e religioso della montagna, ma è esso stesso la sostanza della poesia.

Perché come la terribilità dei monti, così quel che essi hanno di augusto e di sovrumano stanno lì non a rappresentare un grandioso idillio religioso, ma a rendere palpitante e attuale la presenza e l’opera di Dio. Voglio dire che non il canto della solitudine montana si leva come improvviso inno lirico in occasione della narrazione compiuta o della “parte” di Martino, ma ne è parte integrante e si configura a quel modo proprio perché è penetrato dall’esaltazione religiosa che caratterizza l’episodio nella sua totalità [25]. Per questo la “parlata del diacono va letta con animo diverso, non come una descrizione (il Manzoni raramente è uno scrittore descrittivo), ma come rappresentazione lirica di uno stato d’animo religioso; qui non sono descritte le Alpi, ma il sentimento dell’uomo sperduto in mezzo ad esse e pur vigilato dallo sguardo di Dio. Anche qui, come nel romanzo, si descrive il cielo foscamente intento sul lazzaretto, a cogliere il terrore religioso degli uomini e della stessa natura sotto l’imminente minaccia divina. In ogni caso, poesia della fede e non mera descrizione paesaggistica”. [26] Al Manzoni la “bella” pagina o i “miti della parola” non sono di casa. Rime e ritmi, certo, ma che cercano l’anima.

E così va goduto il racconto, “uno degli squarci lirici più potenti” dell’ “Adelchi”. Anzi “potrebbe considerarsi – ancora il Russo - come il suo terzo Coro, come l’addio di Lucia è un coro del romanzo” [27]. Dove però la “lirica” è da intendere in quella composta complessità, che, mentre evita il facile ricorso all’espressione – sentimento, dà ai tratti un gusto saporoso d’uomo. Il Manzoni non si schiuse quasi mai a quel sentimento dell’ambiente nel senso propriamente emozionale e naturalistico che avrebbe contraddistinto tanti romantici, e da mani romantici sarebbe passato tra breve a mani decadenti. Le fogge esterne non cesseranno di mantenere un contatto stretto, anche se via via più sottile, con l’uomo morale e religioso. E anche quando l’artista maturo saprà effigiare come nessun altro il sentimento di un paesaggio e di un ora della vita, non sarà difficile constatare come la rispettiva colorazione e “tonalità” non sia la folgorazione dell’attimo fuggente, ma abbia sempre un rapporto con l’anima di chi lo contempla, e il misterioso alone che circonda le cose risalga, attraverso meati profondi, all’interiore moralità dei personaggi che vi si installano [28].

La capacità di leggere dentro la fugacità delle cose          e delle situazioni la presenza di una intenzionalità profonda       che guida e sorregge l’uomo e il mondo. Potremmo dire, absit iniuria verbis, che le descrizioni del paesaggio in Manzoni sono analisi teologiche. Lo strumento per leggere la geografia manzoniana non è l’atlante ma la Rivelazione che fa trasparire come la fede in Dio – così come racchiude nel sugo della storia - non ci toglie le fatiche e gli affanni dell’esistenza, ma ci dà la forza per renderla meno gravosa.

[1] Vangelo secondo Giovanni, 1, 14.
[2] Vangelo secondo Matteo, 1, 24-25; 2, 1.
[3] Vangelo secondo Matteo, 28, 5-7.
[4] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[5] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[6] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, pp. 103-106.
[7] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, p. 118.
[8] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia – Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana, p. 125.
[9] Fin dai tempi del ginnasio sono stato introdotto - come tutti - alla lettura del Manzoni. Ma, diversamente da altri  miei compagni di studio, sono stato attratto dalla profondità del testo e dalla non comune analisi psicologica dei personaggi. Certamente ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori. L’essere nato a Milano mi ha facilitato l’incontro con il grande romanziere. Ma la “provvidenza”, per dirla con il Nostro, ha posto sulla mia strada di giovane studente ginnasiale un maestro che mi ha fatto “innamorare” del grande lombardo. Questo indimenticato maestro - velocemente scomparso alcuni anni or sono - era don Umberto Colombo. Sacerdote ambrosiano, docente di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea e conservatore del Centro Nazionale Studi Manzoniani. Il testo qui presentato risale al 1976, quando allora diciannovenne ho cominciato a cimentarmi con la critica letteraria. L’impianto risente della  spontaneità giovanile, corretta e temperata dagli incontri con il maestro sopra citato che ha corretto le bozze del testo – presentato come ricerca per l’esame di maturità - con indulgenza, ma anche con la sua proverbiale impaziente pazienza. Ai suoi numerosi scritti sono largamente debitore in queste pagine che sono state riviste e parzialmente rielaborate in occasione della  presente pubblicazione. Al compianto maestro dedico questo  scritto come piccolo segno di  grande riconoscenza.
[10] La risurrezione vv. 15-21 e 57-63
[11] Natale vv. 1-14 e 78-81
[12] Nome di Maria vv. 1-4, 33-36 e 41-44.
[13] Pentecoste vv 41-44. Quella luce non è generata “da ricordi sensistici” (Ferruccio Ulivi, Dal Manzoni ai decadenti. Caltanisetta – Roma, Sciascia, 1963, p.146), bensì da una pagina scritturistica (accennata in Sulla morale cattolica), che, infine, diverrà l’avvio del cap. IV dei Promessi Sposi (cfr. Umberto Colombo, Manzoni e gli umili. Storia interna e fortuna critica, Milano, ed. Paoline, 1972, pp. 115-118).
[14] Marzo 1821 vv 17-24.
[15] Cinque maggio vv 25-30, 61-66 e 91-96.
[16] Conte di Carmagnola, A. II, Coro, vv. 41-48.
[17] Conte di Carmagnola, A. III, vv 1-3, 14, 19-21, 42, 43-48, 65.
[18] Conte di Carmagnola, A. II, vv 167-256.
[19] Aurelia Accame Bobbio, La formazione del linguaggio lirico manzoniano, Roma, edizioni di Storia  e Letteratura, 1963, p.41.
[20] cfr il cit. Manzoni e gli umili. Storia interna e fortuna critica, pp.131 ss.
[21] Ibid. p.124, n. 73.
[22] I Promessi Sposi, capp.XVII, c.17; XXI, cc.34 e 52 ( i commi sono citati secondo l’edizione curata da Michele Barbi e Fausto Ghisalberti, Milano, Casa del Manzoni, 1942).
[23] Inferno, I, v.18
[24] Renzo Negri
[25] Mario Sansone, L’opera poetica di Alessandro Manzoni, Milano, Principato, 1947, p. 144.
[26] Luigi Russo, Liriche e tragedie del Manzoni (commento alle), Firenze, Sansoni, IV ed. 1947, p 180.
[27] Ibidem [28] Ferruccio Ulivi, op.cit., pp.147-148.

* Dice di sé:
Luciano Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987. Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano “Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano “Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato di redazione della rivista ufficiale del Giubileo 2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal 2001.

ATTIMI FUGGENTI

Non nel profondo sta nascosta la forza vitale e certamente non la si deve trarre fuori con il ferro; non con una ferita impressa in profondità bisogna scrutare i precordi: vicina è la morte. Non un luogo preciso per questi colpi ho destinato: per dovunque tu voglia, c’è un passaggio.

Persino quell’atto che è chiamato morire, per cui l’anima si allontana dal corpo, è troppo breve perché sia possibile avvertirne così grande velocità: sia che il cappio abbia spezzato la gola, sia che l’acqua abbia ostruito la trachea, sia che la durezza del terreno sottostante abbia frantumato coloro che sono scivolati a testa in giù, sia che il fuoco inghiottito abbia spezzato a metà la corsa del respiro ritornante: di qualunque cosa si tratti, agisce in fretta. Non arrossite dunque? Di ciò che tanto velocemente avviene, voi avete paura per lungo tempo?

(da Della provvidenza, Lucio Anneo Seneca)

 

ATTIMI FUGGENTI

Il processo durò tre anni, nientemeno! Tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero si diventava là dentro! (…) Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. (…)

Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la liberta…!

(da Novelle rusticane, Libertà, Giovanni Verga, 1882)