CLASSICI
IL
PAESAGGIO MANZONIANO, SPECCHIO DELL’ANIMA
Ogni
linea di monte o di piano, ogni valle, ogni correr d’acque,
in tanta assenza di voci umane, parlano di Dio
Luciano
Frigerio *
Quel
ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra
due catene non interrotte di monti, tutto a seni e
a golfi, a seconda dello sporgere o del rientrare
di quelli, vien quasi a un tratto, a restringersi,
e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio
a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e
il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda
ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione,
e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia,
per ripigliare poi il nome di lago dove le rive, allontanandosi
di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi
in nuovi golfi e in nuovi seni. (…)
Per un buon pezzo, la costa sale con un pendio lento
e continuo; poi si rompe in paggi e valloncelli, in
erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti,
e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato
dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni;
il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville,
di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano
su per la montagna. Lecco, la principale di quelle
terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto
dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte
a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa:
un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina
a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti
che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile,
era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare
un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile
guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la
modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan
di tempo in tempo le spalle
a qualche marito, a qualche padre; e sul finir
dell’estate, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia.
Dall’una all’altra di quelle terre, dalle alture alla
riva, da un poggio all’altro, correvano e corrono
tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o
piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri,
donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo
di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate
su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per
prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre
qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian
più o meno della vasta scena circostante, e secondo
che questa o quella parte campeggia o si scorcia,
spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un
altro, dove una lunga distesa di quel vasto e svariato
specchio d’acqua; di qua il lago, chiuso all’estremità
o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni
di montane, e di mano in mano più allargato tra altri
monti che spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che
l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle
rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume
ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento
pur tra’ monti che lo accompagnano, degradando via
via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte.
Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli,
vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate
le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue
cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi
a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi
ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo
in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava
sulla costa: e l’ameno, il domestico di queste falde
tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più
il magnifico dell’altre vedute.
Chi
di noi non ha risonanze legate a questa pagina? Alcuni
ricorderanno la fatica della lettura ginnasiale (è
proprio l’età giusta per affrontare opere così impegnative?),
molti altri sentiranno la profondità di una rilettura
in età adulta. Tutti
sentiranno, simultaneamente, repulsione e attrazione.
Vinta la prima si troveranno immersi in un mondo dove
si respira la profondità e la ricchezza di una visione
forte dei destini umani e della storia. [9]
Manzoni
aveva già dipinto tratti di paesaggio prima di questo
testo. Già nella “Risurrezione”, la foresta, che dà una foglia all’immagine del miracolo divino, e poi quell’alba, che vide commossa la pendice di
Gerusalemme [10]; nel “Natale”, la valle e, indovinato più che scorto, il cielo di notte, colmo di volo [11]; nel “Nome
di Maria”, la magion felice, a cui la Vergine sale, e
le lande selvagge,
in cui si colgon fiori dal
barbaro nome, e la vicenda del dì segnata dal sole e dal bronzo [12];
nella “Pentecoste”,
la luce che piove a suscitar colori [13].
E anche nel “Marzo
1821”, l’accorrer dei fiumi nel fiume [14];
nel “Cinque
maggio”, l’andar veloce di Napoleone per una
varietà di luoghi e l’onda che toglie la visione di prode
remote e i campi
eterni che superano i desideri
[15]; nel Coro del “Conte
di Carmagnola”, attraverso lo sguardo impassibile
del villano,
i campi
lontani sotto la furia del nembo [16].
Al
disegno vario e complesso del
primo coro dell’ “Adelchi”
– gli atri muscosi, i Fori cadenti, i boschi, l’arse
fucine stridenti, i solchi
bagnati di servo sudor; i torti
sentieri che portano alle note
latebre del covo, il ponte,
che suona cupo; i dolci castelli, le valli petrose,
i balzi dirotti,
le gelide notti, i campi cruenti [17] - precede un’ampia geografia religiosa nella parlata
di Martino [18] con la stessa interpretazione intima
dell’addio di Lucia e dell’alba dell’Innominato: cioè
con il “sentimento del divino presente e parlante
agli uomini nella maestà della natura [19]”. E si
trova pur anticipata la poesia dei viaggi del romanzo,
se almeno rammentiamo le fughe di Renzo.
Il “coro” del Diacono Martino
Il
diacono Martino, rivelando allo sfiduciato Carlo Magno
la via per giungere in Italia superando l’ostacolo
gigantesco delle Alpi, rappresenta non solo le speranze
degli Italiani nelle liberazione dai Longobardi, ma
pure – e forse di più - l’immagine viva del gran tema
della “diseroizzazione della storia”: di quella storia
che è costruita anche dagli “umili” (e, a volte, soprattutto
da loro: come sarà costruita, rifatta, la storia del
lecchese da Lucia quando si inserirà, con parole divine,
nella cupa vicenda dell’Innominato [20]. Martino rende
con religioso senso la narrazione dei suoi passi;
sperduti, all’apparenza; guidati dall’Alto, in realtà.
Ogni linea di monte o di piano, ogni valle, ogni correr
d’acque, in tanta assenza di voci umane, parlano di
Dio. Tutto il paesaggio è saturo d’aura religiosa.
L’avvio è da Dio: Dio gli accecò, Dio mi guidò.
E poi i
passi dell’uomo: dal campo
inosservato uscii; l’orme ripresi
poco innanzi calcate; indi alla manca
piegai verso aquilone, e abbandonando
i battuti sentieri, in un’angusta
oscura valle m’internai; ma quanto
più il passo procedea, tanto allo sguardo
più spaziosa ella si fea:
l’indefinito
spaziare, senza limiti, la fantasia in visioni potenti
e delicate delle vette, degli orizzonti infiniti –
pagine d’un libro che par senza capitolo finale, dei
pascoli di cobalto, dei custodi di quella silenziosa
e segreta natura che vagano per i pendii con le greggi:
Qui scorsi
greggi erranti e tuguri: era codesta
l’ultima stanza de’ mortali:
al di là stanno
soltanto la natura e Dio:
Entrai
presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra
lanose pelli riposai la notte.
Sorto all’aurora, al buon pastor la via
addimandai di Francia. Oltre quei monti
sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;
e lontano lontan Francia; ma via
non avvi; e mille son quei monti, e tutti
erti, nudi, tremendi, inabitati,
se non da spirti, ed uom mortal giammai
non li varcò:
il pastore
segna – con ampio gesto: ampio quanto può – il meraviglioso
andirivieni, nell’infinito, delle cime. Come nelle
fiabe: “… monti… altri monti… altri ancora…”. E nota
quel lontano
lontan.
Martino
non crede ad una solitudine rotta da vaghe storie
di spiriti, bensì sente la presenza di Dio e trascina
nel suo “credo” pure il pastore:
Le vie di Dio son molte,
più assai di quelle del mortal, risposi;
e Dio mi manda. E Dio ti scorga, ei disse:
linguaggio semplice
e immediato: non c’è ombra di dubbio in Martino perché
Dio lo manda; scompare ogni dubbio nel pastore perché
avverte la guida di Dio. Sotto questa illuminazione
divina e tocco della grazia il gesto della carità
sorge spontaneo. Il pastore quindi
tra i pani che teneva in serbo,
tanti pigliò di quanti un pellegrino
puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,
ne gravò le mie spalle: il guiderdone
io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.
Religiosità
quasi rituale. Fa ricordare il tema del pane nell’opera
del Manzoni (ad esempio il pane del perdono nei “Promessi
Sposi”) [21]. E, senza parere, come spesso usa fare
il grande lombardo, dà una regola dell’amore: la quantità
di pani non è fissata da un calcolo personale del
pastore, ma dalla capacità di “portare” di Martino.
La misura dell’amore cristiano è l’altro a cui lo
devo donare.
La manifestazione
eminentemente lirica della montagna
Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
e in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla
traccia d’uomo apparia, solo foreste
d’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
senza sentier: tutto tacea; null’altro
che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso
stridir del falco, o l’aquila, dall’erto
nido spiccata sul mattin, rombando
passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,
tocchi dal sole, crepitar del pino
silvestre i coni. Andai così tre giorni;
e sotto l’alte piante, o ne’ burroni
posai tre notti
è offerta
con quei silenzi, vivi e profondi ancor più per le
voci delle cose. Silenzio dei picchi: grande cattedrale,
con i cori d’acque, con gli sperduti passi del pellegrino
tra le immense navate. I suoni della natura fan percepire
il tacere di ogni voce, come per Renzo, giunto tutto
tacendo intorno a lui alla boscaglia
presso l’Adda, e per Lucia, quando vicino a lei tutto tacque la notte nel castello dell’Innominato, al quale anche le tenebre, anche il silenzio facean
vedere nella morte qualcosa di più tristo e di più
spaventevole [22]. Tre silenzi. Ma colmi. Pieni di una Presenza.
L’idillio
con la luce:
era mia guida il sole:
io sorgeva con esso, e il suo viaggio
seguia, rivolto al suo tramonto:
Il
sole, per dirla con Dante “che mena dritto altrui
per ogni calle” [23]. L’immensità di quel tempio è
qualcosa che solo una sintesi d’eccezione può racchiudere
e fermare, secondo un principio d’intima poesia, sublimata
dai significati segreti, che divengono rivelazione
nell’incontro tra due mondi,
dello spirito e dell’alpe. Pienamente lo spirito
si immedesima in quella ascesa e le cose acquistano
levità, in una trasformazione misteriosa di luci,
colori, impressioni:
Incerto
pur del cammin io già di valle in valle
trapassando mai sempre; o se talvolta
d’accessibil pendio sorgermi innanzi
vedeva un giogo, e n’attingea la cima,
altre più eccelse cime, innanzi, intorno
sosvrastavami ancora; altre, di neve
da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
ripidi, acuti padiglioni, al suolo
confitti; altre ferrigne, erette a guisa
di mura, insuperabili.
Dopo tre giorni di cammino e di brevi soste
Cadeva
il terzo sol quando un gran monte io scorsi,
che sovra gli altri ergea la fronte, ed era
tutto una verde china, e la sua vetta
coronata di piante. A quella parte
tosto il passo io rivolsi. Era la costa
oriental di questo monte istesso,
a cui, di contro al sol cadente, il tuo
campo s’appoggia, o sire. In su le falde
mi colsero le tenebre: le secche
lubriche spoglie degli abeti, ond’era
il suo gremito, mi fur letto, e sponda
gli antichissimi tronchi.
Un lieto risveglio:
negli occhi di Martino, con il vivace color dell’alpe
vestita a festa, è rimasto il colore del cielo, senza
un bioccolo di nube:
Una ridente
speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno
di novello vigor la costa ascesi:
“Ad ascoltarlo,
si direbbe che Martino non abbia incontrato fatica;
dopo i convenevoli, non ne fa parola, perché tutte
le potenze del suo animo erano allora entusiasticamente
rivolte verso quella vetta da dove gli si sarebbe
offerta la vista delle tende cristiane, come ora vi
ha fitto il ricordo: in mezzo a una selva di picchi
rocciosi e gelati s’erge più alto, in virtù della
rifrazione sentimentale che quella visione ha subita,
il monte miracoloso” [24], la vetta coronata di piante.
L’alba.
Un’alba diversa. E il guardar giù alle prime luci
par l’anticipo dell’affacciarsi dell’Innominato sulla
valle:
Appena il sommo ne toccai, l’orecchio
mi percosse un ronzio che di lontano
parea venir, cupo, incessante; io stetti,
ed immoto ascoltai. Non eran l’acque
rotte fra i sassi in giù, non era il vento
che investia le foreste, e, sibilando,
d’una in altra scorrea, ma veramente
un rumor di viventi, un indistinto
suon di favelle e d’opre e di pedate
brulicanti da lungi, un agitarsi
d’uomini immenso:
La coralità si è arricchita di
voci preziose. E aumenta il ritmo del cuore e dei
passi:
Il cor balzommi; e il passo
accelerai.
Alla ripida
corsa segue la gioiosa sorpresa del portento divino
e, quasi, la sospensione, il tirar del respiro lungo
lungo, prima di consacrare con il grazie a Dio il
cammino percorso in tanta fausta solennità:
Su questa, o re, che a noi
sembra di qui lunga e acuta cima
fendere il ciel, quasi affilata scure,
giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta
non mai calcate in pria. Presi di quella
il più breve tragitto: ad ogni istante
si fea il rumor più presso: divorai
l’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo
lanciai giù nella valle, e vidi…eh! Vidi
le tende d’Israello, i sospirati
padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.
Dio,
tra vette, prati e dirupi, conosce le vie – anche
quelle non segnate - e le insegna. Il silenzio è colmo
della Sua presenza che accompagna. Di tre silenzi
abbiam detto, e si risolvono allo stesso modo. Per
Martino l’indistinto suon di favelle indica le tende d’Israello, cioè il campo di Carlo
Magno. Per Renzo in fuga il mormorio
d’acqua corrente è l’Adda,
il ritrovamento di un amico, d’un fratello, d’un salvatore.
Per l’Innominato l’onda
di suono porta a Federico Borromeo. Suoni improvvisi
per tutti. E per tutti la scoperta della meta salvatrice.
Dio aveva aperto il racconto, Dio lo chiude. Quei
monti stanno lì ad esaltare l’immensa potenza di Dio,
anzi della fede in Lui, intrepida superatrice di ogni
difficoltà, datrice sovrumana di energia. E questo
senso del divino, del prodigioso non è semplicemente
l’occasione o la condizione della poesia per cui
da essa si liberi il canto solenne e religioso
della montagna, ma è esso stesso la sostanza della
poesia.
Perché
come la terribilità dei monti, così quel che essi
hanno di augusto e di sovrumano stanno lì non a rappresentare
un grandioso idillio religioso, ma a rendere palpitante
e attuale la presenza e l’opera di Dio. Voglio dire
che non il canto della solitudine montana si leva
come improvviso inno lirico in occasione della narrazione
compiuta o della “parte” di Martino, ma ne è parte
integrante e si configura a quel modo proprio perché
è penetrato dall’esaltazione religiosa che caratterizza
l’episodio nella sua totalità [25]. Per questo la
“parlata del diacono va letta con animo diverso, non
come una descrizione (il Manzoni raramente è uno scrittore
descrittivo), ma come rappresentazione lirica di uno
stato d’animo religioso; qui non sono descritte le
Alpi, ma il sentimento dell’uomo sperduto in mezzo
ad esse e pur vigilato dallo sguardo di Dio. Anche
qui, come nel romanzo, si descrive il cielo foscamente
intento sul lazzaretto, a cogliere il terrore religioso
degli uomini e della stessa natura sotto l’imminente
minaccia divina. In ogni caso, poesia della fede e
non mera descrizione paesaggistica”. [26] Al Manzoni
la “bella” pagina o i “miti della parola” non sono
di casa. Rime e ritmi, certo, ma che cercano l’anima.
E
così va goduto il racconto, “uno degli squarci lirici
più potenti” dell’ “Adelchi”. Anzi “potrebbe considerarsi
– ancora il Russo - come il suo terzo Coro, come l’addio
di Lucia è un coro del romanzo” [27]. Dove però la
“lirica” è da intendere in quella composta complessità,
che, mentre evita il facile ricorso all’espressione
– sentimento, dà ai tratti un gusto saporoso d’uomo.
Il Manzoni non si schiuse quasi mai a quel sentimento
dell’ambiente nel senso propriamente emozionale e
naturalistico che avrebbe contraddistinto tanti romantici,
e da mani romantici sarebbe passato tra breve a mani
decadenti. Le fogge esterne non cesseranno di mantenere
un contatto stretto, anche se via via più sottile,
con l’uomo morale e religioso. E anche quando l’artista
maturo saprà effigiare come nessun altro il sentimento
di un paesaggio e di un ora della vita, non sarà difficile
constatare come la rispettiva colorazione e “tonalità”
non sia la folgorazione dell’attimo fuggente, ma abbia
sempre un rapporto con l’anima di chi lo contempla,
e il misterioso alone che circonda le cose risalga,
attraverso meati profondi, all’interiore moralità
dei personaggi che vi si installano [28].
La capacità di leggere dentro la fugacità delle cose e delle situazioni la presenza di una
intenzionalità profonda
che guida e sorregge l’uomo e il mondo. Potremmo
dire, absit iniuria verbis, che le descrizioni
del paesaggio in Manzoni sono analisi teologiche.
Lo strumento per leggere la geografia manzoniana non
è l’atlante ma la Rivelazione che fa trasparire come
la fede in Dio – così come racchiude nel sugo della
storia - non ci toglie le fatiche e gli affanni dell’esistenza,
ma ci dà la forza per renderla meno gravosa.
[1] Vangelo secondo Giovanni, 1, 14.
[2] Vangelo secondo Matteo, 1, 24-25; 2, 1.
[3] Vangelo secondo Matteo, 28, 5-7.
[4] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[5] Blaise Pascal, “Pensieri”.
[6] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia
– Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana,
pp. 103-106.
[7] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia
– Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana,
p. 118.
[8] Rudolf Bultmann, “Nuovo Testamento e mitologia
– Il manifesto della demitizzazione”, ed. Queriniana,
p. 125.
[9] Fin dai tempi del ginnasio sono stato introdotto
- come tutti - alla lettura del Manzoni. Ma, diversamente
da altri miei compagni di studio, sono stato attratto
dalla profondità del testo e dalla non comune analisi
psicologica dei personaggi. Certamente ciò è dovuto
ad una molteplicità di fattori. L’essere nato a Milano
mi ha facilitato l’incontro con il grande romanziere.
Ma la “provvidenza”, per dirla con il Nostro, ha posto
sulla mia strada di giovane studente ginnasiale un
maestro che mi ha fatto “innamorare” del grande lombardo.
Questo indimenticato maestro - velocemente scomparso
alcuni anni or sono - era don Umberto Colombo. Sacerdote
ambrosiano, docente di Storia della letteratura italiana
moderna e contemporanea e conservatore del Centro
Nazionale Studi Manzoniani. Il testo qui presentato
risale al 1976, quando allora diciannovenne ho cominciato
a cimentarmi con la critica letteraria. L’impianto
risente della spontaneità giovanile, corretta e temperata
dagli incontri con il maestro sopra citato che ha
corretto le bozze del testo – presentato come ricerca
per l’esame di maturità - con indulgenza, ma anche
con la sua proverbiale impaziente pazienza. Ai suoi
numerosi scritti sono largamente debitore in queste
pagine che sono state riviste e parzialmente rielaborate
in occasione della presente pubblicazione. Al compianto
maestro dedico questo scritto come piccolo segno
di grande riconoscenza.
[10] La risurrezione vv. 15-21 e 57-63
[11] Natale vv. 1-14 e 78-81
[12] Nome di Maria vv. 1-4, 33-36 e 41-44.
[13] Pentecoste vv 41-44. Quella luce non è generata
“da ricordi sensistici” (Ferruccio Ulivi, Dal Manzoni
ai decadenti. Caltanisetta – Roma, Sciascia, 1963,
p.146), bensì da una pagina scritturistica (accennata
in Sulla morale cattolica), che, infine, diverrà l’avvio
del cap. IV dei Promessi Sposi (cfr. Umberto Colombo,
Manzoni e gli umili. Storia interna e fortuna critica,
Milano, ed. Paoline, 1972, pp. 115-118).
[14] Marzo 1821 vv 17-24.
[15] Cinque maggio vv 25-30, 61-66 e 91-96.
[16] Conte di Carmagnola, A. II, Coro, vv. 41-48.
[17] Conte di Carmagnola, A. III, vv 1-3, 14, 19-21,
42, 43-48, 65.
[18] Conte di Carmagnola, A. II, vv 167-256.
[19] Aurelia Accame Bobbio, La formazione del linguaggio
lirico manzoniano, Roma, edizioni di Storia e Letteratura,
1963, p.41.
[20] cfr il cit. Manzoni e gli umili. Storia interna
e fortuna critica, pp.131 ss.
[21] Ibid. p.124, n. 73.
[22] I Promessi Sposi, capp.XVII, c.17; XXI, cc.34
e 52 ( i commi sono citati secondo l’edizione curata
da Michele Barbi e Fausto Ghisalberti, Milano, Casa
del Manzoni, 1942).
[23] Inferno, I, v.18
[24] Renzo Negri
[25] Mario Sansone, L’opera poetica di Alessandro
Manzoni, Milano, Principato, 1947, p. 144.
[26] Luigi Russo, Liriche e tragedie del Manzoni (commento
alle), Firenze, Sansoni, IV ed. 1947, p 180.
[27] Ibidem [28] Ferruccio Ulivi, op.cit., pp.147-148.
* Dice di sé:
Luciano
Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano
dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987.
Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano
“Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità
dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano
“Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana
settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato
di redazione della rivista ufficiale del Giubileo
2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal
2001.
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ATTIMI
FUGGENTI
Non nel profondo sta nascosta la forza vitale e certamente non la si deve
trarre fuori con il ferro; non con una ferita
impressa in profondità bisogna scrutare i precordi:
vicina è la morte. Non un luogo preciso per
questi colpi ho destinato: per dovunque tu voglia,
c’è un passaggio.
Persino quell’atto che è chiamato morire, per cui l’anima si allontana
dal corpo, è troppo breve perché sia possibile
avvertirne così grande velocità: sia che il
cappio abbia spezzato la gola, sia che l’acqua
abbia ostruito la trachea, sia che la durezza
del terreno sottostante abbia frantumato coloro
che sono scivolati a testa in giù, sia che il
fuoco inghiottito abbia spezzato a metà la corsa
del respiro ritornante: di qualunque cosa si
tratti, agisce in fretta. Non arrossite dunque?
Di ciò che tanto velocemente avviene, voi avete
paura per lungo tempo?
(da Della provvidenza, Lucio
Anneo Seneca)
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ATTIMI
FUGGENTI
Il processo
durò tre anni, nientemeno! Tre anni di prigione
e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati
parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta
che li conducevano ammanettati al tribunale.
Tutti quelli che potevano erano accorsi dal
villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come
a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto
tempo, stipati nella capponaia - ché capponi
davvero si diventava là dentro! (…) Gli avvocati
armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi
maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano
la schiuma alla bocca, asciugandosela subito
col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa
di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali,
che agghiacciavano il cuore. (…)
Poi se ne
andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati
aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su
quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro
capo, quello che parlava colla mano sulla pancia,
era quasi pallido al pari degli accusati, e
disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...Il carbonaio, mentre tornavano
a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi
conducete? - In galera? - O perché? Non mi è
toccato neppure un palmo di terra! Se avevano
detto che c'era la liberta…!
(da Novelle
rusticane, Libertà, Giovanni Verga, 1882)
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