DALLA MEMORIA
IL
“MIO” ALBERTO MORAVIA
Sul
Bianco e Nero dei ricordi, una lunga dissolvenza rosa
Fiammetta
Jori *
“Ho
dimenticato la parola che
volevo dire,
e
il mio pensiero,
incorporeo,
ritorna
nel libro delle ombre”
(Osip Mandel’štam)
“Mi manca
molto Alberto, ogni giorno di più, la sua telefonata
quotidiana...” – sono parole di Dario Bellezza, grande
dolcissimo Dario – grande poeta, dolcissimo amico-scomparso,
ma non per me, il 31 marzo del ’96.
Era diventato
il suo lamento, quasi un malinconico refrain, a chiusura
di un lungo sospiro, ogni volta che lo sentivo al
telefono o lo incontravo. Un’ecolalia disancorata
dal contesto, ossessivamente ripetuta anche lungo
la scia dolorosa dei suoi ultimi tremendi giorni.
Così come, oggi, potrei dire: “Mi manca molto Dario
e con lui, certo, anche Alberto”.
L’avevo
conosciuto un anno prima di conoscere Moravia; nel
’77 Dario venne a casa mia, da me invitato, con un
giornalista siriano e aiuto-regista di Pasolini, Nabil
Mahaini, ottimo amico del mio futuro marito. Gli diedi
delle mie poesie, lui mi portò in regalo un suo libro
e poteva finire lì, ma così non fu… (peraltro Dario
ho voluto fosse mio testimone quando nell’81 Hassan
ed io ci sposammo).
Adesso
che, faticosamente, cerco, nel buio groviglio dei
tanti ricordi, di ricomporre con emozione gli incastri
perfetti e le intersezioni bellissime della mia vita
con quella di Alberto Moravia, non posso non testimoniare,
grata, che proprio a Dario, alla sua preziosa insistenza,
debbo l’aver rivisto Alberto un’ultima volta. Loro
due, accadeva spesso, si vedevano a colazione o a
cena, in alcune trattorie di rito, a Testaccio o al
Flaminio, dove erano habitué (“nei posti dove si spende
poco, si mangia meglio” – era lo slogan di Alberto.
E non aveva torto.); così, anche quel giorno del settembre
’90, sentendosi la mattina al telefono, avevano deciso
di stare insieme a cena e Alberto gli chiese di dirmelo,
gli avrebbe fatto piacere vedermi, rifare “trio”.
Del resto abbastanza spesso Dario ed io facevamo coppia,
in varie occasioni letterarie o mondane (o ahimè entrambe
le cose; e quando gli attributi coesistono, la mistura
è quasi sempre un cocktail micidiale!). Essendo pigra,
almeno in pectore – perché nella vita ne ho fatte
abbastanza, due lauree incluse – stavo per non andare,
quella sera fatidica, quando Dario mi comunicò il
desiderio di Alberto, anche per la lontananza. Abitavo
all’EUR, a via Eufrate (la strada di Pier Paolo Pasolini)
e con Moravia saremmo andati in un restaurant vicino
casa sua, dalle parti dello stadio Flaminio. Quindi
avrei dovuto attraversare Roma e non ne avevo voglia,
forse un po’ di spleen; a volte mi rintanavo nella
mia mansarda, come Jane Eyre nella torre!
E
poi, Alberto e Dario chissà in quante altre occasioni
avrei potuto vederli! Nonostante questo pensiero,
decisi di andare, anche per assecondare Dario a cui
volevo molto bene. Fui davvero felice quella serata,
Alberto mi coccolò a tavola, arrabbiandosi, con le
sue stizza imperiose, quando furtivamente facevo scivolare
nel piatto di Dario parte delle mie porzioni troppo
abbondanti. E felice sembrava anche Dario, per avermi
persuaso facendo leva sul sentimento di amicizia reciproca.
“Sei uscita dalla tana, hai visto?!” – mi disse, “L’ho
fatto anche per vedere Alberto!” – gli risposi di
getto, come a voler smussare la sua fierezza, ma non
mentivo.
Solo
pochi giorni dopo, ricordo che ero al telefono con
la sorella di mio padre, cui mi legano ancestrali
affinità elettive, parlando molto probabilmente di
amabili familiari “amarcord” con qualche svolazzo
su Sartre, pivot delle nostre affabulazioni, quando
lei mi azzittì perché la radio trasmetteva la notizia
della morte improvvisa di Alberto Moravia. Rivivo
il flash nero che oscurò quella mattinata di fine
estate, lasciai mia zia dicendole che sarei corsa
lì, a Lungotevere della Vittoria, dove tante volte
mi ero recata con amici o da sola, per alcune interviste
fatte ad Alberto, nel corso degli anni, per i diversi
giornali in cui avevo lavorato.
Mi
accolse all’ingresso Enzo Siciliano, amico-ombra di
Alberto da sempre; “Che dolore!!” – mi sussurrò abbracciandomi
e già dall’inizio del lungo corridoio incrociai gli
sguardi attoniti di tutta quella folla di amici, giornalisti,
artisti e personalità che, in qualche modo e per ragioni
diverse, avevano conosciuto, frequentato ed amato
Moravia.
Le
sorelle Adriana, pittrice, arrivata da Firenze, ed
Elena, tutto il “vertice” Bompiani, sua casa editrice
storica; ricordo defilati in un angolo Rada Rassimov
e il marito, il regista Andrea Andermann con cui Alberto
aveva girato tutti i suoi splendidi documentari africani;
tanti volti che conoscevo. Tutti erano lì, unica grande
assente proprio Carmen, il suo ultimo amore; la terza
moglie. “Nella vita non si può amare più di due o
tre volte, davvero!” – così si era espresso, in una
mia intervista, a proposito dell’amore. Una delle
sue apodittiche affermazioni, tranchant come era sua
abitudine e, forse, virtù. Elsa, Dacia, Carmen: era
stato coerente Alberto.
Un
silenzio commosso accolse, più tardi, l’arrivo dell’on.
Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio,
che disse qualcosa che non riuscii a sentire ed in
ultimo fece il suo ingresso, trafelato, Alain Elkann
che da Parigi aveva preso il primo volo, appresa la
notizia.
Ironia
del destino, sulla scrivania di Alberto, tristemente,
troneggiava una copia, fresca di stampa, dell’intervista
autobiografica con Alain Elkann: era arrivata quella
mattina. Ed era inquietante vedere quella “Vita di
Moravia”, dalla copertina immacolata da cui un Moravia,
in un intenso primo piano, ritratto con una delle
sue inappuntabili camicie rosa, accigliato scrutava
chi forse avrebbe voluto sfogliare quel libro, come
è ovvio fare con ogni attesissima novità editoriale,
senza invece avere il coraggio neanche di prenderlo
tra le mani. Dario, in Versilia ad un convegno, lo
seppe molto tardi, verso sera e il dolore quasi lo
travolse, fisicamente.
Mi
affacciai, ma solo per un attimo, nella sua stanza.
Alberto sembrava riposare, elegantissimo, come sempre,
ça va sans dire, con una camicia rosa a righine; si
sarebbe alzato, nel balzo agile che faceva apparire
l’onnipresenza del suo bastone soltanto un vezzo ormai
irrinunciabile? Lui, eterno ragazzo, un po’ dandy,
stravagante e scontroso, frivolo di quella frivolezza
che suppone la vittoria su una tragedia del proprio
vissuto, si sottraeva per sempre all’assillo forzato,
quotidiano, amato e disperato della letteratura e
della vita, binomio inscindibile solo per pochi. I
più grandi.
Amore
e morte, è un balançe antico e di successo. Ecco forse
perché fa da pendant all’angoscia di questo ricordo
l’amena levità di un “quadretto” più lontano nel tempo.
Del resto, nel mio “ritrovare” Alberto, non sono in
grado, né forse lo vorrei, di ordinare i tanti ricordi
nelle polverose scansie dello spazio e del tempo.
Dunque, al di là delle date e delle circostanze, rivedo
in flashback la sua impacciata malizia in un memorabile
pomeriggio invernale, in cui invitava per un the a
casa sua, dove anche Dario doveva raggiungermi (ma
non arrivò mai; e sospettai un “accordo” tra loro),
Alberto, dopo una divagante conversazione – lo conoscevo
da poco e ancor meno lui conosceva me – cercò, come
fosse improvvisamente preda di un raptus erotico,
di sollevarmi il lembo del kilt che indossavo per
scoprirmi le gambe ed io, pur imbarazzata più per
lui che per me, cercavo con gran nonchalance di non
deviare dall’argomento su cui verteva la mia risposta
a una sua domanda e viceversa, continuando, come nulla
fosse a tenere la mia tazza di the, ormai vuota, in
grembo e fingendo di sorseggiare un the inesistente,
da vera diva del muto, per ostacolare con olimpica
indifferenza le sue goliardiche manovre! Ero affascinata
dall’assoluta “innocenza” di un gesto che compiuto
da un altro uomo sarebbe stato volgare e magari preoccupante,
invece in questa “scenetta” vagamente alla Buñuel,
cui talvolta ripenso divertita, non c’erano né morbosità,
né laide supposizioni in cui indagare, per insano
amor di gossip o imbecilli manie da Grande Fratello;
Alberto mi confessò candidamente, con disarmante naїveté,
di voler “guardare” (“L’uomo che guarda”, il titolo
di un suo libro) il colore della mia biancheria intima.
“Indosso slip neri” – gli dissi prontamente, per anticipare
il suo ennesimo tentativo che ormai rasentava il gioco;
“Li immaginavo bianchi, come la tua pelle. Il bianco
nella lingerie è più intrigante!”.
Non
ho mai raccontato questo episodio perché non “frainteso”
da lettori da 4 soldi e comunque questa conversazione,
forse allettante per i cultori dei tanti “hairdresser
magazine”, fu interrotta dalla governante di Alberto
che entrò, ignara e giuliva, a ritirare teiera e tazzine;
anche la mia, ormai incollata sulle mie ginocchia,
per salvare quello stupido senso del pudore, malsano
retaggio di ascendenze borghesi! Tutto finì lì, con
una buona pace delle “commères” nostrane, Giacobini
e/o Signorini (potenza della rima!); non seguirono
scabrosi corollari, né sequenze hard. Era la curiosità
viva, semplice del più grande scrittore del ‘900 e
non credo scandalizzi nessuno questo delizioso “frammento”
da pochade, con un primo attore d’eccezione, tanto
più oggi, che un certo Corona, con un cattivo gusto
sublime, fa audience gettando, al popolino di bocca
buona, le sue griffate mutande dal balcone della sua
casa, previo sventolamento uso-bandiera (ma sarà monarchico?!).
Cementata
una amicizia più profonda e magari una sua qualche
stima nei miei confronti – così spero – Alberto ha
spesso affrontato, in privato o nell’ambito più intercluso
di un’intervista, il tema dell’eros, nelle sue variegate
accezioni; il valore della coppia che lui riteneva
più grande rispetto a quello scaduto di famiglia;
il pianeta-donna, “altra metà del cielo” o l’amore,
unica dilatazione dell’individuo. “Sai, essere sexy,
per una donna, può essere una condanna” – Alberto
mi confortava con questo commento che supponeva, per
contro, un complimento alla mia intelligenza, il cui
appeal è certo più segreto e non a tutti accessibile.
Incontrai
Moravia la prima volta un pomeriggio d’autunno del
’78 a Corso Vittorio, io ero con Dario e lui con lo
psicoanalista Umberto Silva, suo assiduo amico e confidente.
Dario il giorno dopo mi chiamò di volata per dirmi,
maliziosamente lapidario, come solo lui sapeva: “Sei
piaciuta molto ad Alberto!” Ero sua amica, rivendicava
una sorta di copyright sentimentale. Anche questo
era Dario!
Ho dei ricordi
a stralci, ma la memoria possiede un misterioso fil
rouge. Molto spesso, Alberto cercava di convincermi
ad andare con lui a trovare Guttuso, suo ottimo amico,
nello studio di Palazzo del Grillo. “Vedrai, sono
sicuro che ti farà un ritratto; ama le donne seduttive,
dai capelli rossi…”.
Non
andai mai da Guttuso – e dunque non posseggo un ritratto
firmato dal Maestro – così come mai telefonai, allora,
ad Enzo Siciliano, che peraltro conoscevo bene, avendo
passato da lui e Flaminia qualche piacevole serata,
in compagnia di Alberto e Dario. Avrei infatti dovuto
chiamarlo, nella redazione di “Nuovi Argomenti”, per
decidere con lui i modi e i tempi per pubblicare alcune
mie poesie, piaciute a Moravia. Ero lusingata dell’ok
di Alberto, vera conditio sine qua non, ma assolutamente
refrattaria all’iter da seguire, per accedere alla
esecuzione, strettamente redazionale, che prevedeva
“d’ufficio” una mia semplice telefonata a Enzo. Detesto
le “istruzioni per l’uso”!
Adoro,
invece, le cose non perfettamente compiute, la leggerezza
dell’inatteso; fatalmente il “gioco” è quasi tutto
deciso dal destino, dalla fortuna, dal caso che almeno,
a fine corsa, si possa rubare l’illusione, con un
ultimo gesto mancato, di far saltare il castello di
carte. Anche se è il nostro! Eccitante è mandare tutto
all’aria, contraddire l’ovvio, spiazzare chi si arroga
il diritto di capire, deviare il corso del fiume;
insomma fregarsene di Internet! Rientra nel mio “pacchetto”,
insieme ai capelli rossi. Forse anche questo amava
di me Alberto; anzi, è una certezza che non voglio.
“Come
sta il tuo bel marito siriano?” – me lo chiedeva spesso
Moravia. Hassan gli piaceva e lo appassionava il Medio
Oriente; Siria, Libano, Palestina e così Gerusalemme,
Israele (senza enfatizzare gli “Evviva” per divaricare
i due lembi di una ferita unica, caro Magdi Allam!).
Moravia era cittadino del mondo, ha operato per la
pace, era invitato ovunque ed ovunque accolto “tapis
rouge”. È successo spesso che ci incontrassimo a pranzi
o cocktail all’Ambasciata araba, siriana o egiziana;
lui era con Carmen, io con Hassan. E mio marito gli
aveva cucinato molte volte, se veniva chez nous, dei
piatti siriani raffinati e da gran gourmet.
Era
coinvolgente sentirlo parlare dell’Africa e nessuno
più di lui ha meglio descritto l’incanto, anche minimo,
nei dettagli, di questo continente-madre, “monumento
della natura”, culla del mondo. Ho il rimpianto di
non aver visto l’Africa con Moravia e Pasolini, mio
grande amore letterario, ma le coordinate anagrafiche
e il plot misterioso del destino sono i nostri veri
carcerieri.
Avendo
vissuto con mio marito architetto, dall’81 all’85,
a Jeddah, sul Mar Rosso, ad ogni ritorno, chiamavo
Alberto per raccontargli ciò che, forse, già sapeva
e che lui, con avidità intellettuale, continuava a
chiedermi, come per rinnovare una sorpresa. Suggello
al racconto era la luce nei suoi occhi, come una felicità
di bambino esaudito! Una favola letteraria il suo
essere “engagé”, presenzialista impegnato ovunque
esistesse un fermento d’arte, cinema, avanguardie:
“L’impegno è una rottura di scatole. Non bisogna impegnarsi,
bisogna esprimersi.” – è una sua frase che è un manifesto!
Ricordi
automobilistici, il côte maschile della mia femminilità:
ci scambiavamo i passaggi in macchina. O lo passavo
a prendere io, con la gloriosa mia Flavia coupé oppure,
raggiunta la sua casa, salivo sulla sua Lancia Delta.
In macchina c’è chi muta, passando da Dottor Jekyll a Mr. Hyde in un attimo;
così Alberto. La guida spericolata (ebbe infatti un
incidente molto grave) lo rendeva ebbro e le curve,
con l’acceleratore a tavoletta, non le affrontava,
le sfidava! “Hai paura?” – mi chiedeva sarcastico.
“No, affatto!” – rispondevo senza muovere un muscolo,
per poi vendicarmi quando era lui a salire sul mio
bolide bluette, sfidando il vento. Certo due fanatici
“lancisti” che Dario doveva sopportare, sicuro però
che l’avrei riportato a casa sano e salvo!
Altri
tempi, altra Roma. Bellissimi errori, splendidi rimorsi,
nessuno stupido rimpianto, almeno sul piano cosciente.
Ripensandoci, a polvere posata, Moravia fece gesti
importanti per me, senza che gli chiedessi nulla.
Mi presentò all’amico Guarini, redattore capo-cultura
al Messaggero, dove poi collaborai un breve periodo
(ma non grazie a Guarini); mi furono girate, anche
traduzioni di importanti sceneggiature dalla Gaumont,
giacché il francese lingua che adoro, costituiva un’altra
liaison tra me ed Alberto. Ricordo con simpatia Corinne,
la sua traduttrice in Francia, che talora frequentavo
con lui. So che Alberto, abituato a scrutare dentro
gli altri, come ogni romanziere di alto profilo, ha
“visto” il colore della mia anima, oltre il rosso
dei capelli e tutto il resto. Bien au-delà!
Così
si chiude “Vita di Moravia” – biografia raccolta da
Alain Elkann, ed è uno sguardo al futuro attualissimo:
Insomma,
come si devono preparare alla loro vita futura i ragazzi
di oggi?
È difficile
rispondere, il fatto che spesso la loro risposta consista
nell’uso della droga ci fa capire che le giovani generazioni
potrebbero semplicemente voltar le spalle alla verità.
Io mi auguro che questo non avvenga e che venga trovato
un nuovo rapporto tra la conoscenza e la vita.
In che senso?
Nel senso
che la conoscenza serva non già alla morte ma alla
vita.
Con questa
frase consideri che il libro sulla tua vita sia finito?
Sì.
Gli chiese
una volta un giornalista: “Perché nei tuoi racconti
ogni tanto c’è la frase: “Quando tutto è stato detto…”
e Moravia rispose: “Mah, forse perché quando tutto
è stato detto, c’è sempre qualcos’altro da dire!”.
E
allora non si chiude qui il “libro” di Moravia. E
continua il ricordo, risento alcuni suoi motti: “Scrivo
per sapere perché scrivo – Una vita ne vale un’altra-
I miei libri sono i miei figli, più di tutti si ama
l’ultimo” (…) “La disperazione bisogna viverla, non
morirne” – la ritrovo in una intervista che mi diede
per La Notte, quando uscì “1934”, suo bellissimo romanzo
dell’82.
Risento,
con i brividi, la sua orazione funebre per Pasolini,
morto come in “Una scena di Accattone”, in una livida
Campo de’ Fiori, davanti a una folla muta. “Non si
può uccidere un poeta!” – gridava Alberto Moravia;
fu indimenticabile e vero. Non era letteratura, era
la vita; novembre ’75.
Su tutto, “quando tutto è stato detto”, sulle tante
immagini che ho nel cuore - un lungo emozionante “film”
che, forse, si ricomporrà in un montaggio immediato
di accelerate sequenze, appena un attimo prima di
morire, come diceva Pasolini – prevale un fotogramma,
in cui appare Alberto, in piena luce che, sulla spiaggia
di Sabaudia, si allontana con Arancio, il cane che
gli regalò Cerami, al suo fianco. Poi la macchina
da ripresa si avvicina, lo rincorre veloce, in uno
scatto il campo visivo si stringe sulle spalle di
Moravia, inchioda sulla sua camicia rosa, l’immagine
si sgrana, và in fuori fuoco, si spande il grumo di
rosa intenso, lentamente trascolora … Dissolvenza…
* Dice di sé:
Fiammetta
Jori.
Restano
della Fiamma
il rosso
nel ricordo
e il suo
calore.
Ma se fossero
entrambi
una bugia?
Sarà una
verità soltanto mia.
|
ATTIMI
FUGGENTI
Mille anni al mondo, mille ancora, che bell'inganno sei anima
mia, e che bello il mio tempo, che bella compagnia.
Sono giorni di finestre adornate, canti di stagione,
anime salve in terra e in mare. Sono state giornate
furibonde, senza atti d'amore, senza calma di
vento, solo passaggi e passaggi, passaggi di
tempo. Ore infinite come costellazioni e onde,
spietate come gli occhi della memoria, altra
memoria e non basta ancora, cose svanite, facce,
e poi il futuro. I futuri incontri di belle
amanti scellerate saranno scontri, saranno cacce
coi cani e coi cinghiali, saranno rincorse,
morsi e affanni, per mille anni, mille anni
al mondo, mille ancora; che bell'inganno sei
anima mia, e che grande il mio tempo, che bella
compagnia. Mi sono spiato illudermi e fallire,
abortire i figli come i sogni, mi sono guardato
piangere in uno specchio di neve, mi sono visto
che ridevo, mi sono visto di spalle che partivo;
ti saluto dai paesi di domani, che sono visioni
di anime contadine, in volo per il mondo.
Mille anni al mondo, mille ancora, che bell'inganno sei anima
mia e che grande questo tempo, che solitudine,
che bella compagnia.
(Anime salve, Fabrizio De Andrè - Anime Salve, 1996)
|
|