PERSONAGGI
PISCIÒ,
OVVERO PARLAR MALE DI GARIBALDI NEL BICENTENARIO DELLA
NASCITA
Egli
non assomiglia a nessuno, ed è in lui tale sorta di
mistero che fa meditare
Mauro
della Porta Raffo *
Intollerante
della pubblica e, apparentemente, intangibile esaltazione
popolare dell’ “Eroe dei due mondi” e indispettito
a fronte dei mille e mille episodi e casi di fanatica
adorazione (si pensi, per fare solo due esempi, al
quartiere di quel paese sul Lago Maggiore che per
decenni venne denominato “Pisciò” nel ricordo, appunto,
del fatto che colà il Generale si era fermato per
espletare un bisogno corporale o a quella lapide,
tra le infinite un tempo apposte “ad imperitura memoria”,
che recitava: “In questa casa avrebbe dovuto dormire
Giuseppe Garibaldi la sera del... se improvvida notizia
non l’avesse costretto a proseguire”), l’ottimo e
cinico narratore luinese Piero Chiara, in vista del
primo centenario della morte (1982), d’accordo con
l’editore Vanni Scheiwiller, pensò fosse giunto il
momento di raccogliere tutto quanto era stato scritto
contro l’Eroe (con la maiuscola per definizione) in
un volume che avrebbe dovuto essere intitolato “Hanno
parlato male di Garibaldi”.
Aiutato
da Giuseppe Siccardi, cominciò a catalogare il materiale
di tal fatta esistente, incredibilmente cospicuo,
ove si consideri l’idolatria per il Nostro. Fra l’altro,
da un maniaco di storia garibaldina, Chiara - che
già di suo del “povero” nizzardo diceva tutto il male
possibile (ricordo di avergli sentito sostenere come
Cavour ogni qual volta gli occorreva di citare Garibaldi
lo definisse invariabilmente “l’eroico ciula” dimostrando
così di non tenerlo in grande considerazione almeno
per le doti intellettuali) - raccolse una “perla”,
“da prendere, però, con le pinze”, come ebbe a vergare
in seguito nella rubrica “Sale & Tabacchi”, sul
Corriere del Ticino nel 1984.
Garibaldi
sarebbe stato privo di entrambi i padiglioni auricolari
e questo non per difetto di nascita ma a seguito di
una mutilazione. Nei primi tempi del suo soggiorno
in Sud America, sorpreso e catturato nel corso di
una azione tesa a razziare cavalli, gli furono tagliate
le orecchie perché tale era, all’epoca e in quelle
bande, la punizione in uso per i ladri di bestiame.
Di
qui, la necessità di far crescere fino alle spalle
i biondi capelli che, incorniciandogli il volto, con
la fluente barba, tanto contribuirono poi alla creazione
del suo mito. Di più, maggiormente infamante e macabra,
nota, ma trascurata dagli storici a disagio nel ricordarla,
la voce che, in fuga nelle paludi di Comacchio e in
pericolo d’essere catturato, Garibaldi, deceduta l’amatissima
Anita, incinta per la quinta volta, la seppellì affrettatamente
sotto pochissima sabbia lasciando che una mano sporgesse
dal suolo, mano che di lì a poco sarebbe stata rosicchiata
dai cani randagi che pure avrebbero provocato, scavando
e mordendo, lesioni ed ecchimosi alla gola della poveretta
tanto da far credere che la stessa fosse venuta a
morte per strangolamento!
Tramontata
l’idea del volume chiariano, fin troppo iconoclasta,
ecco, all’incirca un ventennio più tardi, un altro
grande scrittore interessarsi, da ben differente punto
di vista e con l’arguzia che da sempre lo contraddistingue,
a Giuseppe Garibaldi.
Si tratta
di Luca Goldoni che in “L’amante dei due mondi” (ebbe
a confessarmi che in un primo momento avrebbe voluto
intitolare significativamente la sua fatica “Le mille”)
passa in rassegna le moltissime donne che al fascino,
decisamente irresistibile del Nostro, non seppero
dire di no.
Un
fascino del tutto particolare, però, se è vero come
è vero che l’Eroe, lungi dall’essere raffinato, galante
e salottiero come Giacomo Casanova - al quale, peraltro,
sostiene Goldoni, lo accomunava il grande rispetto
che entrambi nutrivano nei confronti del gentil sesso
- “era un vero orso, ruvido, maldestro e genuino fino
allo sgarbo”.
Guardando
alla ufficialità, Garibaldi ha avuto la bellezza di
tre mogli, anche se una rimase tale per all’incirca
dieci minuti.
La
prima, la mitica e ardente Anita Ribeiro da Silva,
gli fu compagna nel periodo maggiormente drammatico
e avventuroso della vita, scomparve a soli ventotto
anni e gli diede quattro figli: due maschi, Menotti
e Ricciotti (aveva, Giuseppe, spesso, il vezzo di
affibbiare ai neonati del sesso forte come nome proprio
il cognome di un patriota morto), e due femmine, Rosita
e Teresita.
La
seconda, la marchesina comasca Giuseppina Raimondi,
sposata dal Nostro oramai cinquantaduenne, aveva cercato
di turlupinarlo. Gli disse “sì”, infatti, incinta
di un altro. Il
generale fu informato della questione pochi momenti
dopo, la schiaffeggiò come meritava e l’abbandonò
sul sagrato.
La
terza, Francesca Armosino, era una serva (oggi si
direbbe “una colf”) trapiantata da Asti a Caprera,
che Giuseppe impalmò in tarda età e che gli diede
tre figli: Clelia, Rosa e Manlio.
Tra la prima
e la seconda, non “ufficiale”, ma molto, molto vicina
ad esserlo, una quarta “signora”, Battistina Ravello,
nizzarda come lui, anch’essa a servizio a Caprera,
genitrice della bella Anita, chiamata in cotal modo
in memoria della amatissima Ribeiro.
Lungi
dall’essere simile ad Elizabeth Taylor (che, anni
orsono, spiegando il motivo dei suoi numerosi matrimoni,
ebbe a dire: “Non posso andare a letto con un uomo
se non sono sposata con lui”), Garibaldi seppe “farsi
catturare” – da vero conquistatore in tutt’altri campi,
in amore lasciava che fossero le donne a conquistarlo
tanto che, rifletteva ancora Luca Goldoni, forse sarebbe
stato meglio intitolare il libro sopra citato “L’amato
dei due mondi” – in molteplici, differenti occasioni
da baronesse, contadine, scrittrici, lavandaie e chi
più ne ha più ne metta.
Del magnetismo
del Nostro, della sua sincerità, del totale disinteresse
personale in battaglia come in amore, del suo candore
quasi infantile si occupa la celebre scrittrice francese
George Sand che fra l’altro afferma: “Egli non assomiglia
a nessuno, ed è in lui tale sorta di mistero che fa
meditare. Garibaldi non saprebbe imperare che su uomini
liberi e su di essi non ha che i diritti sacri della
parola data e della parola ricevuta... È uno dei casi
più strani del nostro tempo, in cui la guerra è sempre
ispirata da calcoli precisi”.
Passando
in rassegna le più importanti tra le “volontarie”
(si dedicavano a lui con tutta l’anima, senza nulla
pretendere ed alcune arrivarono ad accudirlo anche
a Caprera e fino alla vecchiaia chiedendo in cambio,
magari, un ciuffo di capelli. Scriverà ad una signora
“Mi stanno crescendo e appena possibile ne taglierò
una ciocca per voi”), ecco la contessa Maria Martini
della Torre - per il vero, talmente ardente e impetuosa
da dover essere tenuta ad una certa distanza – che
lascia marito e figli e lo segue combattendo nella
spedizione dei Mille.
La
poetessa e gran dama francese Louise Colet che vuole
conoscerlo e gli si presenta a Napoli nel 1860. Conquistata,
gli dedica un’ode e poi si arruola. Sarà tra quelle
che lo andranno a trovare nella sua isoletta e, malata
di tisi, verrà assistita dal Nostro con una stranissima
cura a base di latte di mucca che mungerà appositamente
per lei.
La
moglie di Lord Byron, Anne Isabelle, ricchissima di
suo e molto influente nei salotti londinesi, riuscirà
a procurargli parecchio denaro per finanziare l’avventura
dei Mille e gli sarà vicina con soldi, viveri e gli
adorati sigari anche dopo, nei tristi anni del declino.
Sempre a Caprera lo raggiungerà un’altra gentildonna
inglese che, pur di stargli accanto, si incarica di
educare i suoi figli piccoli e scatenati.
Ancora
Luca Goldoni, a dimostrazione di quanto l’Eroe possa
conquistare, irrimediabilmente, una donna, riporta
la lettera che Mrs. Mary Sally, moglie di un influente
deputato d’oltremanica, gli invia dopo averlo ospitato
nelle villa che possiede sull’isola di Wight:
“Amato
generale, quando, ahimè, ieri mi lasciaste, il mio
cuore era colmo di angoscia. Piena di emozione andai
a rivedere il vostro piccolo letto dove non si sarebbe
più posato il vostro nobile capo. Stavo mesta a contemplarlo
quando scoprii, vicino al capezzale, il fazzoletto
grigio che portavate al collo a Brook House e col
quale ho coperto la vostra cara testa quando il vento
soffiava forte. Non avevo osato chiedervelo come ricordo.
Ora esso è qui! Deh! Ditemi che me lo donate!”
Verrebbe
da dire: “Amen”.
* Dice di sé:
Mauro
della Porta Raffo. Semplicemente bellissimo, aspiro,
e mi manca poco, a poter ripetere quel che a suo tempo
affermava il maestro ebanista di Karl Popper: “Mi
chieda pure quello che vuole, io so tutto!”.
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ATTIMI
FUGGENTI
E un oratore disse: parlaci della Libertà. E lui rispose:
“Alle porte della città e presso il focolare
vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà,
così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti
al tiranno che li uccide. (…) E in me il cuore
ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando
lo stesso desiderio di ricercare la libertà
sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla
un fine e un compimento. In verità sarete liberi
quando i vostri giorni non saranno privi di
pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra
vita, allora vi leverete al di sopra di esse
nudi e senza vincoli. (…)
E se volete allontanare un affanno, ricordate che
questo affanno non vi è stato imposto, ma voi
l'avete scelto. E se volete dissipare un timore,
cercatelo in voi e non nella mano di chi questo
timore v'incute. In verità, ciò che anelate
e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò
che perseguite e ciò che vorreste sfuggire,
ognuna di queste cose muove nel vostro essere
in un costante e incompiuto abbraccio. Come
luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa
si agita in voi e quando un'ombra svanisce,
la luce che indugia diventa ombra per un'altra
luce. E così quando la vostra libertà getta
le catene diventa essa stessa la catena di una
libertà più grande”.
(da Il profeta, Sulla
libertà, Kahlil Gibran, 1923)
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