PROFILI
ENZO
FERRARI, UNA VITA IN CORSA
Imprenditore
coraggioso, ha vissuto asserragliato nel suo feudo tra
Modena e Maranello
Oscar
Orefici *
Ricorre
quest’anno il sessantesimo anniversario del debutto
della Ferrari nelle competizioni, avvenuto l’undici
maggio 1947 al Circuito di Piacenza, gara nazionale
riservata alle vetture Sport. Una data davvero significativa
che la Casa di Maranello ha celebrato degnamente con
svariate iniziative, di cui, però, neppure una che
sia una dedicata al mitico fondatore dell’azienda,
Enzo Ferrari, quasi a voler sottacere che si deve
a lui, a questo gigante del Novecento, se la marca
gode di fama universale, circonfusa dall’aureola della
leggenda. Eppure Enzo Ferrari, la sua fabbrica, le
sue auto sono quanto di meglio il nostro Paese sia
riuscito ad esportare nel mondo dalla metà del secolo
scorso.
Ferrari
è senza dubbio uno dei padri della patria rinata dalle
ceneri della guerra, raro simbolo di un’Italia operosa,
tenace, creativa e, soprattutto, vincente: un antesignano
del “made in Italy”. Ma non deve stupire più di tanto
che sia stato dimenticato, nonostante la Ferrari abbia
in Luca Cordero di Montezemolo un presidente dalla
notevole caratura, che ha imparato il mestiere proprio
dal Drake, negli anni giovanili in cui ha lavorato
al suo fianco. La memoria corta, infatti, è un vizio
nazionale, in particolare quando ci si riferisce a
personaggi scomodi, capaci di ragionare con la propria
testa, di evitare i compromessi: un razza rara che
in definitiva ha preferito “essere” anziché “apparire”.
L’esatto contrario, quindi, dei modesti protagonisti
che oggi vengono proposti dalle cronache politiche,
imprenditoriali e culturali. Meglio, quindi, l’oblio
invece di paragoni perlomeno imbarazzanti.
Enzo Ferrari, imprenditore coraggioso, ha vissuto asserragliato
nel suo feudo, Modena e Maranello, e menava vanto
di essere stato per l’ultima volta a Roma nel 1930,
in occasione del Gran Premio delle Tre Fontane: un
modo per sottolineare la sua lontananza dai Palazzi
del potere. Anche quando ad invitarlo nella capitale
sarebbero stati influenti uomini politici, da Folchi
ad Andreotti, con il quale ha intrattenuto un interessante
rapporto epistolare, rifiutava sempre con la stessa,
banale scusa: malesseri ondivaghi.
Del resto, da buon emiliano, un po’ anarcoide, aborriva la
politica. Né voleva saperne di piegarsi alle regole
del protocollo se riteneva di essere stato offeso.
Basta ricordare a questo proposito l’episodio tragicomico
avvenuto all’inizio degli anni Ottanta quando Sandro
Pertini, allora presidente della Repubblica, si recò
a Maranello a fargli visita.
Pertini, a bordo di una Maserati quattroporte, allora macchina
di rappresentanza del Quirinale, arriva davanti all’ingresso
della palazzina direzionale della fabbrica, convinto
di trovare sulla porta il padrone di casa ad accoglierlo.
Ma Ferrari non c’è. È rimasto nel suo ufficio, ritenendo
un gesto scortese il fatto che l’autorevole ospite
si sia presentato con una vettura della concorrenza.
Il presidente, dal canto suo, indispettito per la
mancanza di riguardo, si rifiuta di scendere dall’automobile.
Sta maturando un incidente diplomatico fra i due grandi
vecchi. A quel punto Franco Gozzi, addetto stampa
di Enzo Ferrari di nome, ma di fatto una sorta di
ministro della real casa, cerca di convincere il costruttore
a recedere dalla sua posizione intransigente.
“Lo accompagni lei da me”, gli intima Ferrari. “Non credo
che sia opportuno. Che vada lei è un atto dovuto nei
riguardi del capo dello Stato”, replica Gozzi. Ferrari
s’impunta: “Io non l’ho invitato. È lui che ha desiderato
venire a farmi visita. Ne sono onorato, ma sono io
a decidere come riceverlo”.
Gozzi suda freddo, ma in pochi minuti trova le parole idonee
a piegare le resistenze del signore di Maranello.
L’incontro sulla porta d’ingresso, come se nulla fosse
accaduto, è una recita da consumati attori. Appena
scorge la sagoma del costruttore, Pertini scende dalla
Maserati ed esclama stentoreo: “Caro Ferrari …”. E
l’altro, stringendogli la mano: “Presidente, quale
onore”.
Anche durante il fascismo, quando negli anni Trenta il giovane
Enzo era il boss della Scuderia Ferrari, in pratica
il reparto corse dell’Alfa Romeo, la Casa automobilistica
prediletta da Mussolini, non aveva mai intessuto rapporti
con esponenti del regime che avrebbero potuto agevolare
la sua attività. Con il Duce si era intrattenuto brevemente
una sola volta, a Modena, nel ‘24. Certamente è stato
amico di Leandro Arpinati, il ras di Bologna, nel
periodo in cui era consigliere del Modena Calcio e
l’altro presidente della Federazione, che allora aveva
sede nel capoluogo emiliano. Un’amicizia sincera,
senza secondi fini, tanto che quando il Partito fascista
decise l’epurazione di Arpinati, relegandolo al confino,
si occupò di vendere al meglio la sua Alfa Romeo per
alleviare la famiglia dalle ristrettezze economiche
in cui era precipitata. Era stato anche colpito - e non lo ho mai nascosto - dalla straripante
personalità di Italo Balbo, cliente dell’Alfa, incontrato
in fugaci occasioni. Ovvio, poi, che fra le sue frequentazioni
ci fosse quella con Giacomo Acerbo, ministro e professore
universitario, che organizzava nella natia Pescara
la corsa intitolata al fratello Tito, medaglia d’oro
della Prima guerra mondiale.
Neppure con i dirigenti dell’Alfa Romeo, divenuta un’azienda
di Stato già prima del 1933 quando sarebbe stata inglobata
nell’IRI, si è mai genuflesso. Indispettito dal fatto
che nel ’32, solo in due corse, era sta messa a disposizione
della Scuderia Ferrari la P3, monoposto da Grand Prix pressoché imbattibile,
non aveva esitato a recarsi a Milano per battere i
pugni sul tavolo: “In tre stagioni ho acquistato da
voi macchine e materiali per oltre 1.600.000 lire.
Bella maniera di ripagarmi!”.
Il Ferrari patron della scuderia che aveva fondato nel 1929
era già un uomo coriaceo quanto stimato nell’ambiente
dell’automobile, ma non godeva ancora del prestigio
che avrebbe acquisito solo nel dopoguerra. Comunque
sin da allora aveva difeso le sue idee, la sua piccola
azienda con coraggio leonino. Basta pensare alla clamorosa
rottura che ebbe con Tazio Nuvolari, lo spavaldo eroe
cantato da D’Annunzio e caro a Mussolini. Nel 1933
il “mantovano volante” era considerato il migliore
pilota del mondo e tale era la sua autostima da pretendere
che la scuderia cambiasse nome in Nuvolari-Ferrari.
Per non parlare del trattamento economico. Le oltre
700.000 lire che aveva guadagnato la stagione precedente
non gli sembravano adeguate al suo valore. Enzo Ferrari,
però, non si piega alle richieste del campione, che
reputa prive di logica, nonostante gli siano chiari
anche i risvolti politici della vicenda. Da qui il
divorzio, seguito dalla contromossa di ingaggiare
Achille Varzi, il rivale per eccellenza di Nuvolari,
che lascia la francese Bugatti sedotto dalle lusinghe
di Ferrari.
Alla fine del ’34, però, Varzi decide di abbandonare la Scuderia
Ferrari, attratto dal ricco contratto che gli viene
proposto dalla tedesca Auto Union. I giornali si scatenano
e accusano il pilota di tradimento: l’asse Roma-Berlino
è ancora di là da venire. Varzi affida la sua risposta
alla “Gazzetta dello Sport”. È un attacco frontale
a Enzo Ferrari, imputato di volergli ridurre gli emolumenti
e di non rispettare il suo ruolo di caposquadra. Ferrari
reagisce con altrettanta aggressività: le condizioni
riservate a Varzi sarebbero state identiche a quelle
della stagione appena conclusa; i suoi compensi superiori
alle retribuzioni di tutti gli altri piloti della
scuderia messi assieme. Ma non contento di avere sbugiardato
l’ombroso campione, rende pure note le fatture saldate
all’Alfa Romeo nei cinque anni di attività dell’azienda,
circa 4.600.000 lire. Il sottinteso è chiaro. Io metto
i soldi, io rischio, perciò non mi piego alle bizze
dei piloti, né alle pressioni politiche. Una presa
di posizione temeraria nel clima del ventennio, anche
se va detto che Ferrari, come la maggioranza degli
italiani, si era adeguato alla situazione, tanto che
nelle pubblicazioni da lui edite per celebrare l’attività
della sua scuderia non mancavano accenti retorici
inneggianti al fascismo.
Il carattere determinato, l’essere un sanguigno individualista
e un imprenditore per vocazione avrebbero poi spinto
Enzo Ferrari a un passo che pochi altri avrebbero
avuto la spavalderia di compiere, quello di dimettersi,
nell’autunno del 1939, da direttore dell’Alfa Corse.
Un ruolo prestigioso e ben remunerato che gli era
stato affidato per le capacità, ma anche per risarcirlo
della liquidazione della Scuderia Ferrari, in quanto
il regime aveva imposto che la Casa milanese, ritenuta
una sua “creatura”, partecipasse direttamente alle
competizioni.
Ma quell’incarico non può appagare Ferrari. Da lavoratore
dipendente il suo raggio d’azione è limitato. “L’ambiente
– ha scritto nelle sue memorie – si discostava troppo
dal mio pensiero e dalla conduzione che, in base all’esperienza
maturata nella Scuderia Ferrari, valutavo necessaria
per un’attività sportiva vincente”.
Giorno dopo giorno emergono, di conseguenza, i suoi contrasti
con Ugo Gobbato, il direttore generale dell’Alfa Romeo,
indubbiamente un grande manager, il quale però fatica
a sopportare un collaboratore, sia pure prezioso,
che non accetta le gerarchie. “Assieme alla liquidazione
della Scuderia Ferrari non ho abdicato anche al mio
modo di pensare”, dice il quarantenne Enzo a Gobbato,
anche se il licenziamento verrà determinato da futili
controversie tra lo stesso Ferrari e Wilfredo Ricart,
un ingegnere spagnolo che il direttore generale dell’Alfa
Romeo teneva in palmo di mano. “Lasciai l’Alfa per
dimostrare a quelli dell’Alfa chi io fossi: un proposito
ambizioso, tale da rovinare un uomo!”, avrebbe riportato
Ferrari nei suoi memoriali ricordando quei giorni.
Il suo progetto, Enzo Ferrari, lo ha già ben chiaro in mente.
Vuole diventare un costruttore di automobili, sfidare
proprio l’Alfa Romeo, considerata all’epoca quella
che è oggi la Ferrari, un concentrato di meccanica
raffinata dalle prestazioni estreme. Così, in piena
guerra, nel dicembre del 1942, con parte della sontuosa
buonuscita ricevuta dall’Alfa, acquista a Maranello
per 78.000 lire un terreno di 20.000 metri quadrati,
dove dalla primavera dell’anno successivo iniziano
i lavori per la costruzione della sua fabbrica. Quell’iniziativa,
avviata in un periodo così drammatico della storia
d’Italia, è la dimostrazione di quanto fosse al limite
della follia la passione di Ferrari per l’automobile,
una vera ossessione.
“Se avessi dato retta a mia moglie – avrebbe ricordato –
avrei fatto l’impiegato delle ferrovie”. “Nel dopoguerra
l’Italia, dopo un minimo di incertezza, si lanciò
da un lato a ricostruire e dall’altro a dar vita a
una nazione che doveva riguadagnare lo sviluppo che
nel passato non aveva potuto avere. In questo senso
Maranello, bombardata e distrutta, diventa un simbolo,
con la creazione di una iniziativa che si imporrà
anche a livello internazionale”. Lo ha detto Giulio
Andreotti e meglio non avrebbe potuto sintetizzare
quel “miracolo” avvenuto nella Bassa Padana per merito
di un uomo, una sorta di cavaliere solitario, che
ha perseguito il suo scopo – costruire le più belle,
le più perfette, le più veloci automobili del mondo
– inerpicandosi su una strada che sarebbe stata impervia
in tutte le stagioni della sua lunga esistenza, pure
quando avrebbe toccato l’apice del successo.
Non ha mai avuto, né chiesto sussidi statali. Per mentalità,
per quell’indipendenza che gli era necessaria quanto
l’aria che respirava. Perciò rinunziò a concludere
la cessione della sua azienda alla Ford, nonostante
i 18 milioni di dollari che avrebbe incassato dalla
Casa americana nel 1963 e, sei anni dopo, sarebbe
arrivato all’accordo con la Fiat, solo perché gli
era stata garantita la più completa autonomia per
quanto concerneva il reparto corse.
Da amante dell’azzardo e fidandosi del suo fiuto che, raramente,
lo ha tradito, anche nella scelta dei piloti, dei
tecnici, dei collaboratori ha sempre fatto di testa
sua, spesso puntando su giovani sconosciuti. In ogni
caso non ha mai ceduto a una linea di condotta lineare.
Prima di tutto, anche a costo di dolorose rinunce,
gli interessi dell’azienda. Né ha mai sprecato una
parola per convincere qualcuno a restare alla sua
corte.
Un mese dopo la sua morte, avvenuta il 14 agosto del 1988,
Enzo Ferrari era già stato cancellato dalla memoria
collettiva. Ormai è – e lo sarà ogni giorno di più
- un ricordo
lontano, una foto in bianco e nero ingiallita dal
tempo. Lo si era potuto costatare nella messa officiata
nel Duomo di Modena in occasione del trigesimo, una
cerimonia solenne voluta dal figlio Piero in quanto
le esequie del costruttore si erano svolte in forma
privata proprio per suo volere. Ma a quel commiato
pubblico erano accorsi soltanto qualche pilota di
un passato remoto, come Phil Hill e Gigi Villoresi;
Alboreto e Berger, i suoi ultmi campioni; Gianni Agnelli,
Sergio Pininfarina, Cesare Romiti, Luca di Montezemolo,
Bernie Ecclestone: queste ultime presenze obbligate
dalle convenzioni sociali. La chiesa, infatti, era
tutt’altro che gremita e si avvertiva la mancanza
dell’abbraccio corale della sua città.
Quello
dell’oblio è, del resto, l’amaro destino che accomuna
i pochi, autentici eroi italiani.
* Dice di sé:
Oscar
Orefici. Editorialista di Sky Sport e di Sky TG24,
oltre che dei quotidiani Il Messaggero, Il Mattino
e il Gazzettino, è l’autore del libro “Ferrari. Romanzo
di una vita” (Cairo Editore).
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