FISIOGNOMICA
SOTTO
I BAFFI DI MASSIMO D’ALEMA
Uno
scaltro giocatore, che con freddezza e lungimiranza
studia e progetta le proprie mosse
Domenico
Mazzullo *
Non
è certo possibile leggere e immaginare la Storia con
i “se” e con le ipotesi su cosa sarebbe accaduto se
Hitler avesse vinto la guerra, se Cesare non avesse
traversato il Rubicone, se Pilato non si fosse “lavato
le mani” e avesse preso invece una precisa posizione,
ma non trattandosi di Storia vissuta, bensì solo di
un’opera letteraria, possiamo permetterci la libertà
di giocare di fantasia e chiederci, non senza una
certa curiosità e malizia, cosa sarebbe accaduto se
la bellissima Rossana, la fanciulla che fece innamorare
ed ammaliò con il suo volto ed il suo sorriso ben
tre uomini contemporaneamente, non si fosse fermata
alla bellezza statica e inespressiva del bel Cristiano,
ma edotta di fisiognomica, avesse letto dietro il
volto, certo esteticamente non troppo accattivante,
del cugino Cyrano, la sua anima nobile, la sua sensibilità,
la sua generosità pronta al sacrificio estremo, il
suo coraggio e il suo anelito di libertà.
Certo
il capolavoro di Edmond Rostand, il “Cyrano di Bergerac”,
non avrebbe visto la luce; certo noi non avremmo potuto
godere della lettura delle sue pagine toccanti e commoventi,
certo tante riproduzioni teatrali e poi anche cinematografiche
non avrebbero mai visto la gloria del palcoscenico
e le lacrime degli spettatori, me compreso, davanti
alla morte di Cyrano, o alla scena della lettera,
non letta, ma recitata a memoria, quando la scarsa
luce del tramonto si era fatta troppo fioca per consentire
a chiunque di leggere, o alla scena del balcone che
ha fatto impallidire di invidia anche l’analogo balcone
di “Giulietta e Romeo” di Shakespeare; ma è anche
certo che, se Cyrano fosse stato compreso, al di là
e al di sopra delle apparenze, nella sua essenza e
per questo amato da Rossana, non avrebbe sofferto,
come invece ha sofferto, anche se solo nella fantasia
di Edmond Rostand.
Forse
e purtroppo, non tutti ricordano l’amara, triste vicenda
di Cyrano, ma certo tutti ricordano ed identificano
Cyrano per il suo lungo naso spropositato:
Enorme il
mio naso?
Vilissimo
camuso, siate ben persuaso
che di quest’appendice
mi glorio e mi delizio;
avvenga
che un gran naso sia il vero e proprio indizio
di un uomo
buono, affabile, cortese, liberale,
di coraggio
e di spirito, qual io mi sono e quale
non vi sarà
mai lecito di credervi, marrano!
Cyrano,
però, è ben oltre e molto di più: è l’eroe romantico,
che si sacrifica per amore, è l’antesignano del “Werther”
di Goethe, che fa un passo indietro, per un amore
oblativo e disinteressatamente generoso, è l’uomo
moderno, che conscio della propria finitezza e dei
propri umani limiti, soffre di questa cosmica solitudine,
è l’uomo che non scende e non si abbassa a compromessi
con gli altri e men che meno con la propria coscienza,
alla quale non concede sconti né oblio; è l’uomo solo
che lotta strenuamente per la propria libertà e la
propria dignità, è l’uomo che di fronte alla invincibile,
inesorabile nemica, la morte, vuole affrontarla tuttavia
coraggiosamente in piedi, a viso aperto.
Ella viene. I miei piedi già
son di marmo.
Già ho di piombo le mani.
Ma poi ch’è
per la strada, voglio aspettarla in piedi…
E con in
man la spada!
Ma Cyrano, purtroppo, è irrimediabilmente brutto, e tuttavia,
disperatamente innamorato, così descrive la bella
e irraggiungibile cugina Rossana:
Una calamità
mortal senza
che voglia squisita e non lo sa;
un’insidia
vivente, una rosa moscata
tra le cui
foglie amore s’asconde in imboscata.
Chi la vide
sorridere conobbe l’Ideale.
Ella fa
della grazia con un niente: ella è tale
Che pon
tutto il divino nel minor dei suoi gesti.
Né tu montare
in conca, Madre d’Amor, sapresti,
né tra i
boschi fioriti camminar tu Lucina,
com’ella
monta in seggiola, e com’ella cammina!…
Ma Rossana, ahimè, pur senza conoscerlo ancora, ma avendolo
solamente visto di lontano, ama invece Cristiano,
ammaliata superficialmente dalla sua bellezza:
Brilla
Nel suo
volto lo spirito eletto, la scintilla
Del genio.
È fiero, nobile, giovine, forte, bello…
Per
chi conosce la vicenda il resto è noto, con il suo
triste epilogo, ma la grandezza di Cyrano, non si
compendia e si esaurisce solamente nel generoso e
coraggioso sacrificio della sua persona a favore di
Cristiano per amore di Rossana. Egli è il campione
dello spirito libero, è il prototipo dell’uomo che
non si piega a compromessi con altri e con se stesso,
per ottenere favori e vantaggi dalla vita:
Orsù che
dovrei fare?…
Cercarmi
un protettore, eleggermi un signore,
e dell’ellera
a guisa, che dell’olmo tutore
accarezza
il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi,
invece di salire per forza?
No, grazie!
Dedicare, com’usa ogni ghiottone,
dei versi
ai finanzieri? Far l’arte del buffone
pur di vedere
alfine le labbra di un potente
atteggiarsi
a un sorriso benigno e promettente?
No, grazie!
Saziarsi di rospi? Digerire
lo stomaco
per forza dell’andare e venire?
Consumar
le ginocchia? Misurar le altrui scale?
Far continui
prodigi di agilità dorsale?
No, grazie!
Accarezzare con mano abile e scaltra
la capra
e intanto il cavolo innaffiare con l’altra?
E aver sempre
il turibolo sotto dell’altrui mento
per la divina
gioia del mutuo incensamento?
No, grazie!
Progredire di girone in girone,
diventare
un grand’uomo tra cinquanta persone,
e navigar
con remi di madrigali, e avere
per buon
vento i sospiri di vecchie fattucchiere?
No, grazie!
Pubblicare presso un buon editore,
pagando,
i propri versi! No, grazie dell’onore!
Brigar per
farsi eleggere papa nei concistori
che per
entro le bettole tengono i ciurmatori?
Sudar per
farsi un nome su di un picciol sonetto
Anzi che
scriverne altri? Scoprire ingegno eletto
agli incapaci,
ai grulli; alle talpe dar ali,
lasciarsi
sbigottire dal romor dei giornali?
E sempre
sospirare, pregare a mani tese:
- Pur che
il mio nome appaia nel Mercurio francese?
No, grazie!
Calcolare, tremar tutta la vita,
far più
tosto una visita che una strofa tornita,
scriver
suppliche, farsi qua e là presentare?…
Grazie,
no! Grazie no! Grazie no! Ma…cantare,
sognar sereno
e gaio, libero, indipendente,
aver l’occhio
sicuro e la voce possente,
mettersi
quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì,
per un no, battersi o fare un verso!
Lavorar,
senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia
più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che
sia farina d’altri scrivere, e poi
modestamente
dirsi: ragazzo mio, tu puoi
tenerti
pago al frutto, pago al fiore, alla foglia
pur che
nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccogli a!
Poi, se
venga il trionfo, per fortuna o per arte,
non dover
darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta
la palma della meta competa,
e, disdegnando
d’essere l’ellera parassita,
pur non
la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto
salir anche
non alto, ma salir senza aiuto!
E quando ormai è prossimo a morire, di fronte a Rossana, finalmente
consapevole, ma ormai troppo tardi, del generoso e
silente amore del cugino, lo stesso Cyrano recita
il suo epitaffio:
Ecco il
destino mio:
far da suggeritore,
- e meritar l’oblio!
Ricordate
la sera in cui nell’ombra nera
Cristiano
vi parlò? È tutta in quella sera
la mia vita.
Ed intanto che io son restato,
altri a
cogliere il bacio della gloria è montato!
È giusto, ed io consento sull’orlo dell’avello
che Molière
ha genio, che Cristiano era bello!
Ma
perché, per ammissione universale e consapevolezza
di tutti, Rossana e Cristiano sono belli, mentre Cyrano
è irrimediabilmente brutto? Cosa ci fa affermare che
un volto è bello, mentre un altro è brutto?
Sembrerebbe
una domanda mal posta, una domanda alla quale si potrebbero
fornire molteplici risposte, equivalenti quindi a
nessuna risposta. Si potrebbero invocare fattori soggettivi,
storici, culturali, di gusto personale e quindi non
codificabile né quantificabile, si potrebbero evocare
fattori estetici legati ai tempi, alle mode, ai costumi
di epoche diverse, si potrebbe far ricorso al solito
luogo comune secondo cui “non è bello ciò che è bello,
ma è bello ciò che piace”, eppure se vogliamo uscire
dall’ambito della facile aneddotica e utilizzare un
ragionamento più propriamente scientifico, una risposta
chiara, precisa ed esaustiva ci proviene da una delle
più antiche e forse odiate discipline: la matematica.
Appartiene a questa, infatti, e sin da epoche antichissime
il concetto e la definizione di Sezione Aurea,
termine introdotto nel 1835 e che ha sostituito quelli
precedenti ed equivalenti di rapporto aureo, numero
aureo, numero di Fidia, costante di Fidia e in
fine di proporzione divina.
La
data di nascita di questo concetto è precisa e conosciuta,
il 300 a.C. e spetta ad Euclide, il noto matematico
di Alessandria d’Egitto, la sua paternità. Egli descrisse
per la prima volta il rapporto, da allora identificato
con la lettera greca phi, chiamandolo proporzione
estrema e media e corrispondente al numero irrazionale
1,618033…. Egli ne fornì anche una rappresentazione
grafica più evidente e comprensibile: “Un segmento
diviso in due parti a e b tali che il
rapporto tra l’intero segmento a+b e la parte
più lunga a sia uguale al rapporto tra la parte
più lunga a e la parte più corta b”.
Euclide
descrisse anche un rettangolo aureo, i cui
lati a e b sono in proporzione aurea.
L’incauto lettore che ci ha seguiti fin qui si tranquillizzi.
Non intendo, infatti, assolutamente trascinarlo in
uno scosceso ed infido discorso matematico, fatto
di formule algebriche e astruse costruzioni geometriche,
incomprensibili ai più, me compreso e che certamente
esulerebbe dagli scopi e dai modi di quest’articolo,
ma mi preme solamente far rilevare come questa semplice
formuletta, questo numero magico frutto di un semplice
rapporto geometrico, rappresenti la struttura portante,
la modalità attraverso la quale noi umani percepiamo
l’armonia delle cose, sia nell’ambito di ciò che esiste
in natura, sia di ciò che è prodotto dall’essere umano,
in tutte le sue espressioni.
Se
ad Euclide va l’indubbio merito di aver scoperto e
descritto, matematicamente,
questa proporzione, alla luce di quanto conosciamo
oggi, dobbiamo pensare che essa fosse ben nota e utilizzata,
anche in epoche precedenti. Una straordinaria applicazione
della Sezione Aurea la riscontriamo, per esempio,
inaspettatamente, nei Megaliti di Stonehenge, nei
quali il rapporto tra gli elementi, sempre di 1,6
fa sì che ci sia una giusta proporzione, tra la larghezza
e l’altezza delle aperture, o tra un cerchio di pietre
e l’altro. In tal modo, stando dentro al monumento
ci si sente a proprio agio e non si avverte l’incombenza
della struttura.
Anche
gli antichi Egizi dovevano essere ben a conoscenza
del concetto di Sezione Aurea, se è vero che una sua
applicazione inconfutabile la riscontriamo nella Stele
del re Get, proveniente da Abido (antica capitale
dell’Egitto nel periodo predinastico) ed oggi al Louvre.
Essa è costituita da un rettangolo aureo, nella cui
parte bassa il quadrato costruito sul lato più corto,
Sezione Aurea di quello più lungo, contiene la città,
mentre nella parte restante, che è ancora un rettangolo
aureo, è riportato il serpente simbolo del re. Il
reperto risalirebbe a quasi 5000 anni fa.
La
Sezione Aurea fu anche applicata nella costruzione
delle piramidi: la piramide di Cheope, per esempio,
ha una base di 230 metri ed un’altezza di 145; il
rapporto base/altezza corrisponde a 1,58, molto vicino
quindi a 1,6. Ma spetta certamente ai Greci, il merito
indubbio di aver meglio studiato ed applicato i principi
di quest’aurea proporzione. In ambito matematico essa
fu studiata dai Pitagorici, i quali, geometricamente,
scoprirono che il lato del decagono regolare inscritto
in una circonferenza di raggio r è la Sezione
Aurea del raggio e congiungendo un vertice sì ed uno
no, di esso decagono, costruirono, sempre inscritto
nella medesima circonferenza, il pentagono regolare
intrecciato, o stellato, o stella a cinque punte,
pentagramma, considerato simbolo dell’armonia
e adottato come loro segno di riconoscimento.
Ma
è nell’architettura e nella scultura greca che la
Sezione Aurea mostra il meglio di se stessa, se pensiamo
solamente al Partenone costruito secondo i principi
della suddetta proporzione, o numero di Fidia e
alle statue in esso presenti, quali le Korai dell’Eretteo.
Più
vicino a noi, i romani, grandi architetti e costruttori
di strutture monumentali che è superfluo ricordare,
utilizzarono con dovizia il rapporto di proporzioni
che abbiamo descritto. Per tutti e perché in esso
è più evidente citiamo solamente l’Arco di Costantino,
il più importante degli archi trionfali romani, costruito
nel 313 d.C. per celebrare la vittoria dell’imperatore
Costantino su Massenzio. L’altezza dell’arco centrale
divide l’altezza totale secondo le proporzioni della
Sezione Aurea, mentre i due archi più piccoli, laterali,
giocano lo stesso ruolo nella distanza tra la base
e il listello inferiore.
E
per terminare questa breve carrellata sull’applicazione
della Sezione Aurea nell’architettura, non possiamo
dimenticare la cattedrale di Notre Dame di Parigi,
interamente progettata e costruita secondo le proporzioni
del rettangolo aureo.
Con
un piccolo salto temporale, solo di alcuni secoli, nel 1509 il matematico italiano Luca Pacioli, pubblicò a Venezia, un compendioso trattato, “De Divina
Proporzione”,
nel quale, analizzando, minuziosamente e puntigliosamente,
le caratteristiche architettoniche del passato, il
corpo umano e le strutture biologiche allora conosciute,
dimostrò come in tutte queste fosse presente il rapporto
di proporzioni per primo descritto da Euclide, cui
dette, religiosamente, nello spirito del tempo, il
nome di “Divina Proporzione”, e che oggi, laicamente,
chiamiamo Sezione Aurea, sostenendo che proprio
alla presenza di questo rapporto fosse da attribuirsi
l’armonia, la gradevolezza per l’occhio umano e quindi,
in ultima analisi, la bellezza di tali opere di natura
o frutto dell’attività umana.
Particolare
non del tutto irrilevante: il matematico Pacioli si
avvalse, per la stesura del suo lavoro, della sostanziale
collaborazione dell’amico Leonardo da Vinci, il quale
partecipò alla costruzione e all’elaborazione dell’opera
teorica con ben sessanta illustrazioni, che fornivano
e sostanziavano la dimostrazione figurativa delle
tesi matematiche dell’amico. Il libro e le tesi di
Pacioli ebbero una rilevanza e risonanza grandissima
presso i contemporanei ed i posteri, artisti e non,
che si avvalsero delle sue intuizioni e conclusioni.
Cito solo a modello esemplificativo, tra i più famosi
Botticelli, Piero della Francesca, Bernardino Luini,
Dürer, Mondrian.
Nell’articolo
dello scorso numero, abbiamo preso in considerazione
Leonardo in qualità di acuto cultore di studi fisiognomici
e plausibile autore di un trattato sull’argomento,
purtroppo andato perduto, di fruitore della fisiognomica,
come strumento principe per investigare i “moti dell’animo”,
di autore della teoria dell’occhio, cioè della pittura
come “finestra
dell’anima”. Proprio a questa pittura
leonardesca, torniamo oggi a far riferimento, in quanto
in essa troviamo, indiscutibilmente, le migliori e
più specifiche testimonianze dell’interesse dello
eclettico scienziato vinciano, per il nostro concetto
di “divina proporzione” come elemento chiave dell’armonia
e dell’ordine nelle umane cose, naturali e dall’uomo
prodotte.
Nella mia personale ricerca sulla Sezione Aurea, mi sono, fortunosamente
e fortunatamente, imbattuto in un illuminante, quanto
interessante articolo di Marco Bussagli, “Geometrie
del sorriso”, che mi sembra opportuno riportare, nelle
sue parti essenziali, perché può, a mio parere, contribuire
grandemente al nostro discorso:
Sarà di
certo capitato anche a voi di farvi ammaliare dal
fascino della Gioconda di Leonardo. Nel momento
in cui la si guarda, a dispetto del vetro di protezione
che la custodisce, Monna Lisa sembra volerti
parlare e pare guardare te solo in un rapporto dialogico
esclusivo, capace di essere inteso anche senza parole.
Un simile effetto Leonardo dovette ottenerlo non soltanto
con la magia dei toni e del celebre “sfumato leonardesco”,
che rende l’atmosfera brumosa e soffusa, ma prima
di tutto, dosando sapientemente quegli elementi che
costituiscono lo schema della composizione.
Questione di rettangoli.
Il motivo di tale coinvolgimento è da imputarsi, se non esclusivamente,
certo in buona parte, al fatto che l’occhio sinistro
della Gioconda, ossia il destro guardando la figura,
giace esattamente sulla linea mediana dell’intera
composizione. In altre parole: se si divide a metà
il ritratto con una riga verticale, essa passerà per
il centro della pupilla sinistra. Questo vuol dire
che l’occhio dipinto si avvantaggia d’una simile posizione
privilegiata e chi osserva monna Lisa negli occhi
finisce per trovarsi, con lo sguardo, al centro del
quadro. Non è tutto. Se si avrà l’accortezza di prendere
in considerazione il lato lungo della tavola come
se si trattasse di un segmento AB, e di ricavarvi
la Sezione Aurea secondo il semplice metodo di costruzione
geometrica che individuerà il punto X, sicché AB :
AX = AX : XB, non sarà difficile constatare che quella,
ossia AX, copre la distanza fra il margine superiore
della tavola e il muro che si eleva alle spalle della
figura. Se poi si avrà cura di spostare il segmento
AB in modo che questo sia tangente all’angolo di quel
che rimane della base di una delle due colonnine che,
simmetricamente, dovevano inquadrare lo sfondo e la
donna, si vedrà che su detto segmento è possibile
costruire un rettangolo aureo che comprende l’intero
dipinto, fino alla base dell’altra colonnina scomparsa.
Si noti che, nella costruzione del rettangolo, il passaggio tecnico che
vede l’individuazione della linea mediana che segna
a metà il quadrato costruito sul segmento aureo, passa
esattamente per la bocca di monna Lisa contribuendo
a segnare giusto il punto nel quale Leonardo dipingerà
l’enigmatico sorriso. In ogni modo, con la realizzazione
del rettangolo aureo, la figura della donna è, in
pratica, tutta contenuta all’interno della nuova figura
geometrica. La costruzione del rettangolo aureo spiega
anche l’inclinazione e la collocazione delle mani
di Monna Lisa. Le diagonali del rettangolo che eccedono
il quadrato costruito sul segmento aureo segnano,
infatti, le posizioni delle mani della donna. Ma l’immagine
nasconde anche altri segreti compositivi impostati
sull’impiego di opportune figure geometriche. Considerando
la linea mediana della tavola, già individuata in
precedenza, si possono disegnare, entro i lati lunghi
del rettangolo aureo, due circonferenze d’identico
raggio i cui perimetri siano, a loro volta, reciprocamente
tangenti a livello della scollatura dell’abito della
donna che viene così disegnata dal cerchio superiore
il quale, a sua volta, ha il centro nell’occhio della
figura.
Ancora: dal punto d’intersezione della linea mediana della tavola con
il cerchio superiore, è possibile far discendere un
triangolo isoscele la cui base giace sulla linea d’angolo
del muro che fa da sfondo a mona Lisa. In questo modo
la parte superiore della figura è completamente contenuta
dal triangolo stesso. Poi, prendendo in considerazione
soltanto il cerchio superiore, non sarà difficile
constatare che, all’interno di questo, è possibile
individuarne un altro, concentrico, che segna l’ingombro
della testa della Gioconda definendone così l’altezza
(visto che è tangente all’angolo del mento) e la curva
del cranio coperta dai capelli scriminati. Tenuto
conto dei punti di tangenza fra la testa della donna
e il cerchio appena disegnato, sarà abbastanza facile
intuire che la figura geometrica che ha guidato le
scelte di Leonardo deve essere stata quella dell’ottagono.
Iscritto nella circonferenza e orientato opportunamente
questo sarà infatti tangente all’angolo inferiore
del mento, al margine inferiore della mandibola, a
parte del velo, a due punti della calotta cranica
e al velo che scende lungo il collo per un totale
di cinque punti su otto che denomineremo con altrettante
lettere. Allora, se si avrà l’accortezza di unire
l’angolo in C con quello in F con un segmento, per
farlo intersecare dalla linea mediana del volto che
passa per la scriminatura della fronte, il dorso del
naso e il tubercolo del labbro superiore, s’individuerà
un punto O, che giace al centro della fronte. Da qui,
aprendo il compasso con lo stesso raggio della circonferenza
in cui è iscritta la testa della figura, si potrà
tracciare il cerchio che sottende all’andamento enigmatico
del sorriso di monna Lisa. Si otterranno così due
cerchi uguali, con i rispettivi centri sul medesimo
asse, ma eccentrici fra loro di poco meno della metà
del raggio.
Coincidenze
evidenti.
Io
stesso, nonostante la mia scarsissima attitudine per la geometria e per il disegno, mi sono cimentato, munito diligentemente
di matita, compasso e righello nell’operazione che
Marco Bussagli suggerisce, scempiando una fotografia
della Gioconda, tratta da un vecchio libro di Storia
dell’arte del liceo e nonostante i miei gravosissimi
limiti ho potuto rigorosamente riscontrare quanto
da Bussagli detto. Certamente un critico cinico e
sussiegoso, quanto diffidente, potrebbe obiettare
che siamo noi, a posteriori, a voler riscontrare e
trovare nell’opera d’arte certe coincidenze e certi
riscontri che potrebbero, invece, essere solo frutto
del caso e, in verità, questa obiezione sarebbe possibile
e verisimile se l’autore della Gioconda non fosse
Leonardo, proprio quel Leonardo che, come abbiamo
visto collaborò molto attivamente alla stesura del
libro di Luca Pacioli, “De divina proportione”,
disegnando le sessanta tavole di solidi geometrici
che illustravano e spiegavano le teorie del matematico
sulla Sezione Aurea e sulla intrinseca armonia dalla
sua proporzione attribuita alle cose. Una tale collaborazione
è di per sé più che sufficiente a dimostrare che per
Leonardo la geometria
descrittiva e in particolare l’impiego della
Sezione Aurea non dovessero avere misteri di sorta.
Un’ulteriore
conferma di ciò la traiamo facilmente da un’analisi
“geometrica” delle altre opere di Leonardo, nelle
quali è immediatamente ravvisabile la stessa identica
ricerca proporzionale. Ne “L’Ultima cena”, Gesù,
il solo personaggio veramente divino, è dipinto con
le proporzioni divine, essendo racchiuso in un rettangolo
aureo. Ne “L’Annunciazione”
la figura e la postura dell’angelo sono in
proporzione aurea rispetto alla sua distanza dalla
Vergine. Nella “Donna
scapigliata” la testa è racchiusa in un rettangolo
aureo e il volto è in proporzione aurea rispetto al
fascio dei capelli. Anche l’inclinazione del capo
non è casuale, ma segue la diagonale del quadrato.
E cito per ultima la più geometrica delle opere di
Leonardo, “L’Uomo”,
nella quale l’artista studia le proporzioni
della Sezione Aurea, secondo i dettami del “De Architectura”
di Vitruvio che obbediscono ai rapporti del numero
aureo.
Nella
famosa rappresentazione di Leonardo dell’Uomo di Vitruvio,
come tutti ben ricordiamo, la figura umana è inscritta
in un quadrato e in un cerchio. Nel quadrato l’altezza
dell’uomo a-b è pari alla distanza b-c
tra le estremità delle mani con le braccia distese.
La retta orizzontale x-y passante per l’ombelico
divide i lati AB e CD esattamente in
rapporto aureo tra loro. Lo stesso ombelico è anche
il centro del cerchio che inscrive la persona umana
con le braccia e gambe aperte. La posizione corrispondente
all’ombelico è, infatti, ritenuta il baricentro del
corpo umano.
Nel “De
Architectura” Vitruvio scrive:
Il centro del corpo umano è inoltre, per natura, l’ombelico:
infatti, se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi
allargati, e si punta un compasso sul suo ombelico,
si toccherà tangenzialmente, descrivendo un cerchio,
l’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi.
Certamente
meno famosa, ma non per questo meno importante e affascinante,
è la figura dell’uomo di Rutilio il Vecchio, nel quale
invece, la figura umana è inscritta in una stella
a cinque punte, che come abbiamo già visto è un simbolo
tipico caro ai pitagorici.
Una famosa
rappresentazione della figura umana, secondo le proporzioni
della Sezione Aurea è rappresentata dalla “Venere”
di Botticelli, nella quale è aureo il rapporto tra
l’altezza complessiva di Venere e la distanza dell’ombelico
da terra. Ma tutto questo non deve stupirci, in quanto
l’artista nulla fa di altro, che riproporre e riprodurre
ciò che vede in natura. E, in natura, il rapporto
aureo è riscontrabile in molte dimensioni del corpo
umano.
Se moltiplichiamo,
infatti, per 1,618 la distanza che, in una persona
adulta e proporzionata, va dai piedi all’ombelico,
otteniamo la sua statura. Così anche la distanza dal
gomito alla mano, con le dita tese, moltiplicata per
1,618, dà la lunghezza totale del braccio. La distanza
che va dal ginocchio all’anca, moltiplicata, sempre
per 1,618, dà la lunghezza totale della gamba, dall’anca
al malleolo. Infine anche nella mano, i rapporti tra
le falangi delle dita medio e anulare sono aurei e
per quanto ci riguarda più da vicino, anche il volto
umano è interamente scomponibile in una griglia i
cui rettangoli hanno i lati in rapporto aureo.
La prova
più eclatante ed evidente di come il rapporto aureo
possa influenzare e condizionare il nostro occhio
è fornita proprio dal volto umano, dal quale abbiamo
preso le mosse ed al quale ora torniamo. L’uomo, infatti,
ha acquisito e formulato, nel corso della sua evoluzione,
un concetto di bellezza che si credeva fosse legato
a canoni estetici soggettivi e secondari alla cultura
del tempo, e quindi mutevoli, come certamente a prima
vista può apparire a chi osservi il fenomeno dal punto
di vista storico ed estetico. Se questo è vero certamente
in superficie, ci si sta, invece, orientando sempre
di più verso un concetto di bellezza meno mutevole
e fisicamente, direi addirittura neurologicamente
determinato, conseguente alla proprietà e capacità
del nostro cervello di percepire e registrare l’armonia,
o viceversa disarmonia, nei rapporti, nelle proporzioni
esistenti e sussistenti tra le varie parti del nostro
corpo, in special modo nel viso e, naturalmente, anche
in tutto ciò che esiste in natura spontaneamente,
o prodotto dall’uomo stesso.
Senza addentrarmi
troppo in spiegazioni neurologiche, non del tutto
definite e che potrebbero essere noiose, posso accennare
che ad oggi sembra che il cervello rappresenti entro
di sé i volti che gli occhi vedono, per mezzo di uno
schema di attivazione in un’area specifica della corteccia
(la regione parietale-temporale) situata quindi più
“a valle” nella complessa organizzazione visiva. Gli
elementi di tale schema corrispondono a varie caratteristiche
canoniche o “dimensioni” astratte dei volti osservati.
Ogni qual volta vediamo un volto reale, il nostro
cervello confronta il volto reale che “vede” con un
volto ideale in lui rappresentato e che potremmo chiamare
“volto standard”, valutando e catalogando quanto il
volto reale si discosti dal volto umano ideale, identificandolo
quindi sulla base di tali “differenze”. Non si sa
esattamente quante siano queste “dimensioni” astratte
e neppure se il loro numero sia eguale per tutti.
Si sa, però, che nella discriminazione facciale le
varie caratteristiche degli occhi e delle loro immediate
vicinanze hanno un’importanza predominante, seguite
dalle varie caratteristiche della bocca e poi della
forma complessiva del viso. Il naso parrebbe avere
scarsa importanza, almeno nelle visioni frontali.
Se il nostro
povero Cyrano fosse vissuto, soltanto alcuni secoli
più tardi e fosse stato a conoscenza di tali ipotesi
neurologiche, forse sarebbe stato meno tormentato
e meno infelice. Va da sé che, probabilmente, il cervello
sia anche in grado di cogliere e riconoscere l’armonia
insita in ciò che vede e viceversa la disarmonia,
reagendo positivamente alla prima e negativamente
alla seconda. Forse proprio in questa sottesa armonia
è racchiuso il segreto di ciò che chiamiamo bello.
E con questa armonia torniamo alla Sezione Aurea da
cui abbiamo preso le mosse.
Esula purtroppo
dallo specifico di questo discorso e dai limiti che
ci siamo proposti la disanima di come tutta la natura
e anche le cose dall’uomo prodotte siano permeate,
pervase da questa divina proporzione e dalla armonia
ad essa sottesa. È sufficiente pensare che la botanica,
la fisica, la zoologia, l’astronomia, la musica, tutte
in maniera diversa, sono permeate e regolate da questa
divina proporzione, responsabile dell’armonia in esse
contenuta. La Sezione Aurea è l’espressione matematica
della bellezza della natura: dall’infinitamente piccolo
all’infinitamente grande, tutto sembra regolato da
perfezioni matematiche, da precisi calcoli predefiniti,
applicati dalla piccola chiocciola che vive nel sottobosco
all’immensa galassia a spirale che contiene miliardi
di stelle. Non può esistere però l’armonia, senza
il suo opposto e contrario, la disarmonia. E proprio
in questa disarmonia, Cesare Lombroso, il grande scienziato
italiano, padre della moderna criminologia, cercò
di individuare il segno distintivo della criminalità.
Ma questo fa parte del prossimo articolo, se avrete
la bontà di continuare a leggerci. Nella attesa vi
forniamo un ulteriore esempio di come la fisiognomica,
lo studio del volto, possa aiutarci a scoprire il
carattere di una persona, prendendo in esame, questa
volta Massimo D’Alema.
Massimo D’Alema
Dall’esame
del volto di Massimo D’Alema, la prima caratteristica
che si coglie, immediatamente, e che salta subito
agli occhi è l’acuta intelligenza, dotata di un sottile
senso logico ed analitico. Purtroppo questa, ripeto,
acuta intelligenza, non è accompagnata da un altrettanto
acuto senso critico e soprattutto autocritico che
permetta una percezione dei propri limiti. Ne consegue
un tratto di personalità sicuramente interessante,
per quanto riguarda l’indiscussa capacità di fredda
analisi dei fatti, ma priva di quel sentimento umano,
indispensabile per la più profonda comprensione di
questi.
D’Alema
è una persona fredda sul piano affettivo, con una
razionalità che domina grandemente su un quasi inesistente
versante emotivo. Quei pochi sentimenti, comunque
forse esistenti e presenti in lui, sono trattenuti
e ritenuti, per cui essi già pochi e poco espressi,
non compaiono nella sua vita, soprattutto pubblica
e poco anche in quella privata.
Definirei
la sua, una personalità “stitica” sul piano affettivo
ed emotivo. Da medico non mi stupirei, se soffrisse
di patologie a carico dell’apparato digerente, ulcera
duodenale, colon irritabile, stipsi cronica. La vivida
intelligenza, non corroborata e suffragata da un altrettanto
vivido apporto emotivo, fa di lui una persona che
ai più, e non a torto, appare fredda, senza emozioni,
a tratti addirittura cinica, nel freddo perseguire
dei propri scopi e nella realizzazione dei propri
progetti. A questo proposito D’Alema è una persona
capace di aspettare, di mettersi da parte e addirittura
scomparire temporaneamente, se ciò può essere utile
per raggiungere il proprio obiettivo.
È un giocatore
di scacchi, nella vita, che con freddezza e acutezza,
ma soprattutto lungimiranza, studia e progetta le
proprie mosse con largo anticipo, non disdegnando
di sacrificare una torre o un cavallo, se questo può
essere utile a dare, imprevedibilmente ed inaspettatamente,
scacco matto al proprio avversario. In altre parole
una persona che è capace di “entrare in sonno”, come
dicono i massoni, anche per lungo tempo, se questo
serve alla causa.
È una persona
disciplinata, molto attenta alle gerarchie, quando
si trova in una posizione subordinata, che sa stare
al proprio posto, senza sgomitare, ma che utilizza
questa disciplina ed autodisciplina, mirando a conseguire
il potere, unica sua vera e fondamentale aspirazione.
Vero uomo di “apparato”, capace di salire pazientemente
uno ad uno tutti gli scalini gerarchici, senza mettersi
troppo in mostra, senza troppo apparire, senza offuscare
gli altri, senza costituire, superficialmente un pericolo,
ma pronto ad esprimere tutto se stesso, sempre con
freddezza, però, una volta che abbia raggiunto il
vertice della gerarchia.
In questo,
naturalmente e grandemente, facilitato dal proprio
carattere fondamentalmente freddo e capace di un assoluto
dominio sulle proprie scarse passioni. Uomo dalla
forte ideologia, abbracciata, però, anche questa,
non con una fede emotiva e passionale, ma con logico
calcolo (opportunistico?). In virtù ed in difesa di
questa forte ideologia ed in funzione di “un bene
superiore”, caratterizzato dal trionfo di questa,
sarebbe pronto a sacrificare e trascurare aspetti
umani, che invece fermerebbero altri, o comunque li
farebbero esitare, ponendosi dubbi ed interrogativi
morali, che invece non credo possano sfiorare il nostro
soggetto ed interferire con il suo agire. Non disdegna
gli utili per sé, ma è soprattutto interessato a quelli
della causa.
Non lo definirei
un uomo etico, ma piuttosto un moralista, per gli
altri, ove la “morale” può e deve essere intesa, piuttosto
come una disciplina atta a tenere a freno le intemperanze
dei singoli, che potrebbero essere disturbanti per
la causa. Una morale, comunque, assolutamente laica
e priva di implicazioni con il trascendente, rispetto
al quale, ritengo, il rapporto è non di ostilità,
ma di un distaccato agnosticismo.
Non disdegna
il lusso, ed è da questo gratificato, ma non da esso
distolto nel perseguire i propri obiettivi di potere.
Ossequioso e disciplinato con i superiori, può essere
sprezzante con i subordinati, di cui disprezza il
servilismo, ma dai quali pretende obbedienza assoluta
e incondizionata. Rigido anche con se stesso, nella
puntigliosa ed ossessiva osservanza di programmi e
progetti a lunga scadenza, ma anche nella minima scansione
della propria quotidianità, fatta anche di piccoli
gesti e di rituali ripetitivi ed anche essi ossessivi,
dai quali non riesce a liberarsi.
Stabile
dal punto di vista emotivo, non conosce ampie oscillazioni
dello stato d’animo, dalla gioia alla profonda tristezza.
Non si coinvolge facilmente, o quasi mai, riservandosi
il ruolo di acuto, quanto freddo e distaccato osservatore,
attratto più dai “grandi numeri”, che dalle singole
ed umili vicende umane, spesso anche misere. Un sociologo,
piuttosto che uno psicologo, affascinato ed utilizzatore,
piuttosto della statistica, rispetto alle vibrazioni
del cuore, o dell’animo.
Fedele,
probabilmente, in famiglia, ma più per forma che per
reale e sentito attaccamento. Predilige una famiglia
di struttura tradizionale, che offre senso di ordine
e sicurezza, almeno esteriore. Non disdegnerebbe “avventure”,
purché non andassero ad intaccare, o mettere in pericolo
la tranquilla solidità familiare e che comunque sarebbero
vissute senza eccessiva partecipazione, o coinvolgimento
emotivo. Molto caparbio, disposto a grandi sacrifici
materiali, anche per lunghi tempi, pur di conseguire
i propri obiettivi, non soffre grandemente di privazioni
fisiche, pur non disdegnando il lusso, se queste sono
funzionali ai propri scopi.
Buona cultura,
o piuttosto erudizione, acquisita, ma non interiorizzata.
Lo definirei un critico teatrale, piuttosto che un
commediografo, un critico letterario, piuttosto che
un poeta o uno scrittore, non un pittore, ma anche
nelle arti figurative, un critico. Secondo l’acutissima
definizione di Norberto Bobbio di “Destra e sinistra”,
nel suo aureo ed omonimo libretto, D’Alema è un uomo
di sinistra fin nelle midolla, in una neutrale e non
partitica distinzione. In questo senso non lo potrei
definire certo un libertario, attento, come mi sembra
possa essere, più ai fenomeni sociali, che alla difesa
della libertà del singolo.
La sua sfortuna?
Essere nato e vivere in un paese come l’Italia, approssimativo
e improvvisatore, iperemotivo e dai grandi e fugaci
entusiasmi, passionale e ben poco razionale e in un’epoca
storica come la nostra, di grandi cambiamenti, di
crollo e di assenza di forti ideologie, in cui quelle
ancora presenti si sono annacquate, snaturate e denaturate,
e non sono neppure state sostituite da altre, lasciandoci
in un disturbante vuoto ideologico, orfani di fedi
in cui credere fermamente.
Peccato.
Lo avrei visto più a suo agio e forse anche moderatamente
felice, nella Unione Sovietica di Stalin, di Nikita
Khrushchev, o di Brežnev, della guerra fredda e dei blocchi contrapposti,
nella protettiva e confortante certezza di un apparato
di partito gerarchico e gerarchizzato, alle prese
con una miope burocrazia sovietica. A mio parere vive
il dramma interiore, ma neppure questo troppo sentito,
di essersi formato ideologicamente e culturalmente,
di appartenere ad un partito che, strada facendo,
ha dovuto cambiare, almeno apparentemente, forma ed
aspetto esteriore, adattandosi al mutare dei tempi
e non piuttosto adattare i tempi a se stesso.
Sul piano
personale è introverso e in alcuni aspetti anche timido,
molto geloso dei suoi pensieri e della sua vita interiore;
non si confida facilmente, forse mai. Egocentrico
e con una buona dose di fiducia in se stesso, si sente
di appartenere ad una élite intellettuale e culturale.
Scarsamente comunicativo, può essere anche arrogante
e crudele nella freddezza delle espressioni verbali.
Assume spesso toni professorali e potrebbe anche trattare
gli altri con sussiegosa sufficienza. Apodittico nei
giudizi. Permaloso e non dotato di autoironia. La
sua fisionomia e, conseguentemente, i suoi aspetti
caratteriali, ad essa secondo me sottesi, lo fanno
somigliare fortemente a Vladimir Putin. Che le comuni
scelte ideologiche siano la conseguenza di comuni
tratti caratteriali?
Quanto sopra è detto sine ira et studio.
Non credo che con Massimo D’Alema potrei essere amico,
ma spero, sinceramente, che non me ne voglia per quanto
ho scritto su di lui e che, leggendolo, possa sorridere
sotto i baffi, che onorano il suo ed il mio labbro…ma
i suoi sono più sottili.
* Dice di sé:
Domenico
Mazzullo. Medico-Chirurgo, specialista in Psichiatria.
Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente
libertario. Romanticamente illuminista.
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ATTIMI
FUGGENTI
Il presupposto della costituzione democratica
è la libertà, tanto che si dice che solo con
questa costituzione è possibile godere della
libertà, che si afferma essere il fine di ogni
democrazia. Una delle caratteristiche della
libertà è che le stesse persone in parte siano
comandate e in parte comandino. (...)
Questi dunque sono i caratteri comuni a tutte le democrazie, e da quella
che unanimemente si concorda essere la giustizia
secondo i canoni democratici (cioè che tutti
abbiano lo stesso secondo il numero) deriva
quella che più di ogni altra sembra essere democrazia
e governo di popolo. L’uguaglianza consiste
nel fatto che non comandino più i poveri dei
ricchi, che non siano sovrani i primi soltanto,
ma tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza.
E questo sarebbe l’unico modo per ritenere realizzate
l’uguaglianza e la libertà nella costituzione.
(da Politica, Aristotele)
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ATTIMI
FUGGENTI
È da sperare
che sia trascorsa l'epoca in cui era necessario
difendere la "libertà di stampa" come
una delle garanzie contro un governo corrotto
o tirannico. Possiamo supporre che non sia più
necessario dimostrare che non si può consentire
a una legislatura o a un esecutivo, i cui interessi
non si identifichino con quelli dei cittadini,
di imporre loro delle opinioni e di stabilire
quali dottrine o argomentazioni essi possano
ascoltare. Inoltre, questo aspetto della questione
è stato così spesso e con tale successo fatto
valere da autori precedenti che è inutile insistervi
particolarmente in questa sede.
(…) Supponiamo
quindi che il governo concordi totalmente con
i cittadini, e non sia mai tentato di esercitare
alcun potere coercitivo che non corrisponda
a quella che ritiene la loro opinione. Ma io
nego il diritto del popolo a esercitare questa
coercizione, sia da solo sia mediante il proprio
governo. Il potere stesso è illegittimo: il
migliore governo non vi ha più diritto del peggiore.
È altrettanto, o forse più, dannoso quando lo
si esercita seguendo l'opinione pubblica che
contro di essa.
(da
Saggio sulla libertà, Della libertà di pensiero e di discussione, John Stuart
Mill, 1859)
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