CONTROCORRENTE

LEOPARDI COMICO, AUDACE E RIBELLE

Personalità dal carattere combattivo, molto meno metafisico di quanto la tradizione voglia tramandare
Cristina Calzecchi Onesti *

Il genio si manifesta dappertutto
(G. Leopardi – “Discorso sopra la Batracomiomachia”, 1815)

Sono passati esattamente 20 anni da quando dedicai la mia tesi di laurea a Giacomo Leopardi, eppure mi accorgo che nell’immaginario collettivo, cioè tra i più, non è cambiata granché l’idea che sopravvive di lui. Ineguagliabile lirico intimista, sensibile - anche troppo. Che fosse omosessuale? Beh, sulla storia con il Ranieri non l’hai mai contata giusta - e carismatico. Ma anche brutto, gobbo, malaticcio, insomma uno sfigato. Le battute più frequenti che sentivo allora come oggi: “Ti credo che è un pessimista, cosmico per giunta, reietto dal genere umano com’è - Madre natura una matrigna? In effetti con lui non è stata granché generosa - Che noioso, che angoscia”.

In parte è sicuramente colpa della scuola, che degli autori è costretta, per questioni temporali, a farci conoscere, annusare, solo la cosiddetta produzione maggiore. Ammesso che esistano parametri scientifici con cui catalogare in maggiori e minori le opere dei grandi della letteratura. Un’altra piccola responsabilità l’attribuirei a quella critica marxista anni ’60 che nella “social catena” della Ginestra ha visto strumentalmente un melenso vessillo di un socialismo reale ante litteram. Al pari dei contadini nei campi dipinti da Van Gogh. Chi ha frequentato la Facoltà di Lettere Moderne tra gli anni ’60 e ’80 se la ricorderà sicuramente. Analisi arbitraria del suo progressismo democratico laico, in netta opposizione con gli illuministi fideisti del suo tempo. Bisogna riconoscere che questa poteva rappresentare una posizione coraggiosa per un abitante dei territori papali, sotto l’egida del reazionario Monaldo, in un’epoca di ben pensanti e perbenisti. Lui di contro, nelle sue “Epistole”, si definirà un mal pensante.

Entrando un po’ più nella sua vita comincerei dal far notare ai delatori fisiognomici del Leopardi che non era affatto brutto. Ho avuto l’onore di abitare qualche tempo per i miei studi nella sua casa di Recanati dove esistono ritratti e busti migliori di lui. La sua proverbiale gobba è riducibile ad una ipercifosi molto alta, limitata direi solo al tratto cervicale, di fronte alla quale, per esempio, il senatore Andreotti, che non ci permetteremmo mai di definire sfigato, appare il Gobbo di Notre Dame. Per il resto, i tratti del viso erano estremamente regolari e aggraziati. Caratterialmente il padre lo definisce un introverso “…ma mai burbero e scortese, e quando se gli dirigeva il discorso o rispondeva con brevi e cortesi parole, sorrideva…” (dalla lettera memoriale di Monaldo ad Antonio Ranieri).

Per conoscerne, poi, lo spirito ribelle, audace, anticlericale e rivoluzionario basterebbe leggere le sue lettere private, dove il linguaggio qualche volta trascende anche nel greve e nel triviale e i pensieri scorrono liberi. Altro che quel bacchettone del Manzoni. Quando finalmente riesce a raggiungere Roma, per esempio, dopo un primo tentativo di fuga da quella prigione dorata della sua casa avita dove lo vogliono a tutti costi prete, scrive al fratello Carlo: “…una donna in Roma come in Recanati, anzi molto più […] non la dà, credetemi, se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche…” (Epistolario, 222, 6 dicembre 1822). Sì, dice proprio “non la dà” anzi per l’esattezza “non la danno” perché in quel punto il soggetto sono le “bestie femminine”, le donne ipocrite e frivole che nelle grandi città amano solo girare e mostrarsi, senza interessarsi di nulla. Non rimangono, quindi, che le prostitute, “le donne pubbliche”, un po’ pericolose però per i suoi gusti. Per lui si profila, quindi, una vera e propria scelta di campo e di gusto: piuttosto che rincorrere le fatue donnine dei salotti buoni, che lo avrebbero esibito come un trofeo letterario, preferisce la riservatezza.

Nulla questio. La contessa Teresa Carniani Malvezzi il Leopardi la epiteta con un “puttana” (Ep. 519,21 maggio 1827), l’abate Cancellieri è un “coglione” (Ep. 219, 25 novembre 1922), monsignor Angelo Mai è “compiacentissimo” in parole, politico in fatti […], fa in ultimo il suo comodo (Ep. 223, 9 dicembre 1822), un opportunista dunque. In occasione del primo incontro di persona con il Monti volle “propriamente sputar sangue per parlargli in modo che egli mi potesse intendere” (Ep. 357, 17 settembre 1825). Quando gli fu offerta l’opportunità di diventare Cancelliere di Censo come lui desiderava ma a patto che intraprendesse la carriera prelatizia, al fratello Carlo scrive: “…io ho fatto questa deliberazione che la mia vita debba essere più indipendente che sia possibile…” (Ep. 260, 22 marzo 1823). E sul tema del rapporto conflittuale  con il clero prosegue, dimostrando di essere pronto a pagare tutte le conseguenze delle sue scelte senza cambiare rotta: “…ho un grandissimo vizio, ed è che non domando licenza ai Frati quando penso né quando scrivo, e da questo viene che quando poi voglio stampare, i Frati non mi danno licenza di farlo” (Ep. 299, 3 aprile 1824).

Insomma a sfogliare il suo Epistolario si scopre un carattere molto più combattivo e molto meno metafisico e lamentevole di quanto la tradizione voglia continuare a tramandare. Eppure Leopardi scende anche in campo riguardo l’impegno civile, non filosofeggia soltanto, brandendo la spada, tra le più infuocate, della satira politica. Tracce  se ne trovano nello “Zibaldone”, nelle “Operette morali”, ne i “Nuovi credenti” ma soprattutto nei “Paralipomeni”, poema eroicomico di ispirazione pseudomerica sulla guerra dei topi e delle rane, ossia liberali e legittimisti contrapposti, tutto ammantato di religioso materialismo.

Il poema eroicomico tratta un soggetto futile e leggero con tono e linguaggio da poema epico, in modo che dal contrasto nasca la comicità. È un genere che si sviluppò in Italia molto tempo prima come reazione ai poemi epico-cavallereschi, espressione della definitiva e radicale dissoluzione dell’ideale cavalleresco e insieme della sazietà di una forma letteraria ormai abusata. Ma che poi cadde in disuso molto presto. Lo riscoprì il settecento inglese, secolo estremamente logico e razionale, per questo predisposto a manifestazioni satiriche contro tutta la cultura contemporanea. Grandi interpreti furono il Parnell, Swift e Pope. Recenti studi hanno dimostrato che il Leopardi, permeato sicuramente della cultura francese come tutti sanno, fu invece affascinato anche da quel circolo anglosassone così come poi dal Byron.

La satira inglese è aperta e accompagna la disputa pro e contro la nuova scienza, legata si alla contingenza ideologica ma insieme ricca di implicazioni letterarie, di genere e di stile. Punta, cioè, a liberare la satira dal pregiudizio, sorretta da un’ispirazione purista, che darà molta rilevanza alla ricerca di una lingua colta, perifrastica, artificiosa, tesa a sviluppare tutte le potenzialità dei significati. Anche Leopardi si sente autorizzato, contro la prevenzione di cui ancora il genere gode, a difenderlo, quasi manifestazione necessaria del genio poetico. Plaude infatti alla lezione del Pope secondo cui i grandi ingegni possono avere accanto alla capacità d’immaginazione una naturale inclinazione allo scherzo, “vene di mercurio in miniere d’oro” (Discorso sopra la Batracomiomachia, 1815 – I-II).

Il poeta recanatese è attratto dall’eroicomico fin dalle prime esperienze giovanili ma sarà il suo impegno sociale degli ultimi anni a dare la spinta decisiva verso le consimili produzioni popiane e byroniane. Analoga la lotta all’invariata attitudine della nuova cultura borghese a confidare nel progresso tecnologico e nella religione, con soluzioni pseudoattivistiche in politica e letteratura. Un’irrisione dell’uomo cittadino, fotografato nel suo quotidiano, in definitiva solo frivolo e mondano, speso in conversazioni dalle pretese intellettuali e politiche nei salotti e nei caffè. Una denuncia dei limiti e dei vizi, del presente come del passato, della parte pedantesca, immobile, antiquaria della tradizione letteraria. Quello che stimola la creatività dell’ultimo Leopardi è la vitalità, la passionalità e la profondità di pensiero con il quale il Byron aveva riempito queste strutture retoriche. Sembra proprio che il nostro poeta reputi la satira politica idonea ad esprimere meglio di altro il suo attivismo, l’impegno politico-umanitario degli anni residui della sua vita, parallelamente all’attività lirica di sempre. L’unica arma in mano ad uomo minato nel fisico, che difficilmente avrebbe potuto imbracciare un fucile. Insomma un Leopardi comico e dissidente quanto sconosciuto e ignorato. Difficile non rimanere impressionati dal pathos e dal coraggio di quest’uomo, fragile fisicamente ma potente nello spirito libero dalle convenzioni, che, sotto una forma o un’altra, ci lascia in eredità a modello morale.


* Dice di sé:
Cristina Calzecchi Onesti. Nel 1962 sono nata casualmente ad Ascoli Piceno e la casualità ha caratterizzato un po’ tutta la mia vita. Laurea in Lettere Moderne mentre sognavo Fisica alla Normale di Pisa e master biennale in “Giornalismo e comunicazione di massa”. Da qui la passione per la comunicazione tout court. Diversi anni nelle relazioni esterne e nei rapporti istituzionali mi hanno invece spinta, nell’ultimo decennio, a diventare giornalista della carta stampata, web e tv. In mezzo, uno splendido figlio, oggi perfetto ribelle adolescente di 15 anni. Sempre alla ricerca del miglior mondo possibile mi son lasciata guidare solo dalla curiosità che spesso mi ha permesso di conoscere l'altra faccia della medaglia. Come nel caso di Giacomo Leopardi.