INTERVISTE

IL TESTIMONE DI ROSWELL

4 luglio 2007: 60° anniversario del ritrovamento di Roswell. La famiglia di Jesse Marcel entra nella storia

Paola Harris *

Nel 1947 qualcosa che non era di questo mondo cadde a Roswell nel Nuovo Messico. Inizialmente l'Esercito annunciò che un disco volante era caduto nella proprietà dell'allevatore Mac Brazel e che quest'ultimo era andato in città a denunciare la caduta di detriti nel proprio campo. Di conseguenza, Jesse Marcel, ufficiale dei Servizi di Intelligence dell'Esercito, si recò sul luogo e raccolse parte dei rottami, tra cui spiccavano degli elementi strutturali divenuti in seguito noti come “I-beams” (travi a forma di "I" n.d.T) e che recavano degli strani geroglifici. Li portò a casa, svegliò la moglie e il figlio di undici anni, Jesse Marcel jr, per far vedere loro quegli strani manufatti e definendoli “qualcosa che non era di questo mondo”.

Quel materiale era leggero e resistente e non era possibile scalfirlo. Subito dopo l'Esercito minacciò Marcel e la sua famiglia, ordinandogli di non parlare mai più di quei fatti       e obbligò l'ufficiale a mistificare la storia: quei rottami appartenevano, semplicemente, ad un pallone meteorologico - spia nell'ambito del Progetto Mogul. L'imposizione di quel segreto rattristò il maggiore Marcel, così negli ultimi anni di vita, decise di dire la verità, poiché sapeva di essere perfettamente in grado di distinguere i rottami di un disco volante da quelli di un pallone sonda.

Quella che segue è l'intervista con suo figlio Jesse Marcel jr, che all'epoca dei fatti era un bambino e su quei ricordi ha scritto un libro intitolato “L'eredità di Roswell”.

Quando ebbero luogo quei fatti, tuo padre obbligò te e tua madre a non parlare mai più di quella storia. Pensi che, se tuo padre fosse vivo, sarebbe contento di sentirti parlare di quell'incidente? Alla fine della sua vita egli ammise di aver taciuto e raccontò quanto era accaduto.

Il fatto che ora si parli di questo, in tutto il mondo, gli avrebbe fatto certamente  piacere. E sarebbe anche molto sorpreso nel vedere quanto sia cresciuto l'interesse per l'incidente di Roswell, soprattutto comparando l'attuale situazione con quella del 1978, quando lui incominciò a dire che era caduto un disco volante e che i rottami ritrovati non erano quelli di un pallone sonda.

I ricercatori italiani e quelli di tutto il mondo ammirano         il  tuo coraggio;  in luglio cade il sessantesimo anniversario dell'incidente di Roswell e tu hai deciso di farlo coincidere con l'uscita del tuo libro. Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Ho iniziato a scriverlo un paio di anni fa, mentre ero chirurgo in Iraq. Dapprima ho buttato giù delle brevi note su quei giorni lontani, a Roswell, e mi sono reso conto che all'epoca dei fatti ero soltanto un bambino di undici anni. Il libro riguarderà la storia della mia famiglia, sarà un contributo sull'evento di Roswell.

Ma anche la tua testimonianza è importante perché tu hai visto i rottami.

Sì! Ho visto i rottami e sapevo benissimo che erano cose uniche e irripetibili, che non erano state certo costruite dall'uomo. Da quel momento in poi ho saputo che non siamo soli, che c'è gente lassù e che quella gente è molto più abile di noi perché è stata capace, da qualunque parte provenga, di arrivare fino a noi.

In seguito ti sei anche reso conto che tutta quella storia era stata messa a tacere. Ti sei mai preoccupato o spaventato all'idea di parlarne prima che lo facesse tuo padre?

Per molti anni non affrontammo quella vicenda neanche in famiglia, perché ci era stato ordinato di non farlo. Quando mio padre iniziò a parlarne, alla fine del 1978, io provavo disagio nell'affrontare l'argomento in pubblico; lui era piuttosto anziano ed io in quel periodo non ero a casa. Cominciai a parlarne ufficialmente solo dopo la morte di mio padre.

Tu e tuo padre ne avete mai discusso approfonditamente, faccia e faccia?

Abbiamo confrontato i nostri appunti su quel che avevamo visto, su quegli strani simboli, sul loro colore, sulla forma di quei materiali e su cosa significassero per noi!

Quindi da tutta la tua vita sai che non siamo soli?

So che non siamo soli dal 1947.

Passi molto tempo ad osservare il cielo?

Mi appassionano la cosmologia e le foto del telescopio Hubble. Là fuori ci sono stelle e pianeti abitabili e c'è gente.

Mi piace il fatto che usi la parola "gente". Il Colonnello Philip Corso scrisse, nel suo libro "Il Giorno Dopo Roswell", che al Pentagono esiste un elenco di molte razze di extraterrestri. Non ci sono soltanto i cloni ma anche quelli che li controllano.

Sono certo che esistano molte civiltà e che devono essere bendisposte nei nostri confronti, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Se avessero voluto, ci avrebbero già eliminato.

Quindi ritieni che queste visite extraterrestri siano, probabilmente, indifferenti, né buone né cattive.

Penso che gli extraterrestri siano sostanzialmente neutrali. Verosimilmente vengono in missioni di studio, proprio come faremmo noi. Ma noi progettiamo ancora di inviare sonde e satelliti verso altri sistemi planetari, mentre loro sono molto più avanti. Non si sono limitati ad esplorare il loro sistema stellare, sono giunti fino al nostro.

Il che vuol dire che ci stanno studiando!

Se avessero voluto distruggerci, ribadisco, avrebbero potuto farlo benissimo; anche perché non siamo una specie esattamente piacevole, visto quello che stiamo facendo al nostro pianeta. Penso che siano molto contrariati dal nostro antiquato sistema di società tribale basata sulla guerra, sistema che è, purtroppo, ancora il più diffuso. Non possiamo fare a meno di combatterci l'un l'altro.

Pensi che siano preoccupati dal nostro arsenale nucleare?

Credo che il poligono per i test di White Sands, nel Nuovo Messico, abbia attirato la loro attenzione. Hanno scoperto che disponevamo di armi nucleari. Non so se si preoccupino o meno, ma è certo che sono molto interessati ai danni che stiamo facendo a noi stessi.

L'energia nucleare è potenzialmente pericolosa.

Bene, essa rappresenta il potere più spaventoso che si sia mai trovato nelle mani di noi uomini. Se dovessero considerarci una minaccia, ci troveremmo in guai seri.

Credi che ci permetterebbero di portare l'energia nucleare nello spazio esterno?

Se fosse per fini pacifici sì, ma per scopi militari no! Non credo che ci permetterebbero di portare il nucleare nello spazio.

Hai detto che non ce lo permetterebbero, vuoi dire che essi  non vogliono che portiamo il nucleare nello spazio?

Se ci vedessero come una minaccia per qualsivoglia cosa ci sia là fuori, allora, ripeto, ci troveremmo in guai seri.

Adesso sei in pensione, con più tempo libero ed un libro in uscita. Ti senti obbligato a parlare del fatto che  sei stato testimone di quegli eventi?

Sì, non so quanto tempo mi rimane su questa terra e mi piacerebbe diffondere il mio messaggio quanto più possibile, prima di andarmene. Sarei felice che la gente sapesse quello che so io.

Ora la gente sa in Europa, in Italia, nel mondo.

Il mondo, sì! Noi non siamo italiani, americani o giapponesi, siamo cittadini di questo pianeta.

In altre parole, la razza umana. Che messaggio hai per le giovani generazioni che verranno dopo di noi?

Guardate il cielo perché lì c'è vita e io credo sia importante comprendere che siamo tutti cittadini della Galassia.

Hai confidato che ti piace Roma perché ami la storia antica.

Si! È una bellissima città e qui ogni pietra racconta un pezzo della nostra storia.

Pensi mai che anche la tua testimonianza è una parte della storia?

Io ho visto quello che ho visto. Mi ritengo molto fortunato per essere stato presente a quei fatti nel 1947 e mi sento privilegiato per l'essere divenuto parte di quella grande storia.


* Dice di sé:
Paola Harris. Giornalista italo-americana, reporter investigativa nel settore della ricerca dei fenomeni extraterrestri.