DIVERTISSEMENT
IL
VERO GATTO PARLA NAPOLETANO!
Curioso,
impertinente, misterioso e sensuale: viaggio nell’affascinante
mondo del più libero degli animali
Barbara
Leone *
Sotto
forma di ventaglio. Stavano stesi sul fondo del baule
nella forma del ventaglio aperto. Fogli ingialliti
di una carta spessa, tipo pergamena. L’inchiostro
era di china, sbiadito e sbavato. Lo scritto di difficile
lettura in un francese arcaico, talvolta indecifrabile.
Cercai di dare un ordine a quel marasma di carte compreso
nell’acquisto della cassa di vecchia libri. Era un
documento del Sant’Uffizio scritto da un Prevosto
di Renoys, un remoto paese ai confini con la Vandea,
la Francia remota, bigotta e un po’ arcigna. Lo trascrivo
di seguito, per quel che sono riuscita a capire.
“L’anno
di grazia 1647, la Santità di Nostro Signore Innocenzo
X Principe Pamphili Giovambattista (romanus) felicemente
regnante, l’umile sottoscritto Jean Pierre Rochefort
d’Olèron, canonico della cattedrale di Bordeaux, baccelliere
dello Studio di Reims, Prevosto della Prepositura
di Renoys, sottopone questi avvenimenti all’intelligenza
degli Eminentissimi Signori Cardinali dell’Illustre
Tribunale della Santa Romana Inquisizione per le pratiche
ulteriori a perseguirsi a maggior gloria di Dio e
del Signor Nostro Gesù Cristo. Già dal cominciamento
di quest’anno, infausti presagi trassero dal cielo
i dotti e il popolo minuto sicché tridui e novene
furono innalzati nella Chiesa Madre perché l’ombra
nefasta di Satana fosse discacciata dalle nostre felici
terre. Noi allora, dedicammo il nostro studio all’esercizio
costante del Sacramento della Confessione perché,
ovunque fosse nascosto, il Demonio si appalesasse.
È non senza nostro profondo rammarico che notammo
come, mentre pie donne, villici e bifolchi compuntamente
si accostassero all’Ostia Consacrata, una vedovella
giunta appena da Parigi non solo negligesse i Sacramenti,
ma si esprimesse con frasi di scherno e di dileggio
verso le genti che con contrita convinzione si pentivano
dei peccati loro. Tale vedovella – mi fu riferito
in confessione – aveva condotto vita dissoluta nella
prima giovinezza, indi si era maritata, ma il suo
ventre non era stato benedetto da Dio talché quando
per accidente il suo sposo venne a mancare pensò di
poter peccaminosamente godere di quel suo ventre sterile
di condurre un’esistenza libera d’ogni decoro e decenza.
Possedendo la malvagia donna – al secolo Marie Laure
Trouncellion – alcune pertiche di terra dalle parti
di Rochefort, pensò di ritirarsi nei suoi possessi
e prese stanza presso di noi senza di aver smesso
di abbigliarsi come la sua malefica astuzia le consigliava
sprezzando ogni modestia e qualsiasi verecondia. Al
suo seguito la sciagurata aveva menato una gatta femmina
cui aveva conferito il nome di Cleopatre, una bestia
nera e sfrontata oltre ogni dire nel cui sembiante
il Demonio aveva trasferito le sue male arti.
Non
ho certo io bisogno di ricordare alle Vostre Signorie
Illustrissime e Sapientissime come quest’animale libertino
e luciferino sia associato nelle scritture dell’Evo
Alto alla persona del falso profeta Malcometto. Ho
potuto io stesso apprendere, nel leggere le loro memorie,
che alcuni santi cavalieri crociati, menarono grande
scandalo nel vedere questi gatti baldanzosi procedere
ai loro comodi nei templi degli infedeli e tutto ciò
perché il loro profeta fu salvato da questa bestia
misteriosa e sfuggente proprio mentre un serpente
stava per morderlo. Non sono io, umile prete a dirlo,
ma gli studiosi e sapienti cultori della Patristica
a stabilire che il gatto, misterioso animale venuto
dall’Oriente lontano, specie se è femmina, si accompagna
a streghe, mavane e fattucchiere nelle orge di sabbah.
E per venire a tempi più vicini al nostro Evo, proprio
nel 1600, il teologo domenicano di origine iberica,
Dom Francisco Xavier de la Cruz stabilì una volta
per tutte, nel suo trattato ‘De Rectitudine Aeterna’
che spesso Belzebù per confondere la vigilanza degli
Angeli assume forma e veste di gatto e diventa in
tal modo così periglioso averlo in casa che se ne
sconsiglia il possesso a tutti i cristiani battezzati.
Ai
presagi di ruina già annunciati, ai sospetti delle
donne dabbene, fece riscontro obiettivo un pubblico
scandalo che molto indignò tutte le persone timorate
di Dio. E infatti in un giorno di sole d’estate la
svergognata ebbe l’ardire di esporre le sue vestimenta
intime e lubriche alla pubblica ammirazione, una camicia
di notte di fine tela d’Olanda, sapientemente ricamata
sul petto e sull’inguine, fornita, all’altezza dove
si trova quel vaso in cui si fanno i figli, di un
peccaminoso reticolo trasparente tale da suscitare
i rossori delle fanciulle in boccio, i turbamenti
delle donzelle da marito e le cupide, libidinose voglie
delle donne accasate. Questa notizia m’indusse a vestire
i paramenti sacri, cingermi di stola bianca, brandire
l’aspersorio e, mentre il chierico reggeva la catinella
dell’acqua santa, avviarmi verso il domicilio della
strega invocando lo Spirito Santo. Ma il Maligno che
si nascondeva sotto le sembianze della gatta Cleopatre,
giaceva accucciato nel grembo della donna ed ella
giocava con la gatta. Era impressionante vedere la
sua mano bianca folleggiare nel folto e buio pelo
del diabolico animale.
In
nome di Dio, intimai, Satana maledetto abbandona il
corpo di questa bestia e torna nel tuo inferno. E
tu, oh donna, ritorna alla modestia. E fu allora che
la gatta scossa da tremiti per tutto l’esser suo,
emise lamenti e guaiti che non saprei definire meglio
che impuri, suoni che contagiavano l’anima. La donna
stessa, si avventò contro il rappresentante di Dio
per intimargli con villanie e parole irripetibili
e anche bestemmie del Santo Nome di abbandonare la
sua casa. Mi contenni e invocando
l’Arcangelo Michele, mi allontanai da quella
casa recitando litanie e giaculatorie di propiziazione.
Il giorno che seguì, con il consiglio del capitano
degli armigeri, stabilii di porre fine allo scandalo
pubblico ordinando alla Guardia del Re di procedere
alla riduzione in ceppi della strega sotto l’accusa
di patente eresia, blasfemia ed esercizio di arti
da fattucchiera e di catturare altresì la gatta perché
fosse squartata non dissimilmente di quanto era accaduto
a Siviglia, nella cristianissima Spagna dove per ordine
e mandato del Tribunale della Santa Inquisizione,
un gatto affatturato era stato abbruciato come posseduto
dal demonio e complice di streghe.
Condotta
in un isolato casolare di campagna e tenuta a pane
secco e acqua, la malvagia creatura, privata della
gatta messaggera del Demonio, perdette tutta la sua
baldanza e si proclamò serva di Dio, ma il bovaro
Dominique, che con lei si era giaciuto, rese testimonianza
pro veritate davanti al Signor Notaio Jean Pierre
Le Metre e a Noi Pievano, che la mala arte della seduzione
era stata perpetrata proprio dal felino, animale al
femminile, amato dalle donne, usato dalle medesime
per esercitare le loro perfide arti poiché la natura,
così retta negli uomini, si contorce e diventa indecifrabile
e complessa negli esseri destinati alla riproduzione
della specie. Il gatto e la donna riescono spesso
a fondersi in un’anima sola. Non a caso San Tommaso
disse: “Cercate di capire il gatto e capirete la donna”.
Narrò dunque il bovaro che la gatta Cleopatre era
comparsa miagolante e vogliosa davanti al pagliaio
che gli serve da ricovero notturno e, strofinandosi
in maniera immonda contro i suoi calzoni, lo aveva
condotto con vezzi e moine, proprio come fa una donna
invereconda, fino al giaciglio della sua padrona dove,
là giunto, lui medesimo si era congiunto con lei traendone
sollazzo e peccaminoso godimento anche con posture
che i Sacri Canoni vietano a ogni sposa timorata.
La
medesima strega, di poi, lo aveva trattenuto seco
lei propinandogli filtri e pozioni magiche, sicché
era evidente che la donna oltre al libertinaggio esercitava
anche l’arte della stregoneria. Senz’altri indugi
e sempre col consiglio del capitano degli armigeri
armammo una carretta penitenziale perché, tra litanie
e giaculatorie, l’indemoniata fosse condotta a Bordeaux
e ivi rinchiusa nella segrete del Sant’Uffizio. Umilmente
mi prostro ai vostri piedi Santissimi Padri perché,
considerati gli accadimenti e la fondatezza delle
accuse, vogliate intervenire con definitivo giudizio
e, mancando il ravvedimento, affidare la strega al
braccio secolare perché giustizia sia compiuta”.
La
più grande fortuna che possa capitare a questo mondo
è di nascere al momento giusto e il Prevosto bigotto
“lo nacque” come diceva Totò. Piccolo nobile di provincia,
probabilmente cadetto, lo avevano di certo fatto prete
contro la sua volontà. L’astio, il rancore, la voglia
di rivalsa, una naturale carica sessuale inespressa,
avevano trovato una via di sfogo nell’esercizio di
un modesto potere paesano e nella squallida arte della
delazione che ben si conciliava con i pregiudizi del
tempo e con l’occhiuta vigilanza della Santa Inquisizione.
Povero Jean Pierre, che senza per nulla volerlo, aveva
lasciato un documento prezioso sulla diffidenza che
sempre la Chiesa aveva nutrito nei confronti del gatto
che mai sarebbe stato animale penitente, come invece
il cane. È vero che nei primordi ci fu il gatto Soriano
consacrato alla Vergine Maria perché – secondo la
leggenda – con la sua pelliccia avrebbe contribuito
a scaldare il Bambinello Gesù. Ma si trattò appunto
di una leggenda presto dimenticata quando l’equazione
gatto-donna divenne teorema d’ingovernabilità e i
Padri della Chiesa compresero che agli occhi dei gatti
e delle donne, tutto appartiene al gatto e alle donne.
Tenero
e furbo, veniva da lontano il gatto, dall’Egitto dei
Faraoni dove era venerato come una divinità, la dea
Baster raffigurata – e non a caso – come una formosa
donna con la testa da gatta e con in mano uno strumento
musicale, il Sistro, strumento sacro. Dunque donne,
gatto e musica: e che altro si voleva? Il gatto non
poteva essere posseduto dagli uomini (come l’animo
delle donne), ma ospitato nelle case nelle ore e nei
momenti in cui decideva di rientrare. Di notte il
gatto egizio sonnecchiava nei granai del Faraoni,
proteggeva dai topi i granai pubblici e chi si azzardava
a molestarlo o, peggio, a ucciderlo, rischiava la
condanna a morte. Grande onore a quest’animale indecifrabile
e inafferrabile, anche onoranze postume perché quando
il gatto moriva veniva imbalsamato e deposto nel mausoleo
di famiglia.
Dovevano
arrivare prima i Tolomei, di origine macedone, e poi
i Romani perché finisse la cuccagna per i gatti egiziani.
L’ultima gatta regina fu infatti quella di Cleopatra
che la portò con sé quando sposò Cesare. Ma i Romani
non amavano i gatti, affascinanti e sornioni. Nella
Res Publica capitolina, il cavallo e il canis fidelis
erano gli animali da trattare con riguardo. Il cane
romano era grosso e cattivo, il suo erede naturale
è l’attuale mastino napoletano. Mai romano, il gatto
fu però greco e non a caso nella mitologia ellenica
si dice che lo creò una donna, la dea Ecate, che lo
mise in competizione con Apollo e ne rimase la protettrice
e non solo del gatto, ma anche delle streghe, quant’è
vero che gli accoppiamenti stabili non sono mai casuali.
Le rituali litanie che intercorrono tra le donne e
i gatti non potevano trovare spazi e spiragli nel
buio e arcigno Medioevo, ossessionato dalla vicina
fine del mondo e dalle dispute teologiche. Furono
quelli secoli bui anche per i gatti. Il nobile animale
scomparve dalla circolazione e dai focolari domestici,
non si riaffacciò alla ribalta nemmeno durante il
Rinascimento, non interessò i grandi Maestri del pennello
e dello scalpello, finì insomma nel dimenticatoio
e sembrò estinto. Solo un genio si ricordò di lui.
Leonardo da Vinci definì il gatto “un piccolo capolavoro”.
A lui dedicò studi e disegni raffigurandolo nei suoi
atteggiamenti abituali, di lotta, di gioco, di caccia.
Uomini
di eccezionale talento, dunque, patiti del gatto contro
ogni moda, ma anche damerini vanitosi come il Petrarca.
Quando si accorse che stava per varcare la soglia
dell’Aldilà, il poeta delle “chiare, fresche e dolci
acque” chiamò a sé i familiari e disse: “Voglio che
il mio gatto mi segua per l’eternità. Non abbiate
timore a sopprimerlo, ma poi imbalsamatelo e ponete
il suo corpo in una nicchia che sovrasterà la mia
tomba e sulla nicchia scrivete che nel cuore del poeta
fu secondo solo a Laura”. Ma, come dicono i cinesi,
il gatto conosce la discrezione e la meditazione e
sopravvisse ai tormentosi secoli oscuri della persecuzione,
quando i predicatori quaresimalisti lo indicavano
alle plebi analfabete come un essere diabolico e malvagio,
simbolo del peccato e della lussuria. “Dio vi guardi
dal gatto quando fa le fusa”, tuonavano dai pulpiti
quegli austeri savonarola.
“Con
quel continuo, accattivante rumore, il diabolico animale
invita le donne alla fornicazione e voi, con lei,
al peccato della carne”. Non avevano capito, poveri
frustrati, che donne e gatti ne sanno una più del
diavolo. I micioni si rintanarono in campagna e lì
attesero che per loro tornasse la buona stagione che
fu quella delle saghe, dei racconti popolari, delle
favole (vedi in proposito il “Gatto con gli stivali”,
furbo e opportunista) per i bambini di tutto il mondo.
Solo verso la fine del Cinquecento, quando nella pittura
s’imposero i Manieristi, il gatto fu interamente riabilitato
e, nuovamente tollerato, reintrodotto anche nelle
case di città dove le dame, accarezzando il loro mantello,
si fecero ritrarre nel languido e allusivo atteggiamento
di chi è pronto a donarsi in nome di ideali di bellezza
raffinata.
“La
donna sciagurata tema la zingara e il gatto” dice
un proverbio spagnolo. E dunque nel popolo minuto
il gatto rimase quel ladro beffardo che era sempre
stato e non aveva ritegno a esserlo, perché il gatto
non ha padroni, non ha morale, è libero, strafottente,
opportunista e cinico. E proprio per queste sue magagne
da malandrino perpetuo il gatto è stato sempre amato
dalle donne, da letterati, scapestrati, scrittori
raffinati e bohemien di ogni risma, età e condizione.
Colette in realtà si chiamava Sidonie Gabrielle e
stupiva la Parigi brillante e leggera de fin de
siècle perché
si presentava nei salotti à la page vestita
da uomo con frac e cilindro. Sàpida, perché ostentava
quel suo accento campagnolo grasso e succoso, l’accento
borgognone, era una donna eccentrica e raffinata.
Giovane, esuberante e seducente, dal fascino aspro
e un po’ perverso aveva modi e pose stravaganti. Eppure
questa donna talentuosa e spregiudicata diventava
tenera e fragile quando le si parlava di gatti. Il
gatto era il centro della sua visione del suo mondo,
legato alla natura e alla campagna. Il romanzo che
la rese celebre, “La chatte”, è un inno alla femminilità
trasposta nelle movenze, le imprese, le ribalderie
della sua gatta. La gatta per Colette divenne il simbolo
dell’emancipazione femminile, della conquista della
libertà, dell’affrancamento dalla tutela maschile
(prima il padre, poi il marito), dell’esibizione di
valori fino a quel momento negletti o disprezzati.
Era l’inizio della rivoluzione del sesso debole. “Le
donne sono come i gatti. Le si possono costringere
a fare solo ciò che vogliono”, diceva Colette e proprio
a quell’epoca le prime suffragette inglesi innalzarono
la figura del gatto a simbolo dell’emancipazione femminile.
“Stando
col gatto – aveva scritto ancora Colette – si rischia
solo di arricchirsi” e questa frase andò tanto a genio
a quello snobbone di Charles Baudelaire che il celebre
autore dei “Fiori del Male”, poeta maledetto, uso
a dividere la sua vita tra le stravaganze e l’assenzio,
si degnò di prendere penna e carta e volle dedicare
all’amica e rivale questa poesia: “Vieni mio bel gatto
/ sul mio cuore innamorato / trattieni le unghie della
tua zampa / e lascia ch’io mi perda nei tuoi begl’occhi
/ misti di metallo e d’agata”. Si era scatenata la
moda, e i letterati francesi, sempre eccessivi e malati
di grandeur stabilirono, con grande enfasi, che la
nostra civiltà non è riuscita a corrompere l’indecifrabile
animale perché lui ha già la sua. Amare un gatto,
disse Paul Verlaine, altro poeta maledetto, è facilissimo,
oppure impossibile. Se ami un gatto, lui ama te. Se
lo disprezzi gli sarai indifferente. Il gatto non
sprecherà certo la sua energia per opporsi a qualcuno.
“Femme
et chatte” è la lirica in cui il poeta consegnò questi
supremi pensieri. Théophile Gautier, nel libro “Il Serraglio Privato”, sostenne
che non c’è da meravigliarsi se i gatti, in cuor loro,
nutrono un bel complesso di superiorità, se è vero
che in Egitto erano adorati come divinità. Fateci
caso - osservava Gautier -, i cani ti guardano dal
basso all’alto, i gatti dall’alto al basso. Solo i
maiali ti guardano da eguali. Ma fu solo quando si
scoprirono le essenziali bellezze delle pitture africane
e le sublimi teorie dei pensatori orientali che si
applicò il Taoismo ai gatti. Chi è più saggio del
gatto? Esistono cani, ma non gatti nevrotici. I felini
sono naturalmente equilibrati e naturalmente sereni.
Ci
mancavano solo i pittori, e puntuali giunsero gli
Impressionisti. Édouard Manet diceva
che il gatto è un “animale fluido” e perciò è difficile
fermarlo sulla tela e che lui aveva durato un’improba
fatica a raffigurare un gatto ai piedi di Madame Olympia
per simboleggiare la complessa sensualità della Signora.
In verità da tanto tempo i giapponesi dipingevano
un gatto ai piedi delle geishe. Per Auguste Renoir
il gatto era giocoso e allegro e con l’intento di
rendere la beata giovinezza delle jeunes filles en
fleur dipinse due gatti birboni in due dipinti sullo
stesso tema, “Ragazza con gatto” e “Ragazza che dorme
col gatto”. Ma l’invenzione geniale l’ebbe Victor
Hugo: l’autore de “I Miserabili” fece costruire un
vero e proprio trono di legno dorato, con tanto di
cuscini rossi, e su quel regale scranno istallò il
suo amatissimo gatto.
Nemmeno mia mamma, che è una gattara
illustre, ha mai concepito simili, ardimentose spavalderie.
Eppure la signora Carmen fa girare per casa dodici
gatti stanziali, possiede una gatta (Zazzà, che era
mia) cui ha trasmesso il dono della parola. Senza
contare i plotoni affiancati di randagi, di tutti
i generi e le razze, che quotidianamente vanno provveduti
di pappa, le gatte incinte che bisogna aiutare a partorire
e i micetti da sistemare presso amici e conoscenti
di sicura affidabilità. Bisogna pur dire che i gatti
randagi, zingari pelosi della strada, possiedono un
fascino ancor più fiero che s’incarna in quell’aria
da ladro impenitente e saltimbanco cialtrone. Provate
a prendere un gatto di strada: ne uscirete totalmente
sconfitti, oltreché ineluttabilmente graffiati. Solo
quel furbone di Picasso ci riuscì: pensate che un
giorno, in un cortile di Parigi, vide un gattone maschio
con la coda mozza e pieno di cicatrici, un gatto da
combattimento, un guerriero spietato, padrone assoluto
delle voglie delle gattine del circondario, il terrore
dei concorrenti ai fuggevoli accoppiamenti da strada.
Il pittore di Guernica ne rimase affascinato, lo fotografò
e lo dipinse col pelo arruffato, nell’atto di correre
come un diavolo e con la grinta di un pirata che va
all’arrembaggio. Se lo portò a casa e, non per niente,
lo chiamò Morgan.
“In
questa città si entra dalla porta e spesso si esce
dalla finestra”. Ero a Torino, con un mio arguto amico
napoletano, intelligente e paradossale, che odiava
Torino e la sua squadrata razionalità. Un’uggiosa
pioggerellina ci costrinse, in un grigio giorno d’inverno,
in un caffè di Piazza Castello. La conversazione sembrava
esaurita. Lui sfogliava una rivista, io fumavo controvoglia
una sigaretta. Nel “portfolio” del magazine lui si
era fermato a guardare una foto retrò della peccaminosa
e ambigua Marlene Dietrich: stola di volpe, lungo
bocchino, calze nere e gatto. Il peccato e la carne.
Il napoletano si animò, mi mostrò la foto, puntò l’indice
e disse: “Non mi piace, non è così, è un falso, è
un artificio”. Chiesi in che senso. “Nel senso che
vanno bene il gatto e la donna, ma il vero gatto non
è un ornamento, il gatto è ‘nu re perciò è ‘nu sfaticato.
Perché il gatto è un signore e nisciuno signore fatica
o ha mai faticato. Solo il cane, che è fesso, fatica:
tira la slitta, accompagna i ciechi, porta il giornale
al padrone. Il gatto si mette gli occhiali e legge
il giornale. Il vero gatto è napoletano, se ne sta
sdraiato, piglia ‘o sole, è persuaso che tutto gli
sia dovuto, non attende niente e non vuole niente
da nessuno. Il vero gatto non dipende da nessuno,
si basta e basta. Senti a me, quando il gatto era
ancora selvatico lo portarono a Napoli e lì da noi
gli insegnarono a campà. Una lezione mai scordata”.
Credo che il mio ineffabile amico avesse ragione perché prima
ancora di arrivare a Napoli (ovviamente clandestino),
un gatto randagio che vagava per le foreste dell’India
si ritrovò d’un tratto in una radura dove s’erano
ammucchiati animali di tutte le specie, leoni, tigri,
serpenti e tutti si lamentavano e piangevano. “Mamma
– disse il gatto – che è successo, fratelli?”. “Ma
come, non lo sai ? Buddha, l’Illuminato, sta morendo
e noi siamo tristi”. Il gatto si avvicinò al moribondo,
lo guardò senza versare una lacrima mentre con la
coda dell’occhio teneva sotto controllo un topolino.
Un attimo dopo il topo era in bocca al gatto. “Ma
ti rendi conto di quel che hai fatto, ti rendi conto
che il Buddha sta morendo?”, lo redarguì un discepolo.
Il gatto lo guardò con aria tracotante e impertinente:
“Ah sì, muore? E chissenefrega!”. Aveva ragione il
mio amico: il gatto è napoletano, un vero strafottente.
* Dice di sé:
Barbara
Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma
mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi
e i poeti maledetti. Il mio compagno di vita e di
avventure è un cane nero chiamato Maffino.
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ATTIMI
FUGGENTI
Mi ricordo che era dolce il tuo
sorriso ed era mio, mi tremava dentro il cuore
come un volo di farfalla, ma che strana sensazione
che ora provo, come mai? Io soffrir per te,
ma come mai? Se chiudo gli occhi pensa, vedo
te di notte sento ancora il tuo calore, un volo
di farfalla su di me vibrare forte e poi mi
chiedi amore, amore, amore, amore, amore.
Mi corri nelle
vene e non lo sai, così come un gran fiume corre
al mare, e come il sangue tu mi corri al cuore,
se chiudo gli occhi sento che mi chiedi amore,
amore, amore, amore. L'impronta dei tuoi fianchi
è rimasta nel letto, i tuoi seni bianchi qui,
contro il mio petto e i segni di battaglie son
sulla mia pelle, io li voglio, li voglio, li
voglio...
(Un volo
di farfalla, Don Backy, Vivendo Cantando,
1979)
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