TIPOLOGIE
MEDICI
SPECIALISTI, IL CATALOGO È QUESTO
Un
invisibile marchio di fabbrica contraddistingue le persone
appartenenti alla stessa categoria, come il tatuaggio
delle mucche che appartengono allo stesso gregge
Gaia
Weissmann *
Avete
mai notato come persone appartenenti alla stessa categoria
abbiano spesso caratteri e caratteristiche, modi di
pensare ed atteggiamenti peculiari e comuni, quasi
come se avessero un “marchio di fabbrica”, un tatuaggio
come quello che distingue le mucche della stessa mandria
o le pecore dello stesso ovile? Ebbene, questo è un
po’ quello che succede fra i medici. All’interno della
varie branche della professione medica, intendo. Mille
specializzazioni, cui corrispondono mille “tipi umani”.
Ed ecco allora il
primo tipo umano, quello del medico anestesista-rianimatore.
L’anestesista è quasi sempre una persona allegra,
solare, piena di vita. Le donne sono in genere carine,
tendenzialmente abbronzate anche fuori stagione. Sprintosissime,
sempre pronte al sorriso. Anche abbastanza sboccate,
direi. La battuta osé in sala operatoria ci scappa
sempre, e sono proprio loro, le mie colleghe anestesiste,
a spararne di continuo. Il linguaggio è spesso scurrile,
le frasi spinte, ma mai troppo volgari perché pronunciate
con ironia e leggerezza. La donna anestesista non
ti lascia mai nelle grane, offre sempre il suo aiuto
pratico e c’è sempre quando hai bisogno di lei. Dentro
e fuori dall’ospedale.
L’anestesista
maschio è, invece, un esemplare assai meno avvenente
delle sue colleghe femmine, il suo corpo è spesso
coperto da una percentuale di pelo fuori dal comune.
Tendenzialmente timido e di poche parole, ma sempre
e comunque disponibile. Abbastanza burbero, in genere
bofonchia qualcosa di incomprensibile quando lo chiami
per un aiuto od un consulto, ma poi arriva subito
e ti offre tutto il suo supporto. Spesso s’imbarazza
pure, se lo ringrazi troppo.
Di
tutt’altro genere è il cardiologo. Vi è mai capitato
di vedere ad altezza-occhi un paio di scarpe classiche
di buona fattura camminare a mezz’aria? Ecco, verosimilmente
sono i piedi di un cardiologo, rigorosamente maschio,
che cammina ad un metro e mezzo/due da terra perché “lui”
(il cardiologo) si occupa di quello, che secondo lui,
è l’unico organo veramente nobile del nostro corpo:
il cuore. Non so se dietro a ciò
possa esistere una spiegazione psicologica
legata alla valenza che il cuore ha nell’immaginario
collettivo (sede dei sentimenti? dell’amore?? della
vita???). Mah… Sta di fatto che questi cardiologi
se la tirano veramente, quasi tutti. E fra l’altro
sono convinti che l’essere umano sia costituito da
un’enorme massa miocardica pulsante, con sottile involucro
di pelle intorno. Basta, null’altro conta. Bisognerebbe
che qualcuno spiegasse loro che, anche senza polmoni
o senza fegato, è molto difficile sopravvivere, parola
di lupetto.
Anyway,
se mai vi dovesse capitare di trovarvi nel bel mezzo
di un congresso di cardiologi, notereste sicuramente,
senza nemmeno dovervi concentrare troppo, che vi sono
anche qui delle caratteristiche fisiche comuni: l’esemplare
maschio è in genere alto, magro ed abbastanza emaciato.
Sembra che il sole non tocchi i cardiologi (o forse
se lo sono preso tutto gli anestesisti ed i chirurghi
plastici, ma ne parleremo dopo…). È difficile strappar
loro un sorriso e, se ci si riesce, lo sguardo è in
genere più di compassione, soprattutto nei confronti
dei colleghi, palesemente figli di un Dio minore.
L’ironia? No, di solito non la capiscono. O non hanno
tempo di soffermarsi su di una battuta. O, più semplicemente,
non ne hanno voglia. Rispondono alle battute con sguardo
languido e vuoto, come di fronte ad un mendicante
che non hanno intenzione di aiutare. Se sei un po’
debole di carattere, di fronte a loro ti senti un
deficiente. Della cardiologa femmina in compenso non
ho nulla da dire: in genere si tratta di un personaggio
totalmente marginale (alle mie amiche Anna, Patrizia
e Marinella: dico in genere, non mi rivolgo sicuramente
a voi…!).
Diversissimo
è il pediatra. O meglio la pediatra, poiché il pediatra
maschio appartiene ad una specie non protetta, in
via d’estinzione. La pediatra è in genere (apparentemente)
dolce e carina, con picchi non troppo rari di vera
bellezza. Cura molto il suo aspetto fisico, anche
se in maniera solitamente discreta, finta acqua e
sapone. Non ama particolarmente portare la divisa
sotto il camice, per cui non è raro vederla aggirarsi
bella bella per i reparti ed i pronto soccorso pediatrici
con la sua minigonna firmata e la scarpina in tinta
(dotata spesso di tacchettino rumoroso), sotto un
camice presumibilmente bianco, in genere non visibile
perché addobbato da mille spillette e pupazzetti e
pennine e giochini e chissà quanti altri tipi di aggeggi,
veri ricettacoli di germi e fonte di innumerevoli
epidemie intraospedaliere. È ovvio che a volte il
vomitino del bambino carino sulla scarpina giallina-pulcina
ci scappa, ma che ci vuoi fare? Un prezzo per essere
tutte in tinta bisogna pure pagarlo… c’è solo da sperare
che il piccolo abbia mangiato l’omogeneizzato di banana
e non di fragola o prugna. Un’altra caratteristica
del reparto è la presenza di argomenti tabù fra il
personale medico: ogni battuta allusiva, ogni ammiccamento,
ogni frase maliziosa è completamente bandita. Per
non parlare delle torbide relazioni che si vocifera
vengano consumate negli sgabuzzini degli ospedali:
niente, nichts, nothing, rien, nada de nada. Il reparto
di pediatria è davvero il mondo dei puffi. Anzi, delle
puffette.
Completamente
diversa è la figura del Chirurgo. Di qualunque tipo
si tratti, dal chirurgo addominale al toracico, dall’urologo
all’ortopedico (ommammamìa l’ortopedico!). Anche qui,
caratteristiche comuni. Per la gran parte uomini (e
non apro il dibattito sulla discriminazione in sala
operatoria, perché qui sì che ci sarebbe da dire…),
i chirurghi non fanno differenze. Loro aprono ed aprirebbero
tutto. E tutte. Non si rendono conto di quello che
li circonda, delle sensazioni che vive il mondo esterno.
Per loro esistono solo le cose terrene, poco più delle
funzioni fisiologiche. “Mangiare bere uomo donna”,
si intitolava un film. Credo che il titolo fosse
ispirato a loro, ai chirurghi. Una volta ho chiesto
ad un collega chirurgo, che voleva operare mia madre
in una casa di cura privata, sprovvista di rianimazione,
se non fosse stato possibile farlo in ospedale, dove
invece la rianimazione c’è, “just in case, you never
know”. La sua risposta è stata: “Abbbbèllaaaaa, sai
cosa ti dico? Io mi tocco i c…..oni!”. E ovviamente
lo ha visibilmente fatto, davanti a due paia di occhi
increduli, di mia madre, e rassegnati, miei. C.v.d.,
come volevasi dimostrare, mia madre per poco non
ci ha lasciato le penne dopo l’intervento,
per una banale complicanza… Lui ovviamente, ha commentato
l’accaduto dicendo che sono stata io a portargli iella.
E
che dire dei ginecologi?? L’affetto e l’amicizia che
mi legano a molti di loro non mi impedirà di esprimermi
come credo… spero capiate, e credo anzi che converrete
con me, amici porconi! Ebbene sì, perché nonostante
il ginecologo “ne” veda dalla mattina alla sera, pare
che non ne abbia mai abbastanza. Per lui l’approccio
fisico nei confronti di qualunque essere vivente,
respirante, di sesso femminile è inevitabile, necessario
e quasi indispensabile per la sopravvivenza, come
una bottiglia d’acqua dopo una settimana a secco nel
deserto. Essendo poi anche chirurgo, vi lascio solo
immaginare… Comunque simpatici i ginecologi, tanto
simpatici. Di certo non si può dire che non ti facciano
sentire importante, bella e desiderata: basta non considerare
che si comportano allo stesso modo con tutte
le tue colleghe, le infermiere, le ostetriche, le
allieve, le donne delle pulizie, le portinaie, ecc. ecc. ecc.… Chissà perché
invece, tradizionalmente e tipicamente, la donna
ginecologo simpatica proprio non lo è mai, non lo
è mai stata e mai lo sarà. Non ce la può fare. Nonostante
sia spesso di bell’aspetto, quasi sempre con una vita
personale e familiare (apparentemente) soddisfacente,
l’esemplare di ginecologa femmina morde e graffia
chiunque le si avvicini, specie se dello stesso sesso.
Pare si nutra esclusivamente di yogurt e di limoni,
almeno credo, e questo spiegherebbe in parte
la sua tenace acidità (Laura, perdonami!… lo
so, tu sei dolcissima).
Ed
eccoci infine all’apoteosi: il chirurgo plastico.
Altrimenti detto “Il Plastico”. Si, perché le sue
mosse sono tutte tattiche, le sue pose molto, mooooolto
plastiche. Parliamo di chirurgia estetica, non ricostruttiva,
intendiamoci. Chi ripara i danni da incidente stradale
o da interventi demolitivi è tutta un’altra cosa.
Il plastico-estetico invece si ama da morire, si piace,
si guarda spesso. Si ammira proprio. Tu, anzi, gli
fai anche un po’ schifo, se vuoi proprio saperlo.
Lo incontri spesso in palestra, in orari in cui in
genere gli altri medici stanno sputando sangue in
reparti rumorosi, puzzolenti e disordinati. Lui no.
Lui si prende i suoi tempi ed i suoi spazi, perché
se lo può permettere, lui. La camicia in genere ha
le iniziali ricamate, i gemelli sono d’oro, possibilmente
bianco, l’orologio grosso e costoso. Il Plastico
non è mai pallido, mai. Anche perché dopo la doccia
vera, quella con l’acqua e il sapone, lui si fa anche quella
solare. Non prima però di aver messo il deodorante,
immerso in una nuvola di profumo, spalmato fino a
completo assorbimento la crema per il corpo e picchiettato
quella per il contorno occhi. Il tutto ovviamente
nella pausa pranzo, fra la sala operatoria in casa
di cura e prima dell’ambulatorio privato pomeridiano.
Ambulatorio che dura fino alle 19.30, non di più: perché,
dopo, scatta l’ora dell’aperitivo. Questo solo dal
lunedì al giovedì però, perché durante il weekend
(che inizia giovedì dopo l’aperitivo e finisce lunedì
verso l’ora di pranzo), il chirurgo plastico si reca
al mare, dove lo aspettano la sua barca, la sua fidanzata
modella ed i figli avuti dalla ex moglie, e dove finalmente
si riprenderà dalle immani fatiche della lunga e stressante
settimana lavorativa.
La
considerazione che spesso nasce spontanea di fronte
a queste osservazioni, peraltro evidenti anche all’occhio
più miope, è del tipo “Certo che l’ambiente proprio
ti cambia il carattere!”. Quante volte mi sono sentita
dire che a stare con lo zoppo s’impara a zoppicare….
E quante volte la gente si stupisce di come un certo
ambiente di lavoro ti possa plasmare il carattere,
cambiare le caratteristiche, facendo sì che tu ti
uniformi e diventi simile ai tuoi colleghi. Beh, ogni
volta io rimango allibita di fronte a queste riflessioni,
perché a me sembra, invece, assolutamente evidente
e palese l’esatto opposto: tu sei fatto in un certo
modo, e di conseguenza scegli l’ambiente che più ti
si confà. Magari nemmeno te ne rendi conto, magari
certe tue caratteristiche non sono ancora emerse,
ma sono comunque presenti in te come un germe, come
il virus dell’herpes, che ti si annida nei gangli
nervosi ed esplode in tutta la sua pienezza quando
trova le condizioni favorevoli. Ed ecco che allora
uno con la puzza sotto il naso non farà mai l’anestesista,
un vanesio attaccato al denaro mai il pediatra, uno
studente di medicina con l’hobby della poesia mai
il chirurgo.
Non
concordate? Siete scettici? Beh, pensate davvero che
un militare di professione possa essere semplicemente
un figlio dei fiori tipo "peace and love",
che una mattina si sveglia e, nell’indecisione fra
fumarsi una canna e mettersi ad ascoltare Bob Dylan,
sceglie come terza opzione quella di arruolarsi nell’esercito?
Oppure pensate che chi sceglie la vita militare un
tantinino ci si trovi bene, in quell’ambiente? Di
esempi se ne potrebbero fare milioni, lascio a voi
cercare fra i vostri colleghi, i vostri capi, quello
che è il germe dell’abnegazione o del comando…. Ed
infine vi pongo, ma soprattutto mi pongo, una domanda:
se davvero scegliamo la nostra strada in base a come
siamo fatti in partenza, siamo davvero "liberi"
nelle scelte, come spesso ci vantiamo di essere?
* Dice di sé:
Gaia
Weissmann. 33 anni (ancora per poco), medico pediatra
e neonatologo. Sono nata e cresciuta a Bolzano, laureata
in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi
di Bologna, specializzata in Pediatria sempre a Bologna,
un’esperienza come ricercatrice negli Stati Uniti,
dove di tanto in tanto sogno di trasferirmi per sempre.
All’età di due anni e mezzo mi innamorai pazzamente
del mio pediatra, all’epoca ultraottantenne. Fu allora
che decisi che cosa volevo fare da grande, ma soprattutto
capii che in amore la differenza d’età non conta.
Purtroppo non ho più provato nulla di così travolgente,
infatti sono ancora single. In questo momento il mio
sogno più grande è di fare la ballerina a New York.
Nel frattempo vivo a Milano, dove lavoro in una Terapia
Intensiva Neonatale ospedaliera.
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ATTIMI
FUGGENTI
Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza
del cuore.
(da Salmo 89)
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