PROFILI HORROR

ERZSÉBET BÁTHORY, LA CONTESSA SANGUINARIA

Una donna indipendente, potente e ricca, ossessionata dal desiderio di prolungare la propria bellezza

Federica Cresci *

Le hanno dedicato saggi, romanzi e diversi film (tra i quali un indimenticabile episodio ne “I racconti immorali” di Walerian Borowczyk, interpretato da Paloma Picasso). Ma pochi ne conoscono la storia. Si chiamava Erzsébet (in occidente piů comunemente Elizabeth) Báthory. Era nata nel 1560 in Ungheria e doveva rimanere famosa con appellativi terribili, come “la contessa sanguinaria” o addirittura “la contessa Dracula”. Perché Erzsébet Báthory venne accusata di una serie interminabile di delitti, soprattutto ai danni di ragazze torturate e dissanguate nella speranza di fornire con il loro sangue una sorta di elisir dell’eterna giovinezza.

La sua famiglia era nobile e molto ricca, di religione protestante, con ottimi rapporti con i reali ungheresi. Erzsébet bambina godette di un’educazione rara all’epoca per le sue coetanee, studiň ungherese e anche latino e greco. Si č ipotizzato che fin da piccola avesse un carattere difficile, forse che fosse addirittura malata di epilessia. Di certo visse in un’epoca violenta, lei stessa da ragazzina pare abbia assistito a brutali esecuzioni.

Giŕ a 10 anni la sua famiglia la promise in moglie a un conte ben piů anziano di lei, Ferencz Nádasdy, coraggioso e battagliero, ma non molto istruito. Cinque anni dopo Erzsébet lo dovette sposare, anche se la schiatta dei Nádasdy era meno prestigiosa, nonostante il titolo nobiliare, dei Báthory. Alle nozze presenziň persino una delegazione ufficiale dell’imperatore.

Dopo il matrimonio Erzsébet andň a vivere in un castello dei Nádasdy dove rimaneva a lungo sola, in compagnia dei domestici. Il conte Ferencz, infatti, era spesso lontano per combattere i turchi nelle continue guerre di allora e divenne anche un eroe nazionale ungherese. Naturalmente l’assenza del marito fece sorgere delle dicerie sul comportamento di Erzsébet, reputata una donna bellissima. Le si attribuirono molti giovani amanti e si vociferava che fosse addirittura fuggita, un giorno, con uno di quei giovani.

Per molti anni l’unione tra Erzsébet e Ferencz rimase senza progenie (anche se tra le tante voci su di lei c’era anche quella di una gravidanza segreta, nel 1574: il figlio concepito dalla relazione con un contadino sarebbe stato tolto alla madre per non creare scandali). Poi, dopo dieci anni dal matrimonio, nacquero uno dopo l’altro tre bambine e un maschietto.

Apparentemente Erzsébet era una madre modello, ma la balia dei suoi figli, Iloona Joo, aveva una pessima fama e un’altra amica della contessa in quel periodo, la contadina Dorothea Szentes detta Dorka, era in odore di stregoneria. Proprio in quegli anni si sarebbero manifestate le prime tendenze sadiche della contessa: si sosteneva che picchiasse duramente la servitů e che per punire le domestiche le facesse gettare nude nella neve.

Nel 1604, Ferenc Nádasdy morě in seguito a una ferita e Erzsébet si trasferě nel castello di Csejthe, in Ungheria. Adesso era definitivamente sola, le sue uniche amicizie erano alcune donne che in seguito saranno accusate di ogni efferatezza. Ora alla compagnia di Dorka si univa quella di Anna Darvulia, che aveva una grande influenza su Erzsébet e si diceva fosse sua amante. E accanto a loro c’era anche un servitore pronto a eseguire qualsiasi ordine, Johannes “Ficzko” Ujvary.

Ormai Erzsébet aveva 44 anni, sentiva la giovinezza sfiorire. E forse cominciň ad essere ossessionata dal desiderio di prolungare la propria bellezza. Una leggenda vuole che un giorno, per pura combinazione, Erzsébet scoprisse come il sangue fosse in grado di arrestare l’invecchiamento. Una serva che la stava pettinando le tirň involontariamente i capelli con la spazzola. Erzsébet ebbe uno scatto d’ira e la schiaffeggiň tanto violentemente che uno schizzo di sangue le bagnň una mano: quando la contessa si strofinň per togliere il sangue si convinse che la pelle fosse diventata piů morbida e levigata. Sempre secondo la leggenda, da allora la contessa Báthory avrebbe preso l’abitudine di fare il bagno nel sangue di vergini per mantenersi giovane in eterno.

All’inizio i sacrifici umani riguardarono solo contadine o serve delle quali nessuno si preoccupava. Ma dopo la morte di Anna Darvulia, nel 1609, la nuova complice della contessa divenne una vedova senza scrupoli, Erzsi Majorova, che la spinse a uccidere anche ragazze di famiglia nobile. E fu un errore. Per anni le abitudini sanguinarie della contessa Báthory furono ignorate da tutti. Ma i parenti di Erzsébet, in particolare suo cugino, il conte Cuyorgy Thurzo, cominciarono ad avere dei sospetti e a temere che il nome della famiglia potesse risultarne infangato. Dopo l’ennesima morte di una ragazza di sangue aristocratico, il Conte Thurzo su ordine del re d’Ungheria guidň i suoi soldati verso il castello di Erzsébet. Quando fecero irruzione oltre le mura trovarono una ragazza morta nell’ingresso e altre vittime nelle celle del maniero. Tutto l’entourage della contessa venne arrestato: Iloona, Dorka, Erzsi e Ficzko finirono in catene. Erzsébet venne lasciata in una sorta di arresti domiciliari: non era imputata direttamente, ma non poteva fuggire.

Nel gennaio 1611 ebbe inizio cosě un processo sommario che ancora oggi viene analizzato dagli studiosi, alla ricerca della distinzione tra realtŕ e fantasia. Sottoposti certamente a torture, gli imputati confessarono una sequela di crimini allucinanti. Centinaia di ragazze sarebbero state rinchiuse abusivamente nelle segrete del castello, poi torturate a morte con forbici e coltelli per procurare sangue alla contessa. Spuntarono tantissimi testimoni che non avevano mai parlato prima. Una serva affermň di aver visto una lista di 650 vittime, stilata dalla contessa in persona.

Si accusň Erzsébet di godere nel mordere a sangue guance, spalle e seni delle sue vittime. Una ragazza di 12 anni sarebbe stata rinchiusa in una gabbia dotata di un meccanismo che la trafisse con decine di ferri aguzzi. E in certi giorni le ragazze massacrate erano talmente numerose che il pavimento del castello diventava una enorme pozza di sangue.

A quel punto non ci fu piů limite alle accuse contro la contessa. Si moltiplicarono le voci sul passato di Erzsébet, arrivando a mettere in discussione anche la figura del defunto marito, il conte Nádasdy: era violento con la servitů, si disse, e per la sua passione occultistica praticava riti satanici in compagnia della moglie. Cosa ci fosse di vero e cosa di inventato (o estorto con la tortura) in quell’elenco di atrocitŕ non č certo. Indubbiamente c’era chi aveva interesse a togliere di mezzo una donna troppo indipendente, potente e ricca. Facevano gola i possedimenti di Erzsébet, sia quelli della famiglia Báthory che dei Nádasdy. E si aggiunga che il re in persona doveva ancora saldare dei vecchi debiti con il defunto marito di Erzsébet.

In pochi giorni si arrivň alla sentenza. Iloona e Dorka furono considerate streghe e bruciate vive. Ficzko venne decapitato e il suo corpo bruciato. La condanna a morte pochi giorni dopo venne comminata anche a Erzsi. La Báthory non presenziň al processo e non ci fu alcuna condanna formale per lei. Ma fu la sua famiglia a recluderla in una stanza del suo castello, murata viva, senza finestre o porte. C’era soltanto una feritoia per far passare il cibo. Dopo tre anni di prigionia, Erzsébet Báthory venne trovata morta nell’agosto 1614.

Nessuno l’aveva mai vista fare il bagno nel sangue, nemmeno tra i testimoni del processo. Ma la contessa Báthory rimase per sempre “la contessa sanguinaria”.


* Dice di sé:
Federica Cresci. Nata a Cremona nel 1974, laureata in Storia del cinema al Dams di Bologna con una tesi su Lucio Fulci, coltivo diverse passioni. Al primo posto il cinema, di cui sono bulimica, e a seguire gli animali, la lettura, il mezzopunto e il sudoku.

ATTIMI FUGGENTI

Tanto fervore, lo potessi vedere!
In una terra libera fra un popolo libero esistere!
Potrei dire a quell’attimo:
“Fermati, sei cosě bello!
Non potrŕ mai l’orma dei giorni miei terreni
per volgersi del tempo scomparire”.

(da Faust, Vol. II, Atto V, Johann Wolfgang Goethe)