ROMANZI
IL
MIO NOME È NEDO LUDI
Pippo
Russo *
Il
giorno dopo erano tutti a sudare su un campo verdissimo
della Valtellina. I 22 giocatori convocati da Claudio
Bersani seguivano in gruppo il nuovo preparatore atletico,
Germano Rota. I convocati si presentarono tutti, nessuno
tardò, e già alle 11:30 la lista era completa: i portieri
Miglioccaro e Romualdi; i difensori – oltre a Nedo
– Favrin, Vascotto, Vrenna e Bonazzi; i centrocampisti
Monaldo, Piras, De Luca, Rinaldi e Holzmann; e gli
attaccanti Reinaldo, D'Alessandro e Renzi. A loro
si aggregò un sostanzioso gruppo di giocatori della
Primavera: il portiere Sarni; i difensori Natali e
Fiumi; i centrocampisti Mastrantonio e Cecchini; e
gli attaccanti Magnani e Verricelli.
Era la prima volta che in ritiro andavano così tanti giocatori,
convocandone ben 7 dalla Primavera. Se il nuovo mister voleva dare un segnale, c'era riuscito.
Non c'erano gerarchie: tutti potevano essere utili,
nessuno indispensabile. Soprattutto, stava per essere
plasmata una squadra completamente nuova nella filosofia
e nell'impostazione. Una buona riserva di forze fresche
sarebbe tornata utile. Bersani si presentò alle 11
in punto. Era esattamente come Nedo l’aveva visto
nelle foto. Un uomo che portava molto bene i suoi
42 anni, asciutto nel suo metro e 80 di altezza, con
una capigliatura mora molto più folta di quella di
Nedo. Si videro a distanza, si riconobbero, si andarono
incontro dandosi una stretta di mano molto formale.
Parole, il giusto. Poi Bersani raccolse il bagaglio
e salì in camera.
Nedo sbuffava a metà del gruppo, e il ritmo regolare dei passi
scandiva i pensieri che aveva lasciato sedimentare
dal giorno precedente. Era stato un primo giorno di
ritiro come tanti altri. Alle 12:30 il nuovo allenatore
radunò il suo staff composto, oltre che da Rota, dall'allenatore
in seconda Maggiani e dal fisioterapista Vendramin.
Bersani non aveva voluto un allenatore dei portieri,
non ritenendo fosse una figura indispensabile. In
cambio aveva chiesto che la società mettesse sotto
contratto uno psicologo. Dalla società gli risposero
che non se ne parlava, ma l'argomento non era chiuso.
C'era da giurarci che il nuovo tecnico sarebbe tornato
alla carica, sottolineando che c’era un progetto da
realizzare e la società doveva mettere lui nelle migliori
condizioni per farlo.
Progetto.
Quella parola rimbombava ossessivamente nei pensieri di Nedo.
Nel primo discorso che Bersani tenne ai convocati
Il Progetto ricorse in modo ossessivo. Gli pareva
di sentirlo pronunciare proprio così, con le maiuscole.
Come se si stesse parlando di un'entità divinizzata,
di una verità mitica da rivelare nel corso della stagione.
L'Empoli 1989-90 era un progetto, la squadra era un progetto, il gioco era un progetto, il gruppo era un progetto, il campionato
da disputare era un progetto, e tutto quanto era Il Progetto.
“Cosa cazzo sarà
'sto progetto?” sussurrò Nedo a De Luca nel bel mezzo
del discorso di Bersani. La voce era bassa abbastanza
da non far sentire cosa fosse stato detto, ma non
da impedire d’essere percepita. Tanto che Bersani
interruppe per un attimo il monologo, proiettando
lo sguardo verso la parte della sala in cui si trovava
Nedo. L'allenatore non aveva capito chi fosse stato
a molestare il suo discorso, ma il gesto carbonaro
con cui Nedo portò la mano davanti alla bocca e riprese
assorta attenzione risolse immediatamente l'interrogativo.
Bersani impiegò un altro quarto d'ora per concludere,
e ricevette dal gruppo dei giocatori un applauso nel
quale a Nedo parve di riscontrare un entusiasmo maggiore
di quanto s'aspettasse.
Non capiva cosa ci trovassero i compagni di così entusiasmante
in quel discorso. Non gli pareva ci fosse ruffianeria
in quell'applauso. Li aveva davvero conquistati Bersani.
A Nedo pareva invece fosse confermata l'impressione
che del nuovo allenatore aveva ricavato dalle interviste:
quell'uomo parlava di parole. Sì, lo
faceva bene e affascinava quanti lo ascoltavano. Era
questo il suo segreto. Ma analizzando ciò che diceva,
cosa c’era mai di così affascinante e memorabile?
Nedo ebbe la tentazione di girare la domanda al suo
compagno di camera. Che dopo quattro anni non era
più Augusto Necci, ma Diego Favrin. Si astenne dal
parlargliene perché quell’allampanato bassanese magnagatti
era stato uno dei più entusiasti nell’ascoltare le
parole di Bersani. Prima di intavolare certi discorsi
è bene scegliersi con cura gli interlocutori.
Nedo sentiva scandita nella mente, tronca e ritmata dai passi
da mezzofondista che scaricava per terra assieme al
gruppo, la parola-chiave dell’Empoli di Bersani: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.
Era forse lui
a non capire, a non essere in sintonia? Si chiese
anche questo, e subito rispose che no, il problema
non stava dentro di lui. Era proprio che quell’uomo
parlava un linguaggio alieno, e che tutti si sforzavano
di capirlo tranne lui, Nedo. Che continuava a farsi
rimbalzare nella mente quella parola: Pro-gét,
Pro-gét, Pro-gét.
Cosa mai è un progetto nel calcio?,
si chiedeva. E cosa mai avrebbe dovuto fare lui per
essere funzionale
al progetto? Si guardò intorno, pensandosi come qualcosa
di diverso dal gruppo che correva dietro Rota, un
50enne bergamasco dal fisico esile e i capelli tinti
d’un nero corvino. Gli interrogativi cominciarono
a sciogliere il ritmo sincopato “Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét” che nell’ultimo quarto d'ora aveva occupato
la mente di Nedo. Tutti quelli che lo circondavano in gruppo
erano un progetto? Quanta parte
ciascuno di essi aveva nel Progetto? E ognuno di
loro era a sua volta un progetto? Poco a poco Nedo si accorse come una
semplice parola, Progetto, stesse smontando tutte le sue
certezze. Sì, lui non era mai stato abile
con le parole. Ma in nessun caso quella scarsa familiarità
l’aveva spinto alla diffidenza verso il parlare.
Aveva studiato poco, e fin lì quel poco gli era bastato per
districarsi in un mestiere che richiedeva anche un
discreto impegno comunicativo. S’era pure fatto un’idea
su tutta la questione. Un’idea rudimentale, ma sufficiente
a rendergli domestico il rapporto con le parole. Per
lui c’era un mondo dei discorsi diviso in due: una
parte semplice e una parte complessa. In ogni ambito
era possibile fare discorsi semplici e discorsi complessi,
e i due tipi di discorso non erano in conflitto. Era
così nel calcio. I discorsi complessi toccavano ai
giornalisti, ai commentatori, e a quegli intellettualoidi
che ci vedevano sempre qualcosa dietro. I discorsi semplici erano quelli del campo e riguardavano
i giocatori, gli allenatori, gli staff tecnici.
Così l’aveva
sempre vista Nedo: giocare, allenare e allenarsi,
preparare tatticamente una partita e mettere in pratica
le direttive, tutto ciò faceva parte del parlare
semplice, di quella parte di mondo del calcio in
cui le parole non gli trasmettevano diffidenza. Perché
a ciascuna di esse corrispondeva una cosa. Marcare era una parola
che corrispondeva a una cosa. Salvarci era una parola
che corrispondeva a una cosa. Attacchiamo, difendiamoci, stendilo,
teniamo palla, buttala lontano quando in due ti arrivano
addosso erano parole che corrispondevano a delle cose. Invece all’improvviso
era bastata una parola per demolire l’equilibrio che
Nedo aveva costruito fra parlare semplice e parlare
complesso. Gli era stato sufficiente sentir pronunciare
il termine Progetto per scorgere
come tracce di complesso stessero contaminando la parte
semplice del mondo calcistico.
Quale cosa corrispondeva alla parola Progetto? Nulla che Nedo riuscisse a scorgere, nulla che i suoi compagni
in gruppo fossero in grado di afferrare oltre la volontà
di compiacere il loro nuovo allenatore. Chissà se
anche in quelle teste che vedeva ondeggiare davanti
a sé, come le foglie di un albero battuto dal maestrale,
era scandito lo stesso ritmo – Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét – che aveva accompagnato i suoi passi.
Una parola sola: Progetto. Un elemento alieno che aveva invaso la parte semplice
del calcio. Che poi, rifletté Nedo, il
problema non era la parola in sé, ma l’uso che Bersani
ne aveva fatto durante tutto il discorso del giorno
precedente. Il nuovo allenatore parlava di progetto
di gioco, progetto di squadra, progetto predisposto
con la società. E gli obiettivi? Il progetto di una casa è costruirla; e
alla fine si valuta dal risultato se quel progetto
sia realizzato o no. Ma per la stagione 1989-90 qual
era il Progetto dell’Empoli?
Al primo giorno di ogni ritiro dei precedenti tre
campionati di serie A si sapeva che s’aveva da salvarsi.
Era un progetto, quello? Mah! Di sicuro era un risultato chiaro. Se un campionato
è un progetto, le tre salvezze consecutive dell’Empoli
erano tre progetti riusciti. E fin
qui tutto filava. Il problema era che Bersani
aveva usato la parola Progetto in modo molto
più vago. Cosa intendeva per progetto di squadra? Per come
Nedo la interpretava, quella formula rimandava all’idea
di un cantiere aperto. Come può una squadra essere
un progetto senza che a essa venga indicata una meta?
Era Il Progetto qualcosa che
doveva favorire la creazione di una squadra, o era
la squadra che doveva affannarsi a rincorrere Il Progetto? E se l’obiettivo
del Progetto non era il risultato, cos’altro
poteva essere?
In quella confusione, le idee di Nedo cominciavano a chiarirsi.
Per come lo vedeva, Il Progetto di Bersani era
qualcosa che non riguardava il campionato, né i giocatori,
forse nemmeno l’Empoli. Gli pareva quasi non riguardasse
nemmeno Bersani. Era un’idea che avrebbe preso forma
parziale, continuamente mutevole, non legata ai risultati
della squadra. L’Empoli avrebbe potuto fare i punti
necessari a tenersi in linea di galleggiamento, o
piuttosto sprofondare giù in classifica, e in entrambi
i casi Il Progetto poteva essere
in buona fase di sviluppo o in via di ripensamento.
I giocatori potevano dare il massimo o essere messi
a margine della squadra e pronti a essere sostituiti
da altri. E anche questi ultimi sarebbero passati
nel Progetto. Poi sarebbe andato via anche Bersani,
divorato dallo stesso mostro che lui aveva allevato
e fatto crescere: Il Progetto.
Ma che cazzo c’entrava tutto questo col pallone? Nedo ebbe
la tentazione di rallentare la corsa e mettersi in
coda al gruppo a vedere se dal dondolare di teste
davanti a sé fosse possibile capire se il mondo attorno
fosse ancora al suo posto, o se non fosse cambiato
in misura grande quanto aveva percepito durante quella
mezzora di corsa. Non lo fece perché non voleva dare
l’impressione di essere fra quelli tornati imbolsiti
dalle vacanze. E anche perché non gli andava di essere
il primo a mostrare segni di cedimento davanti al
nuovo allenatore. I dubbi si moltiplicavano. Cosa
pensavano in società del Progetto? Almeno loro sapevano in che direzione
volevano andare? E con quali uomini, e per quanto
tempo, e con che obiettivi?
Ripensò a un’intervista
rilasciata ai primi di luglio dal presidente Magno
alla Nazione. Il presidente parlava di una società che voleva entrare in
una fase nuova, andare oltre la provvisorietà dei
risultati. Lì per lì Nedo intese che l’obiettivo fosse
quello di costruire una squadra più competitiva, che
disputasse un campionato meno assillato dal rischio
della retrocessione. Ripensandole in quel momento,
Nedo trovava tutt’altro significato nelle dichiarazioni
rilasciate dal presidente alla Nazione. Il riferimento alla fase nuova e all’andare oltre la provvisorietà dei risultati, evidentemente, era la premessa del Progetto.
Ma cosa stava succedendo? Una parola diabolica aveva cancellato
il confine fra il parlare semplice e il parlare
complesso del calcio. E altre parole diaboliche erano
pronte a irrompere nel territorio non più protetto
da argini. Parole che aveva letto durante la settimana
di vacanza a Cecina: intensità,
cultura del gioco, lettura delle situazioni difensive,
applicazione. E furore agonistico, valori morali,
spirito di gruppo, mentalità. Dov’era in tutto ciò il pallone, e la necessità di sbatterlo
nella porta avversaria o tenerlo il più possibile
distante dalla propria? Erano parole; parole che parlavano
di parole, e rimandavano a altre parole.
Sì, aveva visto giusto quando aveva detto al Merli che Bersani parlava di parole. E cominciava
a valutare in modo diverso le sfuriate che il procuratore
aveva fatto nei mesi precedenti a proposito del fanatico e dei suoi seguaci. Il nuovo allenatore dell’Empoli aveva proprio i connotati
descritti da Merli quando parlava della banda dei
sacchiani. Gente che parlava di calcio come dovesse
predicarlo, e attraverso il calcio dovesse predicare
un sistema di valori morali e un metodo di condotta
quotidiana. Soprattutto, gente che sapeva parlare
di tutto ciò, capace di rendere affascinante ciò che
diceva benché nulla dicesse. Era proprio il fascino
la cosa decisiva. Esattamente come la parola Progetto. Che diceva nulla, ma catturava
l’attenzione e suscitava il fascino necessario a distogliere
l’attenzione dal nulla che la parola diceva.
Allo scoccare dell'ora di corsa Germano Rota soffiò
perentoriamente nel fischietto. Il gruppo si sgretolò
come se il suono ne avesse sciolto il collante. Alcuni
si fermarono di colpo portandosi le mani ai fianchi.
Qualcun altro continuò per qualche metro in souplesse
per forza d’inerzia, lasciando che il moto del corpo
si smorzasse. Nedo andò avanti per una ventina di
metri, fin quasi a fondocampo. Non si sentiva stanco,
era pronto a continuare per un'altra mezzora e poi
ancora un'altra. Avrebbe voluto darci dentro subito
e affrontare le sue paure a viso aperto. Purtroppo
erano quelle paure a non mostrarsi a viso aperto,
nascondendosi dietro parole che parlavano di parole.
Da stopper, era abituato a identificare un avversario
e a battersi con lui per tutta la partita, e che poi
fosse la contesa a stabilire un vinto e un vincitore.
Quella mattina Nedo non riusciva a identificare l’avversario,
e il compito, e i termini del duello. Fu in quell’istante
che cominciò a chiedersi se un duello fosse ancora
possibile, e se lui fosse ancora un duellante.
(dal
romanzo “Il mio nome è Nedo Ludi” di Pippo Russo,
capitolo 7, Baldini Castoldi Dalai).
* Dice di sé:
Pippo
Russo. Vorrei sempre mettere nelle cose che faccio
la stessa energia delle cose che vorrei fare.
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