VERSI
UNA
ROSA BIANCA STIA CON UNA GIALLA
Stamane ero in Provenza,
un campo di lavanda si fondeva,
lontanissimamente,
alla fin dell’infinito, con un ciel azzurro pervinca.
I due piani d'orizzonte, al congiungimento,
inzuppavano i colori uno nell’altro,
e ne nasceva un terzo come un viola di Van Gogh.
E c’era, ma forse l’ho sognato,
abbacinata dal pomeriggio e dal pastis,
un sole rosso a spirale come occhio di ciclone
appeso malfermato a cerri blu.
Succede, a me succede – amore dove sei?
che la memoria spontanea si metta a lavorare
in questi casi qui.
E mi srotoli accanto varia mercanzia
nel dormiveglia, col calabrone che ronza
alla finestra.
Mi esplode nella testa il sorriso chiuso
di Piaf, il Passerotto – l'argot è parigino!
che canta una canzone
- Non, rien de rien. Non, je ne regrette rien.
Il
caldo meridiano e un amore appena andato
fan questi scherzi.
Dell’altro ci attira ciò che ci assomiglia.
Ma ben vengano le differenze non fondamentali
- una rosa bianca stia con una gialla.
Il calabrone si suicida dentro il mio bicchiere.
Penserò se lasciarlo morire d’eutanasia,
o aiutarlo a volar via.
Oggi tutto è successo senza che sia successo niente.
a.b., luglio 2006
SE TANTO
Se tanto, l'adorato nostro niente,
restando niente,
s'è allargato ad arrosarmi il prato
di significato,
che avrebbe fatto, invece,
se riempito fino all'orlo,
dalla carne usato e consumato,
fosse tornato il niente ch'era
dopo che io ti avessi amato?
a.b., 2006
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ATTIMI
FUGGENTI
Sui miei
quaderni di scolaro, sui miei banchi e sugli
alberi, sulla sabbia e sulla neve, io scrivo
il tuo nome. Su tutte le pagine lette, su tutte
le pagine bianche, pietra sangue carta cenere,
io scrivo il tuo nome. Sulle dorate immagini,
sulle armi dei guerrieri, sulla corona dei re,
io scrivo il tuo nome. (…)
Sul rinnovato vigore, sullo scomparso pericolo, sulla speranza senza ricordo,
io scrivo il tuo nome. E per la forza di una
parola, io ricomincio la mia vita, sono nato
per conoscerti, per nominarti. Libertà.
(da Libertà, di Paul Éluard, 1942)
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ITALIA
OPPOSTA RIVA
In memoria di Bettino Craxi
Isole diverse da dimenticare
Sant'Elena, Caprera o Ponza
ma anche Hammamet va bene
se proprio
ci vuole il mare
per la deriva
dei trionfi.
Per annegare
idee ed ideali
di uomini
e di stagioni,
per insabbiare
memorie disuguali,
per ormeggiare
ogni civile speranza
di un uomo
nell’uomo.
Alla fonda
la vita,
quando la
prua del destino s’incaglia
e fatale
si abbassa la marea.
Dopo, sarà
la ruggine dell’àncora.
Eppure,
verso deriva estrema,
l’anima
salpa, immenso scafo oscuro,
irridente
presenza tra le nebbie
cieche dell’altrui
ragione;
poiché la
resa suppone l’impotenza,
come sa
bene il vento.
Di rosso
si tinge il mare “nostrum”,
Mediterraneo
di coralli e vergogna,
di sangue,
garofani e tramonti.
Ma non sarai,
forse, migratore più solo
tra i tanti
gabbiani ancora in volo.
E romperà
così gli ormeggi
la tua bianca
pietra,
come vela
scolpita
sui marmi
di tardive memorie.
Innocente
geografia asservita
alla storia,
la peggiore;
ultimo porto,
allora, all’amarezza
è stato
un continente antico, non un’isola
banale.
Ma, neanche l’Africa è bastata
a poter
archiviare un disincanto estremo,
l’implacata
fierezza di un sogno,
l’orrendo
ormai di chi muore,
mentre carezzavano
gli occhi insonni
purpuree
dissolvenze d’oltremare,
sfumato
confine a superstiti illusioni.
Esilio da
te adesso sconterà, davvero,
chi ti ha
esiliato,
mentre naviga
il tuo cuore
salvo e
clandestino nel mistero
di altri
più sublimi abissi,
di altre
“giustizie”, meno vane.
All’orizzonte
vicino, più vicino ora,
un lembo
di terra… l’opposta riva,
sponda silente,
battigia in calma,
ritrovato
paese, vecchie case, vita…
Risarcimento
alla negata attesa, finalmente,
si offre
alla nostalgia felice approdo.
Un nome,
una patria e,
irriducibile
liaison, l’amore;
unici assiomi
eterni dell’umana biografia.
Contro ed
oltre il fato
Itaca e
Ulisse, per sempre insieme.
“Bentornato
Bettino!”
f.j., Roma 10 febbraio 2000
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