INTRODUZIONE
SE IL FESTIVAL DI VENEZIA CI PORTASSE NUOVI LINGUAGGI
Scrivo questa nota nel giorno dell'inaugurazione
della Mostra di Venezia, la nostra rivista vi arriverà
quando la manifestazione sarà finita, non posso saper
nulla dunque di che cosa succederà in questa settantaquattresima
edizione. E tuttavia desidero parlarne, indotto non
solo dal diffuso, dilagante interesse, ma anche, più
o meno inconsciamente, dalla mia costante passione per
il cinema, diventata folle, come spesso le passioni
diventano sulla base di imprevedibili impulsi, dal mio
primo film - che ho deciso di scrivere e, ahivoi, di
dirigere, per la prima volta e alla mia quasi venerabile
età, da regista.
Trattengo
però la tentazione, umanissima quanto meschina, di imporvi
qualche riflessione sulla mia senile scoperta del set
e vi propongo il mio spunto di partenza: in Italia esistono
pochissimi eventi di interesse nazionalpopolare, capaci,
come si suol dire con un orribile, ma efficace termine,
di raccogliere l'attenzione “trasversale” delle più
diverse categorie di persone, assai lontane le une dall'altra
per il reddito, la cultura, le quotidiani abitudini,
i prioritari interessi. Il Festival di Sanremo. La Nazionale di calcio, in particolare
quando sia impegnata nei campionati europei e ancor
meglio mondiali. Una volta c'era il Giro d'Italia e
anche, incentrato sulla partecipazione dei nostri campioni,
il Tour de France: al punto che in qualche modo si inventò
la verosimile frottola che, dopo l'attentato a Togliatti,
nel ‘48 la rivoluzione fu scongiurata da un importante
successo di Gino Bartali. Vogliamo aggiungere le rare
e strategiche esibizioni in tivù di due ipnotizzatori
dello show come Adriano Celentano e Roberto Benigni?
Non c’è altro, direi. Forse, la riapertura dell’anno
scolastico e anche l’appuntamento con le assurdità anacronistiche
dell’esame di maturità.
Aggiungerei, nonostante il differente
impatto e la qualità culturale indiscutibilmente rivolta
a un target più ristretto, anche il Festival di Venezia.
All’indubbia valenza culturale si è aggiunto, da sempre,
un mix intrigante: la curiosità “per chi vincerà”, il
pettegolezzo, da qualche anno definito gossip (quest’anno,
alla vigilia, nel mirino, è entrata la brava Ambra Angiolini,
prescelta come madrina dell'evento: nei prossimi giorni
chissà), l’attrazione delle manifestazioni mondane congiunte,
improvvisate e comunque collaterali, i retroscena sui
conflitti dei vari poteri, politici e imprenditoriali,
che vi sono legati.
Mi pongo una semplice domanda,
consapevole che il mio lettore disporrà di quasi tutte
le risposte quando avrà in mano il nostro “attimo”.
Che cosa ci si aspetta dalla Mostra
di Venezia?
In ordine, non necessariamente
d'importanza, le mie personali aspettative sono le seguenti.
Mi piacerebbe che la Mostra fosse
molto aderente alla
realtà aspra e drammatica, e spesso grottesca, della
società di oggi. Che ci aiutasse a capirne i limiti,
a tradurne le incomprensibilità e le contraddizioni.
So che questa aderenza, artisticamente, non è affatto
indispensabile. Ma è nel mio dna e, come giornalista
e come autore televisivo (e, chiedo venia, anche nel
mio primo film) non riesco a immaginare una proposta
creativa di un’opera della fantasia, che non tenga conto
dell’attualità in cui sia collocata.
Mi piacerebbe che la Mostra ci
proponesse impulsi innovativi. Un pericolo mortale per
l’intelletto è la noia. Se la Mostra riuscisse a non
essere noiosa e a proporre opere in grado di sollevare
confronti forti e veri, di scuotere schemi tradizionali,
di aprire prospettive, io (anche per combattere le insidie
di un’età che si incrosta, per non dire che si incarognisce,
nel lardo pigro delle abitudini) ne sarei felice, e
di più. Qualcosa di nuovo, di diverso, di insolito,
di imprevedibile!
Mi piacerebbe che la Mostra aprisse
le sue, spesso, inaccessibili frontiere al cinema emergente.
Alla vigilia, la buona premessa c'è. Per limitarmi ai
registi italiani, ha avuto accoglienza Paolo Franchi,
al suo secondo film. Ne sono felice anche perché al
primo, "La spettatrice", ottima storia, collaborò
insieme con altri, per la scrittura, anche il giovane
attore che ho scelto come protagonista del mio film,
"La perfezionista": Rinaldo Rocco. Un ragazzo
adorabile e un po’ snob, che accetta di lavorare solo
nei film che gli piacciono, e in cui di volta in volta
si impegna non solo come attore, ma anche come sceneggiatore
o regista. Insieme con Franchi sono stati invitati anche
Vincenzo Marra, al terzo film, e Andrea Porporati, al
secondo.
Mi piacerebbe che i giudizi della
giuria non fossero il frutto di oscuri, ma certi seppur
poco decifrabili, intrighi. Anche a questo proposito
la premessa è buona: la giuria è composta per lo più
da registi. Tra gli altri, il mio adorato Ozpetek (ho
visto quattro volte il suo ultimo “Saturno contro”!).
Mi piacerebbe infine che, quest'anno,
il verdetto finale premiasse un film comprensibile a
livello popolare, non confinato in territori che illuminino
i salotti di pochi esperti, ma con significati divulgabili
e accettabili dalle masse.
Non c’è cultura, che possa incidere
sulla società, e migliorarla scuotendone la coscienza,
se il suo linguaggio non sia
in grado di arrivare, potenzialmente, a tutti.
In questo concordo con quanto ha scritto, in un bell'articolo su “La Repubblica”,
Carlo Lizzani:
il neorealismo, ad esempio, che ha poi assunto un’importanza
storica nel cinema di tutto il mondo, non deve la sua
forza alla pur indiscutibile importanza dei significati
politici e sociali a cui storicamente fu legata nel
secondo Dopoguerra, ma soprattutto al “linguaggio” rivoluzionario
- e solo così segnò una svolta stilistica autentica,
raggiungendo con le immagini una straordinaria incisività
popolare. Lizzani, per essere persuasivo sulla indispensabilità
del “linguaggio”, non esita a proporre, e ne sono rimasto
affascinato, un pindarico collegamento con la svolta,
nella letteratura, dovuta ad Alessandro Manzoni: pur
egli, ricorda Lizzani, legato a correnti ideologiche
dominanti nell'Ottocento, ma passato alla storia per
la grandezza di aver trovato una lingua “italiana” per
gli umili. Con eleganza, Lizzani ricorda che noi italiani
di potenziali identità ne abbiamo almeno due, fondamentali:
quella nazionalpopolare e quella cosmopolita, legata
al Rinascimento. E ricorda a questo proposito un gustoso
aneddoto. Una volta chiese a Sergio Leone: “Come e perché
sei riuscito a inserirti in un mondo così lontano dal
nostro”, quel grande regista rispose: "E allora
Ariosto, con la chanson de geste?".
Ecco tutto questo mi piacerebbe
e di tutto questo, forse, neanche parleremo insieme
quando tutto si sarà appreso, e sarà molto distante,
nel prossimo appuntamento bimestrale, con l'Attimo - a novembre. Ma,
se qualcuno vorrà tornare su questi argomenti, rimpolpati
da ciò che sarà successo non solo a Venezia, ma nel
nuovo appuntamento antagonistico che si consolida via
via a Roma con un Festival altrettanto interessante,
sarò felice di pubblicare interventi, approfondimenti,
obiezioni…
Per ultimo, ricordo che il direttore
generale Müller è a fine mandato e, al momento in cui
scrivo, non è chiaro se sarà riconfermato o no. Per
me, ha fatto bene e la riconferma sarebbe positiva.
Ma non entro nei circuiti ufficiali e nella penombra
decisiva dei retroscena che determineranno un’agognata
nomina. Tra i possibili candidati alla successione,
ho letto il nome di due donne che stimo molto. Liliana
Cavani e Irene Bignardi. Se Muller dovesse lasciare,
mi piacerebbe - tutti qui - che fosse un libero e radioso
talento femminile a stabilire gli orientamenti di una
manifestazione complessa, e spesso anche strutturalmente
impura, come quella di Venezia.
Cesare Lanza
P.S. Segnalo ai lettori il primo
articolo del mio grande amico Andrea D’Angelo, non
soltanto perché è un amico e non c'è piacere maggiore
che ricevere a casa propria gli amici, e “L’attimo
fuggente” è aperto a tutti gli amici, ma anche perché
il suo debutto in questa rivista è dedicato a una
preziosa raffinatezza: l’analisi degli aforismi di
Marcel Proust, di cui è tra i maggiori, e discreti,
conoscitori e studiosi.
Di Carlo Lizzani desidero segnalare ai lettori il
suo ultimo, bellissimo libro: “Il mio lungo viaggio
nel secolo breve”.
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