COPERTINA

AFORISMI PROUSTIANI

In molti passi dell’opera di Proust si scorge l’intento di stabilire nell’esperienza degli uomini delle “leggi”

Andrea D'Angelo *

Estrarre aforismi dall’opera di Marcel Proust è un po’ tradirlo. Altri tradimenti, del resto, sono stati, e continuano ad essere, consumati dagli studiosi e dagli appassionati di Proust. La conoscenza dei fatti della sua vita esercita da sempre un’attrazione invincibile e induce alla ricerca insaziabile di corrispondenze tra di essi e quelli che sono raccontati nella sua opera, tra le persone che Proust conobbe e frequentò e i personaggi della “Recherche”, tra Marcel e il Narratore. Eppure egli condannò quel metodo di critica letteraria – praticato e, in certo senso, personificato da Sainte-Beuve – “che consiste nel non separare l’uomo e l’opera; nel premunirsi di tutti i ragguagli possibili su di lui, nel collazionare i suoi carteggi, nell’interrogare le persone che lo conobbero, conversando con loro, se sono ancora vive, leggendo quanto possono aver scritto di lui, se sono morte», e decretò che «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi” (“Contre Sainte-Beuve”).
Ma è un tradimento – sia pure meno clamoroso e paradossale – anche quello che ci accingiamo a consumare: l’estrapolazione di massime proustiane dal loro contesto. Esse non sono mai affermazioni di verità assiomatiche, perché tratte da un’esperienza extratestuale dell’autore, inespressa, non trasmessa al lettore, come accade nelle opere concepite e composte come raccolte di massime. Nella “Recherche” esse nascono dal racconto e dal discorso speculativo che è con esso compenetrato. Gli aforismi proustiani sono generalizzazioni di un’esperienza che, irretita nel tessuto narrativo, lo stesso lettore vive. Separare le massime dalla concretezza delle vicende narrate, dai caratteri dei personaggi, dalle vive voci dei dialoghi, dall’autoanalisi del Narratore, è, dunque, un’arbitraria mutilazione.
L’estrazione di aforismi proustiani comporta un altro rischio di tradimento: quello di conferire loro una perentorietà, un’assolutezza, un’inderogabilità, che sono estranee al pensiero di Proust, alla sua stessa “mentalità” (per usare un termine che egli usa, ironicamente, come neologismo ai suoi tempi in voga nei salotti).
Al contrario, egli ha voluto indagare e rappresentare gli aspetti contraddittori della realtà, le sue apparenze mutevoli, le ambiguità dei personaggi, la varietà di interpretazioni di una vicenda, di un comportamento, la fallacia delle stesse percezioni dei nostri sensi. Ed è significativo che le sue massime siano spesso sfumate da un  “peut-être” o da un “parfois”. Egli stesso enuncia una proposizione che rappresenta, in un certo senso, l’anti-massima:

Che cosa mai si può affermare, se quel che dapprima si era creduto probabile si è poi dimostrato falso e, in una terza fase, è risultato vero?
“Guermantes” 361[2]

E, ancora:

Non c’è idea che non porti in se stessa la sua possibile confutazione”.
“La fuggitive” 602

Perché allora consumare questo tradimento e tentare una raccolta di aforismi proustiani?
Innanzitutto, è la stessa ricchezza di interpolazioni aforistiche disseminate nella “Recherche” a indurre in tentazione. Ed è lo stesso Proust a rivelarci, in molti passi della sua opera, il suo intento di stabilire, nell’esperienza degli uomini e dell’esistenza, delle “leggi”, delle costanti; “leggi psicologiche” che hanno, “come le leggi fisiche”, “una certa generalità”; quelle “grandi leggi” che il Narratore ci dice di aver ricercate guardando la realtà attraverso un telescopio che rivelava in ogni cosa un mondo. Inoltre, se l’estrapolazione dal contesto della narrazione e del discorso speculativo costituisce un’infedele amputazione, essa però consente di attribuire risalto alle massime e, in questo senso, di valorizzarle.
Infine, e comunque, l’amante di Proust non può resistere alla tentazione di cercare nuove vie di proselitismo, anche a rischio di qualche eresia. E gli aforismi proustiani hanno una forza suggestiva, un particolare carattere di allusività, che possono favorire la cattura di nuovi fedeli, indurre neofiti a penetrare nell’universo della “Recherche”. Crediamo che questi intenti ci varrebbero l’indulgenza di Marcel Proust, e del Narratore, quell’indulgenza alla quale entrambi hanno così spesso mostrato di essere inclini.

Lavoriamo di continuo a dare una forma alla nostra vita, ma nel farlo copiamo senza volerlo, come si copia un disegno, i tratti della persona che siamo e non di quella che ci piacerebbe essere.
“Guermantes 188

Ci capita a volte di dire cose nelle quali non vi è nulla di quella verità che nel contempo manifestiamo mediante delle confidenze involontarie del nostro corpo e dei nostri atti.
“Guermantes” 66 

A volte, nella vita, sotto l’effetto di una eccezionale emozione, si dice quel che si pensa.
Guermantes506

Una verità più profonda di quella che diremmo se fossimo sinceri può talvolta essere espressa e annunciata per una via diversa da quella della sincerità.
“La prisonnière” 121

 Forse, come le papilionacee prendono forma dal loro seme, così noi prendiamo dalla nostra famiglia tanto le idee di cui viviamo quanto le malattie di cui morremo.
“A l’ombre” 1078 

Quando ragioniamo sulla morte siamo nell’impossibilità di rappresentarci altra cosa che la vita.
“La fuggitive” 520

Il nostro amore della vita non è che un vecchio legame del quale non sappiamo sbarazzarci. La sua forza è nella persistenza. Ma la morte che lo rompe ci guarirà del desiderio dell’immortalità.
“La fuggitive” 645

La resurrezione del risveglio - dopo quel benefico accesso di alienazione mentale che è il sonno – assomiglia in fondo a ciò che accade quando si ritrova un nome, un verso, un motivo dimenticato. E forse la risurrezione dell’anima dopo la morte è concepibile come un fenomeno della memoria.
Guermantes88

Coloro che credono che le loro opere siano destinate a durare prendono l’abitudine di situarle in un’epoca in cui essi non saranno più che polvere. E così, costringendoli a riflettere sul nulla, l’idea della gloria li rattrista perché è inseparabile dall’idea della morte.
“A l’ombre” 843

Sono latenti nel nostro intelletto certe nozioni che non hanno equivalente, come quelle della luce, del suono, del rilievo, del piacere fisico, ricchi possessi nei quali si diversifica e dei quali si fregia il nostro regno interiore. Forse li perderemo, forse si cancelleranno, se è vero che torniamo al nulla. Ma, finché viviamo, non possiamo comportarci come se non li conoscessimo più di quanto ce lo consentano gli oggetti reali, più di quanto, per esempio, possiamo dubitare della luce della lampada che viene accesa davanti agli oggetti trasformati della nostra camera da cui è svanito persino il ricordo dell’oscurità. Forse, l’unica verità è il nulla, e tutto il nostro sogno è inesistente, ma se è così noi sentiamo che anche queste nozioni, che esistono in quanto esso esiste, dovranno non esser più nulla. Periremo, ma teniamo in ostaggio queste divine prigioniere che seguiranno la nostra stessa sorte. E congiunta a loro la morte ha qualcosa di meno amaro, di meno inglorioso, forse di meno probabile.
“Swann” 350

È solo nella malattia che ci rendiamo conto di non vivere soli, ma incatenati a un essere di un altro regno, da cui ci separa un abisso, che non ci conosce e dal quale è impossibile farci comprendere: il nostro corpo.
Guermantes 298

Siamo tutti costretti, per renderci sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola follia.
“A l’ombre” 591

Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico; le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono e l’abitudine lo riempie.
“A l’ombre” 612

Nel genere umano, la frequenza delle virtù identiche per tutti non è meno prodigiosa della molteplicità dei difetti particolari a ciascuno.
“A l’ombre” 741

Se qualche volta, per innamorarci di una donna, basta che lei ci guardi con disprezzo, facendoci pensare che non potrà mai essere nostra, a volte può bastare che ci guardi con bontà, facendoci pensare che potrà essere nostra.
“Swann” 177

Quello che crediamo essere il nostro amore, la nostra gelosia, non è un’unica passione continua, indivisibile. Amore, gelosia sono composti da un’infinità di amori successivi, di gelosie diverse, che, quantunque effimeri, grazie alla loro molteplicità ininterrotta suscitano l’impressione della continuità, l’illusione dell’unità.
“Swann” 372

È proprio dell’amore renderci al tempo stesso più diffidenti e più creduli, farci sospettare di colei che amiamo più prontamente che di un’altra, e prestare fede più facilmente ai suoi dinieghi.
“Sodomie” 833

Si dovrebbe scegliere se smettere di soffrire o smettere di amare.
“La Prisonnière” 106

Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione.
“La fuggitive” 440

Certo, è più ragionevole sacrificare la propria vita alle donne che non ai francobolli, alle vecchie tabacchiere, persino ai quadri e alla sculture. Ma l’esempio delle altre collezioni dovrebbe avvertirci di cambiare, di non avere una sola donna, ma molte.
Guermantes 352

I sadici [di una certa specie] sono esseri così puramente sentimentali, così naturalmente virtuosi, che persino il piacere sensuale appare loro come qualcosa di malvagio, come il privilegio dei cattivi. E quando si concedono di indulgervi per un momento, è nella pelle dei cattivi che si sforzano di entrare e di far entrare il loro complice, così da avere per un poco l’illusione di evadere dalla loro anima tenera e scrupolosa per penetrare nel mondo inumano del piacere.
“Swann” 164

Non esistono forse giornate della nostra infanzia che abbiamo vissute tanto pienamente come quelle che abbiamo creduto di aver trascorse senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto.
“Pastiches et Mélanges” (Giornate di lettura)

Noi non abbiamo del mondo che delle visioni informi, frammentate e che noi completiamo mediante associazioni di idee arbitrarie, creatrici di pericolose suggestioni.
“La fuggitive” 574

Sono i desideri che generano le credenze, e se solitamente non ce ne rendiamo conto è perché la maggior parte dei desideri creatori di credenze non finiscono che con noi stessi.
“La fuggitive” 609

Ciò che avvicina non è la comunanza delle opinioni, ma la consanguineità delle menti.
“A l’ombre” 436

Si può essere illetterati, fare degli insulsi calembours, e possedere un dono particolare al quale non c’è cultura generale che possa supplire, come il talento del grande stratega o quello del grande clinico.
“A l’ombre” 433

Teorie e scuole, come i microbi e i globuli, si divorano a vicenda, assicurando con la loro lotta la continuità della vita.
“Sodomie” 815

La tirannia della rima forza i buoni poeti a trovare le loro più grandi bellezze.
“Swann” 24

Gli scrittori giungono spesso ad un potere di concentrazione, dal quale un regime di libertà politica o di anarchia letteraria li avrebbe dispensati, quando essi sono incatenati dalla tirannia di un monarca o di una poetica, o dai rigori della prosodia o d’una religione di Stato.
Guermantes 359

Gli sciocchi si figurano che le vaste dimensioni dei fenomeni sociali forniscano un’eccellente occasione per penetrare più a fondo nell’animo umano; dovrebbero al contrario comprendere che è discendendo in profondità in una singola individualità che essi avrebbero l’opportunità di capire questi fenomeni.
Guermantes 330

I princìpi di una certa saggezza politica, applicandosi solo a problemi di forma, di procedura, di opportunità, sono impotenti a risolvere le questioni di sostanza così come in filosofia, la logica pura a dirimere le questioni esistenziali.
“Guermantes 241

Poiché la medicina è un compendio di errori successivi e contrastanti commessi dai medici, è molto probabile che, rivolgendoci ai migliori tra loro, ci troviamo a invocare una verità che, pochi anni dopo, sarà riconosciuta falsa. Credere alla medicina sarebbe dunque la suprema tra le follie se non ce ne fosse una ancora più grave, quella di non credervi, giacché da quell’inanellarsi di errori è pur scaturita, alla lunga, qualche verità.
Guermantes 298

Nei preti come negli alienisti c’è sempre qualcosa del giudice istruttore.
Guermantes 339

Chi più d’un nervoso può essere snervante?
“La prisonnière” 110

Non vi è amico, pur caro, nel passato del quale, comune al nostro, non vi siano dei momenti che troviamo più comodo credere che egli abbia dimenticati.
Guermantes 339

La menzogna è essenziale all’umanità. Vi gioca forse un ruolo tanto grande quanto la ricerca del piacere. Si mente per proteggere il proprio piacere, o il proprio onore se la divulgazione del piacere è contraria all’onore. Si mente tutta la vita, anche, soprattutto, a coloro che ci amano. Questi ci fanno temere per il nostro piacere e per il desiderio della loro stima.
“La fuggitive” 609

Più il desiderio avanza, più l’autentico possesso si allontana. E così, se la felicità, o almeno l’assenza di sofferenza, può essere trovata, non è nella soddisfazione, ma nella riduzione progressiva e nell’estinzione finale del desiderio che bisogna trovarla.
“La fuggitive” 450

* Dice di sé:
Andrea D’Angelo. Nato a Cagliari nel 1946, è avvocato e professore ordinario nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Genova, dove insegna Istituzioni di diritto privato e Diritto civile. È bibliofilo, genoano e proustista.

KHALED HOSSEINI

 Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

(da Il cacciatore di aquiloni, 2004)