ATTUALITÁ
LA PAROLA PACE HA DUE SIGNIFICATI, PER ISRAELE SICUREZZA,
PER I PALESTINESI GIUSTIZIA
Gerusalemme
sta sprofondata nel cuore oscuro di queste accezioni
distanti
Mimmo
Càndito *
In un’intervista
di qualche tempo fa, durante una delle ultime crisi
nel conflitto tra Israele e i palestinesi, Abraham
Yehoshua mi disse: “Sì, la pace… La pace…Tutti vogliamo
la pace, tutti. E però non riusciamo a ottenerla,
e sa perché? Perché “pace” è una parola che ha significati
diversi, anche se il suono di chi la pronuncia è sempre
uno stesso. Per noi israeliani, quel suono ci dice
la parola “sicurezza”, mentre i palestinesi – quando
dicono “pace” – il suono ch’essi pronunciano dice
alle loro orecchie e al loro cuore la parola “giustizia”“.
Tra “sicurezza”
e “giustizia” la storia del Medio Oriente ha scavato
un baratro di speranze, aspettative, processi politici,
guerre sanguinose; non è facile colmare, ora, questo
baratro, dopo che il tempo ha approfondito, tragicamente,
la distanza tra quei due suoni, allontanando sempre
più le prospettive d’una possibile soluzione.
Gerusalemme,
la città santa, desiderio mistico e capitale politica
dei due mondi, sta sprofondata nel cuore oscuro di
questa distanza di significati, con un valore simbolico
di tanta elevata intensità da diventare la dimensione
unificatrice di tutti i problemi
che il lungo conflitto ha aperto e poi radicato.
La spartizione della città tra un territorio a sovranità
israeliana e un territorio a bandiera palestinese
è uno dei possibili elementi di negoziazione in una
fase concreta di trattative (trattative che, tuttavia,
appaiono ancora lontane). La spartizione porterebbe
comunque con sé come corollario pregiudiziale e inevitabile
il riconoscimento di un’autorità nazionale palestinese,
e dunque affermerebbe la consistenza politica di quel
valore simbolico che più su si attribuiva alla città.
Non sarebbe
l’unica ipotesi d’un lavoro diplomatico che, già oggi, sta saggiando posizioni e soluzioni; un’alternativa è
la “internazionalizzazione” della città, cioè la sua
sottrazione alla sovranità di entrambi i fronti che
si combattono in Palestina, e la sua consegna a uno
statuto speciale garantito dall’accordo tra le parti,
sotto una supervisione assegnata presumibilmente alle
Nazioni Unite. Ma non v’è dubbio che, se già la prima
ipotesi incontra resistenze aspre sia in Israele sia
nel mondo palestinese, perché presuppone una rinuncia
che Israele e ancor più i palestinesi (condizionati
dalle pressioni dell’intera galassia dell’Islam) non
paiono ancora capaci di accettare, la seconda ipotesi
– questa della “internazionalizzazione” – finirebbe
per denunciare una sconfitta politica di entrambi
i contendenti, rivelando la loro inadeguatezza a proporsi
come attori credibili, e responsabili, d’una soluzione
della guerra.
La vittoria
di Hamas nelle elezioni politiche palestinesi, per
quanto Hamas affermi di non aver nulla a che fare
con il terrorismo fondamentalista, segnala comunque
l’introduzione d’un nuovo fattore critico nello scontro,
poiché apre una sorta di mutazione genetica nella
lotta dei palestinesi, lotta ch’è stata fino all’altro
ieri una lotta puramente nazionalista (lotta di liberazione
nazionale, si sarebbe detto con il vocabolario degli
anni Sessanta) e oggi, invece,
scivola sempre più nel drammatico coagulo della
guerra dell’integralismo islamico contro i “crociati”
dell’Occidente.
Nella crisi
attuale di leadership che Israele sta vivendo – crisi
che rende ancor più difficile ogni percorso di pacificazione
– il destino di Gerusalemme, città dove la contaminazione
di popoli, di religioni, di storia, si è fatta un
percorso obbligato di convivenza, può essere benissimo
consegnata alle parole che recentemente ha pronunciato
David Grossman, sulla necessità di dare riconoscimento
e identità al “nemico”. “Quando avremo conosciuto
l’ “altro” dall’interno, da quel momento non possiamo
più essere completamente indifferenti a lui. Non potremo
più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione,
dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti
con i suoi errori”.
* Dice di sé:
Mimmo
Càndito. Giornalista de La Stampa. Inviato speciale,
commentatore di politica internazionale, corrispondente
di guerra. Presidente italiano di Reporters sans frontières.
Insegna Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico
all'Università di Torino. Direttore de L'indice dei
libri. Ha scritto molti libri, collabora con la Rai.
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