ATTUALITÁ
LA FEDE AMICA DELLA RAGIONE
Nella
teologia cattolica non c’è e non ci può essere disistima
verso l’uomo che pensa con la sua testa
Luciano
Frigerio *
“Avete attaccato
la ragione. Questa è cattiva teologia”. E la risposta
data da Padre Brown - nel primo dei racconti polizieschi
di Chesterton - ad uno stupefatto Flambeau (ladro
di fama internazionale) che si domandava come mai
il suo perfetto travestimento clericale e la sua conversazione
esemplarmente devota non fossero riusciti ad ingannare
il piccolo prete: “Avete attaccato la ragione”. L’abbaglio
di Flambeau è ancora molto diffuso. Ed è il primo
equivoco da dissipare, se si vuole discutere con qualche
risultato di “conoscenza”, di “razionalità”, di “scienza”.
Contrariamente ad una persuasione che è ancora di
molti, i veri credenti sono lontanissimi dal pensare
che per un’affermazione o un rilancio della fede sia
necessario o almeno utile un deprezzamento della ragione.
Chi denuncia
l’inconciliabilità tra ragione e fede, mostra, nei
fatti, di non avere ben inteso i significati di entrambe.
Non solo: è evidente che non avverte – a causa di
pre-convinzioni che troppo spesso si danno irrevocabilmente
per acquisite – l’istanza esattamente opposta che
attraversa le domande culturali del nostro tempo.
Quell’istanza che, Benedetto XVI ha espresso dicendo
che il compito che oggi ci sta di fronte e che investe
– senz’altro in modi differenti – la cultura cristiana
e la cultura d’ispirazione laica è quello di un “nuovo
incontro tra fede e logos”. Per eseguire tale compito
in modo pertinente e nel reciproco rispetto, è chiaro
che occorre prima di tutto accordarsi sul significato
che si attribuisce alla fede e alla ragione”.
Nella fede
cristiana e quindi anche nella teologia cattolica
- che altro non è se non la stessa fede in quanto
è accolta, vive, si sviluppa in una intelligenza adulta,
matura, e perciò instancabilmente indagatrice e contemplativa
- non c’è e non ci può essere disistima o sospetto
verso l’uomo che pensa con la sua testa, che si attiene
alle leggi intrinseche della logica, che rispetta
le corrette metodologie proprie di ogni singola disciplina.
Al contrario.
La dimensione teologica del conoscere, non solo non
deprime l’uomo, ma ne fonda più solidamente il valore
(asserendolo immagine somigliante di Dio): di conseguenza
ne esalta anche l’ingenita disponibilità all’attività
razionale e la connaturalità verso il “vero”; tutto
il “vero”, nella sua veste multiforme e fin nei suoi
angoli più remoti.
Nessuna verità
che sia effettivamente tale può per se stessa infliggere
qualche disagio al credente meritevole di questa qualifica.
Nessuna verità che sia effettivamente tale - quale
che sia il campo del sapere nel quale essa è emersa
o il percorso euristico ed ermeneutico del suo conseguimento
- può essere ritenuta incompatibile con il patrimonio
della Rivelazione. Anzi, essendo oggettivamente sempre
un riflesso del Logos divino, vale a dire della “luce
che illumina ogni uomo” (cf Gv 1,9), ogni verità è
sempre “santa” e almeno indirettamente salvifica.
Ad un anno
di distanza dal celebre discorso di papa Benedetto
XVI (era il 12 settembre 2006) all’università di Regensburg
ritorniamo sul tema “Fede e Ragione”. Questo straordinario
testo è stato ampiamente discusso, ma ancor più ampiamente
frainteso. Tralasciando gli strascichi in campo musulmano ed alcune prese di posizione negative anche
da parte di esponenti del mondo cattolico,sottolineo, a titolo di esempio, l’articolo
del New York Times dal titolo “Il Papa attacca il laicismo, con una postilla sulla
Jihad”. Ora, la parola laicismo non compare nemmeno
una volta nel discorso di Benedetto XVI, il quale
non attacca la modernità o l’illuminismo, ma al contrario
afferma chiaramente di voler fare una “critica della
ragione moderna partendo dall’interno”. Chiede cioè
a tutti coloro che “condividono la responsabilità
per l’uso della ragione” di tornare ad una forma di
esame autocritico delle proprie concezioni,
che è il segno caratteristico del pensiero
filosofico dell’antica Grecia.
È il principio
illuminante e liberatorio, espresso già nel IV secolo
da un autore non identificato, che Erasmo da Rotterdam
ha convenzionalmente chiamato “Ambrosiaster”: “Quidquid
verum a quocumque dicitur, a Sancto dicitur Spiritu”
(“In primam ad Cor.” XII,123); principio particolarmente
caro a san Tommaso d’Aquino che lo cita ben quattro
volte in questa forma: “Omne verum, a quocumque dicatur,
a Spiritu Sancto est” (I-II, q. 109, a.1, ad 1um;
“In Johan.” c.8, lect. 1; “In
primam ad Cor.” c.12, lect. 1; “In secundam ad Tim.”
c. 3, lect. 3).
Il cristiano
non si rallegra affatto di una ragione psicologicamente
sfiduciata; allo stesso modo che non approva chi,
per le ripetute delusioni patite, arriva a un pessimismo
sconsolato a proposito dei suoi simili. Condivide
pertanto il giudizio che Platone mette in bocca a
Socrate: “Che non ci càpiti il guaio di diventare
nemici dei ragionamenti, misologoi come ci sono i
misantropoi, giacché non c’è peggior guaio per l’uomo
che prendere in odio il ragionare. E l’odio contro
i ragionamenti e quello contro gli uomini nascono
nella stessa maniera” (“Fedone” 39).
A molti potrebbe
sembrare paradossale che il pontefice romano abbia
invocato lo spirito di Socrate. In realtà, il filosofo,
per spingere la gente a pensare, usava con grande
abilità la tecnica del paradosso. Benedetto XVI è
senza dubbio perfettamente consapevole di questo paradosso,
e quindi dobbiamo ritenere che anche lui lo stia usando
nello stesso modo di Socrate e per la stessa ragione:
stupire i suoi ascoltatori e spingerli a riconsiderare
ciò che pensavano di sapere.
Il cristiano
- e a maggior ragione il teologo – quindi non si compiace
di una ragione teoreticamente “depressa”, che si limiti
a contestare la nostra radicale capacità di “conoscere
le cose come stanno”; o che svigorisca l’idea stessa
di “verità” fino a ridurla programmaticamente a semplice
“ipotesi” o a fragile e cangiante “opinione”. Qui
- a ben guardare - è in gioco la stessa dignità inalienabile
dell’uomo, la quale, primariamente, consiste appunto
nell’autonoma facoltà di ricercare, raggiungere e
dire la verità. Ed è implicitamente in gioco lo stesso
religioso ossequio che si deve a colui che è la fonte
di tutto l’essere, perché - nota san Tommaso - “detrahere
perfectioni creaturarum est detrahere perfectioni
divinae virtutis” (“Summa contra Gentiles” III,69).
D’altra parte,
alla dignità del Creatore l’uomo attenta anche per
la strada contraria di un’autoesaltazione che lo induca
a pensarsi lui come l’assoluto e l’incondizionato,
non riconoscendo nessuno sopra di sé; o quantomeno
che gli suggerisca l’auspicio che Dio stia confinato
oltre la zona del nostro concreto esistere e dei nostri
interessi.
Il contraccolpo
gnoseologico di questa specie di “arroganza metafisica”
è di supporre che non ci sia, o non sia attingibile,
altra verità che quella attinta dalla ragione con
le sole sue forze; o quantomeno di negare “a priori”
la possibilità stessa di una divina Rivelazione, contestando,
cioè, un po’ comicamente a Dio quel diritto a parlare
nei modi e nelle forme da lui liberamente scelte,
che egli fieramente rivendica per sé.
Questa è una
tentazione che, almeno in maniera implicita, si insinua
con qualche facilità negli uomini di pensiero, perché
è innegabile il fascino che esercita sull’uomo la
prospettiva di possedere l’unica luce di conoscenza,
di essere lui il “signore della verità”, di potersi
ritenere la “misura di tutte le cose” (come diceva
Protagora). È il guaio - opposto a quello della ragione
“depressa” - della “presunzione intellettuale”, “quae
mater est omnis erroris” (per citare ancora una volta
san Tommaso d’Aquino).
Depressione
e prevaricazione sono rischi diversi e antitetici
nei quali può incorrere la ragione naturale. Sono
diversi e antitetici, ma ambedue portano a uno stato
invalicabile di alienazione, perché ci precludono
il senso ultimo della realtà e ogni speranza esistenziale
che non sia effimera. La nostra aspirazione è che
tra fede e ragione cessino finalmente i malintesi,
e anzi si addivenga a un loro stabile matrimonio;
un matrimonio che, se riuscirà a superare le ricorrenti
crisi per incompatibilità di carattere tra i nubendi,
certamente gratificherà la conoscenza integrale dell’uomo
di una nuova fecondità.
Questo obiettivo
non va inteso come un passo indietro rispetto al Vaticano
II (come qua e là si teme), ma come un coerente e
necessario passo in avanti. Infatti, l’ultimo concilio,
prendendo coraggiosamente atto della svolta epocale
che oggi ci investe, ha orientato la Chiesa cattolica
a imboccare la strada del dià-logos. L’invito di Benedetto
XVI ci orienta a tirare le estreme conseguenze della
strategia conciliare. Si tratta, infatti, di far scaturire
dal dna della fede cristiana, custodito e trasmesso
dalla grande tradizione ecclesiale, l’energia intellettuale
e morale capace d’inserire il contributo trainante
della fede stessa nel pubblico dibattito del nostro
tempo: un “areopago” allo stesso tempo inedito, improvviso
e indeciso.
Mi
piace concludere con un testo mirabile di un credente,
Newmann: “La fede è in se stessa un atto intellettuale,
e trae il proprio carattere dallo stato morale del
soggetto… È … una presunzione, ma la presunzione di
uno spirito serio, misurato, riflessivo, puro, affettuoso,
e devoto” [ibid. pag. 651]. E di un grande sapiente
pagano: “Chi non spera, non troverà l’insperabile,
perché è introvabile ed inaccessibile” [Eraclito,
Fr.18 DK].
La storia culturale
e spirituale d’Italia - se ripercorsa senza censure
o alterazioni ideologiche - ci può offrire a questo
proposito qualche speranza, dal momento che le sue
epoche più splendenti sono contrassegnate appunto
da quegli auspicati sponsali. È stato, autorevolmente,
notato che, se le cattedrali di pietra sono una gloria
soprattutto francese, le cattedrali del pensiero sono
segnatamente un vanto italiano: Tommaso d’Aquino,
Bonaventura da Bagnoregio, Dante Alighieri - ispirati
da una forte e limpida fede in Cristo e nel suo Vangelo
- hanno innalzato monumenti alla verità, al rigore
speculativo, alla bellezza, che non temono confronti.
Il dialogo tra pensiero secolare e pensiero religioso
rimane, anche in Occidente un crocevia permanente,
coniugato secondo forme che vanno dall’estremo della
totale separazione ed estraneità a quello di un’intima
collaborazione. Da alcuni lustri sono in crescita
i paradigmi di una qualche concordia che vedono le
due ragioni chiamate a collaborare a scopo di intesa
civile, nonché di freno contro un eccesso di autodestituzione
della ragione.
Nel suo discorso
Benedetto XVI ha “recitato” la parte di Socrate per
stuzzicarci con domande stimolanti: dobbiamo abbandonare
la tradizione filosofica greca? Dobbiamo rassegnarci
a veder estenuarsi il logos? Dobbiamo accontentarci
di verità soggettive? Dobbiamo rifiutare una idea
di verità oggettiva? Dobbiamo rassegnarci ad una contrapposizione
preconcetta tra fede e ragione? Infine: dobbiamo accontentarci
di una vita che rifiutiamo di indagare a fondo, perché
una tale indagine ci impone di porre questioni alle
quali la scienza non è in grado di dare una risposta
definitiva? Occorre quindi mobilitare la ragione moderna
contro il disfattismo che le cova dentro”, rintracciabile
tanto nella postmoderna “dialettica dell’illuminismo”
quanto nello scientismo positivistico.
* Dice di sé:
Luciano
Frigerio. Nato a Milano nel 1957 è sacerdote diocesano
dal 1981. Dottore in Teologia. Pubblicista dal 1987.
Vice direttore del settimanale della diocesi di Milano
“Città Nostra” nel 1988. Cappellano di S. Santità
dal 2000. Direttore settimanale della diocesi di Milano
“Luce” dal 1993. Membro della federazione italiana
settimanali cattolici (FISC) dal 1988. Membro comitato
di redazione della rivista ufficiale del Giubileo
2000 “Tertium Millennium”. Collabora con la Rai dal
2001.
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GUSTAVE
FLAUBERT
A volte si diceva che questi sarebbero dovuti essere i
giorni più felici della sua vita, la cosiddetta
luna di miele. Per poterne gustare davvero la
dolcezza, senza dubbio, bisognava partire per
quei paesi dai nomi altisonanti, dove i primi
giorni di matrimonio hanno più soavi pigrizie.
(…)
Al tramonto, sulla riva dei golfi marini,
ci si può inebriare con la fragranza dei limoni;
la sera, sulla terrazza di una villa, soli,
le mani dell'uno intrecciate con le mani dell'altra,
si possono fare progetti guardando le stelle.
Secondo lei, taluni luoghi sulla terra possedevano
la peculiarità di produrre la felicità, quasi
essa fosse stata una pianta alla quale è necessario
un particolare terreno, una pianta che cresce
male in qualunque altro luogo.
(da Madame Bovary,
1857)
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