BELPAESE?

L’ITALIA È PIÙ DIVERTENTE DELLA SVIZZERA

Valori costituzionali e principi fondamentali buttati nel cestino perché “non gliene frega a nessuno”

Federico Filippo Oriana *

Seguendo il circo mediatico di questi giorni (ma quello di un anno fa o di dieci anni fa era diverso?), le intercettazioni, i Sismi, le Potenza, i Catanzaro, i furbetti e i quartierini, i millionaire e i Billionaire del nostro Belpaese sorgono spontanee (il mio stesso linguaggio ne è, evidentemente, condizionato) alcune domande: 1) Questa è l’Italia o, almeno, questa è l’Italia che conta? 2) Ci crediamo davvero nell’importanza dell’ultimo scandalo? 3) Il nostro è un Paese divertente? Ovvero, sono la giustizia, la verità, l’informazione, lo “ius condendum” che ci muovono ad un interesse spasmodico per tutte le vicende che, a ondate, affannano i media italiani o è lo spirito con il quale, dodicenni, cercavamo di guardare a turno da una fessura l’interno di una cabina al mare dove una diciottenne si stava cambiando il costume? Ovvero ancora siamo – come soggetto collettivo -  affetti da una sindrome di meschinità morale tipo “anche i ricchi piangano” (copyright Rifondazione), per la quale siamo sollevati nella nostra amara quotidianità post-euro (e sopportiamo meglio la moglie mentre ci ripete che il ventuno del mese – come negli anni  ‘50 - quello che doveva essere il mensile è già finito) venendo a conoscere che anche la Signora Tronchetti Provera ha i suoi bravi problemi? 
Mentre gli aspiranti ricchi/Vip le sparano sempre più grosse per rallentare la (inevitabile) uscita dagli schermi TV, l’unica sanzione sociale-etica-giuridica che fa male davvero, come il parroco che ti impediva di andare a messa negli anni ’50 perché svergognato/a, ma su presupposti morali esattamente rovesciati (perché non abbastanza svergognato/a).  Insomma, una versione alla Luhmann (villaggio globale con media tecnologici) del classico Feste, Farina e Forche del sistema borbonico.
La risposta alla prima domanda credo che sia affermativa: questa è l’Italia, fatta sì degli onesti milioni di lavoratori, casalinghe, artigiani, commercianti, professionisti e imprenditori che alla mattina (io sono tra questi) si alzano sempre e presto, anche quando non ne avrebbero voglia, e vanno a portare la loro croce quotidiana. Ma che vogliono, però, la sera partecipare al grande gioco (per commentarlo la mattina dopo al bar o in ufficio) e, via talk-show televisivo, (ma sempre più anche via internet) sentirsi parte del mondo, quello vero, fatto di potenti finalmente caduti con relativi retroscena, di magistrati capelloni in motorino  (modello Capitan America in “Easy Rider”), di bonazze e divani ministeriali, di politici che chiedono informazioni stradali ai trans, di supposte ruberie e abusi di potere (ma queste sono attività superate, retrò) e, soprattutto, intercettazioni, la vera passione nazionale, l’attività che ci dà più calorie.
C’è qualcosa che merita una riflessione nello strepitoso successo del testo di intercettazione telefonica riportato dai giornali: non vi sarà una componente di ricerca della verità e di sfiducia nei media e nei giornalisti (nel loro ruolo appunto di intermediari dell’informazione) da parte della gente che, bombardata di notizie nelle quali crede fino a un certo punto e di immagini di personaggi molto lavorate, trova nell’intercettazione la verità vera perché non mediata? Il resto lo fa lo spirito del “buco della serratura” di cui si diceva.
Oportet ut scandala eveniant” asseriva il Vangelo, ma – si sa - poi passano. È questa è la storia italiana che riesco meno ad accettare. La mia mentalità liberale di scuola anglosassone vede il costo sociale ed economico delle fratture che lo scandalo determina, le accetta come un male necessario, ma pretende che almeno non sia trattato come un fatterello divertente di cui nessuno più parla quando è passato e, soprattutto, del cui esito giudiziario a nessuno cale. In questo caso è la base stessa della mia formazione di giurista che si ribella: valori costituzionali e principi fondamentali del diritto – come la presunzione di innocenza, prima, e la certezza del diritto, poi, per cui l’innocente avrebbe diritto a sentirselo riconoscere e sul colpevole la società avrebbe il diritto/dovere di rivalersi - buttati nel cestino perché (non lo sai, caro mio?) di come va a finire non gliene frega niente a nessuno e, poi, si sa, di notte tutti i gatti sono bigi….
È divertente il nostro Paese? Dipende dai gusti e dai momenti. Io stesso, a seconda di come sono in quel momento, mi appassiono un po’ di più o un po’ di meno all’Unipol di turno. Magari nella circostanza – ma solo perché addetto ai lavori di lungo corso - mi pongo domande diverse da quelle correnti sui media, tipo: 1) Perché era così importante per i DS che l’Unipol comprasse la BNL a un anno dalle elezioni? 2) Perché un segretario nazionale di un primario partito ritiene suo dovere mettersi a completa disposizione di un manager di un’azienda?
Ma questo non centra, l’Italia è probabilmente più divertente della vicina Svizzera; non so, però, quanto questo le faccia bene guardando al futuro per le nuove generazioni, quando nel mondo sta avanzando (a orde) chi agisce, maledettamente, sul serio. Temo che i nostri ragazzi, resi superficiali, vanesi e un po’ frilli da questo sistema da paese-dei-balocchi, da noi creato, possano trovarsi molto, ma molto impreparati di fronte alle nuove minacce che il mondo sta sviluppando. Che non sono solo l’effetto-serra e il buco nell’ozono come le loro mamme gli hanno raccontato negli anni ’90 quando erano piccoli o piccolissimi, ma anche pericoli militari e di sicurezza internazionale, alquanto sgradevoli da percepire, accettare e organizzarsi di conseguenza, ma non per questo meno reali. Qualcosa della loro debolezza di condizione si trova anche nei loro coetanei europei e americani, ma qualcosa di solo e tipicamente italiano, dopo tanto ecologismo e politically correct, resta una connotazione (negativa) in esclusiva italiana.
Se questo, a grandi linee, è lo stato complessivo del dibattito italiano perché stupirsi se il confronto politico si fa a Porta a Porta o a Matrix e non in Parlamento? Se delle grandi questioni nazionali e internazionali quello che interessa è solo il profilo spettacolare, è giusto che vengano trattate nelle sedi spettacolari. Se del futuro delle telecomunicazioni o della giustizia o della sicurezza interessa solo il gossip, che gossip sia! Fabrizio Corona interpreta esattamente l’Italia del 2007; non prendetevela con me, sono uno come voi che torna la sera a casa in famiglia, ma nel lavoro questo mi chiedevano e questo io gli davo: la foto presa a tradimento. Longanesi diceva che il vero motto nazionale è “Tengo famiglia!”: è arrivata Internet, ma non è cambiato molto. Che tu ti chiami Pompa o Corona o, magari, Prodi, Tronchetti Provera, un sottile, ma infrangibile filo di sano interesse personale, in piccolo o in grande, ti guida e ti fa superare i momenti difficili. Cosa c’è al fondo di questo? Non posso dire la parola che apra nuovi mondi, quella definitiva sulla questione italiana sulla quale si esercitano da generazioni penne e menti, non solo italiane, ben più elevate della mia. Ma credo che nella storia italica vi sia la risposta: la mancanza di uno stato unitario fino a tempi troppo recenti che ha lasciato sino all’ultimo gli italiani in balia di staterelli assoluti e privi di istituzioni moderne – tra i quali quello della Chiesa -, le vicende postunitarie non fortunate, in primis con il fascismo, l’anomalia democristiana di questo dopoguerra. Tutto ciò ha indotto una sfiducia nelle istituzioni (e quindi la mancanza di senso dello Stato che ne costituisce il gradino successivo) e una mentalità dominante tutta introiettata verso il particulare, cioè il piccolo interesse economico e la famiglia (non dimentichiamo che de Gaulle in anni recenti ebbe a dire che l’Italia non è un paese povero, ma un povero paese: vero e fulminante, ma è stata per tanto tempo anche un paese povero).  
In certi momenti (8 settembre) questa mentalità ha salvato il popolo italiano che (solo) nella famiglia ha potuto trovare rifugio, ma in genere le varie P2 italiane sono state nient’altro che l’aspirazione a una sicurezza economica da parte di persone con la psicologia (storicamente) da poveri (gli agenti segreti italiani in Svizzera durante la prima guerra mondiale venivano individuati perché erano gli unici a chiedere la ricevuta al bar, episodio che spiega bene il misto di burocratismo e di piccolo interesse economico-familiare che caratterizza il funzionario-tipo del sistema italico sino ai fondi Sisde – a proposito, se ne è più saputo niente? - e oltre). Come se ne esce? Non se ne esce, perché un’evoluzione culturale tanto profonda, quale quella che occorrerebbe, richiederà generazioni e, se davvero riusciremo a diventare anglosassoni – o almeno francesi, spero non si debba dire spagnoli, ma temo di sì -  non è questione di questo secolo.