BELPAESE?
DALLO STADIO AL TEATRO, ALLA RICERCA DI SOGNI PERDUTI
Una
società di spettatori è migrata dalle “curve” alle “poltronissime”,
per un differente tipo di emozioni
Nancy
Cacchiarelli *
La società
contemporanea, è per certi aspetti una società della
comunicazione.
La presenza,
oggi, di mezzi di diffusione è talmente rilevante
da fare di questa ultima la principale attività umana.
Esistono diverse forme specifiche nell’interazione
umana: comunicare si può attraverso il linguaggio,
l’esibizione intesa come forma di spettacolo e con
lo sport, tutte con il fine comune di scambio tra
chi suscita emozioni e chi le riceve.
È in questo
ambiente che si inseriscono delle dimensioni di scambievolezza
con finalità artistiche, estetiche ed espressive come
potrebbero essere il cinema o il teatro, e delle attività
sportive fatte di regole e di risultati condivisi
socialmente, concentrate, per esempio, nello stadio
al momento della partita, entrambe con lo scopo prioritario
di migliorare la comunicazione psicofisica tra individui
o gruppi.
Teatro e stadio, un binomio atipico nell’evoluzione del
concetto di comunicazione, una combinazione che ha
ragione di esistere dal momento che “il calcio sporco”
ha generato un emisfero in crisi di identità intorno
al senso radicale della vita, una società di spettatori
migrata dalle “curve” alle “poltronissime”, per un
differente tipo di emozione, dallo stadio al teatro
alla ricerca di una logica etica e collettiva. Due
universi separati, ma comunicanti, due emisferi uno
caldo e l’altro glaciale.
Il teatro,
il sipario che si alza su un rituale antico e presente,
le luci calde che invitano al silenzio fino a raffinarsi
in un’arte che non consente repliche dal vivo mentre
lo spettacolo è in corso. Inaccessibile per chi guarda.
Teatro per
filosofi, per intellettuali, varietà, spettacoli comici,
da Shakespeare a Gigi Proietti. Palcoscenici e platee,
luoghi di incontro vivo del corpo che entra in risonanza
con un altro corpo, sul filo della rappresentazione,
condividendo con lo spettatore lo spazio e il tempo
in empatia vigile. Dove ogni battuta farsesca, dove
ogni pensiero grave e tormentato, si fanno impalpabili
e gratuiti, si addolciscono e svolazzano da una parte
all’altra del palco. La messa in scena non ha lo scopo
di cambiare il mondo, ma di dispensare qualcosa di
intrinseco, intrattenere avvincendo, relazionando
culture e linguaggi.
Lo stadio
il movimento frenetico dei calciatori in cerca di
risultati, lo star svegli nel corpo e nell’anima,
la trepidazione che si traveste in nichilismo, scrollando
dal torpore il pubblico incitandolo all’azione, il
tifo con le animate e variopinte bandiere, le bandiere
tricolori.
Erano proprio
quei drappi vivaci che ci facevano compagnia ieri.
Quando, abbiamo vinto il campionato del mondo di calcio.
Non abbiamo fatto in tempo a fissarli sul terrazzo,
che da gioiosi e colorati sono diventati mesti e indecenti,
erano sfavillanti, ora sono scoloriti, sfilacciati
e sporcati dalla pioggia. Le bandiere si consumano,
è l’allegoria della cose materiali, tutto si deteriora,
sembra una maledizione, ma tutto invecchia, tramonta
e decade, ma esiste una sola cosa che non si consuma
mai e che si intervalla con il giorno e poi ritorna,
il sogno.
Sembra paradossale,
ma il teatro e lo stadio ingemmano la realtà in fata
morgana, trasmettono il batticuore per un pubblico
di spettatori che scelgono una o l’altra forma di
comunicazione. La differenza è in chi guarda e nelle
emozioni che prova. Esiste il teatro lo specchio dei
sogni. Esiste lo stadio l’isola dei sogni che ballano
a corpo libero. Uno rappresenta i sogni l’altro i
sogni perduti.
Una divisione
speculare con un unico comune denominatore: proseguire
il cammino onirico nella realtà; la differenza è che
nel teatro l’esibizione diventa festa di una risorsa
fatta d’immagine, movimento e suono, alla quale attingere,
al fine di combaciare la propria vita con il proprio
sogno.
Nello stadio
a volte il sogno diventa incubo che non s’interiorizza
nella fantasia, ma esplode nella realtà concreta,
contrapponendo un ludo attivo da parte di chi guarda
che trasfigura il calcio in una religione, che svincola
ancestrali indoli e violenze in un esaltazione di
massa, che concepisce ore di televisione, modificando
personalità di sprovveduti incapaci di parlare italiano,
in divi glorificati e strapagati.
Lo stadio
non è soltanto questo. Se lo è diventato tanto da
ridursi in arena, è grazie alla violenza che trae
forza dai miti che nascono e si rafforzano con la
palestra di una vita troppo spesso repressa.
Se qualcuno
ha cambiato rotta approdando nel teatro è perché la
condivisione di un sogno non può confluire in tragedia
umana. Quando a Catania il poliziotto Filippo Raciti
fu ucciso alla fine di una partita di cartello, il
mondo del calcio cadde in ginocchio con uno stato
di sconforto senza sbocchi che si prolungò per molto
tempo. L’indignazione spicciola degli italiani reclamava
un colpevole, presto e subito. Non la giustezza: bastava
un capro espiatorio con il quale tutti potessero tornare
serenamente a scontrarsi su “siluri” di mercato e
finte moviole.
Il deserto
morale che scorre sul campo sportivo non nasce lì
dentro, ma dalla vita reale. In senso metaforico,
lo stadio fomenta i bassi istinti che si agitano dentro
ciascuno di noi. È ciò che ogni uomo ha fatto per
anni: svincolare i tumulti dei cittadini medi e dar
loro la validità di reali lotte. Il calcio, quello
irrequieto, quello artificiale, ha soltanto trovato
un pubblico che non aspettava altro.
Il calcio
pulito, invece, quello in cerca di emozioni vere che
non rivendica il diritto di essere uomo, padre o figlio
in uno stadio, passa oltre e non riesce più a sedersi
in curva se è a conoscenza dei ricatti, degli intrighi,
perché la reciprocità dei ruoli non esiste più e la
forma di comunicazione fra giocatore e spettatore
è soltanto un apparenza. Un gioco diventato ingannevole
che genera la tempesta dello “Sturm und drang” lo
sconvolgimento e impeto, non nei cieli tedeschi, ma
nei campi italiani, non c’è più idealità. Il regno
del “pallone” non è più il regno degli dei e chi lo
abita non è immortale come pensavamo che fosse.
Il tempio del teatro diventa una scelta sensata, uno strumento
creativo per vivere la realtà, non per combatterla.
L’antidoto contro l’indifferenza e la noia, contro
l’individualismo generato da un fanatismo esasperato. Non si tratta di banalizzare e
travestire di filosofia il campetto verde e quell’aria
bollente al momento del punto segnato: niente potrà
mai sostituire l’emozione unica dei goal disperati
e bramati, dei rigori sbagliati, la sofferenza che
ti entra dentro, che si dimena fino a che un’altra
emozione o qualcosa la riporti in superficie. Tutto
acquista senso e al contempo lo perde. Troppi disastri
hanno compiuto il calcio ed hanno fatto la sua storia.
Se qualcuno si è arreso e ha deciso di dare luce e
vicinanza ai sogni perduti ecco che il sipario si
alza in uno spazio lento e dilatato dove osservare
il mondo ti rende immune dalla bassezza degli animi.
Abbiamo
nostalgia del calcio pulito, del calcio spettacolo,
quello del riso e del pianto, senza inghippi e vittime;
quella rappresentazione liturgica, l’espressione piena
dello stupore sincero di chi vola a testa alta nel
campo verde e chi applaude con le lacrime agli occhi
in cerca di trattenere un sogno perduto, il filo conduttore
che apre e chiude il segreto di ogni esistenza.
* Dice di sé:
Nancy
Cacchiarelli. È la giusta simmetria di un equilibrio
che razzola in un cielo azzurro è l’irrazionalità
che naviga in un mare in tempesta. È l’immediatezza
e la sensibilità nell’unico paradiso perduto della
scrittura che è raggiungibile a tutti.
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SALVADOR
DALÍ
Tutte le volte che, dal fondo della mia solitudine, riesco
a far sgorgare un’idea geniale, o a dare un
colpo di pennello arcangelicamente miracoloso,
sento sempre la voce rauca e dolcemente soffocata
di Federico
Garcìa Lorca che mi grida: Olé!
(da Diario di un
genio, 1 Novembre 1952)
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