LETTURE
IL
COMPAGNO SBAGLIATO
Stefano
Bigazzi, Vincenzo Guerrazzi *
Cosa accadde negli anni immediatamente
successivi alla difficile stagione del ’68? Come si
arrivò ai terribili anni
di piombo, che insanguinarono l’Italia
per più di un decennio e le cui conseguenze
avvertiamo ancora oggi?
“Il compagno sbagliato” fotografa
un momento di passaggio del terrorismo, quando, a
metà degli anni settanta, cercò di compiere, se possibile,
un salto di qualità.
Stefano Bigazzi e Vincenzo Guerrazzi
riescono, con una scrittura veloce e immediata, a
coinvolgere il lettore in un’atmosfera che, sebbene
ancora avvolta da mistero, risulta reale e credibile.
Qui di seguito vi proponiamo la lettura del capitolo
XXX. (a.p.)
Il commissario durante tutta la
settimana aveva lavorato assiduamente sui fascicoli
che riguardavano Comino e il
suo gruppo. Aveva seguito anche alcune manifestazioni
dei movimenti che si preannunciavano interessanti.
Ma che fatica gli era costato quel compito difficile
di andare dietro a dei cortei, evitando il più possibile
di mettersi in mostra! Appuntava e memorizzava visi
e situazioni.
A volte dentro di sé provava persino
simpatia per certi slogan, tanto che nei suoi appunti
gli era persino sfuggito qualche leggendario… Poi
ripensava ai giochi che c’erano dietro e rifletteva
sull’onorevole avvocato che muoveva le sue amicizie
per tenere lontana la figlia dai guai, i capi dei
vari partitini rivoluzionari che sentivano con fastidio
la polizia indagare sulle loro attività, i suoi superiori
e i suoi sottoposti che… Pensò che stava esagerando,
decise di approfittare della solitudine dello scompartimento
e mettere nero su bianco quei suoi pensieri disordinati,
sotto forma di lettera a un amico, senza identità.
Questa, mio caro, non è una guerra
tra bande, non sono criminali comuni, a meno che non
ci sia dietro qualche storia di droga, ma i colleghi
della Narcotici lo avrebbero saputo. C’è un gruppo
che si sta sbarazzando di testimoni pericolosi, scomodi,
e nessuno ha sinora dato un nome e una fisionomia
a questo gruppo. Diciamo che si tratta di una realtà
nuova e ben organizzata. Hanno armi, le sanno usare,
non hanno scrupoli, agiscono come dei professionisti
del crimine. Mi domando: chi veramente erano le vittime
e cosa hanno fatto? Hanno forse visto qualcosa di
troppo? Sono venuti a conoscenza di qualcosa che non
dovevano conoscere?
Un nostro informatore ci ha segnalato
che Luca Quartullo, testimone per il delitto Comino
a Genova, è stato sottoposto a un interrogatorio da
parte del gruppo dirigente di Milano. Gli hanno fatto
una specie di processo politico. Del morto di Venezia
sappiamo che qualcuno gli ha sparato e poi lo ha derubato
di qualcosa, forse di un portafogli, ma il suo, quello
con la carta d’identità e un po’ di soldi, non è stato
toccato; la polizia l’ha trovato nella tasca interna
della giacca.
E poi c’è stato il finto incidente
stradale alle porte di Vicenza. La vittima era stata
investita e poi finita con tre colpi di pistola. L’unico
testimone oculare, messo sotto pressione, ha dichiarato
che, mentre era intento a lavorare nel suo campo,
ha notato sulla strada che passa a pochi metri dal
suo terreno uno strano movimento di mezzi. Un furgone
seguito da una macchina; di questa non ha saputo o
voluto dare notizie né sulla marca né sul tipo. Improvvisamente
ha visto il furgone investire l’uomo e fuggire.
La macchina che era dietro si è
fermata, sono usciti due individui, uno sembrava un
frate, con una specie di saio scuro e un cappuccio;
l’altro si è avvicinato all’uomo investito e invece
di soccorrerlo gli ha sparato. L’agricoltore dice
di non aver sentito nessun botto perché sicuramente
la pistola aveva il silenziatore. Poi dice di aver
visto il frate, o quello che era, chinarsi sull’uomo
sparato e derubarlo. E sono subito scappati.
Non riesco a capire però la dinamica
di questo delitto. Perché hanno rischiato tanto? Ucciderlo
su una strada spesso molto trafficata. Forse non avevano
altra scelta. Forse hanno deciso all’ultimo momento
di farlo fuori. E come mai non hanno notato la presenza
del contadino ch’era lì a pochi metri? E se per caso
il contadino agiva da faro? In questo contadino ci
sono delle… Per adesso è meglio non avanzare nessuna
supposizione. È meglio ragionare sulle cose concrete.
Il treno stava per arrivare alla
Stazione Centrale di Milano. Il commissario Sita mise
a posto le carte, tirò giù dalla reticella i bagagli
e intascò il giornale che non aveva ancora aperto.
Scese sul marciapiedi e si diresse verso la grande
banchina delle partenze. Si fermò davanti a un tabellone
degli orari per cercare il binario del treno per Venezia.
A una decina di metri un carretto-bar attirò la sua
attenzione: un caffè era quel che ci voleva, ma preferì
cercare un bar. Nel locale, pieno di gente e di fumo,
scorse un giovane intabarrato in un eskimo grigioverde
e gli venne in mente l’interrogatorio in questura
di Quartullo. Il barista gli servì il caffé e si liberò
subito da questi ricordi.
Il treno per Venezia aveva ancora
venticinque minuti di tempo prima della partenza.
Il commissario nell’attesa girellò curiosando tra
le edicole e i chioschi della stazione, poi si diresse
al binario. Il giovane intabarrato lo seguiva a una
quindicina di metri di distanza. Il commissario lo
notò e fece finta di niente. Disse tra sé: “Forse
la mia è una deformazione professionale, quel ragazzo
segue se stesso”.
Posò i bagagli, diede un’occhiata
all’orologio e ritornò sui suoi passi. Il giovane
camminava lentamente: “E dove vuole andare ora questo
bel tipo? Ha perso l’orientamento o pensa che sia
un coglione?” rifletté quasi a voce alta il commissario.
Il carretto-bar si era spostato. Il ragazzo lo raggiunse
e acquistò un panino e una birra.
Con naturalezza, come fosse insicuro,
il commissario tornò davanti al tabellone delle partenze,
cercò il primo treno per il Sud. Un rapido per Roma
Termini. Partiva dal binario 11 cinque minuti prima
del treno per Venezia ch’era già pronto al binario
10. “Uno vicino all’altro, proprio quello che ci vuole.
Bene, vediamo cosa fa questo bel tipo”.
Pubblichiamo, per gentile concessione
dell’Editore, il capitolo XXX del romanzo “Il compagno
sbagliato”, di Stefano Bigazzi e Vincenzo Guerrazzi
(Mursia 2007). Riproduzione riservata.
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GIUSEPPE
UNGARETTI
E per la luce giusta,
cadendo solo un’ombra viola
sopra il giogo meno alto,
la lontananza aperta alla misura,
ogni mio palpito, come usa il cuore,
ma ora l'ascolto,
t’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
le tue labbra ultime.
(da Il sentimento del tempo, Inni - 1931)
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