LETTURE

ROBERT WANG, L’IMPERATORE

Il prezzo della libertà per un giovane cinese

Marzia De Giuli *

L’insetto uscì dalla penombra della stanza, scorrendo sulla linea d’angolo della porta. Rimase immobile per qualche secondo sulla superficie liscia delle mattonelle, poi riprese a correre disorientato, come consapevole del proprio destino. “Lascialo andare, ormai è uscito”, gridò la ragazza spingendosi a gattoni fuori dalla stanza. L’inseguito zampettò leggero per qualche ultimo secondo, come nuotando in cerca di un riparo inesistente.
            La scena si svolgeva a rallentatore, mentre lei osservava il braccio sollevarsi deciso e la scarpa battere con un tonfo sul pavimento. Un cenno d’orgoglio negli occhi sottili, poi l’esplosione di un sorriso aperto, brillante, il sorriso raggiante della vittoria; i piedi nudi fecero due passi indietro e la porta della stanza si richiuse. L’imperatore la prese con dolcezza per mano e la invitò a sedersi sul cuscino azzurro di seta. Più tardi il vento avrebbe portato via, insieme ai piumini primaverili, l’insetto schiacciato. Fuori faceva freddo, le biciclette erano rovesciate a terra e centinaia di foglie roteavano come impazzite nell’aria.
            Christine aveva conosciuto Robert, “l’imperatore”, a una festa in discoteca in uno dei locali moderni del quartiere universitario di Wudaokou, a Pechino. “Hi, where are you from?” Con quella voce dal tono simpatico, dall’accento americano, non poteva che voltarsi interessata. Capelli nerissimi e lisci, occhi a mandorla. Un cinese. Robert trascorreva i pomeriggi giocando a scacchi sugli scalini del dormitorio degli studenti stranieri. Nato a Pechino e cresciuto negli Stati Uniti, studiava business e management alla Qinghua di Pechino, la migliore università scientifica della Cina, giocava a ping pong e organizzava feste in discoteca. Tra le luci psichedeliche, alternava un sorriso americano spavaldo a un sorriso cinese indecifrabile. Intorno a lui, visi multietnici intrecciavano strette di mani e storie. I rampolli della nuova società cinese si divertivano al ritmo di note elettroniche, incantevoli e gelide. “Ti posso baciare?” “No, torno a casa, prendo un taxi”. “Dai, vieni a ballare con me, per favore…”. La storia era iniziata così.
            I genitori di Robert abitavano in un lussuoso appartamento nel centro della capitale. Lui tornava a casa raramente, preferiva dormire nel campus, dove aveva molti amici. Era orgoglioso di essere uno studente della famosa Qinghua. “Un master alla Qinghua è un biglietto da visita” aveva detto a Christine una ragazza cinese incontrata al Kai cafè. “Scusami, devo andare, è tardi”. La Coca-Cola lasciata a metà, era uscita di corsa a prendere la bicicletta.
            Il campus si riaddormentava ogni sera alle undici, quando centinaia di studenti, “le teste migliori della Cina”, parcheggiavano le biciclette in fila sotto la tettoia. Rientravano nei dormitori a passo veloce con gli occhi segnati dalle ore di studio. Per essere ammessi alla Qinghua avevano superato un esame di Stato difficilissimo ed estremamente selettivo. L’obiettivo era trovare un lavoro da “colletto bianco”, per soddisfare le aspettative dei genitori e ripagarli dello sforzo economico. Gli studenti mangiavano in mensa frettolosamente, con lo sguardo basso, già concentrato sulle future ore di studio. Sedevano in silenzio, oppure scambiavano qualche parola tra un boccone e l’altro. Erano vestiti semplicemente, le ragazze con i capelli raccolti. All’uscita andavano a prendere la bicicletta, che riconoscevano al volo fra le centinaia tutte uguali.
            L’imperatore non arrivava mai in bicicletta. Lui rientrava a notte fonda, a luci spente, con le labbra serrate, i capelli perfettamente ingellati, lo sguardo da sfinge, la pelle di seta. Gli piacevano soprattutto le straniere bionde e indipendenti, che conquistava con un solo sorriso. Le invitava a sedersi con lui sul cuscino azzurro di seta, ricamato dalla madre. La sua camera era pulita e ordinata, sulla mensola bianca c’era un tubetto di gel. Mostrava di vivere spensierato, senza inutili gelosie, senza le responsabilità che rendono i cinesi schiavi di tradizioni millenarie: libero, una “tartaruga di mare”, come sono chiamati i cinesi cresciuti all’estero, il risultato perfetto dell’incontro di due culture agli antipodi.
            Robert andava da Christine ogni due o tre giorni. Tutto nel campus era impregnato dell’inconfondibile odore della cucina cinese, le aule, le biblioteche, i dormitori e perfino i vestiti. Ma l’imperatore arrivava sempre sorridente e fresco come appena uscito da un negozio alla moda. Quando i suoi genitori erano a casa, si fermava da lei. All’alba, al primo raggio di luce, l’abbracciava in penombra, il profilo immobile. Poi raccoglieva la felpa Nike, l’orologio, il cellulare, il portafoglio di coccodrillo, la cintura firmata, e se ne andava in silenzio come era arrivato. Esitava un istante sulla porta, guardava Christine e diceva “bye” così seriamente da darle l’impressione che non sarebbe tornato. C’era sempre qualcosa a ricordarle che in fondo anche l’imperatore, come tutti i cinesi, era intimamente legato alla tradizione. Il suo cognome, Wang, che significa “Re”; il Buddha di giada verde appeso al collo fin dalla nascita, che non toglieva mai.
            Giorno e notte, Robert sembrava animato da due personalità sempre in lotta fra loro. Come quando, una sera limpida e piena di stelle, erano rientrati di corsa nel dormitorio. La strada era deserta e a Christine sembrava di vivere in un film. I soldati ai posti di blocco che salutano seri e controllano, prima di aprire il cancello, che tutto sia in regola, li avevano fermati: nel dormitorio degli stranieri, possono entrare solo gli stranieri. “Tu sei cinese”. Robert aveva dovuto mostrare la carta d’identità, statunitense, e solo dopo una lunga ispezione i guardiani avevano aperto. Un’altra sera, lui aveva sorpreso Christine mentre tentava di decifrare l’etichetta di uno shampoo. “Te la leggo io”. Ma non ricordava alcuni caratteri e, imbarazzato, aveva iniziato a sfogliare nervosamente il vocabolario.
            E un giorno, prima della Festa della Repubblica, quando è tradizione fare una gita con gli amici, le aveva chiesto con chi avesse scalato la Montagna della fragranza profumata. “Con Wu Wenling”. “E chi è?” “Quel cinese che abbiamo conosciuto a lezione!”. “Quale cinese? Siamo tutti cinesi a lezione, anche io!” E aveva iniziato a ridere con quel sorriso aperto, da americano, battendo la testa sul muro per scherzo e ridendo, ridendo, ridendo. Alla fine si era voltato: “Voi due soli?” e aveva cambiato di colpo espressione. Per la prima volta Christine aveva capito che un ragazzo così bello e apparentemente libero viveva in realtà in un paradiso carico di conflitti.
            La doppia anima dell’imperatore cresceva in equilibrio instabile, come Pechino, la sua città, dove grattacieli avveniristici, simbolo del benessere, spuntano ogni giorno accanto alle casette degli hutong, i vecchi quartieri della capitale. L’imperatore, il figlio viziato della Cina che cambia, si nutriva delle contraddizioni che lo rendevano spavaldo, moderno, e allo stesso tempo delicato e impalpabile come la cultura millenaria cinese.
            Spesso cambiava stato d’animo all’improvviso e involontariamente, come travolto dalla corrente di modernità  che investe la Cina senza riuscire a soffocarne la tradizione. Per questo rispondeva ostinatamente in inglese alla madre che gli parlava in cinese, ma non osava contraddirla, e ascoltava fino all’ultima parola le sue continue telefonate. Anche se viveva già da solo, senza orari né obblighi, diversamente dai suoi coetanei, aveva stampato dentro di sé, come un’effigie, il codice della pietà filiale. Sapeva di appartenere all’elite di rampolli della nuova borghesia educati all’estero, la futura classe dirigente della Cina. Lo sapeva quando sfidava, al videogioco di guerra, il suo migliore amico Daniel. Combattevano concentratissimi, ognuno nel proprio stile; Daniel, capelli biondi e occhi azzurri,  nervoso e teso verso il computer, masticando una gomma e muovendosi a scatti. Robert impassibile e lucido, seduto comodamente sul letto, immobile con lo sguardo fisso sullo schermo. Intimamente conosceva il prezzo della sua libertà: sapeva che un giorno, di fronte a battaglie più difficili, avrebbe dovuto reagire con la stessa freddezza e impassibilità, da sempre le armi vincenti della strategia cinese. Anche nel campo dei sentimenti.
            Così la storia con Christine era continuata fino alla notte in cui l’imperatore arrivò di fretta, con una giacca sportiva, i capelli non perfettamente ingellati come al solito, inquieto come se qualcuno lo seguisse. Fuori tirava vento e nell’aria c’erano i primi piumini di primavera. “Stasera torno a casa”, le disse, per la prima volta con tono imbarazzato, come se fosse un addio.  Ma poi la baciò. “I miei sono in Giappone”. La invitò nell’appartamento e la fece accomodare, come sempre, sul cuscino di seta. Alle prime luci dell’alba, parlarono di ideali, di culture, di libertà, della Cina che cambia. Le confidò di essere confuso, di non sentirsi a proprio agio nel suo Paese, né compreso a fondo dai “troppo superficiali amici occidentali”. Parlava scuotendo la testa. “E poi, mia madre vuole che io sposi una ragazza cinese…”.
            Nel salotto, ci sono fiori colorati, tre televisori con megaschermo e un mobile intarsiato pieno di bottiglie di vini italiani e francesi, e di liquori dai nomi esotici. In una foto, in bianco e nero, una giovane sorride nel giorno del suo matrimonio. Ha i capelli raccolti all’indietro e indossa il qipao - vestito tradizionale cinese. Lo sposo è di spalle e la guarda. “Sono i miei genitori”. L’imperatore si è laureato, lavora per una multinazionale e mostra per la prima volta la sua stanza a Qingxue, una giovane cinese figlia di amici. Il suono del pianoforte ricorda salotti oltremare. “Un giorno faremo un viaggio negli Stati Uniti, dove sono cresciuto. Ma i miei desiderano che prima ci sposiamo”. Solo ora può prenderle la mano, non aveva mai osato prima.


* Dice di sé:
Marzia De Giuli. 28 anni, laureata in Lingue e Civiltà Orientali a Venezia. Sulla Cina c’è moltissimo da dire, da scoprire, da raccontare. Ha vissuto quattro anni a Pechino, Shanghai e Hong Kong, dove ha avviato e coordinato progetti editoriali e collaborato con diverse testate italiane – Libero, Geo, Internazionale. Parla e legge correntemente il mandarino e conosce bene la cultura cinese: le sue carte vincenti. La Cina è come un adolescente, cresce rapidamente, in modo improvviso e irrazionale. Per capirla a fondo servono tempo, pazienza e profonda vicinanza. Se si comprende il popolo cinese, non si può che amarlo.

L'UDO ZÙBEK

Se i sentimenti umani fossero così chiari come è chiaro il giorno pieno di sole e così scuro come è scura la notte senza luna, sarebbe facile determinare, subito e per certo, quali siano buoni e quali cattivi. Ma come determinare sicuramente un sentimento che si trova in mezzo a due estremità e che ci sembra, per un attimo, chiaro come gli occhi di un bambino innocente e, dopo un attimo, scuro come lo sguardo dell'assassino?

(da La sorgente nascosta)