INTERVISTE
BERNARDO
BERTOLUCCI
Massimo
Cotto *
Roma, 2003
Nel ‘68 lei girava “Partner”, da
“Il Sosia” di Dostoevskij. Da Parigi arrivavano notizie.
A Valle Giulia vi furono scontri fra i poliziotti
e gli studenti di architettura, con appendice controversa
la famigerata poesia di Pasolini a favore delle forze
dell’ordine.
Che Sessantotto fu quel ‘68?
“Il ‘68 fu
la massima espressione degli anni Sessanta, che non
cominciarono il primo gennaio 1960 ma, simbolicamente,
con le morti di Marilyn Monroe e John Fitzgerald Kennedy,
per terminare ben oltre il tramonto del decennio,
nel 1978, con l’uccisione di Aldo Moro. Fu lì che si capì che il sogno era finito. I Sessanta
furono scoperta e utopia, meraviglia continua per
chi era giovane allora. Si andava a dormire sapendo
che ci saremmo svegliati non l’indomani ma nel futuro.
Il futuro è una sensazione, un concetto, una proiezione
che oggi manca, come fosse stata rubata. Il futuro,
per noi, era credere di poter cambiare il mondo, alimentati
dalla fantasia e dalle pulsioni del vivere guardando
non solo al nostro fianco, ma avanti”.
Perché ha capovolto il finale di
“The Holy Innocents” di Gilbert Adair, il romanzo
da cui ha tratto “The Dreamers?” Là Matthew moriva,
diventando la statua di se stesso nel tentativo di
soccorrere gli amici; qui Matthew lascia le barricate
e torna sui suoi passi.
“Non esiste ricordo di un morto
durante gli accadimenti del Maggio parigino. Capisco
la licenza poetica del romanzo, ma nel film ho voluto
prendere le distanze dalla finzione. Quando i due
ragazzi lasciano la stanza ed entrano nella realtà,
nella vita e diciamo pure nella Storia, avviene quel
confronto che è stato rimandato a lungo tra Matthew
e Théo, i due ragazzi persi dietro a Isabelle. Chi
ha vissuto quegli anni ricorda bene come i giovani
hippie americani fossero apostoli della non violenza
e ha stampati nella memoria, attraverso le nostre
televisioni in bianco e nero, le cartoline precetto
bruciate in mille falò al confine fra Canada e Stati
Uniti. Non potevo ammazzare uno di loro”.
È stato difficile spiegare ai tre
attori che cos’erano gli anni Sessanta? La bellezza
del film giace anche nel confronto fra due generazioni,
quella reale degli attori e quella dei personaggi
che interpretavano.
“Non mi interessava illustrare,
ricostruire. Ogni volta che ho realizzato film di
ambientazione storica, ho sempre pensato fosse giusto
mantenere aperto il contatto con il presente, con
i giorni delle riprese. Lei ha usato una parola molto
giusta: confronto. I tre ragazzi si confrontano. Ho
mostrato loro molto materiale d’archivio sul Maggio,
ma al di là di alcuni frammenti – Matthew e Isabelle
che, fermi davanti a una vetrina, vedono scorrere
immagini in bianco e nero – ho evitato la riproposta
filologica, il documento. Non ho chiesto loro la postura
e la fisicità degli anni Sessanta, non volevo camminassero
come si faceva allora. No. Volevo proiettare la realtà
di tre ragazzi di oggi in un momento magico di ieri,
mantenendo un invisibile scollamento”.
Immagino lei avesse un’idea chiara
del film prima di girarlo. Il film che è uscito nelle
sale è lo stesso che lei aveva in mente o la storia
e i personaggi sono scivolati lungo strade loro?
“Capita sempre, in tutti i miei
film. La sceneggiatura è solo una piattaforma di lancio.
Esistesse un controllore costretto a bacchettarmi a ogni cambio di passo, avrebbe
molto lavoro. La libertà del regista è un dono dell’arte.
Mi eccita cogliere al volo le occasioni che un volto,
un corpo, una nuova cadenza imprimono alla mia idea.
Sangue e carne valgono mille storie sulla carta. Molti
anni fa incontrai Jean Renoir a Los Angeles. Stavo
allestendo il cast per “Novecento”. Pochi giorni dopo
avrei incontrato De Niro e Depardieu, all’epoca poco
più che sconosciuti. Furono loro, indirettamente,
a farmi capire che la realtà è davanti alla macchina
da presa, non nella sceneggiatura, che è sempre dietro.
Un regista dev’essere servitore della realtà, non
di un’idea, per quanto suadente e meravigliosa”.
Dietro al trio Matthew-Isabelle-Théo
sembrano nascondersi altri terzetti: quello di “Gioventù
Bruciata”, quello di “Jules e Jim”. La differenza
è che, in “The Dreamers”, esiste una causa per cui
ribellarsi?
“Assolutamente sì. Il film di Nicholas
Ray fotografava una realtà che ancora non contemplava
l’energia del ‘68. La causa esisteva, ma non era ancora
stata compresa, nemmeno dai ribelli, che sapevano
solo di dover reagire allo stato delle cose, all’immobilità
del precostituito. Era, il loro, un malessere esistenziale,
non sociale e politico. Ha ragione anche riguardo
“Jules e Jim”, ma è stato un prodotto dell’inconscio.
Solo a riprese iniziate mi sono
accorto che i tre ragazzi che avevo scelto erano fisicamente
molto simili ai tre attori del film di Truffaut, uno
dei più straordinari ménage à trois della storia
del cinema”.
Se nel ‘68 lei avesse pensato al
2003, lo avrebbe immaginato com’è ora?
“Proprio
no. Se ripenso a quello che io pensavo fosse il futuro,
mi sento ingenuo, forse ridicolo. Ma quelli erano
i tempi, quelli eravamo noi. Quando qualcuno, con
foga revisionistica, mi ha rimproverato di aver idealizzato
un fallimento, ho replicato che si trattava di errore
storico e di potente ingiustizia. Il ‘68 non è stato
un fallimento. Il nostro modo di porci oggi agli altri,
la condizione della donna, i diritti delle minoranze
sono stati conquistati nel ‘68. Il modello di vita
di oggi fu disegnato allora. Chi non c’era deve capire,
chi c’era deve ricordare”.
La scoperta della sessualità è
anche scoperta della libertà dove ogni cosa è concessa,
anche l’incesto?
“Sì. Si leggeva Marcuse, soprattutto
“Eros e Civiltà”. Non eravamo in pochi a pensare che
il sesso potesse essere rivoluzionario”.
Mi ha stupito che alcuni critici
abbiano accostato “The Dreamers” a “Ultimo Tango a
Parigi”, dove aleggiava un continuo senso di morte.
“Giustissimo. “Ultimo Tango”
fu girato solamente quattro anni dopo il ‘68,
nel ‘72, ma era già tutto cambiato. In comune hanno
soltanto Parigi e l’erotismo come finestra attraverso
cui guardare il mondo. La differenza è enorme. Il
film con Brando è Eros e Thanatos, una danza di morte;
“The Dreamers” è iniziazione alla vita”.
La pietra che, scagliata dai manifestanti,
entra dalla finestra e distoglie Isa dai propositi
di suicidio è metafora della realtà che entra e sveglia
dal sogno?
“Lo è. È il pavé, quasi un oggetto
simbolico del Maggio. Si facevano le barricate, con
quelle pietre. C’era anche un bellissimo slogan: “Sous
le pavé, la plage”, sotto il pavé, la spiaggia. Che
belli, gli slogan di allora: “Siate realisti, domandate
l’impossibile”, “Proibito proibire”. Il gusto del
paradosso è insito nella cultura francese. La pietra
interrompe l’attrazione tragica di Isa per la morte
e rompe il sogno. Quando Théo le domanda che cosa
accade, lei dice: “La strada è entrata nella camera”.
E, di fronte al richiamo della strada, sono pronti
a perdersi tra loro e poi ritrovarsi nella Storia”.
Parliamo della colonna sonora.
Perché Charles Trenet e Edith Piaf e non un maledetto
come Léo Ferré?
“Frequentavo
molto Parigi, che mi aveva adottato, mentre il cinema
italiano mi ignorava. I critici avevano apprezzato
molto “Prima della Rivoluzione”. I giovani riscoprivano
Trenet e Piaf, mentre Ferrè era un contemporaneo. E io, di
contemporaneo, ho usato l’America di un altro sogno,
quello di Woodstock. Poi, mi piaceva che i due gemelli,
così crudeli verso i loro genitori, stendessero un
immaginario ponte tra passato e presente, con la chanson
di Francia. E quel titolo, “Je ne Regrette Rien”,
è come se lo pronunciassi io: non rimpiango nulla,
di quegli anni e nemmeno degli anni a venire”.
Con quale musica è cresciuto?
“Con una piccola collezione di
78 giri. Vivevo a cinque chilometri da Parma, con
i miei genitori, mio fratello e il nonno. Mi sono
nutrito del jazz degli anni Trenta, per poi passare,
negli anni Sessanta, a un altro jazz, quello di Miles
Davis, Coltrane e Monk. Ho amato anche il melodramma.
Ricordo uno dei miei primi amori, naturalmente infelice,
che rivivevo con il commento sonoro del “Ballo in
Maschera” o del “Trovatore”. Senza dimenticare il
rock”.
Lei ha detto che una delle ragioni
per cui la Storia si ripete è che chi ha vent’anni
tende, per fattori anche ormonali, a ostentare posizioni
estreme. A vent’anni non esiste la mediazione, solo
l’assoluto.
“Pensi ai fatti di piazza Tien
an Men. Per un mese, gli studenti cinesi hanno occupato,
attirando l’attenzione dei media nel mondo, senza
essere fermati dalla polizia né dal governo. Alla
fine, il segretario del partito comunista cinese li
raggiunse in piazza, il giorno prima del massacro.
Lo vidi in televisione, con le lacrime agli occhi,
scongiurare i ragazzi di abbandonare la piazza. Diceva:
“Avete vinto, andatevene. Io domani non riuscirò a
fermare l’esercito. Le cose mi stanno sfuggendo di
mano”. Non lo ascoltarono. A vent’anni non capisci.
Gli ormoni non dormono mai e conducono a sublimi,
ma terribili errori”.
Bertolucci, lei crede nel destino?
“Non più. Seguo il buddhismo tibetano.
Il destino è la sceneggiatura della nostra vita che
ci scriviamo da soli”.
Non un film sul Sessantotto ma
un film nel Sessantotto. Non un film sulla musica,
ma che musica i nostri sogni. Gli anni di “The Dreamers”
sono irripetibili o capiterà di sognare gli stessi
sogni?
“Il film ha anche questa funzione:
invitare, quasi incitare al sogno. I ragazzi di Seattle,
i no global e poi i nu global sono la prova che il
sogno non è finito, che si può rifiutare la stanchezza
dei politici della sinistra di oggi. Penso al grido
lacerante di Nanni Moretti. Sembrava perdersi nel
deserto, invece è stato raccolto. Era un Moretti in
stato di grazia assoluta. Ha dato una scossa, risvegliato
le coscienze che si erano troppo rapidamente rassegnate.
La rassegnazione non fa parte del sogno. E di sogni
si può anche morire, perché i sogni sono la vita”.
Pubblichiamo, per gentile concessione
di Aliberti editore, l’intervista a Bernardo Bertolucci
tratta dal libro “Everybody's talking – 50 interviste
alle Leggende Rock” di Massimo Cotto, Aliberti editore
2007, pag. 528, Euro 19,00
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WILLIAM
SHAKESPEARE
Ma la
tua eterna estate non potrà mai svanire
né perdere
il possesso delle tue bellezze,
né la
Morte vantarsi di averti nell'ombra sua,
poiché
tu crescerai nel tempo in versi eterni.
Sin che
respireranno uomini, e occhi vedranno
di altrettanto
vivranno queste rime, se a te daranno vita.
(da Sonetto XVIII, I sonetti - 1609)
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