INTERVISTE
MASS
MEDIA: SPECCHIO DELLA VIOLENZA O CULTURA DEL MALE?
Viaggio
tra accusa e difesa dei mezzi di comunicazione
Rachele
Zinzocchi *
A che servono i poeti in tempo di povertà?
Così Friedrich Hölderlin, nell’elegia
Brot und Wein, rappresentava poeticamente due secoli fa l’immagine di un mondo ove
non vedeva che “povertà”: la dürftiger
Zeit, il tempo magro e scarno in cui egli e i
suoi contemporanei vivevano. Una povertà non certo
solo materiale, ma anzitutto spirituale, dominata
dal pensiero tecnologico, dallo scientismo – dalla
globalizzazione, diremmo oggi: l’epoca “della scienza
e della tecnica”, fatta d’immagini chiare e oggettive,
protagoniste della scena da sole.
Non dissimile è il contesto odierno.
Oggi più che mai viviamo l’epoca “della scienza e
della tecnica”: un tempo di smarrimento e decadenza,
da Tardo Romano Impero, innervato da uno spirito di
violenza, forse espressione geneticamente modificata
di una fantasia e un’immaginazione incapaci di muoversi
sui consueti canali espressivi, e che emergono esplodendo.
Così si va dal “giorno di ordinaria follia”, frequente
nella nostra quotidianità, alla criminalità fatta
di omicidi e stragi: una violenza vissuta spesso,
purtroppo, come normale, cui i nostri occhi sono abituati.
Anche perché i mass media rappresentano tutti i giorni
per noi questa realtà: grazie a quotidiani, riviste
e libri, ma anche e soprattutto tv, telegiornali,
programmi d’approfondimento. Senza contare i film,
le fiction, che dettagliatamente ci informano su come
certi delitti (veri o ispirati dalla fantasia) si
realizzano. E, ancora, il potenziale dominus della nostra informazione, Internet, con siti e testate giornalistiche
on line
aggiornate minuto per minuto. E, se siamo fuori, anche
i telefonini possono inviarci notizie a qualsiasi
ora. Il soggetto sa tutto, sempre. Soprattutto della
violenza che lo circonda.
Sapere troppo può far male? Può
spingere a passare dalla consapevolezza del fatto
all’istinto, più o meno inconscio, di realizzare un
giorno qualcosa di simile? L’accusa, spesso rivolta
ai mass media, è infatti quella di aver operato un
salto indebito: dal diritto di cronaca e di rappresentazione
accurata della notizia, all’incentivazione verso i
comportamenti violenti raccontati. I mass media scenderebbero
tanto precisamente nei dettagli, narrando i fatti
di sangue all’ordine del giorno, da arrivar quasi
(magari involontariamente) ad educare alla realizzazione
del crimine. “Sbattere il mostro in prima pagina”,
ricostruirne gli atti, in modo per taluni morboso,
finirebbe per trasformare il mostro in un mito, un
eroe: di cui non si narrano più i gesti, ma le
gesta da emulare.
Tale è il
potere e la colpa dei mass media? Sono i crimini a
ispirare scrittori, giornalisti, autori tv e registi
che, con i loro prodotti, si limitano a rispecchiare
la realtà, o è la comunicazione stessa oggi a ispirare
violenza? La risposta è impegnativa.
In gioco c’è la nostra libertà di giudizio:
la capacità di agire liberamente, secondo coscienza,
a prescindere dal bombardamento dei mezzi di comunicazione.
Abbiamo girato la domanda a un pool
di esperti: e i pareri sono stati tutt’altro che
univoci.
“I mass media sono più che capaci
di incidere nella realtà di oggi”, afferma Domenico
De Masi, noto sociologo e professore alla Sapienza
di Roma. “Oggi la comunicazione, con la sua forza,
rappresenta un mezzo persuasivo più che espressivo.
Altrimenti non si spenderebbero tanti soldi in pubblicità.
I mass media hanno vero potere”.
Un
potere negativo?
“Come in ogni cosa, tutto dipende
dal modo in cui un argomento viene trattato. Ma già
la parola incide moltissimo sulle coscienze. Figuriamoci
quando è accompagnata, come in tv o sul grande schermo,
dalle immagini in movimento e dalla musica”.
Una potenza persuasiva e induttiva
– del piccolo o grande schermo, ma anche dello schermo
del computer, da cui passano le immagini e i video
di Internet – ribadita anche da Maria Rita Parsi,
psicopedagogista, psicoterapeuta e scrittrice, da
sempre sensibile al tema della violenza, specie verso
le donne e i bambini. Per lei, la forza delle immagini
è un punto fermo: “Quella delle immagini è una potenza
incredibile. Un tempo solo pochi potevano accostarsi
ad esse, utilizzarle. Poi di punto in bianco, in una
decina d’anni, siamo passati all’opposto. Oggi le
immagini sono patrimonio di tutti: direi anzitutto
delle persone più pericolose, che ne conoscono bene
il potenziale, anche distruttivo. I talebani, ad esempio,
le utilizzano strumentalmente più di noi quando, con
le loro videoregistrazioni fatte anche col semplice
telefonino, fanno girare in tutto il mondo riprese
agghiaccianti. Le immagini più aberranti le abbiamo
avute da loro”.
È l’esempio
più clamoroso della potenza della comunicazione, anche
nell’ispirare violenza?
“Certo. Proprio da queste realtà
estreme si evince la forza e la potenziale ferocia
delle immagini: che funzionano da sole, anche senza
parole. Se su uno schermo vengono proiettate immagini
drammatiche, esse sono in grado di comunicarci sensazioni
ancora più drammatiche, innestando in noi tendenze
comportamentali potenzialmente feroci”.
La
tv ha una responsabilità particolare?
“La tv è penetrata in maniera capillare
nella nostra società: ma il problema sta nel potenziale
delle immagini come tali. Con la loro intrinseca forza
comunicativa, possono ispirare in chi guarda lo stesso
istinto criminale che rappresentano. Pensiamo al web,
al fenomeno YouTube,
a tutti i siti che in questi mesi hanno proiettato
video choc: di handicappati picchiati, di studenti
che allungavano le mani su professoresse. Queste immagini
bastano da sole a colpire chiunque, ed essere bombardati
da tante rappresentazioni violente finisce con il
farle apparire come fatti qualunque, facendo cadere
infiniti tabù. I ragazzi che crescono con una simile
educazione possono pensare che certe violenze facciano
davvero parte della normalità quotidiana. I giovani
poi sono ben più abituati di noi al mondo virtuale.
Usano le nuove tecnologie come un’appendice del loro
braccio, e la loro mente funziona per immagini: istantanee
e frammenti che ritraggono realtà sempre eclatanti
– da successo e soldi facili, a scandali, delitti.
Da qui possono trarre l’idea di un quotidiano fittizio,
da fabbricare per eccessi: fatto di visibilità e affermazione,
di gesti sopra le righe, potenzialmente dannosi”.
Quale
sarebbe la soluzione?
“Dobbiamo
imparare a capire come ragionano i ragazzi, il danno
che un certo mondo può creare su di loro: superando
il gap generazionale per cui i vecchi, meno abituati alla tecnologia,
non hanno idea del potere delle immagini. Si deve
cercare di mitigarne la ferocia: con un’educazione
al loro uso, un’alfabetizzazione tecnologica. È la
formazione dei formatori. Gli operatori della comunicazione
vanno sensibilizzati e preparati, con un’attenzione
che vada aldilà di tutto”.
Diversi i presupposti di colui
che, proprio con un’immagine choc, fece parlare a
lungo l’Italia: Luigi Bacialli, direttore di “Canale
Italia” e già direttore de “Il Gazzettino”, ove poco più di un anno
fa scelse di pubblicare la foto di Hevan, il “bambino
mai nato”, il feto – vestito come un bimbo vero -
che portava in grembo Jennifer Zacconi, massacrata
dal fidanzato Lucio Niero quando, di lì a pochi giorni,
avrebbe dato alla luce il piccolo. La foto fu pubblicata
su esplicita richiesta della madre di Jennifer, Annamaria
Giannone, per dimostrare come l’uomo le avesse strappato
non una vita sola, ma due. Si scatenò un polverone.
Chi rivendicava il diritto di cronaca e il motivo
giudiziario alla base del gesto; chi accusava di morbosità,
inutile e dannosa.
Difende
ancora la sua scelta?
“Certo. Direi anzi che quello è
l’esempio di come i media dovrebbero comportarsi sempre
di fronte a una notizia cruda, grave: noi trattammo
la cosa in un modo che non poteva turbare nessuno.
La foto era tenerissima, oltre che motivata da una
precisa esigenza. Gestimmo tutto con delicatezza estrema:
venendo incontro alle richieste della madre di Jennifer,
senza recare offesa ad alcuno né creare alcun danno.
Lo stesso principio va seguito in generale. Il diritto
di cronaca è inalienabile: per mestiere abbiamo il
dovere di raccontare ciò che accade, per filo e per
segno, senza omissioni e senza guardare in faccia
nessuno. Ma fondamentale è sempre il modo con cui
la notizia è affrontata. Dobbiamo rispettare il diritto
di chi legge o guarda a non venire molestato con un
eccesso di dettagli, un’informazione strillata o esagerata:
mai infierire sulla sensibilità del pubblico. Le notizie
che diffondiamo hanno un impatto fortissimo: ma, se
si lavora con attenzione nei toni e nei modi, tutto
si può fare, tutto è informazione. Con la giusta misura,
tutto è pubblicabile”.
Analoga la linea di Pino Belleri,
direttore del settimanale “Oggi”,
che di recente dal suo editoriale ha detto la sua
sui processi fatti a “noi giornalisti, sia della carta
stampata sia della Tv, accusati di spettacolarizzare
senza ritegno i grandi casi di cronaca (da Cogne a
Vallettopoli), di rimestare nel sangue e nella vita
di chi è coinvolto e nella morbosità del pubblico
per qualche copia e qualche punto di share in più”.
Chiara la sua posizione: “So che occorre stare attenti,
rispettare i bambini, avendo temperanza nel trattare
certi argomenti. Ma so anche che è difficile resistere
alla tentazione di mettere Annamaria Franzoni in copertina:
il fatto di Cogne è unico, ha segnato uno spartiacque
storico. Dopo è venuta la strage di Erba: ora anche
con Rignano sarà lo stesso”.
I
media hanno dunque responsabilità?
“Attenzione. Se da parte nostra
ci vuole continenza, dall’altro occorre anche ricordare
che a darci le notizie – e con una velocità impressionante
- sono gli altri. Noi giornalisti non facciamo tutto
da soli: se, come nel caso Rignano, neanche c’era
stato il tempo di chiudere la seduta con gli interrogatori
delle bambine che subito gli avvocati avevano già
detto di tutto e di più, è chiaro che poi noi scriviamo.
Le responsabilità, insomma, sono di qualcun altro:
solo in parte possono attribuirsi alla stampa. L’avv.
Taormina, per esempio: io non ho nulla contro di lui
ma, guarda caso, dopo aver lasciato Cogne ora ha iniziato
a seguire il caso Rignano. Smania per fare il protagonista:
basterebbe lui per diffondere le notizie. La cronaca
nera attira: ma c’è anche un bel po’ di snobismo in
chi fa queste critiche. Poi, come si dice per la tv,
esiste il telecomando: si può usare e cambiare, se
si ritiene dannoso o non piacevole ciò che si vede
o si legge”.
“Sono i media che vanno alla ricerca
della notizia negativa, mai di quella positiva”, afferma
invece l’avvocato Maurizio Paniz, onorevole di Forza
Italia e legale dell’ingegner Zornitta, in passato
al centro del caso “Unabomber”. “È la cronaca nera
che si cerca: e i mezzi di comunicazione esercitano
un grande condizionamento. La società è molto più
sana di quanto non venga presentata, ma la sua bellezza
non è mai messa in evidenza: non sarebbe messaggio
mediatico abbastanza d’impatto”.
Anche nel mondo politico, però,
i pareri non sono concordi. A liberare i mezzi di
comunicazione da colpe e responsabilità è, anzitutto,
l’On. Daniela Santanchè: “L’informazione non enfatizza.
Il vero problema siamo noi. Ci stiamo trasformando
in struzzi che non vogliono vedere la realtà. Un tempo
avevamo una tensione ideologica che rappresentava
le nostre scelte di comportamento. Oggi non c’è alcuna
tensione etica. Ci siamo abituati a tutto: a violenze,
atti criminali più o meno piccoli, come il racket
dell’elemosina ai semafori, o anche solo una signora
benvestita che butta il pacchetto delle sigarette
per terra. Ma questo degrado generazionale facilita
l’accesso ad atti molto più gravi, ritenendoli magari
normali”.
La
violenza sta dunque anzitutto nella società come tale?
“Sì, e la colpa è nostra: mia e
di tutti noi, di tutte le madri o i genitori che non
educhiamo bene i nostri figli a una crescita sana.
Io, nel mio piccolo, cerco di avere coraggio, di portare
avanti le mie battaglie. Ma forse non sappiamo più
educare come dovremmo”.
Non troppo distante l’On. Publio
Fiori, leader di Rifondazione Democristiana: “Lo Stato
ha rinunciato al principio di legalità. C’è il delitto
e non c’è più il castigo”, afferma. “È vero che la
tv è divenuta modello di sviluppo e di vita, con un
Corona che fa scuola e rende eroi quelli come lui.
Ma attribuire la colpa di tutto ai mass media è fuori
luogo. Il vero problema sta nel nichilismo della nostra
epoca, nella politica che non ha più riferimenti morali.
Certo, talora i mezzi di comunicazione sono al servizio
della politica, delle grandi centrali finanziarie.
Ma il problema è altrove”.
Diversa la visione di Rita Bernardini,
Segretaria di Radicali Italiani:“Penso che ognuno
di noi abbia più o meno coscienza della parte di violenza
che ci abita. Ci facciamo i conti ogni giorno cercando
di convertirla da energia distruttiva e/o autodistruttiva
a forza positiva e di crescita umana. È indubbio però
che qualcosa ci sfugga, o perché non la riconosciamo
come negativa o perché non riusciamo a dominarla.
È così che consumiamo i nostri piccoli (ahinoi, a
volte grandi!) atti di violenza quotidiana. Ciò che
offende e che trovo estremamente pericoloso in buona
parte di ciò che viene trasmesso dai mass media non
è la rappresentazione o la documentazione della violenza
che c’è, che esiste, ma la superficialità con la quale
si affrontano i fatti della vita, spesso impartendo
lezioncine di morale che lasciano indifferenti gli
spettatori.
Non mirando alle immense capacità
umane, alla curiosità e alla voglia di conoscenza,
al bisogno di ricerca che è connaturato con l’essere
umano, si finisce per assecondare o passività e pigrizia
o aggressività fine a se stessa. D’altra parte”, continua
“cosa ci può aspettare da mass media pubblici (o parapubblici
con proventi privati) che nel 2007 sono ancora lottizzati
da partiti (e sindacati) che perdendo ogni giorno
di più consenso sociale cercano di distrarre il pubblico
con banalità, superstizioni, dosi massicce di confessionalismo?
Nonostante ciò, sono molto ottimista per il futuro.
I vecchi modi di fare comunicazione di potere saranno
presto soppiantati dalla libertà che offre il mezzo
Internet: libertà di ricerca, di conoscenza, di crescita
umana che si realizza ogni volta che si accetta e
governa il conflitto, l'asimmetria, la dissonanza,
la diversità”.
E i pareri dal mondo dello spettacolo?
Anche in questo caso, sfaccettati.
“I media hanno una loro responsabilità”, afferma Irene
Pivetti, già conduttrice di “Tempi
moderni” su Rete 4. “Scelgono bene cosa raccontare
e plasmano la notizia. Perciò serve una deontologia
che eviti la morbosità, per rispetto dei minori. Ma
non dobbiamo scandalizzarci se la tv, che deve fare
i conti coi grandi numeri, è più sensibile alla “spettacolarizzazione”.
E comunque non è la tv il primo responsabile. Può
ispessire la nostra pelle, ma ad istigare alla violenza
è la degenerazione presente nel nostro mondo: un diffuso
senso di inadeguatezza, l’idea che per forza si debba
essere vincenti, di successo, che per essere qualcuno
nella vita si debba fare i gradassi il sabato notte
con la macchina. Di questo i media non hanno colpa”.
Vicina Dalila Di Lazzaro: “Il crimine
rappresentato in tv può costituire un imprinting negativo.
Fiction, film o anche programmi lo rendono popolare:
sino quasi a farlo diventare un atto comune. Ciò è
gravissimo: può costituire una spinta alla violenza.
Ma la radice della criminalità sta nel nostro sistema
giudiziario. Da noi non c’è giustizia: se commetti
un crimine, il giorno dopo vieni liberato. Se vi fosse
reale certezza della pena – con leggi vere, senza
condoni - allora sì che i criminali si metterebbero
paura, e forse la violenza diminuirebbe. Uno Stato
severo dovrebbe proteggerci”.
Pupi Avati ricorda: “Fino a qualche
decennio fa, il cinema ha inciso sul vivere sociale,
ma si trattava di un’incidenza anche in positivo.
Per quei tempi, qualche responsabilità – nel male,
ma anche nel bene – si può attribuire al grande schermo.
Ultimamente però il cinema è diventato elitario: ha
perso ogni ascendente e non influisce sulle coscienze”.
E il piccolo schermo?
Ne parla Paola Gassman, figlia
del celebre Vittorio, attrice e scrittrice: “La violenza
esiste, forse predomina sugli aspetti positivi della
realtà. Ma sembra quasi che i mezzi di comunicazione
provino un sottile piacere nel fare emergere proprio
questa violenza. E il rischio è di fomentare certi
istinti”.
Più deciso contro tv e mass media
è Claudio Martelli: “L’influenza della comunicazione
sulla violenza nella società c’è eccome. Il cinema
americano è quello che più ha rappresentato la violenza:
dalla “ordinaria follia” dell’uomo comune alla violenza
sulle donne. Un Quentin Tarantino, apogeo di questa
tendenza, si difende dicendo di limitarsi a rappresentare
la violenza già presente nella realtà: la stessa giustificazione
rivendicata oggi da tanti giornalisti e conduttori
che danno spazio alla violenza. Ma al fondo c’è una
grande ipocrisia. È inutile far finta di occuparsi
dei fatti di violenza per un dovere di informazione,
o perché si deve dar voce a tutti gli aspetti della
realtà. La violenza è merce che in tv si vende bene:
carpisce come il sesso. Si tratta di istinti primordiali,
crudi, che fanno parte della mente umana: perciò attraggono.
La letteratura che tira di più
è quella giallistica, criminale. Da qui una speculazione
diffusa che arriva a mettere in scena, come in una
fiction, gli atti di violenza, gli assassini, leggendo
e sceneggiando persino i verbali della polizia: come
è accaduto con Cogne o la strage di Erba. Senza contare
lo spettacolo offerto dai tg, pieni di violenza mostrata
in primo piano. Molti si difendono proprio dicendo
che i telegiornali per primi mostrano fatti criminosi
a qualsiasi ora: che è la realtà che offre violenza.
Ma è davvero utile metterla in scena, aggiungerci
poi elementi di morbosità acuta, quasi malata? Non
credo proprio. Si può tranquillamente farne a meno,
attraverso un sano autocontrollo”.
I
mass media possono dunque essere pericolosi?
“Sì, soprattutto quando si rischia
di andare a colpire le menti di bambini e adolescenti,
che hanno meno strumenti di auto-tutela. Qui lo scandalo
si fa grave. I giovani hanno meno marcato il senso
del limite. Dinanzi a certe rappresentazioni, possono
superare facilmente il limite. Vogliono sperimentare
e sperimentarsi: e sono attratti da quanto viene loro
mostrato. Perciò non possiamo stupirci se poi accadono
fenomeni come il bullismo nelle scuole, gli eccessi
tra gli ultras del calcio. Ci vorrebbe più disciplina:
dal latino discere,
imparare a rispettare le regole”.
La nostra ricerca non sembra far
emergere una risposta predominante. E i media restano
in bilico, sul banco degli imputati. “D’altronde la
questione è vecchia come il mondo”, commenta Paolo
Graldi, già direttore de Il
Messaggero. “Sta nella letteratura di tutti i
tempi. Persino la Divina Commedia ci racconta che
il mondo è cattivo: rappresenta la società dell’epoca.
Oggi i media sono specchio della violenza o la ispirano?
Se l’intento è malevolo, compiaciuto, si rischia che
la rappresentazione si trasformi in un modello negativo
da emulare. Altrimenti, se l’intento è finalizzato
a indicare un pericolo, può essere utile. La responsabilità
del giornalista consiste nell’avere caratura culturale,
nell’essere critico e documentato nel rappresentare
il male. Così potrà fare un buon uso dello strumento
che ha in mano, con misura e competenza, maneggiando
con delicatezza la sensibile materia da affrontare.
Noi infatti lanciamo messaggi, ma non sappiamo chi
li riceve dall’altra parte, né l’effetto che possono
produrre”.
Oggi
i mass media tendono a ispirare violenza?
“Gli strumenti in nostro possesso
non sempre vengono usati bene. Internet, per esempio,
spesso è al servizio di fini addirittura criminali,
come la pedofilia. Il crimine è già un male endemico:
ma l’uomo è attratto da ciò che è male, e la rappresentazione
della trasgressione può attirarlo in modo morboso.
Perciò la stampa non deve farsi guidare da un malinteso
senso di libertà: occorrono regole, per adeguarsi
a questo tumultuoso cambio del pianeta”.
Pessimista un emerito rappresentante
dei diritti dei cittadini, l’avv. Carlo Rienzi, presidente
del Codacons: “I media vanno sempre alla ricerca della
notizia estremizzata, di uno spunto che faccia clamore.
Sembrano godere quando possono dire che tutti sono
stati in silenzio dinanzi a una ragazza stuprata.
È terrificante che il giornalista chieda subito dov’è
la notizia, se si possa spingere un po’ su certi aspetti”.
Incalza Gigi Vesigna, illustre
firma di “Famiglia
Cristiana”. “Stanno tutti esagerando. Non dico
che certe notizie non vadano date: sarebbe una prospettiva
quasi fascista, ingiusta. Ma taluni soffrono di un
inconscio senso di protagonismo, privo di un solido
pensiero etico: dare a loro tanta pubblicità di fatti
di sangue, come i sassi lanciati dal cavalcavia, gli
stupri, la violenza nelle scuole, può essere dannoso.
I media dovrebbero piuttosto educare, senza dare questi
esempi. Vale anche per i telegiornali. Ce ne sono
un paio che hanno due filoni: il gossip esasperato
e l’esibizione del dolore. Non c’è morto ammazzato
per cui non si corra subito a prendere le prime dichiarazioni
dei parenti. È un modo per sbattere il mostro in prima
pagina. Il caso Corona, seppur si tratti di ben altra
vicenda, lo dimostra. Non è un crimine, ma c’è una
specie di elegia quando si parla di lui. Così diventa
facilmente il modello da emulare”.
L’accusa verso i mass media, dunque,
è sempre presente: nel mirino, anche i telegiornali.
Come si è visto, non mancano però i difensori. E,
quasi a sorpresa, a togliere almeno in parte qualche
responsabilità ai mezzi di comunicazione è Antonio
Marziale, presidente dell’Osservatorio sui diritti
dei minori che pur tante volte ha stigmatizzato la
tv e certi suoi messaggi. “I mass media si limitano
a rappresentare la realtà, fanno cronaca”, dice. “Nessuna
imputazione preventiva deve essere mossa verso di
loro. È vero che oggi le immagini hanno una forza
particolare e sono facilissime da realizzare: basta
un videofonino per riprendere tutto. La cronaca è
sempre più videocronaca, i mass media audiovisivi,
al punto che per molti un caso come l’impiccagione
di Saddam, se non fosse stata ripresa dalle immagini,
quasi non sarebbe esistita. Dalla violenza rappresentata
nella sua crudezza si può, talora, arrivare
anche a forme di voyeurismo, con immagini che
spaventano, incutono ansia, hanno effetti emotivi forti:
come la metabolizzazione e normalizzazione della violenza
stessa, un’anestesia nell’elaborazione del dolore,
con conseguenze gravi per le menti fragili e possibile
spinta all’emulazione. È già successo con fatti di
sangue come Cogne o Novi Ligure: danno l’avvio a fenomeni
di emulazione, che poi si smorzano con lo smorzarsi
della attenzione dei media”. Detto questo, però, “un
simile fenomeno riguarda solo una piccola parte di
persone e di pubblico. Non bisogna fare di ogni erba
un fascio. La violenza c’è nella società, prima di
tutto”. Ma anche in questo caso, non manca l’attacco:
“Semmai qualche responsabilità diamola non tanto ai
reality o alla cosiddetta tv trash, bensì ai tg, in
onda in fascia protetta. Molti videogiornalisti sono
andati oltre i loro limiti. Ricordiamo una sentenza
della Cassazione: il diritto della tutela del minore
viene prima del diritto di cronaca”.
* Dice di sé:
Rachele
Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita ma
romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica
alla Scuola Normale Superiore di Pisa - sulla metafisica
e la finitezza umana - e un amore ancora oggi viscerale
per ciò che significa “pensare”: oltre che per la
possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio
di libertà nella comunicazione, è stata folgorata
sulla via di Damasco da una grazia divina.
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MICHAEL
ENDE
“Tutto ciò che accade, tu lo scrivi”, disse. “Tutto ciò che io
scrivo accade”, fu la risposta.
(da La storia infinita,
1979)
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