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MARIO TOBINO, IL RICORDO DI UN INCONTRO

Abituati a definire migliore o peggiore un libro, ci si dimentica che lo stile di uno scrittore è un fatto complesso

Ottavio Rossani *

Ho incontrato Mario Tobino per caso, un giorno del lontano 1988. Era settembre, e a Montalcino la famiglia Cinelli Colombini, a ridosso della vendemmia, celebrava i fasti della Fattoria dei Barbi e del celeberrimo Brunello (una delle bottiglie centenarie era stata aperta al Quirinale, davanti a Pertini, e all’assaggio il nettare era risultato perfettamente conservato, con grande gioia del Presidente che amava il vino buono, soprattutto quello d’annata), attribuendo come ogni anno i Premi Colombini per la letteratura e per il giornalismo.
Per la narrativa il riconoscimento quell’anno (in occasione della settima edizione) è andato appunto a Mario Tobino, per tutta la sua opera che celebra, dove più dove meno, la campagna, la vite, il vino, la Toscana (questi requisiti erano necessari per essere selezionati dalla Giuria). La mecenate che ospitava intellettuali, giornalisti, politici, operatori del mondo vitivinicolo, era Francesca Cinelli Colombini, titolare dell’azienda e presidente del Premio. Oggi lei non si occupa più della produzione. Ha lasciato tutto in mano ai figli, che si sono divisi l’azienda. Il maschio, Stefano, è rimasto alla Fattoria dei Barbi, la donna, Donatella, ha ereditato invece i poderi di Trequanda (fuori dalla zona di produzione del Brunello) che si chiamano Fattoria del Colle e ha ricevuto anche il Casato, un podere accanto alla Fattoria dei Barbi, dal quale produce un Brunello del Casato Prime Donne. Oggi quel premio non c’è più. È stato però sostituito dal Premio internazionale “Prime Donne”, di cui è presidente onorario ancora Francesca Colombini, organizzato, però, totalmente dalla figlia Benedetta Cinelli Colombini, la quale ha imparato dalla madre a fare l’imprenditrice, ma anche l’arte della promozione dei prodotti (vini, salumi, formaggi).
Quel settembre, 1988, ho avuto la fortuna di essere invitato alla tre giorni di soggiorno, degustazione e consegna dei premi, nello scenario delle cantine della Fattoria, che si snodano sotterranee per un paio di chilometri. In quell’ occasione sono stato ospitato nella foresteria, una palazzina in cui c’era un appartamento con due camere da letto e una cucina-soggiorno molto grande in mezzo, con un bel camino, all’uso delle case rustiche della campagna toscana.
E in quell’appartamento l’altro ospite era proprio lui, lo scrittore Mario Tobino. Poiché io avevo l’auto e la casa padronale distava dalla dependance due o tre chilometri, la signora Francesca mi aveva pregato di accompagnare lo scrittore, ormai anziano (allora aveva 78 anni). Perciò, non solo ho fatto la conoscenza dello scrittore, ma ne sono diventato, per tre notti, coinquilino e in pratica l’ho scarrozzato avanti e indietro dalla casa dove si svolgevano le cerimonie del Premio. Durante quei brevi viaggi, ma soprattutto durante le pause di riposo nell’appartamento, ho avuto la ventura di parlare a lungo con lui: della sua vita, delle sue opere, delle sue gioie e delle sue delusioni.
L’anno prima aveva pubblicato “Tre amici” (Mondadori): è stato l’ultimo suo libro. Ma nelle nostre conversazioni, soprattutto notturne, perché lui non riusciva a prendere sonno e passava dalla camera da letto al bagno e al soggiorno, tornava la sua avventura in Libia, le sue esperienze negli ultimi anni del fascismo, la Resistenza, il dopoguerra, la direzione del manicomio di Lucca, la famiglia, la scrittura, la buona cucina,    il buon vino, le difficoltà della vecchiaia.
Mi resta impressa nella mente la sua necessità di parlare per sconfiggere i fantasmi dell’insonnia. Non era solo la letteratura ad interessarlo, ma tutto. Raccontava episodi della sua vita, ma faceva anche molte domande. Ha voluto sapere tutto di me, della professione giornalistica, della mia famiglia, delle mie aspettative, dei libri che avevo pubblicato e di quello che stavo progettando (una biografia critica di Leonardo Sciascia, poi uscita nel 1990 con l’editore Luisé). Il risultato è stato, oltre ad un’amicizia che è durata fino alla sua morte, l’11 dicembre 1991, un articolo che ho pubblicato sul “Corriere Medico”. Lo riporto qui, con la consapevolezza che non è esaustivo né del personaggio, né dello scrittore, né dell’intensità del rapporto amichevole nato da quel primo incontro fortunoso e casuale.  

“Mario Tobino, 78 anni, scrittore. Ma, per 40 anni, psichiatra. La biografia si riduce a questo. Del resto, nella vita di altri scrittori ci sono forse meno cose. In alcuni, come per esempio Mario Soldati, ce ne sono forse troppe. Tutto questo comunque è relativo: serve per presentare una carta d’identità. Sarebbe facile ora concludere che Mario Tobino ha cominciato con le pazze e sta finendo con le sue ex-pazze, sempre nello stesso luogo, l’ex manicomio di Maggiano, sempre nelle due stanze che occupava finché ne è stato direttore. Adesso però le occupa come ospite “speciale”, perché così ha deciso il consiglio d’amministrazione quando egli è andato in pensione. È stato il modo di dirgli grazie.
Quando Tobino è lì ha diritto di vitto, alloggio, stiratura e assistenza. In questa Italia piena di contrasti e di trascuratezze verso gli anziani, il provvedimento dell’ospedale psichiatrico di Lucca resta un fatto di rilievo, di grande umanità, un segnale di gratitudine da parte di una pubblica amministrazione per un suo efficace servitore. Una prova che, se gli uomini vogliono, possono anche non dimenticare il valore e le tracce lasciati da una persona. Basti pensare che solo da poco è stata approvata per gli scrittori e gli intellettuali indigenti, ma “di grande lustro”, la cosiddetta “legge Bacchelli”, che prevede uno stipendio e un’assistenza gratuita. La legge è stata promulgata per l’autore de “Il mulino del Po” che, gravemente malato, non aveva alcuna risorsa per curarsi. Da allora hanno usufruito del beneficio scrittori come Anna Maria Ortese e Mario La Cava. Attualmente ne gode la poetessa Alda Merini (aggiornamento all’oggi dell’A.).
Mario Tobino è all’apice della sua creatività e della sua notorietà. Forse meritava anche di più sia nella storia letteraria sia nel riconoscimento umano della sua opera culturale. Comunque ha avuto molto: tutti i premi importanti in Italia. Per esempio, il premio Strega per “Il clandestino”, uno dei suoi romanzi più famosi, ma forse non il migliore. Sul piano critico c’è sempre da discutere. Abituati a definire migliore o peggiore un libro, ci si dimentica che lo stile di uno scrittore è un fatto complesso, con un prima e un dopo; che scrivere è un percorso sempre in evoluzione; che l’attività di uno scrittore cambia ogni giorno e, di conseguenza, si modifica lo spessore, l’asprezza o la dolcezza delle sue espressioni, e si distilla la sua vena inventiva. Perciò dire che “La brace dei Biassoli” è il libro più bello di Tobino è inutile, perché assolutamente soggettivo. Il lettore e il critico sono liberi di esprimere preferenze, secondo gli strumenti di valutazione di cui dispongono, ma stilare graduatorie come si fa ormai tutte le settimane è solo un gioco e non ha alcun valore sul piano critico.
Solo il tempo stabilisce quale libro ha una vitalità al di là del suo tempo di uscita. Il Machiavelli, tanto amato da Tobino, oggi è ancora venerato per “Il Principe”, le altre opere sono corollari a quell’unica grande intuizione che la politica è un ferreo teorema del potere, che ad esso tutto sacrifica e strumentalizza, primi tra tutti i sentimenti.
Tuttavia bisogna ammettere che per Mario Tobino l’età della pensione è stata una terza giovinezza, dopo la campagna di Libia e la lunga esperienza come psichiatra. E i libri che ha via via pubblicato negli ultimi dieci anni sono nitidi, efficaci, perfino più fantasiosi dei primi. Per esempio “La ladra” (1984), “Zita dei fiori (1986), “La verità viene a galla” (1987) e infine “Tre amici” (1987). Il penultimo “La verità viene a galla” sembra lo slogan conclusivo della sua carriera di psichiatra e di scrittore. Quale verità? Quella che dimostra la sua aderenza ai problemi “di testa” delle persone che vanno a curarsi (e lasciamo stare se è colpa di qualcuno o perfino di tutti; Tobino non era d’accordo sulla legge Basaglia, che nel 1980 ha chiuso i manicomi) oppure quella che dimostra come il suo raccontare entra sempre più dentro le ombre dell’anima umana. Come dire: se c’è la sostanza, prima o poi il risultato si può vedere. E nella sua vita, ospedaliera o letteraria, la sostanza c’era, c’è. Quindi il risultato, per quanto lo riguarda, si vede, eccome.
Quando ho letto alcuni anni fa “Il perduto amore” ho provato emozioni più articolate rispetto alle altre situazioni, pure drammatiche, descritte nei libri precedenti e più famosi come “Per le antiche scale” o “Le libere donne di Magliano”, libro nel quale esprime una vis polemica verso la legge 180 (detta Basaglia) che dissolvendo il sistema dei manicomi non aveva risolto il problema di dove e come curare i “malati di mente”. Un fatto gravissimo di “rimozione sociale”, dice Tobino. Ancora oggi una piaga italiana irrisolta.
E tuttavia lo psichiatra Tobino, in un modo strettamente personale, il problema l’aveva risolto: con una dedizione assoluta verso le sue pazienti, vivendo insieme con loro nello stesso luogo; scrivendone le storie nelle lunghe notti in quelle due stanzette, riuscendo così a ripercorrere, sia pure in chiave fantastica, il dilemma esistenziale di chi ragionava o non ragionava in altro modo. Un centro, quello diretto da Tobino, non come il “nido del cuculo”, reso torvamente famoso dal film con Jack Nicholson, ma una casa di ricovero per donne disadattate, che riuscivano a trovare una condizione di vita all’interno di un equilibrio architettato dalla presenza di “Mario” o di “Tubino”. Alcune di quelle ospiti sono ancora lì; egli le incontra ogni volta che va a trascorrervi qualche giorno, sempre più spesso, da quando la sua compagna è morta. La Paola prima lo aspettava nella casa di Fiesole, dove aveva apprestato uno studio per lui e dove per ore non gli rivolgeva la parola lasciandolo nel suo creativo silenzio, finché la penna non avesse sciolto il grumo di un racconto, non avesse annotato l’idea che lo incatenava da un’ora o da un giorno.
Tutto, quindi, nella vita degli uomini ha senso se è collegato alle emozioni. La storia del soldato che, finita la guerra, torna in Italia e qui perde l’amore della crocerossina-contessina, a causa delle loro differenze sociali – in Africa invece contava, durante la guerra, soltanto il contatto umano – mi ha provocato una gamma di sensazioni importanti, anche se mi rendevo conto che quella scrittura era meno raffinata, meno distillata di altre. Anche per Tobino quella storia de “Il perduto amore” è molto viva, forse più amata di tante altre: in quelle pagine c’è l’abbandono, c’è il ricordo di un’esperienza, c’è la ferita della guerra che non si è mai rimarginata. “Ho indagato molti umani misteri – racconta –, ma i miei soldati mi sono rimasti dentro più di tutto il resto. Perciò mi devo fare fretta, perché devo ancora scrivere di loro. Li rivedo, mi parlano, mi chiedono. E io devo ancora loro rispondere”.
Si comprende dai suoi ricordi, dalle sue parole, dai suoi incubi notturni, che quei soldati sono ancora lì a combattere senza sapere perché, a morire per una causa che non capiscono, e lui che si è salvato sente in sé la colpa di non averli protetti. In realtà non è colpa sua, ma intanto sono morti. Ed egli se li sente addosso, attorno, con voci strozzate, e vorrebbe confortarli. Ma non c’è conforto per loro. Di conseguenza, nemmeno per lui. Non è stato sufficiente scrivere “Il deserto della Libia”, quel romanzo da Spoon River italiana collocata in Libia (da questo libro sono stati recentemente tratti addirittura due films: il primo “Scemo di guerra” di Dino Risi e il secondo “Le rose del deserto” di Mario Monicelli. Nota postuma dell’A.).
Incontrare Mario Tobino non è difficile. Non dice quasi mai di no. È disponibile quasi con tutti. Se poi si tratta di amici, li aspetta. Sarà la solitudine della vecchiaia, ineliminabile; saranno i suoi fantasmi giovanili, guerreschi, o demenziali, che lo rincorrono di giorno o di notte; il fatto è che se non scrive conversa; se non parla osserva; se non guarda sogna, e se si trova in un salotto, ad un pranzo, ad una festa, si può scommettere che viene attorniato subito da belle dame. Perché lui ha sempre una frase poetica per ognuna di loro, regala sempre un ricordo dolce, romantico, avventuroso: insomma è un uomo di charme.
Quando l’ho incontrato a Montalcino, nella Fattoria dei Barbi, nella casa della signora del vino, il gran Brunello, la contessa Francesca Colombini, che presiede la giuria del premio Colombini, l’ho visto in questa luce di seduzione. Era lì per essere premiato come narratore di ambienti vinicoli/agricoli in cui la vita è quella terragna della campagna. La motivazione è stata chiara: perché è uno scrittore “ispirato a temi, problemi, e aspetti della campagna toscana”. Non è il primo riconoscimento letterario che Tobino si aggiudica, ma questo è diverso: nessuno è profeta in patria, soprattutto in Toscana, e invece il premio Barbi Colombini ha voluto invertire la tendenza e proporre all’attenzione proprio quegli scrittori che della Toscana, cioè “della patria”, hanno parlato rendendola illustre e famosa.  Chi più di Tobino ha parlato della Toscana e della sua Viareggio? Egli è chiamato addirittura il “poeta di Viareggio” per quelle pagine sottilmente eleganti di “Sulla spiaggia e di là del molo”, nelle quali aleggia un lirismo che altrove egli ha scarnamente centellinato.
Nella foresteria della Fattoria m’è capitato di fargli da “bastone”: dopo le cene con gustosi menù rinascimentali, dopo   i Brunelli d’annata, dopo le grappe, Mario Tobino aveva abbandonato il suo abituale aplomb, pur sempre esuberante. L’ho accompagnato “a casa” (la foresteria), mentre saltava da una citazione dantesca a Pascoli, da Virgilio ad Orazio, da Manzoni a Giusti. Finché non ha deciso di andare a letto – e per qualche tempo l’ho sentito borbottare prima di cadere nel sonno, come se fosse aggredito e dovesse difendersi – non ha fatto altro che rievocare episodi tristi o allegri. “La mia Paola. Trent’anni insieme. Non c’era ragione di sposarsi. Lei aveva avuto già un marito e aveva già due figli. Per me è stata importante – ha raccontato. - Arrivavo a casa sua e cominciavo a scrivere. Non mi domandava niente. Faceva il vuoto attorno a me. Poi, al momento giusto, era una perfetta lettrice dei miei libri. Bella, intelligente e colta. Dopo il successo de “Il clandestino” sono diventato abbastanza ricco e potei ripagarla, ma solo in qualche cosa...”.
Di palo in frasca. Da Fiesole in Libia. “Arrivò nella tenda un soldato sfracellato. Mi chiese: “Sto per morire?”. Lo guardai e decisi di dirgli la verità: “Sì”. Allora lui: “Sono romagnolo. Non mi hanno battezzato. Vorrei essere battezzato”, mandai a chiamare il tenente cappellano, ma non venne. Gli aerei inglesi stavano bombardando il nostro campo. Ebbe paura. Allora ordinai a un soldato: “Ghezzi, la borraccia!”. Con quell’acqua recitai al moribondo: “Io ti battezzo nel nome del Padre…”. Mi sorrise, puro. Dopo tre minuti spirò. Ero furente. Presi la pistola e uscii dalla tenda a cercare il cappuccino, che era ancora nascosto nella buca. Come mi vide si gettò in ginocchio e implorò: “Perdonami, fratello. Ho avuto paura”. Non mi venne nemmeno una parola contro di lui. Con gli occhi gli mandai il mio disprezzo, ma anche la mia pietà, e me ne tornai nella mia tenda”.
E ancora, un altro ricordo/incubo notturno. “Volevo iscrivermi a lettere. Mio padre mi disse: “Aspetta un giorno. Rifletti. Se sarai medico, sarai più libero, anche di scrivere”. Ascoltai il consiglio e mi iscrissi a medicina, a Bologna. Divenni psichiatra, per caso, perché c’era un posto libero e io volevo lavorare subito. A Lucca, ogni volta che finivo un libro, mi dicevo: ora faccio come gli altri, mi sposo, avrò dei figli, una casa. E invece no. In manicomio i matti diventano dei familiari. Non si può abbandonarli perché è finito l’orario di lavoro e bisogna tornare a casa. Così ricominciavo un altro libro, e restavo lì, sempre a disposizione di quelle matte che mi stavano attorno”.
Per percorrere in 40 anni di vita professionale “le antiche scale” del manicomio, Tobino ha sentito il bisogno di scrivere alcuni libri. Proprio con il romanzo “Per le antiche scale” nel 1972 ha vinto il Premio Campiello. Le risalite e le discese su e giù per i gradini della follia potrebbero essere tuttavia infinite, le più varie. Quel che Tobino non ha scritto lo racconta a voce. Il flusso dei suoi ricordi è una vita intera. Non basta un articolo a renderne conto. Ce ne vorrebbero altri, magari un intero libro. Per ora posso dare questa breve testimonianza. Solo un affettuoso incontro. Perciò, fine”. 

Sono venuti poi altri colloqui. Ma non ho trascritto più le nuove conversazioni, i suoi nuovi “vecchi” ricordi. Ora me ne pento. A quest’ora avrebbero potuto formare veramente un libro. La vita però è tumultuosa. E dopo Tobino sono seguiti altri scrittori in Italia e in giro per il mondo. Mi ritrovo quindi nell’età in cui, come è accaduto a Tobino con me, si comincia a raccontare cose viste, persone avvicinate, luoghi mitici. Perciò quest’incontro con Tobino rivive qui. Con commozione..


* Dice di sé:
Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della Sera”. Laurea in Scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto in America Latina, firmando reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi della politica, del costume, della letteratura. Ha pubblicato una decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia, 1989), “Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992), “L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno, 1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri” (Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990), “Le parole dei pentiti” (Datanews,  2000), “Stato società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro, 2003). Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è responsabile del blog dedicato alla Poesia sul “Corriere della Sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.

WOODY ALLEN

Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l'ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico. 

(da Zelig, 1979)