AMARCORD

UN SOGNO, GLI ABBA!

Ci legava ai quattro svedesi un sincero affetto, una rara devozione musicale

Roberto Sangiorgi Colangelo *

Sono passati quasi trent’anni, eppure sembra ieri; eravamo a dir poco elettrizzati, avevamo cominciato a preparare i bagagli già una settimana prima, con quel pizzico di ansia, unita ad una buona dose di adolescenziale incoscienza, che ci prendeva al pensiero dell’avventura che ci si prospettava: una settimana a Londra, e ancor più, il concerto dei “nostri” Abba alla Wembley Arena, per quella che, nel novembre del 1979, sarebbe stata poi la loro ultima tournée europea.
Tramite una fitta rete di riviste musicali, fanzine specializzate, amici di penna sparsi un po’ in tutta Europa, eravamo riusciti a prenotare, ed ottenere, due biglietti per il concerto del 6 novembre, già nella primavera precedente. Ma in quei momenti, tutto sembrava ancora lontano, ovattato: c’era la scuola da finire, gli esami di maturità che, spauracchio di tutti gli studenti, ci aspettavano, il lavoro  estivo come camerieri nelle località balneari alla moda per mettere da parte i soldi del viaggio, l’iscrizione all’università… E tutto questo passò rapidamente, allegramente, con quella leggerezza che solo i 19 anni sanno dare.
Le mamme, ovviamente, erano preoccupate: sette giorni a Londra, così lontano, e per di più da soli, unicamente per vedere quei quattro svedesi che già da qualche anno ossessionavano gentilmente i nostri sogni musicali?! In più, erano ancora i tempi in cui i contatti e-mail non esistevano certamente, e tanto meno i cellulari… Ma la passione poté più di ogni indugio.
E avevamo ragione, i miei amici ed io, di essere emozionati: si trattava, in assoluto, del nostro primo viaggio all’estero, lontano da questa provincia sonnolenta e limitata, il primo viaggio in aereo, il primo contatto con un’Europa di cui potevamo soltanto intuire la grandezza.
Il viaggio andò bene: ci imbarcammo a Pisa, con “solo” tre ore di ritardo, su uno sgangherato charter che però a noi sembrava l’“Enterprise” di Star Trek: con quel senso di timore che prende i neofiti del volo al momento del decollo. In quella serata autunnale, tutto era magico: l’atmosfera della cabina, le hostess (non così belle come si vedeva nei film) che ci servivano l’aranciata e le noccioline, la vista delle Alpi dall’alto… e all’arrivo, la spettacolarità dell’aeroporto di Heathrow, con le sue formalità da adempiere, alle quali ci sottomettemmo con entusiasmo. Il nostro inglese era scolastico, ma ce la cavavamo, e fu facile arrivare, con un taxi, nel centro di Londra, che, ci rendemmo conto subito, non era esattamente Grosseto.
Avevamo prenotato una camera “bed and breakfast”, presso una coppia di anziani inglesi, suggeritami da una mia amica che lavorava nella capitale, e che risiedevano nel tranquillo quartiere di Finchley: già, appunto, ma Londra non era Grosseto. L’autista del taxi, ci spiegò, o almeno credemmo di capire, che l’indirizzo da noi richiesto non era nella zona di sua pertinenza, e che perciò ci avrebbe accompagnato solo fino ad un determinato punto. Giunti là, ci salutò molto cortesemente e se ne andò, lasciandoci nel buio piovigginoso di un anonimo quartiere. Ricordo che mi prese una crisi di panico, improvvisa: e adesso? Per quanto ne sapevamo, avremmo potuto essere anche a chilometri di distanza dalla nostra meta! Fortunatamente, Renzo, l’amico che era con me, mantenne il suo sangue freddo, con un’idea scontatissima, ma che in quel momento mi parve geniale: perché non telefonare a Mr. Monshin, il nostro ospite, per chiedergli aiuto?
C’era un pub con telefono pubblico, lì vicino… Ma anche i telefoni in Inghilterra sono così diversi da quelli italiani… Comunque, ce la facemmo, e dopo un quarto d’ora eravamo nell’auto di mr. Monshin, un distinto signore, già attempato, che ci stava finalmente portando al sicuro; ripresi coraggio, quasi baldanza.  E finalmente, nel giro di pochi minuti, eravamo a casa: calda accoglienza da parte di mrs. Monshin, tè con sandwich, moquette in tutta la casa, persino sui muri. E, meraviglia delle meraviglie, nel bagno, al piano superiore, le sbarre porta-asciugamani erano riscaldate!
I giorni che seguirono furono alla scoperta della città: i musei, le gallerie d’arte, i grandi magazzini, tanto famosi, le grandi strade del centro affollatissime ad ogni ora, i negozi di dischi a più piani (una vera ghiottoneria per noi, Londra era in piena “Abba-fever”).
E poi, la sera del concerto. Inutile dire che già dalla mattina, per somma precauzione, avevamo preso la metropolitana per il quartiere di Wembley, leggermente decentrato, e davanti all’Arena, rimanemmo ad occhi aperti: non solo per il grande cartellone con il logo dei nostri amati svedesi, ma anche per le dimensioni dell’edificio, per noi gigantesche. La giornata passò in febbrile attesa, e man mano che trascorrevano le ore, gruppi sempre più numerosi di fan si avvicinavano alle porte dell’Arena. Mi sentivo quasi ubriaco al vedere persone di ogni età ornate di sciarpe, cinture, distintivi e tutta la paccottiglia dell’occasione recante i visi dei nostri svedesi, o il nome del gruppo.
Dall’interno, l’arena sembrava ancora più gigantesca: forse per la semioscurità, forse per la marea di persone, forse per l’atmosfera febbrile che precedeva il concerto. Che poi iniziò. Un sogno. Frida, dagli occhio verde-fiordo, Agnetha, statuaria più che mai nella sua tutina bianca aderente, Benny e Bjorn ai loro strumenti. Per noi, che da anni li seguivamo solo sulle riviste specializzate, e sui dischi che, col contagocce, arrivavano in Italia, fu un’apoteosi di batticuore e musica, di canti, di emozione, di gioia quasi infantile. E in effetti, bisogna riconoscere, pur con tutta la obiettività possibile, e il sano distacco che il tempo crea, assistere ad un concerto degli Abba, allora ai vertici delle classifiche mondiali, non era cosa da tutti i giorni. E poi, c’era quel senso quasi di fratellanza con tutte le migliaia di persone che assistevano allo spettacolo, quella goduta ingenuità, il piacere di cullarsi su quei ritmi così orecchiabili, quella gioia di poter quasi interloquire coi nostri beniamini, a pochi metri da noi… grazie Abba, “thank you for the music!”.  

Sindrome di… Stoccolma 

Il nostro fanatismo era pressoché inestinguibile: passato il servizio militare, su cui l’istinto di conservazione mi impone di soprassedere, necessitava una sana vacanza per riappropriarmi della mia esistenza; i soldini c’erano, avevo potuto fare dei buoni risparmi sul mio stipendio di sottotenente di complemento, e in quell’estate del 1981, sapevo che, coi miei amici di Abba-follia, ci aspettava “necessariamente”, la Scandinavia. E magari, chissà, già fantasticavamo con inesaurita ingenuità sulla possibilità di incontrare davvero i nostri mitici beniamini, in quel di Stoccolma, o addirittura nella loro isola segreta, che poi tale non era assolutamente, dell’arcipelago.
Sempre tramite la fitta rete di “intelligence” tra fan europei, eravamo riusciti ad avere nientepopodimeno che i loro indirizzi privati, e naturalmente nel nostro cuore palpitava la speranza, meglio chiamarla illusione, di un incontro ravvicinato. Decidemmo di partire in treno, da Firenze, e per risparmiare le nostre finanze, scegliemmo di viaggiare “rigorosamente” senza alcuna prenotazione di cuccette o wagon-lit. L’audacia dei vent’anni, il nostro incosciente entusiasmo, erano imbattibili. Inutile dire che il viaggio fu, fisicamente, un tour de force: sulla carta era una cosa, ma trovarsi col caldo estivo a mangiare panini e scatolette  per due giorni, fu una vera impresa. Ma niente avrebbe potuto fermarci.
E poi, c’era la bellezza di quei paesaggi che scorrevano oltre i finestrini… la maestà delle Alpi tirolesi, le verdissime pianure della Germania, quei monasteri che si stagliavano all’orizzonte, le grandi stazioni internazionali come Monaco e poi, più su, Amburgo… Cosa importava se mangiavamo male, se non ci potevamo degnamente lavare, se ci facevano male le ossa a furia di stare seduti? Col treno, a bordo di un megalitico traghetto, arrivammo sul suolo svedese in piena notte: Stoccolma era lontana ancora cinque-sei ore di viaggio, ma già noi, suggestionati al massimo, ci convincevamo di riconoscere nei passeggeri che salivano, nei passanti oltre i finestrini, i volti dei nostri musicisti.
Il treno scorreva nella pianura svedese, tra foreste di conifere e fattorie ancora addormentate, ai margini di villaggi di campagna. Quella mattina, in prossimità della stazione centrale di Stoccolma, decidemmo, nel nostro scompartimento, di prepararci degnamente all’arrivo; e siccome in Svezia fa freddo, scendemmo dal treno, coi nostri ingombranti bagagli, imbacuccati in maglioni, cappelli di lana e pantaloni pesanti, bardati come Totò e Peppino al loro arrivo a Milano in ricerca della “malafemmina”, dal Sud; nel nostro entusiasmo, ignoravamo che anche l’estate scandinava ha le sue temperature, e in quella bella mattina, la capitale ci attendeva con un sole brillante, un cielo terso, e venticinque gradi all’ombra. La gente ci guardò con benevola comprensione, e noi, per niente imbarazzati, anzi, orgogliosi, con molta nonchalance ci rifugiammo finalmente nel nostro albergo, prenotato dall’Italia, dove ci attendeva finalmente un letto pulito, dopo due notti trascorse in treno.
I giorni che seguirono, furono ovviamente dedicati anche alla scoperta della città, da molti soprannominata la “Venezia del Nord”, ma dotata di un fascino meno solare, più gotico, in cui antico e moderno si fondono in architetture eleganti e spesso fiabesche. Rimangono nei nostri cuori la visita al palazzo reale, il più grande d’Europa, al parco folkloristico dello Skansen, a Gamla Stan, la città vecchia coi suoi monumenti e i suoi vicoli medievali, arroccata su uno sperone di roccia circondato dal mare, ai centri commerciali, allora nuovi per noi italiani ancora non abituati. Naturalmente, durante il lungo viaggio ci eravamo esercitati ad imparare frasi di sopravvivenza in svedese, tramite un manualetto turistico dal quale attingevamo, con improbabile pronuncia, per chiedere o dire cose assolutamente inutili o quasi: “Mi servirebbe un’aspirina”. “Vorrei un mazzo di tulipani”. “Quanto costa questo servizio da caffè per dodici persone?”. E, man mano che passava il tempo, eravamo orgogliosissimi dei nostri progressi : “Talar inte svenska!” “Iag ar italienare”, “Vad ar clockan?”, e addirittura, avevamo imparato che prugna si dice “gulaplumma” e “pagine gialle” “gula sidorna”. Tutte cose, ovviamente, molto utili. Ancora a distanza di molti anni, mi rimane il dubbio che, sopravvalutando le mie competenze linguistiche, scambiai, mangiandone, una scatoletta di cibo per gatti per una confezione di tonno.
Naturalmente, sapevamo, emozionantissimi, di essere lì anche per gli Abba. Già sapere di abitare per diversi giorni sotto lo stesso cielo ci faceva sentire quasi dei privilegiati, ma logicamente, dovevamo andare oltre. La gita a Lidingo, la loro “isoletta” di fronte alla capitale fu una maratona; innanzitutto, perché l’isoletta non era tale, uno scoglio in mezzo al mare come tanta stampa infatuata lasciava pensare, ma era grande quasi come metà isola d’Elba. Cercare poi le residenze private dei nostri quattro beniamini, pur muniti di indirizzo, si rivelò poi impresa pressoché insormontabile. Va detto che allora, in Svezia, gli Abba erano naturalmente conosciutissimi, ma il loro stile di vita, al riparo da ogni mondanità, e un sano “understatement” dei loro connazionali, per noi incomprensibile, faceva sì che venissero quasi totalmente ignorati e lasciati vivere nella loro privacy, quasi nell’indifferenza generale.
Nel corso del nostro vagare sull’ “isoletta”, ci ritrovammo nel mezzo di un campo da golf in pieno torneo, con palline minacciose che ci sfioravano a pochi centimetri dalla testa;  dei caddy vichinghi ci invitarono, con qualche frase che, fortunatamente non riuscimmo a capire, cortesemente, ma fermamente ad allontanarci. Finalmente, dopo aver percorso qualche chilometro a bordo di un trenino in legno, trovammo la casa della dolce Agnetha, una villetta per niente hollywoodiana, come invece ci saremmo aspettati dai mirabolanti guadagni del gruppo, in un tranquillo quartiere residenziale. Nessun muro di cinta, nessun sistema di allarme apparente, solo un piccolo, sommesso cartello che intimava “proprietà privata, vietato l’accesso”.
All’improvviso, una porta si aprì e ne uscì, davanti ai nostri occhi spalancati, l’allora compagno della cantante, un ispettore di polizia locale, che, senza neanche filarci di striscio, si allontanò con aria un po’ seccata a bordo di un fuoristrada. Da dietro le tendine delle finestre, nessun altro segno di vita. Retro della villa, un piccolo stendibiancheria con dei minuscoli slip femminili di pizzo rosa ad asciugare… Fui violentemente tentato di scavalcare la siepe ed appropriarmene, ma ricordo che mi trattenni all’ipotesi, forse non tanto lontana, di finire in qualche stazione di polizia accusato di feticismo. Sostammo davanti alla casa per circa mezz’ora, e lasciammo nella cassetta della posta dei bigliettini di saluto. Non eravamo per niente delusi di non aver visto Agnetha: per noi era naturale, era logico così, rispettavamo la sua privacy e già il fatto di aver visto la sua casa ci faceva sentire pienamente, ingenuamente, realizzati.
Stoccolma era piena di “Abba-luoghi”: innanzitutto, la sede della loro società musicale, in pieno centro, che potemmo visitare accolti da una segretaria misuratamente disponibile, la quale ci disse, tra l’altro, che, per esempio, in quei giorni Frida era a Parigi; ma le bugie hanno le gambe corte: sapemmo, mesi dopo, da un altro fan italiano, che la sera di quello stesso giorno Frida era stata vista uscire da quegli stessi uffici. Ma tant’è. Poi la casa di Benny, il tastierista, nell’elegante quartiere delle ambasciate; in quel tempo, Benny si era appena separato da Frida, per sposare una giornalista televisiva e sul marciapiede antistante la sua abitazione, campeggiavano scritte di rimprovero, più o meno colorite, per aver fatto tale affronto alla nostra osannata rossa. Visitammo anche i Polar Studios, la fucina magica da dove erano usciti gli ultimi album: “loro” ovviamente, non c’erano mai, ma ovunque aleggiava la loro “magica” presenza. E, col senno di poi, furono viaggi che andavano anche oltre l’obiettivo musicale: era estremamente formativo, per noi poco più che ventenni, visitare luoghi tanto lontani dalle mete turistiche abituali, conoscere nuove culture, avvicinare nuovi idiomi, aprirci, insomma, la mente. Gli Abba, un giorno, forse sarebbero passati, quei ricordi no. 

Verso l’autunno 

Gli anni trascorrevano, e i nostri beniamini svedesi, ci avevano abituati alla loro strenna più o meno natalizia: ogni anno, all’inizio dell’inverno, usciva un album che ci entusiasmava sempre più del precedente, ed erano nuovi successi, nuove recensioni, nuovi programmi televisivi europei, nuovi sogni. Va detto che per noi fan italiani, tutto questo era vissuto, nostro malgrado, un po’ in sordina; gli Abba non ebbero mai grandi trionfi in Italia, a dispetto del resto del mondo e anche la stampa, quando raramente se ne occupava, non lesinava critiche alla loro musica definita “commerciale” e alla loro presunta mancanza di impegno.
In Italia bisognava quasi vergognarsi di seguire questo gruppo, si era considerati delle mosche bianche e comunque, soprattutto da parte di una certa ideologia, dei superficiali. Ma a noi poco importava: ci legava a quei quattro svedesi un sincero affetto, una devozione musicale raramente vista presso altri gruppi musicali. Ma qualcosa stava, lentamente, cambiando. Dieci anni erano trascorsi dai loro primi exploit europei, una carriera mirabolante, certamente, e più volte, in quei primi anni ’80, i  componenti del gruppo cominciavano a parlare, nelle interviste, del bisogno di una pausa, un momento di vero e proprio riposo, che noi ammiratori certo riconoscevamo loro come meritatissimo, ma al quale guardavamo con una sottile, sotterranea apprensione.
Il loro ultimo album, “The Visitors” era stato riconosciuto dalla stampa specializzata come maturo, nelle melodie e nei testi, e aveva ovviamente scalato le classifiche; era ovviamente diverso dai precedenti, e forse lontane erano canzoni come “Mamma mia”, “Dancing queen”, “Fernando”, “Chiquitita”. In queste nuove canzoni si parlava di autunno, di guerre, di notti invernali, di tramonti, di nemici in arrivo. Poi, era uscita la loro raccolta di single, intitolata “The first ten years”: bene, ci dicevamo noi, se si parla di “primi dieci anni”, dobbiamo prepararci almeno ai prossimi dieci in loro compagnia, e volevamo tranquillizzarci. Sulla copertina del disco loro sorridevano in eleganti abiti da sera, ma quelle nubi michelangiolesche sullo sfondo lasciavano presagire una sottile inquietudine.
Poi vennero i progetti solisti: la prima a proporsi con un lavoro extra- Abba, fu Frida. La produzione di Phil Collins, coi suoi ritmi ieratici e suggestivi, la presentava agli occhi di noi fans in una veste nuova, forse più aggressiva, ma certo più emozionante. Nel febbraio del 1983, Frida venne in Italia, come guest-star al Festival di Sanremo, a presentare appunto il suo nuovo disco; avevamo saputo che sarebbe atterrata a Milano in compagnia della sua segretaria, e che poi avrebbe registrato un paio di interventi, come ospite di una popolare trasmissione televisiva negli studi di quella che allora era una nascente Finivest, per poi trasferirsi in Riviera.
Noi, fedelissimi, dovevamo esserci, e sempre grazie ad una sempre più fitta rete di conoscenze con alcuni disponibili impiegati e responsabili della casa discografica, riuscimmo ad essere presenti al suo arrivo all’aeroporto. Emozionantissimi, col cuore che batteva all’impazzata e un gigantesco mazzo di rose rosse, la vedemmo scendere dall’aereo e la precedemmo ad accoglierla. Frida fu gentilissima con noi: scambiò qualche battuta in inglese, posò pazientemente per alcune foto, accettò sorridendo i fiori. Eravamo al settimo cielo: dopo migliaia di chilometri macinati in tutta Europa, viaggi, spostamenti e attese di ogni genere, ecco la nostra “divina” ad intrattenersi con noi: e, ironia della sorte, tutto questo accadeva in Italia, a casa nostra.
Nei giorni che seguirono, sostammo a Milano, praticamente bivaccando nei pressi degli studi dove Frida registrava il programma. E sempre con pazienza quasi materna, o forse più probabilmente, compassione, alla fine delle giornate lei si sottoponeva alle nostre interviste, parlando dei suoi progetti, dei suoi interessi, tranquillizzandoci, e in quel momento lo faceva sinceramente, sul futuro del gruppo. A Sanremo, dove la seguimmo, la sua apparizione come ospite internazionale fu un trionfo, e nei giorni che seguirono, anche la stampa italiana non poté ignorarla: “Il rock europeo ha una nuova signora …”, “Frida ha classe da vendere!”, sentenziò in un paio di recensioni un’allora autorevole rivista musicale. Noi ridevamo sotto i baffi: qualcuno sembrava scoprire allora la professionalità e le doti artistiche di chi noi conoscevamo da quasi dieci anni!
La mattina che lasciò Sanremo l’aspettavamo fuori dall’hotel Londra, da dove lei sarebbe partita per Nizza. Ci salutò con quel suo sguardo luminoso, infilandosi velocemente in auto e canticchiando “I know there’s something going on…”. Già, stava succedendo qualcosa, ma noi forse non ne eravamo ancora consapevoli.
Alla fine dell’estate seguente, fu la volta di Agnetha di venire in Italia per presentare il suo nuovissimo album solista “Wrap your arms around me”, “Abbracciami”. In quegli anni, ricordo, c’era un’importante manifestazione canora a Riva del Garda, se non sbaglio si intitolava “La vela d’Argento”, o qualcosa del genere, ed Agnetha era una degli ospiti d’onore. In quell’occasione, tra noi, Mauro, disck-jockey di una radio libera di Pisa, era il più informato e il più intraprendente, grazie anche ad una notevole dose di faccia tosta che in certe occasioni fa sempre bene.
Tramite alcuni suoi amici a Milano, presso la casa discografica che aveva pubblicato in Italia il disco della biondissima svedese, aveva saputo che da Londra lei avrebbe viaggiato in treno sino a Milano. “la signorina Agnetha, terrorizzata dall’aereo, si farà quasi un giorno e una notte di viaggio in treno…” disse il  nostro amico con affettuosa ironia. E così fu. Il giorno dell’arrivo, eravamo alla stazione di Milano armati di macchine fotografiche, registratori e, ovviamente, un enorme mazzo di rose per il quale ci eravamo debitamente autotassati.
Agnetha era la più schiva del gruppo: amava molto cantare, ma era terrorizzata dai viaggi e dai lunghi spostamenti che la sua professione le imponeva, così come dagli aerei e dall’eccessivo entusiasmo dei fan. Perciò, cercammo di essere il più discreti possibile quando, emozionantissimi, la vedemmo scendere dalla carrozza. Qualche passante intorno a noi ci guardava incuriosito “Cosa succede? Chi sta arrivando?” “Agnetha, degli Abba!”, rispondevamo con aria compiaciuta e misteriosa, dirigendoci verso la bionda star che, a dire il vero, dietro i grandi occhiali da sole, sembrava una qualsiasi turista del Nord Europa.
Accettò con un sorriso i nostri fiori, si fermò cortesemente per un paio di foto, e velocemente, si diresse, accompagnata da un manager e da una segretaria, verso l’uscita della stazione dove l’attendeva una macchina che l’avrebbe portata a Riva del Garda. Che era ovviamente la nostra successiva tappa. Arrivati lì, il giorno seguente, dopo esserci sistemati in albergo, ci dirigemmo subito verso il palazzo che accoglieva lo spettacolo, in registrazione. Mauro, sventolando la sua apparentemente anonima e inutile tesserina di Radio Pisa, riuscì a farsi largo tra gli addetti ai lavori e, con molta disinvoltura, si fece “accreditare” per l’intervista ad Agnetha, prevista per la tarda mattinata. Noi ovviamente non eravamo ammessi, ma ci sentivamo sovraeccitati dalla contentezza, dandoci arie di giornalisti quasi-professionisti ed invidiando un po’, in cuor nostro, l’amico che avrebbe potuto interloquire a tu per tu con la nostra cantante, da tanto tempo ammirata solo in tv e sui giornali.
Dopo circa un’ora, Mauro uscì dal piccolo salotto dove, assieme ad altri reporter, era stato ammesso; ricordo ancora la sua aria trasognata: “È bellissima, ragazzi… incredibile!”. Ci raccontò, una volta calmatosi, della chiacchierata svoltasi con Agnetha, dei suoi progetti per il futuro, dei suoi appena trascorsi impegni cinematografici (aveva appena girato, come coprotagonista, un film in Svezia), dei suoi amati figli, del giornalista maldestro che, per farsi avanti tra i colleghi, le aveva sbattuto il microfono sui denti… Noi ascoltavamo in trance.
Quella sera ci fu la registrazione definitiva del programma. Noi eravamo in sala, un po’ lontani dal palco, ma c’eravamo. Dopo i vari artisti italiani, dopo l’esibizione di Teresa De Sio, fu annunciata Agnetha. Apparve sulla scena con un sofisticato abito nero a ricami d’oro, e una chioma lucentissima e vaporosa che la faceva somigliare ad una scandinava medusa. Cantò in play-back due brani dal suo album, e ricevette molti applausi, compresi le nostre urla di estrema ammirazione, che, nel loro piccolo, contribuirono a rendere più caloroso l’accoglienza della nostra diva. La mattina dopo, ripartì per Milano; mi rimane in mente il ricordo di quella testolina bionda che spuntava dal lunotto posteriore dell’elegante auto che la riportava lontano. 

The way we were 

Poi, vennero altri anni, altri progetti musicali dei singoli componenti del gruppo, altri dischi solisti, il silenzio su di loro. Non ci fu mai un vero e proprio annuncio di scioglimento degli Abba, ma ormai, col tempo, avevamo imparato a leggere le loro dichiarazioni rilasciate, di tanto in tanto, a qualche giornale europeo, per capire che qualcosa era accaduto all’interno del gruppo, e che perciò il magico equilibrio umano-professionale che li aveva portati all’apice del successo per più di dieci anni, si era inevitabilmente dissolto. Lo stress, i viaggi intorno al mondo, i due divorzi, tutto questo aveva, forse, pesantemente contribuito ad incidere sui loro rapporti, e comprendevamo che adesso, i quattro svedesi desideravano probabilmente solo scomparire dalla scena. Gli ultimi anni ottanta videro calare definitivamente il sipario su quella straordinaria avventura musicale.
Tutto taceva, dalla lontana e silenziosa Svezia. Noi, quaggiù, crescevamo, ci spostavamo, iniziavamo a lavorare, a mettere sù famiglia, ognuno con la propria storia, le proprie vittorie, le proprie sconfitte. Poco dopo l’inizio degli anni ’90, assistemmo ad un vero e proprio revival della musica degli Abba, sul mercato apparvero compilation di ogni genere, le trasmissioni musicali europee ne riparlavano, su internet fioccavano, e presenziano tuttora, i siti loro dedicati. Fu una nuova giovinezza, e tale lo è al giorno d’oggi.
Agnetha, Frida, Benny e Bjorn, naturalmente, sono invecchiati, è logico, il tempo passa per tutti; i due uomini si dedicano alla produzione di mega-musical, alcuni dei quali hanno letteralmente sbancato il botteghino dei più importanti teatri mondiali, Agnetha ha recentemente pubblicato un cd dedicato alla musica degli anni ’60, Frida partecipa, di tanto in tanto, a prestigiosi programmi musicali, con qualche sua nuova canzone, e ad attività caritatevoli. Si può dire che siano dei signori maturi che ancora sanno incantarci con la loro musica, e che ora vivono in un ritiro quasi bergmaniano nel silenzio del loro arcipelago. Hanno avuto moltissimo: fama, calore del pubblico, denaro, ma la vita non ha risparmiato niente neppure a loro: crisi sentimentali, divorzi, pesanti lutti personali, che li hanno, ovviamente, provati. Per questo vanno rispettati, come merita chiunque passi tra gli ingranaggi della vita.
Gli Abba ci hanno dato molto: la loro musica ha accompagnato le nostre adolescenze e le nostre giovinezze contribuendo a renderle più armoniose e spensierate, ed è come a dei vecchi amici che adesso noi, fan di un tempo, pensiamo a loro. Scrivere queste pagine è stato piacevole, ma anche un po’ triste: quel tempo è lontano, e irrimediabilmente trascorso… ma noi c’eravamo, è questo che conta! E adesso, come dicevano loro in una delle ultime canzoni, “…I let the music speak…”.

ANTONIO FOGAZZARO

Franco tacque. Lavorare! Anche quella lì era una parola che gli mordeva il cuore. Sapeva di condurre una vita oziosa perché la musica, la lettura, i fiori, qualche verso di tempo in tempo, cos'erano se non vanità e perditempi? (…)

Non vedeva salute che in una rivoluzione, in una guerra, nella libertà della patria. Ah quando l’Italia fosse libera, come la servirebbe, con che forza, con che gioia! Queste poesie nel cuore le aveva bene, ma il proposito e la costanza di prepararsi con gli studi a un tale avvenire, no.

(da La sonata del chiaro di luna e delle nuvole, Piccolo mondo antico - 1895)


SANT’AGOSTINO

Ma in qual modo diminuisce, o si consuma, il futuro, che non è ancora, o cresce il passato che non è più, se non perché nell’anima che è la causa del fatto, esistono tre stati? (…) Ora nessuno nega che il futuro non è ancora. Ciò non pertanto esiste nell’anima l’aspettazione del futuro. E nessuno nega che il passato non è più. Ciò non pertanto esiste ancora nell'anima il ricordo del passato.

E nessuno nega che il presente è privo di estensione, giacché il suo trascorrere è un punto. Ciò non pertanto dura l'attenzione, attraverso la quale ciò che sarà presente si affretta verso l'essere assente. Non dunque è lungo il tempo futuro che non esiste, ma il futuro lungo è l'attesa lunga del futuro. Né è lungo il tempo passato che nemmeno esiste, ma il passato lungo è il ricordo lungo del passato

(da Le confessioni, cap. XXVIII)