PROFILI

PIAZZA DEL DUOMO

Giuseppe Marotta *

Del giorno in cui vennero a Milano molti di noi parlano come   di una loro seconda nascita; magari le loro madri, nei paesi d’origine sdraiati presso il mare o in ginocchio sulle montagne, soffrirono dolori non meno fitti e crudeli di quando li misero al mondo: scrivi, telegrafa, dicci se hai trovato, gridavano da lontano. Trovare che cosa? Lavoro, fortuna, oppure il contrario. Milano non ha altro da dare. C’è un Duomo con tante guglie appunto perché ogni immigrato ne scelga una e vi alzi o vi ammaini la sua bandiera.
Io così feci, la mia era una guglia nana, secondaria, verso il corso Vittorio Emanuele, ma agì come qualsiasi altra e Milano mi trattenne, eccomi qua. Chi avrà ora la mia guglia, un manovale di Pontassieve o un baroncino di Catania? Tieni duro, amico: è una cara vecchia guglia, che in principio sta sulle sue, ma poi cede, ma poi si scalda. Mettiti all’angolo di via Pattari, lasciati vedere e guardala, sembra un dito puntato sui santi per dirgli tirate a sorte fra voi ma il designato si spicci, aiuti questo ragazzo che ha i giorni di pensione contati, che ci state a fare lassù?
Nei pensieri di chi l’ha lasciata, Milano comincia e finisce in piazza del Duomo. Sotto il cuscino della sposa di Udine che visitò la città in viaggio di nozze nel 1938, si accende ogni notte il semaforo all’angolo di via Carlo Alberto; questa donna vede soltanto un improvviso scorrere di gente, ruote ferme sulla linea dei chiodi, l’elmetto del vigile; sospira e pensa: Milano. Quanta gente, nei villaggi di tutta Italia, ha la memoria piena, se fantastica sul passato, del momento in cui svoltò in   via Torino o da via Mengoni nella Piazza: il forestiero vide il Duomo come in una cartolina, disse ah e sbagliò il passo, oppure si fermò domandandosi come doveva meravigliarsi; da più punti i venditori di “ricordi di Milano” si slanciarono su di lui e quasi lo misero in fuga. Che ricordo di Milano vendete, venditori? A me datemi tutte le volte che sono passato di qui contento. O anche furioso contro qualcuno e qualche cosa. O distratto. Ecco il punto preciso in cui litigai con un vecchio amico, quasi vi scorgo l’impronta delle mie scarpe. Non so chi mi tenga da… dissi, e alzai una mano.
Ora sorrido, ripensandoci, ora quel mio gesto occupa l’intera piazza e non fa male a nessuno. Venditori di ricordi, spostiamoci a sinistra verso la Galleria. Qui una sera parlavo come Renzo Ricci, anzi come Annibale Ninchi a una ragazza: volevo ottenere da le non so che grosse prove d’amore, ero suadente. D’improvviso una vecchietta le toccò il braccio, senza che la notassimo aveva ascoltato tutto, disse in dialetto: “Non  dia retta, figlia mia, alle parole dei giovani”, e se ne andò lasciandoci assai perplessi, Di qui passai giovane e meno giovane, indugiando e correndo, d’estate e d’inverno: l’attuale aspetto della piazza è per me la risultante di tutti quei momenti, così come, facendo girare un disco a zone di vari colori lo si vede bianco. Autentici o d’accatto, i milanesi a un certo punto finiscono, cessano di esistere mentre la piazza del Duomo continua: ma possiamo ragionare con questa mentalità di inquilini? è meglio che ciascuno di noi dica: forestieri, spicciatevi a visitare Milano prima che io muoia, altrimenti chi sa che piazza del Duomo vedrete.
Pensavo di raccontarmi bene questa nostra piazza, mi ero proposto, recentemente, di trascorrervi un’intera giornata per farle il ritratto. All’alba mi sedetti sullo zoccolo del monumento, c’era già un vecchietto che si accarezzava le ginocchia come     se le avesse miracolosamente recuperate in quell’istante. Un pugliese, mi disse, che aveva dormito da certi conterranei, ogni tanto estraeva sassolini dalla piega dei pantaloni e li gettava via con dignità, doveva essere piena di ghiaia la camera per gli ospiti nell’appartamento dei suoi amici.
Il sole stava per mostrarsi. La piazza era deserta e quieta. Sul Sagrato, nitido come un tappeto appena svolto, i primi colombi disegnarono qualche fregio, subito scomposto da passanti nei quali era fin troppo facile riconoscere i camerieri del Biffi e del Campari: costoro arrivarono in piazza del Duomo portando il giorno su un vassoio, col primo raggio di sole sul braccio come una salvietta. I caffè si aprivano: il grembiule nero e gli occhi pieni di sonno delle cassiere venivano per un momento sulla soglia, la luce si concentrava sulle macchine-espresso e sugli specchi che i garzoni lucidavano con lo straccio, sbuffi di aromatico vapore raggiungevano i giornalai presso i loro chioschi e lenivano i loro sbadigli.
Arrivò il primo autobus dalla stazione, due o tre viaggiatori con pesanti valigie si avviarono verso l’albergo diurno, sui loro volti era intensa la nausea delle ruote. Per ultima discese una ragazza che si guardò intorno e poi quasi si mise a correre verso le straducce dietro i Portici meridionali, aveva tutta l’aria di chi disubbidisce al foglio di via. Un metropolitano in divisa bianca affiorò dalla penombra del Passaggio Duomo: così ben delineato fra due botteghe, col grande orologio sul capo, sembrò voler suggerire un nuovo e più attuale stemma di Milano.
Come a un segnale la piazza si annerì di gente e di veicoli e di fatti. Questa piazza del Duomo è il bussolotto che Milano agita freneticamente prima di gettare i suoi dadi. In ogni momento avviene qualche cosa. L’immensa automobile che corre verso l’autostrada e fra poco varcherà la frontiera sfiora il giovanissimo fattorino ciclista che è atteso in via Plinio per la grossa scatola di medicinali che porta sul manubrio: i due uomini che quasi a contatto di gomito salgono il marciapiede per entrare nello stesso bar non si conoscono e ignorano che non avranno mai più occasione di incontrarsi, né qui né altrove, finché vivranno; il giovane che si volta a guardare la bella ragazza, e che dopo un attimo di esitazione la segue, non immagina certo che diventerà suo marito e che avrà quattro figli da lei. Un giorno moriremo e ripenseremo disperatamente a tutto quello che ci capitò o che poteva capitarci in piazza del Duomo; non sarà che un semplice capovolgimento, avremo le nuvole sotto i piedi e la piazza del Duomo per cielo.
Io volevo farle il ritratto, a questa piazza, ma non ci riuscii. Dopo qualche ora trascorsa sulla zattera nel Sagrato, sempre a guardare quei flutti di gente, di ruote, sentii dolermi gli occhi e la mente, e mi alzai. Entrai indisturbato (i venditori di “ricordi” distinguono a colpo sicuro il cittadino dal forestiero, sembrano aver imparato a memoria i registri dell’Anagrafe) nella cattedrale.
Il Duomo è una montagna vuota. Ogni tanto qualche luce guizza e va a nascondersi sotto i confessionali come una gatto. D’istinto il visitatore occasionale rievoca il tempio del proprio paese e sceglie nel Duomo di Milano un angolo per sistemarlo. Sperduti fili di incenso si aggrappano ai baobab delle colonne ma estenuati ricadono. Invisibili cartelli indicatori guidano le preghiere che debbono uscire dal Duomo e trovare i loro divini destinatari: per il Signore, per Sant’Antonio, per le Anime del Purgatorio, seguire la freccia. Nella grandi acquasantiere i pesci, simboli della prima cristianità possono nuotare finché ne hanno voglia; forse anche la balena di Giona vi appare ogni tanto. Immagino che San Bernardino da Siena discenda qualche volta ad ammirare gli altoparlanti che diffondono nel Duomo di Milano la voce del predicatore: non si lascerà vincere da una vaga e celeste invidia pensando alla forza di cui sarebbero caricate qui le sue parole?
Io entrai dunque nel tempio deserto a quell’ora e i miei peccati si contorsero in me come più fanno (salvo a riaversi fuori) quanto più solenne è la chiesa in cui li trascino. Raggiungi lentamente il tabernacolo presso l’altare maggiore, dove elargisce le sue grazie una Madonna che io chiamo dei brutti momenti e che mi conosce. Di solito chiedo una candela, non mi muovo di là finché non l’hanno collocata in buona posizione e accesa. Mettiamo che il sacrista se ne dimentichi: l’offerta è perduta, lassù, o basta il pensiero? Mi credevo solo ma un amarissimo sospiro mi disingannò. Addossato al muro c’era un uomo enorme, una specie di gigante, che piangeva con incontenibile strazio. Istintivamente proporzionai quel dolore non soltanto alla eccezionale statura di chi lo conteneva, ma al Duomo e alla piazza e alla stessa Milano; spero che la Madonna dei brutti momenti non abbia poi respinto la strana preghiera che le rivolsi, di attribuire a quel colossale infelice la mia candela. 

(da A Milano non fa freddo di Giuseppe Marotta, 1949)

PAUL DAVIES

La rotazione del nostro pianeta, considerata per generazioni e generazioni sufficientemente precisa da poter essere degnamente utilizzata come orologio, non rappresenta più un cronometro affidabile. In un’epoca in cui la tecnica offre strumenti di grandissima precisione per la registrazione del tempo, la povera vecchia Terra non tiene il passo. (…) Dopotutto gli orologi sono stati inventati per segnare il tempo per scopi esclusivamente umani. Ma gli uomini sentono tutti il tempo allo stesso modo?

Il paziente sulla poltrona del dentista e il pubblico che ascolta una sinfonia di Beethoven percepiscono in maniera assai differente un identico intervallo di tempo misurato dagli orologi atomici.
(da I misteri del tempo, 1997)