PROFILI

GIUSEPPE MAROTTA, UN AUTORE CELATO PER SEMPRE

“I critici? Seguitano ad ignorarmi. Il triste è che la cultura italiana è malata di accademismo” 

Rudy Tarantino *

“Sia sincero: che opinione ha, lei, di Giuseppe Marotta?”. Mah. Dico, di lui: non è bruno, ma non è biondo, non è alto, ma non è basso, non è brutto, ma non è bello, non è ricco, ma non è povero, non è stupido, ma non è intelligente... che diavolo è, quest’uomo che mi hanno dato da condurre passo passo alla morte?”[10].
Giuseppe Marotta è uno scrittore che seppur dimenticato o celato dalle moderne letterature, ha lasciato nel mondo delle lettere uno straordinario spaccato della Napoli e dell’Italia del secondo dopoguerra. Critico letterario e di costume egli stesso, ha saputo disegnare la neonata società italiana con uno squarcio incantevole e umoristico. L’humour marottiano sottolinea proprio la fame, la miseria e le macerie della seconda guerra mondiale, ma, allo stesso modo, fa emergere il sapersi rimboccare le maniche e l’affrontare con sollecitudine e coraggio la vita che imperterrita continua il suo corso. “Andate fuori, al sole / Teresa: quale papà? Nel vico San Liborio non ce n’è. / Don Ciccio: E con questo? Lo trovate a piazza Carità, lo trovate a Santa Lucia, in qualche parte lo trovate. Ecco l’odierna gioventù. Lo vorrebbe sul comodino il sole, in una guantiera d’argento. Alla vostra età io sentivo l’odore del sole, fiutavo e andavo. Un filo di sole, per me, c’era sempre”.
La luce è un’ironia che mette in burla gli aspetti della società dabbene puntando l’attenzione su un popolo che diventa saggio e audace, sagace e inventivo contro una terra arida dove padroneggia la miseria e la fame. Il pessimismo dovuto scompare grazie all’energia vitale dei personaggi inebriati dal sole e dal mare. Nonostante ciò, l’uomo che ha squarciato la Napoli del secondo dopoguerra e che la fece amare anche a coloro che non la conoscevano (così come scrisse una donna a Marotta dopo che aveva letto “L’oro di Napoli”: “Napoli mi è ignota, ma è come se ne fossi diventata una cittadina”[11]), fu accusato di essere solo uno scrittore locale sotto l’etichetta di “napoletanità” e declassato come tale: “Insomma: eviti soltanto i libri miei. Pensi che il barone Compagna, mio conterraneo, ha tenuto quasi una conferenza per dire che io sono, letterariamente, la vergogna di Napoli”.
Ebbene Marotta, allora, scrisse “A Milano non fa freddo”, una cartolina milanese dedicata alla città che lo apprezzava come narratore e giornalista: 1949. “Non fa freddo perché, a riscaldarci, c’è il focherello del cuore, dei ricordi, delle simpatie umane. E a consolarci c’è il largo suono delle campane, che di prima sera dondola e ridondola, sopra Piazza Fedele… Prendo questo tuo titolo come una dichiarazione d’amore alla città che ti ospita, o ti ha ospitato, e che tu guardi, descrivi, fai vivere con occhi innocenti: gli occhi della poesia”, così commentava Giuseppe Ravegnani, amico e critico di Giuseppe Marotta.
In “A Milano non fa freddo”, che ricorda la condizione degli emigrati, il protagonista è l’autore stesso, o meglio le sue memorie e le sue confessioni. L’autore incarna in questo libro l’immagine di un clown, che, senza una patria, viaggia per il mondo in cerca di fortuna. Lo stesso Marotta, non a caso, può definirsi un clown senza patria, per il semplice fatto che la sua Napoli, che portava da sempre nel cuore, era completamente cambiata: “...non stupì i miei amici a Napoli per il semplice fatto che essi s’erano tutti dispersi per il mondo e non ne ritrovai nessuno”. Raccontava Ravegnani: “In fondo questi tuoi libri sudano d’ogni parte di malinconia… malinconia, se vuoi, del ricordare; ma per l’appunto i ricordi, anche i più lieti, anche quelli dei cuori innamorati, quando rigalleggiano sull’onda della memoria, trascinano dietro a sé uno strascico di foglie morte, incoronandosi di un alone roseo e grigio. Battute dell’umorista, quasi a smentirmi, affiorano qua e là; ma sono battute di un umorismo amarognolo, dolente, angosciato: l’umorismo dell’uomo triste”.
L’autobiografia, non a caso, è saliente nelle opere di Giuseppe Marotta. Milano è descritta col suo paesaggio grigio, i suoi “barboni”, la sua frenetica operosità. Anche questo libro si collega ai due precedenti (“L’oro” e “San Gennaro”) nel “raggiungere, - come testimonia Vincenzo Paladino - nella ideazione dell’autore, la medesima unità strutturale e offrire, nel contempo, una visione di assieme della città nella successione dinamica degli “spaccati”, dei quadri, dei ritratti, dei flash”.
Nonostante ciò, Giuseppe Ravegnani ha sempre confermato nei suoi scritti l’accesa polemica anti-marottiana del mondo accademico: “Si diceva: Marotta per scrivere in punta di penna, toccante, persuasivo, ha bisogno di Napoli. Marotta è monocorde, radicato a un metro quadrato di terra. È come Alvaro e come Rèpaci con la Calabria, il povero Brancati con la Sicilia, Beltramelli con la Romagna, la Deledda con la Sardegna. Napoli per Marotta è come una sanguisuga: eppure se gliela strappi diventa vuoto: se lo porti lontano dal Vesuvio, da San Gennaro, da Chiaia, diventa miope o cieco completamente. La sua gente è quella dei “quartieri”, dei “bassi”: gente che sta sulle porte a godersi il sole come lucertole, cominciando dal lunedì a pensare ai numeri del lotto e alle cabale. Ma alle chiacchiere dei critici non hai creduto, e hai fatto bene”.
Marotta con “A Milano non fa freddo” ha dimostrato ancora una volta che i critici si sbagliavano completamente sul suo conto, come racconta ancora Paladino, “Marotta parve volersi scrollare di dosso l’etichetta di “napoletanità”, o per lo meno preferì non insistere sulla direttrice regionalistica, che pure lo aveva fatto scrittore di grosso successo, per spostarsi su un’altra area, cimentandosi con altri temi ricavati dalle sue dirette esperienze nella grande città del Settentrione, che fu la sua patria di adozione”.
Lo scrittore napoletano per dar prova di sé e della sua bravura, a dispetto delle incessanti accuse dei critici, scrive di Milano, con il suo linguaggio giornalistico, di stampo elzeviristico con discontinuità di tono e di ispirazione. Però anche quando si parla di Milano, per lo scrittore non può mancare quella vena napoletana che lo contraddistingue da sempre e, ovviamente, l’autobiografia. Le sue disavventure milanesi diventano le disavventure di tutti e la sua vita intima diventa esperienza universale. Si potrebbe dire che Marotta parte da se stesso per raggiungere tutto lo scindibile. Il singolo diventa emblema della moltitudine. Le amarezze, le gioie del singolo diventano di tutti come esempi da imitare e da seguire.
La cosa straordinaria è che l’autobiografismo marottiano non cede mai alla banalità del quotidiano, bensì si tramuta in condizione ed esperienza in cui il lettore può prenderne atto e farne parte. Così facendo, Marotta in questo libro incarna l’ “esilio” dei meridionali che, in cerca di fortuna, erano costretti a lasciare la propria patria, il Meridione, e ad emigrare in nord Italia. Milano e le altre città del Nord diventavano delle terre straniere, da conquistare e conquistarsi. Marotta dopotutto a Milano incontrò numerosi scrittori e poeti meridionali come Leonardo Sinisgalli, Alfonso Gatto, Domenico Rea et alii che come lui erano partiti in cerca di fortuna. Lo stesso Marotta amava affermare ciò che lo spinse a puntare verso Milano: “Nel 1925 emigrai a Milano, dove avevo saputo che esisteva un professionismo giornalistico e letterario. La mia idea era di conquistare Milano con un pacco di manoscritti e trecento lire di capitale; Michele, mio compagno nell’impresa, pensava invece che le trecento lire fossero di troppo: secondo lui il solo pacco di manoscritti ci avrebbe resi padroni della città in due o tre giorni. Che tempi. C’era, a Milano, il caro-alloggi. Affittammo, io e il mio compagno d’avventura, una camera ammobiliata in corso Roma 66. Prezzo: trecento lire... al mese. “Gabinetto”? Sì, ma fuori di casa, annidato su un pianerottolo”.
Dopo le prime disavventure, pienamente raccontate nei suoi scritti giornalistici e narrativi, lo scrittore riesce a sistemarsi e sposarsi. La città milanese diventa la sua seconda patria, la sua casa di adozione. “[...] Sì, ho vissuto a Milano per venticinque anni, più brevi e tuttavia più distesi e abbaglianti di qualsiasi Marilyn Monroe. Sto a Napoli, adesso, ma con la giacca impigliata nei battenti di Milano. Ho la tristezza remota, nuvolosa, dei meticci. Non so mai, quando riapro gli occhi la mattina, se vedrò nella finestra una guglia del Duomo o una gobba del Vesuvio”.  Infatti la vita di Marotta si divise sempre tra Napoli e Milano.
Napoli è il luogo della sua infanzia, dei suoi ricordi, della sua “napoletanità”. Milano, per lo scrittore, non solo rappresenta il suo riscatto sociale, ma anche l’affermazione nel mondo lavorativo e, di conseguenza, nel mondo letterario. Milano aprì le porte a Marotta nel “fantastico” mondo delle lettere, tra i caffè lungo il Corso e le testate giornalistiche. Lì conobbe molti critici, anche se tanti altri lo ignoravano o lo declassavano come un semplice autore di rotocalco. Fu accusato spesso di scrivere elzeviri e non proprio libri, come egli stesso ammetteva: “Purtroppo la storia di tutti i miei libri è sempre la stessa: e tutti i miei racconti, prima di essere raccolti in volume, sono costretto a pubblicarli come elzeviri di quotidiani. Questa è una cosa che vorrei mettere bene in chiaro, per le influenze che ha sul nostro costume letterario. Lo scrittore, cioè, per poter vivere, è costretto a lavorare per i giornali. Chi può stare due anni attorno ad un libro, chi può stare, cioè, due anni senza guadagnare? Lo scrittore, oggi, nella maggior parte dei casi, può mettere insieme un libro solo dopo averlo pubblicato, qua e là, in elzeviri: è triste, ma è sintomatico dell’epoca”. Lo scrittore napoletano lamentava spesso che non poteva scrivere un libro senza che questo nascesse dagli elzeviri. Fu così che Marotta iniziò a cadere in oblio, come egli stesso lamentava: “Tutti abbiamo imparato a memoria questi ricorrenti, ossessivi temi della vigente critica; e non sappiamo, da essa, quasi niente di noi. Di importante non ho al mio attivo, qui, in vent’anni, che tre articoli di De Robertis, due di Falqui, uno di Flora, uno di Ravegnani, uno di Gargiulo, uno di Cecchi, poi più nulla”.
Nonostante la critica ufficiale lo ignorasse ebbe un grande successo di pubblico. “Grazie, grazie. Non so più nulla di quel mio romanzo giovanile chiamato “La scure d’argento”. L’Editore Ceschina, quattro o cinque anni fa, lo ristampò con “Mezzo Miliardo” e “Tutte a me” (altri due lavoretti comici della mia verde età) in un volume unico. Ignoro se anche in questa edizione “La scure d’argento” figuri, a Torino o dovunque, esaurita. Provi a domandarlo a Ceschina (via Castelmorrone 15, Milano). Perché non lo faccio io? Perché non mi va di sentirmi dire che la tiratura fu di tremila esemplari e che le copie invendute sono, computando l’originale, tremila e una. Ho 56 anni, lavoro da tempo immemorabile (come un cinese e meglio che so), faccio di tutto per non commettere gravi sbagli, ma innumerevoli e raffinati intenditori mi considerano tuttora un dilettante e uno sciocco. Questo è il mondo letterario: non si comincia mai ad entrarvi e non si finisce mai di esserne scacciati!”.
I critici, infatti, continuavano a considerarlo un autore provinciale, dilettante e locale, “I critici? C’è gente che seguita ad ignorarmi, come Flora, Bocelli, e qualche altro. Mi ignorano per i miei vizi di origine, perché lavoravo nel rotocalco e nel giornalismo umoristico. Ci sono invece scrittori che per il solo fatto di aver partecipato a un cenacolo, a un clan, o anche vagamente a un clima, hanno diritto di cittadinanza letteraria. Le classifiche cieche sono appunto il vizio di noi italiani: mentre c’erano, forse, nella “Acerba” e nella “Ronda” moltissime mediocrità. Ma se avrò vita e meriti, spero di convincere tutti i critici, come mi è accaduto con Cecchi[12]. Il triste è che la cultura italiana è malata di accademismo; la letteratura è dei professori, e purtroppo oggi siamo passati dal Prof. Carducci al licealista. Non è forse lecito avere gli inizi difficili? Anche lei batte sul chiodo letterario, con domande che riguardano me, e che perciò m’imbarazzano. D’accordo, io sono ignorato o quasi, dai critici. E Falqui… poi. Falqui non ha in mente che Dessì. Il motto defilippiano da impartire a Falqui dovrebbe essere: “Ditegli sempre Dessì”.
Non mancano attacchi da parte del mondo accademico verso la letteratura marottiana, una letteratura fatta di aneddoti, di elzeviri, parlata, linguacciuta e fuori dai canoni tradizionalisti di linguaggi corretti e pomposi, di tematiche discorsive e argomentative. La letteratura di Marotta è fatta come un puzzle, di tanti pezzi che messi a incastro rivelano un mondo tutto da scoprire, uno squarcio paesaggistico di realtà sociali e non, e soprattutto di uno sviscerato amore verso la vita. Gli ambienti, le figure, i personaggi marottiani emergono un po’ alla volta. Il lettore deve cercare di scoprirli tra le righe, di togliere quel velo parodistico quasi grottesco, di capire che tutto l’umorismo marottiano è intriso di filosofia.
Spesso la critica non ha voluto soffermarsi su questo autore solo perché lo ha sempre analizzato apparentemente, non lo approfondisce, non lo studia tra le righe e non toglie quel velo che come una nebbia copre l’incanto, il sogno, la gioia di vivere. La grandezza di Marotta sta proprio nell’analizzarlo attraverso le righe e nell’approfondirlo nella sua poetica umoristica. Un humour a volte scostante e dissacrante rivela il dramma di una società che cerca di emergere dalle macerie della guerra e di un popolo che si “arrangia” a vivere puntando al sole e alla vita. L’amore verso l’esistenza in qualsiasi forma essa fosse vissuta è il tema principale di tutte le opere marottiane. È un peccato che ancora oggi ignori un autore che è stato partecipe e grande interprete di un’epoca tanto discussa come la nostra.


* Dice di sé:
Rudy Tarantino. Nato a Napoli il 15 ottobre 1981. Insegna latino, italiano, storia e geografia nelle scuole superiori dell’Is.eF. – Istruzione e Formazione – e collabora con “La Tribuna” di Poggiomarino (Na), giornale a tiratura regionale. Si è sempre occupato di critica letteraria e di politica vaticana.

PUBLIO VIRGILIO MARONE

Omnia vincit amor et nos cedamus amori.

(da Bucoliche X, 69)