PROFILI
GIUSEPPE MAROTTA, UN AUTORE CELATO PER SEMPRE
“I
critici? Seguitano ad ignorarmi. Il triste è che la
cultura italiana è malata di accademismo”
Rudy
Tarantino *
“Sia sincero: che opinione ha,
lei, di Giuseppe Marotta?”. Mah. Dico, di lui: non
è bruno, ma non è biondo, non è alto, ma non è basso,
non è brutto, ma non è bello, non è ricco, ma non
è povero, non è stupido, ma non è intelligente...
che diavolo è, quest’uomo che mi hanno dato da condurre
passo passo alla morte?”.
Giuseppe Marotta è uno scrittore
che seppur dimenticato o celato dalle moderne letterature,
ha lasciato nel mondo delle lettere uno straordinario
spaccato della Napoli e dell’Italia del secondo dopoguerra.
Critico letterario e di costume egli stesso, ha saputo
disegnare la neonata società italiana con uno squarcio
incantevole e umoristico. L’humour marottiano sottolinea proprio la fame,
la miseria e le macerie della seconda guerra mondiale,
ma, allo stesso modo, fa emergere il sapersi
rimboccare le maniche e l’affrontare con sollecitudine
e coraggio la vita che imperterrita continua il suo
corso. “Andate fuori, al sole / Teresa: quale papà?
Nel vico San Liborio non ce n’è. / Don Ciccio: E con
questo? Lo trovate a piazza Carità, lo trovate a Santa
Lucia, in qualche parte lo trovate. Ecco l’odierna
gioventù. Lo vorrebbe sul comodino il sole, in una
guantiera d’argento. Alla vostra età io sentivo l’odore
del sole, fiutavo e andavo. Un filo di sole, per me,
c’era sempre”.
La luce è un’ironia che mette in
burla gli aspetti della società dabbene puntando l’attenzione
su un popolo che diventa saggio e audace, sagace e
inventivo contro una terra arida dove padroneggia
la miseria e la fame. Il pessimismo dovuto scompare
grazie all’energia vitale dei personaggi inebriati
dal sole e dal mare. Nonostante ciò, l’uomo che ha
squarciato la Napoli del secondo dopoguerra e che
la fece amare anche a coloro che non la conoscevano
(così come scrisse una donna a Marotta dopo che aveva
letto “L’oro
di Napoli”: “Napoli mi è ignota, ma è come
se ne fossi diventata una cittadina”), fu accusato
di essere solo uno scrittore locale sotto l’etichetta
di “napoletanità” e declassato come tale: “Insomma:
eviti soltanto i libri miei. Pensi che il barone Compagna,
mio conterraneo, ha tenuto quasi una conferenza per
dire che io sono, letterariamente, la vergogna di
Napoli”.
Ebbene Marotta,
allora, scrisse “A
Milano non fa freddo”, una cartolina milanese
dedicata alla città che lo apprezzava come narratore
e giornalista: 1949. “Non fa freddo perché, a riscaldarci,
c’è il focherello del cuore, dei ricordi, delle simpatie
umane. E a consolarci c’è il largo suono delle campane,
che di prima sera dondola e ridondola, sopra Piazza
Fedele… Prendo questo tuo titolo come una dichiarazione
d’amore alla città che ti ospita,
o ti ha ospitato, e che tu guardi, descrivi,
fai vivere con occhi innocenti: gli occhi della poesia”,
così commentava Giuseppe Ravegnani, amico e critico
di Giuseppe Marotta.
In “A Milano non fa freddo”, che ricorda la condizione degli emigrati,
il protagonista è l’autore stesso, o meglio le sue
memorie e le sue confessioni. L’autore incarna in
questo libro l’immagine di un clown, che, senza una
patria, viaggia per il mondo in cerca di fortuna.
Lo stesso Marotta, non a caso, può definirsi un clown
senza patria, per il semplice fatto che la sua Napoli,
che portava da sempre nel cuore, era completamente
cambiata: “...non stupì i miei amici a Napoli per
il semplice fatto che essi s’erano tutti dispersi
per il mondo e non ne ritrovai nessuno”. Raccontava
Ravegnani: “In fondo questi tuoi libri sudano d’ogni
parte di malinconia… malinconia, se vuoi, del ricordare;
ma per l’appunto i ricordi, anche i più lieti, anche
quelli dei cuori innamorati, quando rigalleggiano
sull’onda della memoria, trascinano dietro a sé uno
strascico di foglie morte, incoronandosi di un alone
roseo e grigio. Battute dell’umorista, quasi a smentirmi,
affiorano qua e là; ma sono battute di
un umorismo amarognolo, dolente, angosciato:
l’umorismo dell’uomo triste”.
L’autobiografia, non a caso, è
saliente nelle opere di Giuseppe Marotta. Milano è
descritta col suo paesaggio grigio, i suoi “barboni”,
la sua frenetica operosità. Anche questo libro si
collega ai due precedenti (“L’oro”
e “San Gennaro”)
nel “raggiungere, - come testimonia Vincenzo Paladino
- nella ideazione dell’autore, la medesima unità strutturale
e offrire, nel contempo, una visione di assieme della
città nella successione dinamica degli “spaccati”,
dei quadri, dei ritratti, dei flash”.
Nonostante ciò, Giuseppe Ravegnani
ha sempre confermato nei suoi scritti l’accesa polemica
anti-marottiana del mondo accademico: “Si diceva:
Marotta per scrivere in punta di penna, toccante,
persuasivo, ha bisogno di Napoli. Marotta è monocorde,
radicato a un metro quadrato di terra. È come Alvaro
e come Rèpaci con la Calabria, il povero Brancati
con la Sicilia, Beltramelli con la Romagna, la Deledda
con la Sardegna. Napoli per Marotta è come una sanguisuga:
eppure se gliela strappi diventa vuoto: se lo porti
lontano dal Vesuvio, da San Gennaro, da Chiaia, diventa
miope o cieco completamente. La sua gente è quella
dei “quartieri”, dei “bassi”: gente che sta sulle
porte a godersi il sole come lucertole, cominciando
dal lunedì a pensare ai numeri del lotto e alle cabale.
Ma alle chiacchiere dei critici non hai creduto, e
hai fatto bene”.
Marotta con “A Milano non fa freddo” ha dimostrato
ancora una volta che i critici si sbagliavano completamente
sul suo conto, come racconta ancora Paladino, “Marotta
parve volersi scrollare di dosso l’etichetta di “napoletanità”,
o per lo meno preferì non insistere sulla direttrice
regionalistica, che pure lo aveva fatto scrittore
di grosso successo, per spostarsi su un’altra area,
cimentandosi con altri temi ricavati dalle sue dirette
esperienze nella grande città del Settentrione, che
fu la sua patria di adozione”.
Lo scrittore napoletano per dar
prova di sé e della sua bravura, a dispetto delle
incessanti accuse dei critici, scrive
di Milano, con il suo linguaggio giornalistico,
di stampo elzeviristico con discontinuità di tono
e di ispirazione. Però anche quando si parla di Milano,
per lo scrittore non può mancare quella vena napoletana
che lo contraddistingue da sempre e, ovviamente, l’autobiografia.
Le sue disavventure milanesi diventano le disavventure
di tutti e la sua vita intima diventa esperienza universale.
Si potrebbe dire che Marotta parte da se stesso per
raggiungere tutto lo scindibile. Il singolo diventa
emblema della moltitudine. Le amarezze, le gioie del
singolo diventano di tutti come esempi da imitare
e da seguire.
La cosa straordinaria è che l’autobiografismo
marottiano non cede mai alla banalità del quotidiano,
bensì si tramuta in condizione ed esperienza in cui
il lettore può prenderne atto e farne parte. Così
facendo, Marotta in questo libro incarna l’ “esilio”
dei meridionali che, in cerca di fortuna, erano costretti
a lasciare la propria patria, il Meridione, e ad emigrare
in nord Italia. Milano e le altre città del Nord diventavano
delle terre straniere, da conquistare e conquistarsi.
Marotta dopotutto a Milano incontrò numerosi scrittori
e poeti meridionali come Leonardo Sinisgalli, Alfonso
Gatto, Domenico Rea et alii che come lui erano
partiti in cerca di fortuna. Lo stesso Marotta amava
affermare ciò che lo spinse a puntare verso Milano:
“Nel 1925 emigrai a Milano, dove avevo saputo che
esisteva un professionismo giornalistico e letterario.
La mia idea era di conquistare Milano con un pacco
di manoscritti e trecento lire di capitale; Michele,
mio compagno nell’impresa, pensava invece che le trecento
lire fossero di troppo: secondo lui il solo pacco
di manoscritti ci avrebbe resi padroni della città
in due o tre giorni. Che tempi. C’era, a Milano, il
caro-alloggi. Affittammo, io e il mio compagno d’avventura,
una camera ammobiliata in corso Roma 66. Prezzo: trecento
lire... al mese. “Gabinetto”? Sì, ma fuori di casa,
annidato su un pianerottolo”.
Dopo le prime disavventure, pienamente
raccontate nei suoi scritti giornalistici e narrativi,
lo scrittore riesce a sistemarsi e sposarsi. La città
milanese diventa la sua seconda patria, la sua casa
di adozione. “[...] Sì, ho vissuto a Milano per venticinque
anni, più brevi e tuttavia più distesi e abbaglianti
di qualsiasi Marilyn Monroe. Sto a Napoli, adesso,
ma con la giacca impigliata nei battenti di Milano.
Ho la tristezza remota, nuvolosa, dei meticci. Non
so mai, quando riapro gli occhi la mattina, se vedrò
nella finestra una guglia del Duomo o una gobba del
Vesuvio”. Infatti
la vita di Marotta si divise sempre tra Napoli e Milano.
Napoli è il luogo della sua infanzia,
dei suoi ricordi, della sua “napoletanità”. Milano,
per lo scrittore, non solo rappresenta il suo riscatto
sociale, ma anche l’affermazione nel mondo lavorativo
e, di conseguenza, nel mondo letterario. Milano aprì
le porte a Marotta nel “fantastico” mondo delle lettere,
tra i caffè lungo il Corso e le testate giornalistiche.
Lì conobbe molti critici, anche se tanti altri lo
ignoravano o lo declassavano come un semplice autore
di rotocalco. Fu accusato spesso di scrivere elzeviri
e non proprio libri, come egli stesso ammetteva: “Purtroppo
la storia di tutti i miei libri è sempre la stessa:
e tutti i miei racconti, prima di essere raccolti
in volume, sono costretto a pubblicarli come elzeviri
di quotidiani. Questa è una cosa che vorrei mettere
bene in chiaro, per le influenze che ha sul nostro
costume letterario. Lo scrittore, cioè, per poter
vivere, è costretto a lavorare per i giornali. Chi
può stare due anni attorno ad un libro, chi può stare,
cioè, due anni senza guadagnare? Lo scrittore, oggi,
nella maggior parte dei casi, può mettere insieme
un libro solo dopo averlo pubblicato, qua e là, in
elzeviri: è triste, ma è sintomatico dell’epoca”.
Lo scrittore napoletano lamentava spesso che non poteva
scrivere un libro senza che questo nascesse dagli
elzeviri. Fu così che Marotta iniziò a cadere in oblio,
come egli stesso lamentava: “Tutti abbiamo imparato
a memoria questi ricorrenti, ossessivi temi della
vigente critica; e non sappiamo, da essa, quasi niente
di noi. Di importante non ho al mio attivo, qui, in
vent’anni, che tre articoli di De Robertis, due di
Falqui, uno di Flora, uno di Ravegnani, uno di Gargiulo,
uno di Cecchi, poi più nulla”.
Nonostante la critica ufficiale
lo ignorasse ebbe un grande successo di pubblico.
“Grazie, grazie. Non so più nulla di quel mio romanzo
giovanile chiamato “La scure d’argento”. L’Editore Ceschina, quattro o cinque anni fa, lo
ristampò con “Mezzo Miliardo” e “Tutte a me” (altri
due lavoretti comici della mia verde età) in un volume
unico. Ignoro se anche in questa edizione “La scure
d’argento” figuri, a Torino o dovunque, esaurita.
Provi a domandarlo a Ceschina (via Castelmorrone 15,
Milano). Perché non lo faccio io? Perché non mi va
di sentirmi dire che la tiratura fu di tremila esemplari
e che le copie invendute sono, computando l’originale,
tremila e una. Ho 56 anni, lavoro da tempo immemorabile
(come un cinese e meglio che so), faccio di tutto
per non commettere gravi sbagli, ma innumerevoli e
raffinati intenditori mi considerano tuttora un dilettante
e uno sciocco. Questo è il mondo letterario: non si
comincia mai ad entrarvi e non si finisce mai di esserne
scacciati!”.
I critici, infatti, continuavano
a considerarlo un autore provinciale, dilettante e
locale, “I critici? C’è gente che seguita ad ignorarmi,
come Flora, Bocelli, e qualche altro. Mi ignorano
per i miei vizi di origine, perché lavoravo nel rotocalco
e nel giornalismo umoristico. Ci sono invece scrittori
che per il solo fatto di aver partecipato a un cenacolo,
a un clan, o anche vagamente a un clima, hanno diritto
di cittadinanza letteraria. Le classifiche cieche
sono appunto il vizio di noi italiani: mentre c’erano,
forse, nella “Acerba” e nella “Ronda” moltissime mediocrità.
Ma se avrò vita e meriti, spero di convincere tutti
i critici, come mi è accaduto con Cecchi.
Il triste è che la cultura italiana è malata di accademismo;
la letteratura è dei professori, e purtroppo oggi
siamo passati dal Prof. Carducci al licealista. Non
è forse lecito avere gli inizi difficili? Anche lei
batte sul chiodo letterario, con domande che riguardano
me, e che perciò m’imbarazzano. D’accordo, io sono
ignorato o quasi, dai critici. E Falqui… poi. Falqui
non ha in mente che Dessì. Il motto defilippiano da
impartire a Falqui dovrebbe essere: “Ditegli sempre
Dessì”.
Non mancano attacchi da parte del
mondo accademico verso la letteratura marottiana,
una letteratura fatta di aneddoti, di elzeviri, parlata,
linguacciuta e fuori dai canoni tradizionalisti di
linguaggi corretti e pomposi, di tematiche discorsive
e argomentative. La letteratura di Marotta è fatta
come un puzzle, di tanti pezzi che messi a incastro
rivelano un mondo tutto da scoprire, uno squarcio
paesaggistico di realtà sociali e non, e soprattutto
di uno sviscerato amore verso la vita. Gli ambienti,
le figure, i personaggi marottiani emergono un po’
alla volta. Il lettore deve cercare di scoprirli tra
le righe, di togliere quel velo parodistico quasi
grottesco, di capire che tutto l’umorismo marottiano
è intriso di filosofia.
Spesso la critica non ha voluto
soffermarsi su questo autore solo perché lo ha sempre
analizzato apparentemente, non lo approfondisce, non
lo studia tra le righe e non toglie quel velo che
come una nebbia copre l’incanto, il sogno, la gioia
di vivere. La grandezza di Marotta sta proprio nell’analizzarlo
attraverso le righe e nell’approfondirlo nella sua
poetica umoristica. Un humour a volte scostante e
dissacrante rivela il dramma di una società che cerca
di emergere dalle macerie della guerra e di un popolo
che si “arrangia” a vivere puntando al sole e alla
vita. L’amore verso l’esistenza in qualsiasi forma
essa fosse vissuta è il tema principale di tutte le
opere marottiane. È un peccato che ancora oggi ignori
un autore che è stato partecipe e grande interprete
di un’epoca tanto discussa come la nostra.
* Dice di sé:
Rudy
Tarantino. Nato a Napoli il 15 ottobre 1981. Insegna
latino, italiano, storia e geografia nelle scuole
superiori dell’Is.eF. – Istruzione e Formazione –
e collabora con “La Tribuna” di Poggiomarino (Na),
giornale a tiratura regionale. Si è sempre occupato
di critica letteraria e di politica vaticana.
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PUBLIO
VIRGILIO MARONE
Omnia vincit amor et nos cedamus
amori.
(da Bucoliche
X, 69)
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