PROFILI

TROTULA DE RUGGERO. UNA DONNA STRAORDINARIA

In un’epoca storica dominata dagli uomini, la più grande “magistra” nel campo medico

Luisa Ricchi *

In una notte buia e tempestosa, quattro pellegrini si erano rifugiati sotto gli archi dell'acquedotto di Arce. Non erano viandanti normali. C'era un greco, Pontus, un latino ferito, Salernus, un ebreo, Helinus ed un arabo, Adela. In comune avevano la conoscenza dell'arte medica, pur provenendo da scuole diverse. Salernus attirò ben presto l'attenzione degli altri tre con il suo modus medicandi. Decisero così di fermarsi a Salerno, di creare un sodalizio e fondare una scuola, per raccogliere e divulgare le comuni conoscenze in materia. Nacque così la Scuola salernitana.
La città di Salerno, attorno all’anno mille, era nota per    il suo fermento intellettuale e rappresentava la massima espressione della rinascita culturale dell'Italia meridionale. Ottimo terreno di coltura per un'idea innovativa. La scuola medica salernitana si distinse ben presto dalle altre, proprio perché raccoglieva, effettivamente, il meglio della tradizione medica latina, greca, araba ed ebrea. Divenne in poco tempo il più importante centro di studi medici teorici e pratici e conquistò una fama che varcò i confini non solo della regione, ma anche dello stato, diventando la prima università d'Europa.
La scuola, conosciuta anche come “Hippocratica civitas” (la città di Ippocrate), perché la terapia ippocratica stava alla base degli insegnamenti, fu il primo centro di cultura non controllato dalla Chiesa, cosa veramente eccezionale per l'epoca. Ma non si distingueva dalle altre solo per la sua laicità, ma anche perché era aperta alle donne, che la frequentavano sia come studentesse, le cosiddette "Damae salernitanae", che come insegnanti. Questa è da considerarsi una parentesi, chiusa la quale, per parecchio tempo la medicina è tornata monopolio degli uomini. Occorre fare un piccolo passo indietro.
Nei secoli precedenti, in Europa dominava l'insegnamento galenico. I medici tramandavano gli aspetti filosofici, astratti della medicina, mentre i chirurghi erano considerati di rango inferiore e parificati agli altri che esercitavano attività manuali (barbieri, operatori di cataratta, norcini, oltre a varie tipologie di ciarlatani itineranti).
Alla donna per tradizione era assegnato il ruolo di ostetrica o di puericultrice. Le sue conoscenze erano tramandate di madre in figlia. Non poteva accedere a forme ufficializzate di sapere né agli insegnamenti accademici, e non era autorizzata ad esercitare la professione medica. In un periodo di oscurantismo, in cui la donna occupava una posizione subalterna, o comunque secondaria nella società, la presenza di donne medico nella Scuola Medica salernitana, in pieno medioevo, rappresentava un fenomeno veramente unico nella storia della medicina. Ma ancora più straordinario era che le donne venissero non solo accettate nei ranghi dell’organizzazione medica, ma anche tenute in grande considerazione dai colleghi uomini (cosa ancora non comune ai giorni nostri) e dall'intera comunità. Molte le doti che le caratterizzavano e che permisero loro di conquistare una notevole fama tra l’età dei Longobardi e quella dei Normanni. Erano attive, prudenti, coraggiose, combattive.
Uno storico salernitano, Antonio Mazza, priore della Scuola di medicina nel XVII secolo, riconobbe il loro prestigio e nel saggio “Historiarum epitome de rebus salernitanis” scrive “Abbiamo molte donne erudite, che in molti campi superarono o eguagliarono per ingegno e dottrina non pochi uomini e, come gli uomini, furono ragguardevoli nell’ambito della medicina”. Tra queste importanti presenze femminili, quella che ebbe più notorietà fu sicuramente Trotula de Ruggero (o de Ruggiero), detta anche Trocta o Trota; non si conosce con precisione né la sua data della sua nascita che si colloca tra il 1030-1040, né quella della sua morte, avvenuta presumibilmente verso la fine dell’undicesimo secolo.
Discendente da un’antica e ricca famiglia di origine longobarda, Trotula sposò Giovanni Plateario, illustre maestro della scuola, capostipite di una diretta discendenza di medici che divennero tutti notissimi, chi in un campo, chi in un altro, dando lustro alla città di Salerno per più di trecento anni. Trotula viene descritta di forme abbondanti, matronali, di aspetto volitivo, con fronte alta e spaziosa, bocca grande, occhi luminosi e penetranti. Molto sensibile e delicata nel modo di comportarsi. Ebbe due figli, Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.
Fu una “magistra” tanto stimata, da meritare la docenza presso la Scuola; un famoso medico dell’epoca, Raffaele Malacorona, in visita a Salerno affermò di non aver trovato nella città nessuno più esperto nell’arte medica di quanto lo fosse lui stesso, ad eccezione di una “sapiens matrona”, che non poteva essere che Trotula. Nessuna meraviglia se poi, a causa di questi riconoscimenti, fu persino negata l’esistenza stessa di Trotula e furono attribuiti ad altri medici, maschi, le sue opere (niente di nuovo sotto il sole!).
Le sue lezioni furono incluse nel “De agritudinum curatione”, una raccolta degli insegnamenti di sette grandi maestri dell'università. Collaborò con il marito ed i figli alla stesura del manuale di medicina “Practica brevis”. Precorse i tempi soprattutto nel campo della ginecologia, dell’ostetricia e della dermatologia e, cosa importantissima, le sue opere sono giunte, pur sezionate e ricomposte, fino a noi: possiamo così renderci conto del suo valore e della sua modernità, anche nel campo della salute in generale. Le sue idee erano veramente innovative: considerava che la prevenzione fosse un aspetto molto importante della medicina (concetto ripreso successivamente: prevenire è meglio che curare), divulgava metodi per l'epoca inusuali, evidenziando l'importanza che l'igiene, l'alimentazione equilibrata e l'attività fisica rivestono per la salute.
Contrariamente a tanti colleghi dell'epoca, non ricorse quasi mai a pratiche legate all'astrologia ed alla magia. Per curare molte patologie suggeriva trattamenti dolci che includevano bagni e massaggi, anziché avvalersi dei metodi drastici spesso utilizzati a quel tempo. I suoi consigli erano facili da seguire e alla portata anche delle persone meno abbienti.
Le sue conoscenze in campo ginecologico furono eccezionali. Nello studio dell'ostetricia e delle malattie sessuali fece importanti scoperte. Molte donne ricorrevano alle sue cure. Trotula sosteneva che “dal momento che tali malanni si manifestano nelle zone più intime, le donne non osano, per riserbo e per fragilità della loro condizione, rivelare al medico i tormenti provocati dal dolore...”. Cercò nuovi metodi per rendere il parto meno doloroso e per il controllo delle nascite. Temi ripresi pochi secoli fa, se non addirittura nella seconda metà del novecento. Il professor Leboyer, che diffuse la nascita senza violenza una quarantina di anni fa, non fu contestato solo per problemi di eventuali complicanze patologiche per mamma e bambino, ma anche perché era ancora diffuso il concetto “tu donna partorirai con dolore”.
Fino a pochi anni fa, molte ostetriche insensibili e sadiche, durante il travaglio, dicevano alle donne “non lamentarti, hai goduto prima e adesso paghi!” Trotula si occupò del problema dell'infertilità, cercandone le cause non soltanto nelle donne, ma anche negli uomini, in contrasto con le teorie mediche dell'epoca. Per la “medichessa” era basilare il benessere fisico della donna e del bambino, così come l’armonia della coppia e l’uso di metodi contraccettivi.
Piccola parentesi. Non dimentichiamoci che quasi un millennio dopo, era tassativamente vietato indicare sui bugiardini, inclusi nelle confezioni delle famose pillole, l'uso delle stesse come anticoncezionali. Venivano vendute ufficialmente come “regolatori del ciclo mestruale”. E questo per seguire una precisa indicazione della Chiesa, la cui longa manus arriva dappertutto, e soprattutto nelle camere da letto!
Nella sua opera più conosciuta, il “De passionibus mulierum curandarum” (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di “Trotula Major”, quando venne pubblicato insieme al “De Ornatu Mulierum”, un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto “Trotula Minor”, parlava delle malattie delle donne con un linguaggio chiaro e lineare. (I due testi erano scritti in latino medievale, una lingua diffusa in tutta l'Europa). Il primo le fu richiesto da una nobildonna, anch’essa convinta che le donne non parlano volentieri delle loro malattie agli uomini, per un sentimento di pudore.
Come già detto, fino allora, le persone destinate a prendersi cura di quanto atteneva alla sfera genitale non erano medici o comunque persone istruite, ma vecchie donne, a volte solo praticone e ciarlatane, a volte molto sagge ed esperte, le cosiddette mammane, che, non solo nel medioevo, ma anche successivamente, si prendevano cura dei malanni delle altre donne, nel parto come in menopausa, e tutte le volte che si dovevano affrontare disturbi ginecologici. Il trattato risulta straordinario anche perché, per la prima volta, si parla esplicitamente di argomenti sessuali, senza nessun accento moralistico. Ed ancora un accenno a qualcosa di molto recente. Qualcuno si ricorda delle polemiche seguite all'uscita di quel piccolo testo ispirato alle strisce di Lupo Alberto, in cui si parlava di contraccezione e di sessualità? È stato criminalizzato e messo all'indice per evidente immoralità. E questo pochi, pochissimi anni fa. Il testo di Trotula inoltre, non si limita all'elaborazione teorica delle esperienze, ma vengono portati numerosi esempi pratici. Poiché Trotula conosceva gli insegnamenti di Ippocrate e di Galeno, vi faceva riferimento nelle sue diagnosi  e nei suoi trattamenti, non trascurando l’antica concezione ippocratica che legava le caratteristiche della persona all'intero cosmo: la teoria degli umori legati con gli elementi presenti nel cosmo, secondo la quale nel corpo umano circolano quattro umori: il sangue, il flegma, la bile gialla e la bile nera. Il prevalere di uno dei quattro umori sugli altri condizionerebbe il carattere degli individui e il temperamento. Inoltre affinché le persone godano di buona salute occorre che i quattro umori siano presenti nell’organismo in modo equilibrato; se tale equilibrio viene a mancare si ha l’insorgenza della malattia. Questa teoria è ritenuta valida, anche attualmente, da qualche branca della cosiddetta medicina alternativa.
Trotula ha affrontato il problema della menopausa, sui sintomi della quale vi è una grande scarsità di testimonianze. A quei tempi, gran parte delle patologie erano rappresentate dalle infezioni, dagli ascessi, dalle febbri, e dai dolori che ognuna di queste condizioni comportava. Malesseri così gravi, dolorosi e spesso incurabili che, a causa della mancanza di analgesici, anestetici ed antibiotici, rendevano trascurabili i sintomi della menopausa, o di piccole patologie ginecologiche.
Trotula conquistò un’immensa fama, anche sul campo, fama che durò anche nei secoli successivi, per l'enorme lavoro svolto. Nessun regalo. Niente su un piatto d'argento. Se non fu la prima, cronologicamente, delle Damae salernitanae, fu certo la più famosa. Nel “De ornatu mulierum” sono trattati temi riguardanti la cura e la bellezza con l’uso dei cosmetici. Vengono fornite ricette su come tingere i capelli, curare l’alitosi, sbiancare i denti, togliere le borse sotto gli occhi e le lentiggini, truccarsi il viso e le labbra. Sono descritte dettagliatamente le preparazioni di rimedi per la cura del corpo, l’uso di pomate ed erbe medicamentose per il viso ed i capelli e vengono dispensati consigli su come migliorare lo stato fisico con bagni e massaggi. Questo argomento non rappresenta un aspetto frivolo dei suoi testi, perché per Trotula occuparsi della bellezza di una donna aveva a che fare con la filosofia cui si ispira la sua arte medica: la bellezza è il segno di un corpo sano e dell'armonia con l'universo.
È simpatico leggere dei rimedi che suggeriva per contrastare le rughe (...prendi un gladiolo, cavane il succo e, con questo succo, spalmati mattina e sera il viso...), per schiarire il viso (...prendi un po’ di fave, stemperale in poca acqua fredda, stropicciando sempre le mani, e spalma la sostanza sul viso con le due mani, avendolo prima lavato con acqua e sapone...), per la depilazione (...e se vorrà togliersi la peluria dal viso... sciogliere colofonia e cera in un recipiente di terracotta… si spalmi con l'unguento…). Rimedi empirici, generalmente forse poco efficaci, ma che ben confermano una diffusa esigenza da parte delle donne di aiuto e di consigli competenti, finalizzati al raggiungimento di un benessere generale.
La Scuola salernitana rappresentò, come già detto, sicuramente un'isola felice. La medicina rimase comunque l’unico sbocco, per tutto il medioevo, per gli interessi scientifici delle donne. E qui si chiude l'epoca del successo delle donne medico. Si riaprirà molti secoli dopo. Nel XII e XIII secolo, con la nascita delle università ci fu una svolta: teologia, medicina e giurisprudenza divennero professioni che richiedevano un’educazione universitaria, ovunque, tassativamente, vietata alle donne. La professione medica era sempre più strutturata gerarchicamente: il dottore (maschio, uscito dall'università) era in cima alla piramide, sotto di lui farmaciste, cerusiche e chirurghe, istruite da mariti o genitori, organizzate in corporazioni, che preparavano ricette, praticavano salassi; vi erano anche donne che praticavano la professione abusivamente. Donne sagge, le cui ricette erano più semplici e più economiche, e stranamente simili ed efficaci quanto quelle dei medici usciti dagli atenei.
Nel XIII secolo le idee e gli studi di Trotula erano conosciuti in tutta l'Europa. I suoi scritti vennero utilizzati fino al XVI secolo come testi classici presso le Scuole di medicina più rinomate. Il “Trotula Maior”, in particolare, venne trascritto più volte nel corso del tempo, subendo numerose modifiche. Come in tante altre circostanze che vedevano protagonista una donna, tutta l’opera di Trotula fu, per secoli, al centro di una querelle. La paternità dei suoi lavori le venne disconosciuta. I suoi testi vennero impropriamente attribuiti ad autori di sesso maschile: a vari anonimi, al marito o ad un fantomatico medico, “Trottus”.
Ancora nel XIX secolo alcuni storici, tra cui il tedesco Karl Sudhoff, negarono la possibilità che una donna, essere inferiore che non da molto aveva conquistato il diritto a possedere un'anima, avesse potuto scrivere un'opera così importante e cancellarono la presenza di Trotula dalla storia della medicina. In un manoscritto scoperto nel 1837, che si fa risalire alla fine del XII o all’inizio del XIII secolo e che oggi è andato perduto, vengono riportate le opinioni di celebri esponenti della scuola salernitana, tra i quali figura il nome di Trotula, oltre che di Giovanni Plateario, Cofone, Petronio, Afflacio, Bartolomeo e Ferrario.
La sua “esistenza” fu definitivamente recuperata, con gli studi di fine Ottocento, dagli storici italiani per i quali l'autorità di Trotula e l'autenticità delle Mulieres salernitanae sono incontestabili. Anche se ci fossero ancora dubbi circa l’attribuzione a Trotula di alcune tra le opere citate, è indiscutibile che fu una figura di primo piano, di grande valore, riconosciuto, come già detto, in primis, stranamente, dai colleghi. Quasi per chiederle scusa, a suggellare la sua fama, contestata per tanti secoli e rivalutata relativamente da poco (possiamo dire: niente di nuovo sotto il sole!), verso la metà del XIX secolo fu coniata, in suo onore, una medaglia, sembra, di pregevole fattura artistica. Certo che qualche volta gli uomini credono che per gratificare noi donne, basti veramente poco! E il guaio è che spesso ci azzeccano.


* Dice di sé:
Luisa Ricchi. Curiosa, con una gran voglia di approfondire un’infinità di argomenti. Ha parecchie passioni. Quella che la accompagna da sempre è la fotografia, che l’aiuta a fissare e condividere sensazioni ed emozioni.

ARISTOTELE

(…) La tragedia poi è imitazione di un’azione e viene rap­presentata da persone che operano, che necessariamente devono avere certe qualità di carattere e di idea; per questo infatti diciamo che anche le azioni sono di un certo modo, poiché due sono le cause naturali delle azioni, il pensiero e il carattere, e secondo le azioni stesse tutti sono fortunati o sfor­tunati; così appunto il mito è l’imitazione dell’azione; infatti chiamo mito l’insieme delle azioni, caratteri ciò per cui diciamo che i personaggi hanno certe doti, pensiero infine quello con cui parlando rivelano qualcosa di particolare o an­che dicono una verità generale.
(da Poetica VI, 1)