PROVOCAZIONI

NAVARRO, IL VETEROFEMMINISTA

Lettera aperta a Joaquin Navarro-Valls

Daniela Brancati *

Caro Joaquin,

mi permetta di chiamarla così, con una nuova confidenza che le parrà strana dal momento che ci siamo incontrati solo due volte in vita nostra.
Sì, me lo permetta perché, come le spiegherò, lei ha fatto irruzione d’improvviso nel mio piccolo mondo antico. Un mondo fatto di ricordi che nella mente si trasformano, diventando gloriosi. Ricordi che però, si deteriorano a contatto con l’aria, come i graffiti del neolitico, come i dipinti di Raffaello, anche se risalgono appena a trent’anni fa. Ebbene, in questo mondo che tendo a preservare dalla perfida realtà che me lo sciuperebbe, improvvisamente si è insinuata una cruda certezza: lei, Joaquin Navarro-Valls, è un veterofemminista. Come me!
Lo so che tutti sanno, ma mi tocca scriverlo per quelli che l’avessero dimenticato: lei, Joaquin, è stato l’inossidabile portavoce Vaticano talmente a lungo da sembrare l’angelo custode dell’immagine e del verbo pontificio. Insomma tutti noi eravamo talmente abituati alla sua presenza, autorevole e discreta, che sono felice di poter rievocare oggi la sua immagine perché, lo confesso, ero ormai in crisi di astinenza dal suo volto e dal suo nome. Un nome che suona talmente bene, sa di nobile ispanico, di cavaliere senza macchia, una specie di Zorro, se mi perdona il paragone irriverente. Ma la prego mi perdoni, dal momento che Zorro è anch’egli parte di quel mio piccolo mondo antico tanto amato.
Ebbene Joaquin, non so descriverle la felicità nel vedere che proprio ora, libero dai supremi vincoli di distanza e riservatezza, ha deciso di fare un po’ lo Zorro di tutte noi donne. Ed ecco che dopo aver dato pubblicamente del maschilista ad Aristotele (nemmeno noi con le gonne a fiori ci avevamo mai pensato, sei forte Joaquin) e messo Platone nel ruolo di suo ispiratore (quindi deduco di maschilista senior) viene a parlarci del nudo di donna. Un nudo strumentalizzato al commercio. Mercificato avremmo detto noi. Sbattuto là in primo piano su ogni emittente televisiva, e su molti, moltissimi spot. Una cosa che non va, proprio non va.
Joaquin, le scrivo perché ha ragione da vendere, e se lo lasci dire da me che dico e scrivo queste cose da trent’anni. Confesso che l’articolo di luglio scorso del Financial Times “L’Italia, un paese di veline, dove le donne sono solo oggetti”, mi aveva lasciato davvero male. Intanto perché dell’Italia posso parlare male io, ma se lo fa qualcun altro, allora mi arrabbio. E poi anche il femminismo è parte di quel mio piccolo mondo antico, guai a chi me lo tocca. Mi sono sentita vittima di una grave ingiustizia. In patria quando io dico che la mercificazione del corpo femminile non rende giustizia alle donne, mi dicono con aria disgustata: “ma sei proprio una veterofemminista”. Mentre dalla mitica patria della minigonna mi arriva l’accusa: in Italia non esistono più le femministe e nessuno si ribella alla mercificazione del corpo di donna.
Meno male che è sceso in campo lei, le do il benvenuto nella schiera dei veterofemministi: potrò almeno dire di essere in buona compagnia. Ma non finisce qui. Perché lei Navarro, autorevolmente, comunica che quel nudo ci fa torto perché riproduce di noi donne un’immagine parziale, molto parziale, tralasciando tutto ciò che sappiamo fare d’altro: nel mondo delle professioni e in generale nella vita.
Come direbbe il tenente Colombo (un mito anche lui) sa che mi ha proprio convinto? Usare il corpo femminile per la pubblicità, la televisione, la vendita di un oggetto qualunque esso sia – l’audience televisiva come un’automobile – è disdicevole e sintomo di grave deficit culturale e creativo: se uno ha un’idea davvero buona per un programma tv o uno spot pubblicitario, non ha bisogno di attrarre l’attenzione col nudo.
Sono talmente d’accordo che diversi anni fa – sette se la memoria non mi tradisce – ho scritto un libro dal titolo: “La pubblicità è femmina, ma il pubblicitario è maschio”. Un libro che è ancora oggi letto e studiato in quanto è fra i pochi sul tema. In quel libro dimostravo (almeno credo) che la pubblicità e la televisione sono come uno specchio. Riproducono la realtà, ma solo una piccola parte di essa, spacciandola per la realtà tutt’intera. Dunque, come vede siamo in sintonia. Nella realtà ci sono anche donne nude, ma se la tv fa vedere solo quelle il rischio è che gli inglesi, che alla tv ci credono perché hanno la BBC (un altro mito), pensino che le donne italiane siano tutte così. Noi che non abbiamo la BBC siamo più vaccinati, e lo sappiamo che tanto è tutto un gioco e poi quando torni a casa la sera con o senza 4 Salti in padella il problema più che il sesso è organizzare la cena. E la mattina più che ammiccare da una macchina nuova e lucente a uno strafico di passaggio, ci troviamo alle prese con il caos quotidiano dei mezzi pubblici che non passano e il bambino fa tardi a scuola e noi al lavoro.
Siamo più vaccinati, è vero, più disincantati, ma vorrei segnalarle una mia curiosità. Queste cose che, pregevolmente, adesso scrive, le ha mai dette ai tanti dirigenti di Raiuno che si sono succeduti nel tempo, sempre e solo dopo aver ottenuto il placet di oltretevere, quindi probabilmente anche il suo?
Perché vede, non v’è chi non sappia che se non sei gradito al Vaticano non puoi fare il direttore della principale rete della Rai, quella destinata alle famiglie, quella che deve rassicurare e non turbare le coscienze. Ma è proprio Raiuno che in questi anni è scivolata sempre più verso la negazione del femminismo, direi delle corrette relazioni fra i generi, della corretta rappresentazione del genere femminile.
È proprio quella rete che ha inseguito le peggiori performance delle emittenti private. La rete dove il seno deve essere sempre adeguatamente sorretto e generosamente esibito da reggiseno a balconcino. La rete dove gli uomini sono sempre ipervestiti e le donne iperspogliate. La rete che un tempo esibiva castigate calzamaglie nere per il corpo di ballo e ora esibisce il corpo e basta in tutti i programmi di varietà e intrattenimento.
Allora, dico io, perché invece di preoccuparvi solo della loro fede-fedeltà alla causa non vi occupate un po’ anche della loro coscienza, della loro educazione sentimentale, del rispetto della dignità femminile e delle differenze fra i generi che non possono essere solo generi di abbigliamento differenti? Lo so, caro Joaquin che lei ora è impegnato in altro. Ma la prego, provi a spiegarglielo lei a Del Noce che la continua esibizione di uno stereotipo femminile detto “tette e culi” dalle parti più rilevanti, le ragioni autentiche per cui delle signore vengono chiamate alla sua rete, non è un buon segno. Non dimostra consapevolezza delle cose che lei, autorevolmente, illustra nei suoi editoriali. Glielo spieghi lei che è un’offesa alle donne. Ma è anche un’offesa agli uomini, che indirettamente vengono presi per quelli che ragionano con ciò che hanno dalla cintola in giù.
Certa che riuscirà a essere molto più convincente di me, le do nel frattempo il benvenuto nel club delle veterofemministe. Conto di vederla al prossimo raduno nazionale. Sinceramente grazie.


* Dice di sé:
Daniela Brancati. La gente la ama o la odia, spesso senza conoscerla. Chi fosse in grado di spiegarle perché è pregato di scriverle. Capirlo sarebbe per lei la cosa più interessante. Per quanto riguarda i dati ufficiali, è giornalista, imprenditrice, Commendatore della Repubblica e ha fatto mille cose, perfino insegnare all’Università. Sport preferito: camminare. Hobby preferito: leggere. Lavoro preferito: scrivere romanzi. Aspetta di andare in pensione per avere il tempo di dedicarsi a tutte e tre le cose.

ANDREA CAMILLERI

(…) È l’ora di cogliere il dolore degli altri in una mano
e portarsela in fronte a stamparvi croci e croci in rosso
udire il nostro grido nella bocca dell’uomo
che ci passa accanto per caso è l’ora di aprire
tutte le finestre tutte le porte abbattere i muri se occorre
per poterci guardare negli occhi trovare una parola
nuova che non sia preghiera ma urlo.
E l’ora che dalla morte nasca la vita.
(da Tempo, 1948)