GIOCHI & SPORT
FUGGITI,
STAGNANTI, FEROCI… QUANTI ATTIMI NEGLI SCACCHI!
Sedici
pezzi bianchi e sedici neri, innumerevoli combinazioni
per un gioco che è sport, scienza e arte insieme
Fabio
Bruno *
Cogli l’attimo! Quante volte avrete
sentito questa espressione e quante applicazioni può
avere nella vita di tutti i giorni, nel lavoro e nello
sport… sono davvero tante.
Noi parleremo però di quello che
significa in riferimento al gioco degli scacchi. Quale
sia l’esatta natura di questa disciplina, mi si permetta
a questa punto di aprire una parentesi, è un argomento
piuttosto vasto e discusso: gioco, sport, arte o scienza?
Filosoficamente si potrebbe risolvere la questione
dicendo che ciò che conta è la domanda, non la risposta,
ma proverò comunque a dire la mia.
A mio avviso non è possibile cercare
di collocarla in una soltanto di queste definizioni.
Da una parte, è innegabile, gli scacchi nascono come
gioco, un gioco antichissimo e affascinante, certo
impegnativo e complesso, ma a cui tutti possono avvicinarsi,
basta avere la pazienza di imparare poche regole di
base, davvero semplici. Dall’altra, si può a buon
diritto annoverarla tra gli sport, nella misura in
cui milioni di giocatori in tutto il mondo la praticano
a livello agonistico, attenendosi a regolamenti qualificati.
La Federazione Scacchistica Italiana è affiliata al
CONI. Come tutti gli sport richiede dedizione, impegno,
disciplina, lealtà e non ultima cura della forma fisica.
Può essere considerata una scienza, la sua complessità
è tale che non sfigurerebbe nemmeno accanto alla fisica
e alla matematica. Esige metodo, ricerca, sperimentazione
e comparazione.
Certamente è un arte. Come l’arte
è dare forma all’idea attraverso la fantasia ed il
“mestiere”, così negli scacchi ogni mossa è, prima
di tutto, ispirazione e poi realizzazione attraverso
la tecnica del gioco. Seppure l’obiettivo finale è
la vittoria, come nell’arte c’è la continua tensione
a realizzare il nuovo ed il bello. Non sono pochi
gli scacchisti che, nella storia, ci hanno lasciato
capolavori fantastici per bellezza combinativa. Con
una giocata straordinaria, si riesce a chiudere il
Re avversario in una morsa mortale, quasi sempre a
costo di sacrificare alcuni dei propri pezzi. Il rischio
è alto per l’aspirante artista, se la “combinazione”
risulta sbagliata, la partita sarà inevitabilmente
perduta, con sommo gaudio del suo avversario… I loro
nomi sono a volte sconosciuti, ma rimangono immortali
grazie alla loro creatura, magari unica ma eccezionale!
Se, forse, solo negli scacchi è
possibile qualcosa del genere lo dobbiamo alla straordinaria
duttilità di questa disciplina. Un giocatore qualsiasi
può diventare una star, basta che sia capace di cogliere
“l’attimo fuggente” che gli si presenta davanti. Avrà
allora l’opportunità di trasformarlo in una un’opera
d’arte, che rimarrà nella storia e sarà ammirata da
tutti in ogni tempo a venire. L’unico neo della nostra
arte è che, se non si è minimamente introdotti al
gioco, non si può apprezzarne la bellezza. Un quadro
o una scultura possono piacere o meno, ma tutti siamo
in grado di guardarli e dare il nostro personale giudizio,
anche se profano e privo di conoscenza tecnica e storica.
Possiamo vederne i contorni, i tratti, i colori. Ma
una partita a scacchi, se non si conosce il gioco,
non la si può apprezzare, quindi si resta insensibili
al suo fascino. Non sarebbe una cattiva idea lasciare
un piccolo spazio nella sezione cultura per insegnare
il gioco degli scacchi a tutti e permettere quindi
al mondo intero di ammirare, apprezzare e godere del
fascino straordinario di una creazione artistica come “l’immortale” di Anderssen, partita giocata
a Londra nel 1851!!
Da allora i capolavori si sono
moltiplicati e, come le opere tenute nei sotterranei
dei musei, non sono liberamente accessibili a tutti.
Con buona pace di chi non ne conosce nemmeno l’esistenza
e vive tranquillo e sereno, inconsapevole di cosa
sta involontariamente perdendo. Chiusa la parentesi.
In una partita a scacchi le possibilità
e le varianti sono davvero tante, non infinite, ma
di un numero così elevato da far rabbrividire. Quando
qualcuno prova a calcolarle tutte, ad un certo punto
ottiene cifre che vanno da XY alla “ tantissesima”
(permettetemi l’espressione poco matematica!) ad un
numero, cioè, che dovrebbe essere approssimativamente
vicino (per eccesso o per difetto poco importa) alla
quantità di atomi presenti in qualche universo più
o meno conosciuto.
Se ho cercato di rendere l’idea
della complessità dei calcoli in modo scherzoso, i
matematici che molto ammiro (e un po’ invidio) non
se la prendano, era un gioco! Ma quelli meno avvezzi
ai più complicati calcoli matematici, sicuramente
avranno capito che stiamo parlando di cifre con molti
…“nove!”. (Un mio amico mi diceva sempre che non capiva
perché, quando si parla di grosse cifre, si dice con
tanti zeri… in effetti il nove è il numero ad una
cifra più alto, quindi, se si vuole rendere l’idea
di una quantità molto grande, sarebbe logico usare
il 9 invece dello 0!).
Questa complessità rende il gioco
estremamente affascinante. Ogni volta ci si troverà
di fronte ad una situazione nuova. Cosa c’è di più
stimolante di svolgere un’attività che ben si conosce,
ma che ogni volta ti mette di fronte ad un nuovo scenario?
Credo che quasi tutti nella vita vorrebbero che la
loro routine fosse spezzata da qualcosa che la renda
piacevole e imprevedibile.
Negli scacchi, basta cambiare la
posizione di un semplice pedone, di una sola casella
e, anche se in apparenza uguale a prima, la situazione
si trasforma magicamente in nuovo mondo situato in
nuovo universo ancora sconosciuto! Tutto da esplorare
e con tante nuove opportunità per ognuno dei due contendenti.
Queste nuove possibilità, che di volta in volta si
presentano, possono diventare delle formidabili occasioni
per cambiare il corso della partita a proprio vantaggio:
esse fanno parte di una specie particolare di mosse
a cui ho dato il nome di “attimi fuggenti”, suddivise
a loro volta in tante altre sottospecie che vanno
a formare una famiglia abbastanza numerosa di “attimi”,
croce e delizia di ogni scacchista a qualsiasi livello,
dal professionista all’ amatore.
La straordinaria difficoltà pratica
di calcolare tutte le possibilità che si presentano
durante una partita, rende il gioco molto imprevedibile,
ecco perché oltre alla concentrazione, negli scacchi
è utile avere una buona “attenzione”, comunque strettamente
imparentata con la prima, per poter avere la chance
di catturare al volo “l’attimo fuggente” che inevitabilmente
si presenterà.
Come dicevamo, le possibilità sono
tante e variano di molto con una piccola modifica
della posizione. Quindi, se terremo il radar acceso
e saremo ben disposti ad aprire la nostra mente anche
alle impercettibili variazioni che si presentano,
avremo delle buone possibilità di catturare se non
tutti, almeno i più evidenti “attimi svolazzanti”.
Essi imperverseranno sulla nostra partita, sbeffeggiandoci
quando non ci mostreremo in grado di prenderli al
volo o trasformandosi in un vantaggio sufficiente a far girare la
partita in nostro favore.
Tanti sono gli “attimi fuggenti”,
quelli catturati invece sono un numero davvero esiguo.
La caccia è sempre aperta, ma le difficoltà che gli
scacchisti incontrano per catturarli sono tali che
la specie è tutt’ altro che a rischio estinzione!
Il loro moltiplicarsi è tale che il rapporto con quelli
abbattuti farebbe la gioia di qualsiasi animalista
o ambientalista. Così, un numero elevato di essi riesce
a scamparla e si ripresenta con rinnovata foga, spesso
insieme ad altri nuovi, giovani attimi, vogliosi di
imparare dai più esperti l’arte di rovinare la giornata
del povero malcapitato scacchista di turno.
Nessuno di noi può vantarsi di
avere catturato ogni attimo che gli si è presentato
sulla scacchiera, nemmeno i più acclamati campioni
di ogni epoca. Anzi, i loro “ attimi persi” sono naturalmente
i più famosi e danno un certo conforto a tutti noi,
comuni mortali, che continuamente dobbiamo fare i
conti con le occasioni inevitabilmente perdute. La
grande quantità di “attimi fuggenti” che non viene
catturata, ha suggerito il nome della triste specie,
ormai tortura per le orecchie di ogni scacchista impegnato
nei tornei di qualunque livello: “l’attimo… fuggito”.
Ma facciamo un passo indietro e
proviamo a spiegare perché così tanti attimi favorevoli
vanno persi nelle partite a scacchi. Abbiamo già parlato
della gran quantità di possibili mosse e questa è
già un’attenuante. Ma non la più importante. L’aspetto
psicologico è un altro argomento fondamentale, comune
a tutti gli sport e comprende l’importanza della posta
in palio, l’emozione e l’avversario che abbiamo di
fronte. Quest’ ultimo aspetto pesa negli scacchi molto
di più che in qualsiasi altra disciplina. Se in un
altro sport, avere un avversario blasonato davanti
può condizionare nel rendimento, negli scacchi può
addirittura farci pensare cose inesistenti e farci
vedere i fantasmi!
Mi spiego. Non è raro vedere in
una partita tra un giocatore di alto livello, ad esempio
un Maestro, e un giocatore amatoriale che il giocatore
più forte si trovi in una situazione di “svantaggio
posizionale” (il termine è usato per definire una
posizione in cui esiste l’equilibrio materiale, i
pezzi presenti sulla scacchiera sono pari per quantità
e importanza, ma la disposizione è chiaramente vantaggiosa
per uno dei due). Questa situazione di svantaggio
non significa che ha già perso la partita, significa
che avrà delle difficoltà più o meno grandi per venirne
fuori, mentre il suo avversario potrà disporre di
un gioco più agevole per i suoi pezzi, ideale presupposto
per contare sulla vittoria. In sostanza è un po’ come
il Rugby: una squadra ha guadagnato dei metri verso
la linea di meta. Questo agevolerà il compito degli
attaccanti nel cercare di finalizzare gli sforzi di
tutta la squadra per andare in meta. Ma il fatto che
siano molto vicini all’obiettivo non è una garanzia
di realizzazione;se gestiranno male la “mischia”,
il gioco potrà passare nelle mani degli avversari,
che potranno girare la situazione a loro vantaggio
prendendo l’iniziativa e rendendosi a loro volta pericolosi
in attacco.
Ecco, questo è quanto mi sia venuto
in mente di più simile ad un vantaggio posizionale
negli scacchi, come descrizione, la gestione è ben
diversa. Ognuno deve far i conti con le proprie paure
e con i propri limiti tecnici, nello specifico la
capacità di calcolo delle varianti che si presentano.
In questi casi, il professionista usa tutta la sua
esperienza per cercare di creare una situazione la
più complicata possibile, sperando che l’altro, meno
esperto, si perda nel caos di varianti complesse e
commetta un errore. Accade spesso che tutto questo
sia un vero e proprio bluff!
Già, una finta per disorientare
l’avversario. Quindi, se questi manterrà il sangue
freddo e continuerà a giocare in modo corretto, potrà
comunque portare a casa la vittoria. Ma non è così
semplice e il peggior nemico in questi casi è la paura,
la paura che il forte avversario abbia “visto e calcolato”
chissà che cosa! Mentre egli non è in grado di calcolare
tutte le mosse e varianti che gli si presentano davanti.
Costretto comunque a fare una scelta che dovrà essere
“ragionevole”, capita quasi sempre che scelga una
continuazione troppo “timida”, preoccupato e intimorito
dall’avversario. Attribuendo alle mosse dell’altro
poteri soprannaturali, egli perde il senso della realtà
e comincia a vedere delle mosse inesistenti (i fantasmi),
e altre totalmente inefficaci, ma che nel suo delirio
sembrerebbero dare facile vittoria al forte rivale.
In realtà, se potesse guardare
la posizione con distacco, si accorgerebbe che non
sta succedendo nulla di irreparabile, anzi, probabilmente
un “attimo stagnante” (inevitabilmente generato dal
gioco rischioso del suo avversario) sta penzolando
sopra di lui in attesa di essere catturato e trasformato
in vittoria. Ma la paura e l’emozione giocano brutti
scherzi, quindi, tutto preso da problemi che sono
solo nella sua testa, non solo lo ignora, ma con tutta
probabilità la sua infelice scelta, dettata dal timore,
sarà a sua volta generatrice di un “attimo rovesciante”
(questa specie di attimi è molto presente nelle pratica
dei tornei) che può essere anche molto veloce e passare
con la rapidità del fulmine. Ma il professionista,
che in quei momenti ha il livello di attenzione altissimo,
non se lo lascia scappare quasi mai. Catturato l’attimo
favorevole è poi in grado di trasformarlo in vittoria
senza più lasciare all’ avversario altre chance di
riprendersi. Ma non è tutto, l’avversario è solo una
delle componenti che rendono difficile una partita.
Negli scacchi dobbiamo fare i conti anche con il tempo,
non parlo certo di quello meteorologico, ma del tempo
limite che abbiamo per giocare una partita.
Molti di voi, anche non addetti
ai lavori, avranno visto un orologio per giocare a
scacchi. Ecco comunque una rapida descrizione: ha
due quadranti e sopra ognuno un pulsante. Il giocatore
che ha eseguito la mossa, schiaccia il pulsante fermando
il proprio orologio e mettendo in moto quello dell’avversario.
Questo meccanismo fa si che quando uno pensa lo farà
con il tempo a sua disposizione, inoltre quando il
tempo a disposizione scadrà, sarà solo uno dei due,
anche solo per un secondo che lo avrà finito, con
conseguente partita persa, indipendentemente da quello
che stava succedendo sulla scacchiera. Fa eccezione
il caso in cui uno dei due rimanga con il solo Re:
anche se l’altro perdesse per il tempo, la partita
sarebbe aggiudicata pari. Questa è un’altra differenza
importante con gli altri sport regolati da un tempo
limite. Allo scadere la partita viene aggiudicata
secondo il punteggio, negli scacchi invece chi finisce
il tempo perde. Ora sappiamo che per giocare una partita
di torneo c’è, ovviamente, un tempo limite e faremo
la conoscenza di quei giocatori che abitualmente gestiscono
male il tempo a loro disposizione.
Esiste un termine tedesco, “ zeitnot”,
usato dagli scacchisti di tutte le lingue per definire
un giocatore in grave ristrettezza di tempo per terminare
la partita. Nello zeitnot le scelte vanno fatte rapidamente,
non ci si può soffermare a riflettere profondamente
sulle mosse da fare. Potremmo pagare la lentezza con
la perdita della partita. Pertanto meglio una mossa
fatta di getto e d’intuito, anche se non la migliore,
che finire il tempo a disposizione e perdere di colpo
senza più lottare, magari in una situazione di chiaro
vantaggio.
Questo è il momento preferito dai
branchi di “attimi affamati”. Fino a quel momento
soltanto qualcuno di loro si era avventurato in sala
da gioco, in esplorazione, facendo qualche veloce
picchiata qua e là, ma quando la partita arriva al
limite delle quattro ore di gioco (il limite medio
di una partita da torneo ufficiale), come le zanzare
che aspettano il crepuscolo per arrivare in sciami
e torturare i malcapitati con le loro punture, i branchi
di “attimi feroci” si avventano sui giocatori in crisi
di tempo (essendo la condizione di zeitnot la migliore
per generare grosse quantità di “attimi” di ogni specie
e sottospecie ). Li punzecchiano e torturano in ogni
modo possibile, a volte inimmaginabile, facendo diventare
la partita una sorta di arena, dove non si capisce
più bene chi sia il toro, chi il torero e chi i picadores,
lo stesso pubblico preso dall’evolversi improvviso
e imprevisto degli eventi, partecipa come se fosse
parte integrante della partita e soffre dei colpi
e contro colpi che i due si scambiano in rapida successione,
sotto una fantasiosa regia che sembra orchestrata
dagli “attimi” stessi, ormai parte integrante della
partita, desiderosi di diventare i protagonisti assoluti
dell’evento. In queste caotiche situazioni, la maggior
parte dei giocatori, indipendentemente dalla loro
forza assoluta, perde la calma, diventa visibilmente
nervosa, l’adrenalina dà alla testa e spesso commette
gravi errori che costano punti preziosi nell’economia
di un torneo.
Sono pochi quelli che riescono
a mantenere il sangue freddo necessario per avere
la lucidità e la rapidità di fare delle buone scelte,
se non le migliori in assoluto, quelle che riescono
a mettere in crisi l’avversario con problemi di non
facile soluzione. Questi giocatori sono una razza
a parte, li troviamo in ogni categoria, non sono necessariamente
i più forti, ma sono certamente i migliori in quelle
difficili situazioni. Spesso li vediamo in difficoltà
contro avversari sulla carta più deboli, ma poi, improvvisamente,
spesso quando il tempo comincia a scarseggiare, in
situazione quindi ancora più pericolosa, riescono
a creare situazioni complesse sulla scacchiera. Come
uno stregone evoca gli spiriti, essi evocano quantità
incredibili di “attimi rovescianti”, facendo impazzire
il malcapitato avversario che fino a quel momento
aveva tenuto la partita in pugno e pensava di avere
tutto sotto controllo!
Gli evocatori, sono anche dei formidabili
cacciatori di attimi. Mentre gli altri sono costretti
a difendersi come meglio possono dai pericolosi attacchi
degli “attimi infierenti”, i cacciatori invece si
trovano perfettamente a loro agio e, dopo averli evocati,
li catturano con una facilità disarmante, andando
spesso a vincere partite che in condizioni normali
(o che giocatori normali!) avrebbero perso. Una dote
agonistica anche questa, con cui tutti i giocatori
di torneo dallo stile classico devono fare i conti.
I peggiori nemici degli evocatori–cacciatori
di attimi sono i giocatori “posizionali”. Il “posizionale”
è un giocatore dallo stile solido, più tendente al
difensivo che all’aggressivo, egli sistema il suo
schieramento in modo tale da non lasciare varchi al
nemico. Questi preferisce un evolversi della partita
più lento, senza strappi e colpi spettacolari improvvisi,
che presentino dei rischi. Si accontenta di un piccolo
vantaggio di posizione. In tutta calma, cerca di aumentare
questo minuscolo vantaggio, senza concedere all’avversario
la possibilità di complicare il gioco e farlo diventare
una rissa fuori controllo, dove i colpi bassi si sprecano.
I due tipi di giocatori si odiano e detestano profondamente,
ma forse alla base di questo odio c’è, semplicemente,
un po’ di invidia per quello che l’altro sa fare.
Uno “stile” in qualunque campo, è figlio delle nostre
qualità, ma è strettamente imparentato con le qualità
che non abbiamo. Dalle mie parti si usa dire: “ognuno
fa tifo per quello che ha!”. Invidia che spesso cela
una stima nascosta per le qualità dell’avversario!...
Almeno in pubblico.
Da una parte i posizionali denigrano
gli aggressivi perché rei di vincere molte delle loro
partite per “caso”. Ma non credo sia giusto definire
mera fortuna la ricerca costante di situazioni complesse
e difficili, confidando nella propria capacità di
essere più scaltri e rapaci degli altri nel cogliere
al volo le occasioni che si presentano. Occasioni
abilmente create da loro stessi, essendo per l’appunto
“evocatori”. Se poi sono più abili a cacciare gli
“attimi favorevoli” che si presentano, possiamo soltanto
applaudire alla loro bravura: d’altronde i vari “attimi
sconvolgenti” che improvvisamente scorrazzano sulla
scacchiera, non sono un esclusiva di chi li ha evocati,
ma sono “ a disposizione” di chi è capace di catturarli.
Scaltrezza, velocità di calcolo, astuzia, rapidità
d’esecuzione, sangue freddo, cattiveria, una buona
dose di autostima e un po’ di faccia tosta sono tutte
qualità indispensabili per essere un forte e rispettato
“cacciatore d’attimi”. Si dice che gli attimi stessi
siano ben disposti a farsi catturare da quelli che
manifestano queste doti, ma forse è solo una leggenda
scacchistica. Resta il fatto che costoro turbano i
sonni e fanno arrabbiare non poco i giocatori più
propensi verso una condotta di gioco lineare e tecnica.
Ma i “posizionali” non sono certo
una razza da snobbare, sono dei formidabili giocatori,
anche loro hanno delle straordinarie qualità e non
solo tecniche. Tenere sotto controllo un’intera partita,
credetemi, non è cosa semplice. Entrambi gli schieramenti
(ben trentadue pezzi), cercano di venire continuamente
a contatto per scambiarsi mazzate terrificanti. Questo
stato di cose fa vivere il posizionale costantemente
sull’orlo del baratro. La partita potrebbe trasformarsi
in una battaglia senza quartiere in qualunque momento,
il controllo della situazione sfuggirebbe con la rapidità
della folgore e le conseguenze diventerebbero imprevedibili.
Questo è quanto di meno si augura un posizionale.
I posizionali a loro volta sono
denigrati dagli aggressivi, che li tacciano di essere
degli assassini del gioco. Negli scacchi, come in
altri sport, spesso l’idea di “bel gioco” è legata
alla giocata spettacolare, e sotto questo punto di
vista, i posizionali non ne producono molto, anzi!
Ma si può godere di un piacevole spettacolo anche
ammirando una giocata particolarmente “tecnica”. Perfettamente
condotta può davvero trasformarsi in un capolavoro
e, posso garantire che le difficoltà incontrate nel
realizzare questo tipo di giocate, superano spesso
quelle incontrate dai cacciatori, anche quando cercano
di catturare i terribili “ velociattimus” (sottospecie
degli “attimi sfreccianti”, arrivano improvvisamente
a grandissima velocità, come gli stessi “attimi sfreccianti”,
ma i “velociattimus” volano a mezza altezza e per
questo motivo acchiapparli è un’ impresa davvero difficile,
ma quando ci riescono, la loro soddisfazione è davvero
grande e chiaramente visibile. Solo i migliori tra
i “cacciatori” riescono a catturarli con una certa
continuità, anche se le loro percentuali non vanno
oltre il 50%).
Mentre la caccia richiede il massimo
sforzo concentrato in un relativamente breve lasso
di tempo, la condotta posizionale di una partita non
ammette distrazioni. Essa si svolge sempre in una
situazione di equilibrio dinamico, a volte molto instabile.
La concentrazione e l’attenzione devono essere sempre
ad un livello alto. Come un domatore di belve feroci,
il posizionale non può distrarsi, neanche quando pensa
di avere la situazione completamente sotto controllo.
I pezzi avversari (e a volte inspiegabilmente anche
i propri) improvvisamente potrebbero ribellarsi, come
potrebbero ribellarsi le belve in gabbia, allora che
ne sarebbe del povero domatore? Tenere sotto costante
controllo una partita, senza che l’avversario abbia
troppi sussulti e crei eccessivi problemi è compito
difficile, il posizionale è come un “dittatore” che
cerca di tenere tranquilla un’intera popolazione.
Nel frattempo porta avanti i suoi piani e cerca di
realizzare i suoi obiettivi, ma quando il popolo si
ribella, le conseguenze sono sempre imprevedibili
e i danni incalcolabili.
Queste sono le motivazioni del
perché il giocatore aggressivo è più amato del posizionale.
Anche gli avversari sembrano preferire il giocatore
aggressivo; contro il posizionale li attende una lenta
agonia, fino
all’ultimo si ha l’impressione di riuscire a cavarsela,
poi il triste risveglio: nessuna via di scampo. Contro
l’aggressivo, se le cose vanno male, un colpo secco
e via, la sofferenza è breve, citando Schiller: “meglio
una fine spaventosa che uno spavento senza fine”.
Ma torniamo agli “attimi imperversanti”, anch’ essi
sembrano temere il posizionale: egli con grande abilità
riesce a tenerne lontani gli stormi. Quando si avvicinano
alla scacchiera, appaiono come stregati e sembra vogliano
volutamente rimanere
a debita distanza, come se una nube di gas soporifero
stagnasse sopra il campo da gioco. In una partita
tra un cacciatore e un posizionale, appare chiaramente
la volontà del cacciatore di evocare continuamente
“attimi complicanti”, mentre è altrettanto chiaro
come il posizionale, molto abilmente, riesca a non
farli nemmeno avvicinare: il suo scopo non è di catturarli
o allontanarli, ma semplicemente di non averci a che
fare!
La battaglia si snoda quasi interamente
su questi binari. Chi dei due riesce a imporre il
proprio stile, quasi sempre avrà partita vinta. Non
è più soltanto una questione di capacità tattica o
strategica, il terreno e le condizioni dove la sfida
ha luogo, a volte assumono un’importanza assolutamente
rilevante. La psicologia diventa padrona della situazione,
soltanto chi manterrà il controllo e i nervi molto
saldi potrà sperare di uscire indenne da una posizione
a lui scomoda, per cercare poi di costruirne una più
adeguata al proprio stile e quindi tentare di rovesciare
un risultato che sembrava irrimediabilmente compromesso.
In queste difficili e, a volte,
drammatiche situazioni è davvero interessante osservare
come cambia il volto dei contendenti. La stessa mimica
è un segnale chiaro ed inequivocabile di quello che
sta succedendo sulla scacchiera: l’espressione del
posizionale, quando si accorge che la partita sta
sfuggendo al suo controllo, diventa triste e mesta,
sembra quasi caduto in depressione e incapace di reagire.
Appare rassegnato al triste destino, gli “attimi (da
lui) repressi”, ora scatenati, attaccano da tutte
le parti e la scarsa reattività della vittima, dovuta
soprattutto alla perdita del controllo della partita,
più che a una vera e propria inferiorità
tattica, è dovuta ad un fattore psicologico.
Egli tende a bloccarsi davanti al caos! Il cacciatore
lo sa, e spinge astutamente, con tutte le forze verso
una situazione di gioco molto complessa. Egli prova
visibilmente piacere, con espressioni e sguardi diabolici
che rasentano la cattiveria pura, del manifesto smarrimento
del suo avversario.
Non bisogna però per questo mal
giudicare il cacciatore e compatire
troppo il posizionale. Infatti, quando i ruoli
si invertono, ed è il posizionale ad avere la meglio,
l’espressione del cacciatore appare come quella di
un cane bastonato. A volte per un po’ sembra una fiera
chiusa in gabbia, qualche ruggito (più un lamento
che altro) e poi di nuovo giù, decisamente abbacchiato.
Egli tenta di divincolarsi dalla morsa in tutti i
modi, ma la stretta del posizionale assomiglia alla
presa di una grossa piovra, i suoi tentacoli sembrano
dappertutto, ogni tentativo di sfuggirgli è inutile,
per la preda non c’è scampo è solo una questione di
tempo, il suo destino è segnato. Il volto del posizionale
diventa sicuro, lo sguardo deciso di chi ha la consapevolezza
di essere il più forte, non guarda l’avversario dall’
alto in basso, non lo guarda proprio, come per dire:
tu non esisti! Il suo atteggiamento è di superiorità
quasi divina, di onnipotenza: “faccio di te quello
che voglio, ti farò soffrire e poi chiuderò il conto
quando mi sarò stancato del giocattolo”!. Il tutto,
mentre gli “ attimi (ora) impotenti” possono soltanto
fare da spettatori, tenuti abilmente a debita distanza
da quell’ incantatore di serpenti (e attimi) che è
il giocatore di posizione.
Ecco come un’ innocua partita a
scacchi, un gioco appassionante, divertente ed utile
per migliorare non che mantenere in gran forma le
capacità intellettive di chiunque lo pratichi, dal
bambino all’anziano nonno, può trasformarsi anche
in tutto questo: una sfida incredibilmente violenta
tra due menti che cercano continuamente di sopraffarsi.
Lo scopo è di imporre la propria superiorità (scacchistica
certo, ma piena di risvolti che non sempre terminano
con la partita e sono limitati soltanto alla sede
di gioco…), e dimostrare di essere migliori dell’altro,
perché se è vero quanto sia importante partecipare,
è anche vero che è molto bello vincere, non solo a
scacchi naturalmente…
* Dice di sé:
Fabio
Bruno. Marchigiano, 47 anni. Da adolescente inizia
a coltivare la passione per gli scacchi e nei primi
anni ‘80 è tra i giocatori emergenti del mondo scacchistico
italiano. Dopo una lunga parentesi legata al mondo
della ristorazione, nel 2002 decide di ritornare a
dedicarsi a tempo pieno alla sua passione, con ottimi
risultati immediati e due obiettivi: diventare maestro
internazionale e vincere un campionato italiano. Traguardi
entrambi raggiunti: è maestro internazionale e campione
italiano di scacchi 2004. Nel 2005 pubblica “Carpe
diem, ovvero l’attimo fuggito” (Edizioni Ediscere):
un libretto di partite commentate come nessuno prima
era riuscito a fare, con una particolarità: non solo
le partite sono tutte tratte dallo stesso torneo (e
fin qui, nulla di nuovo), ma sono scandagliate ad
una profondità tale da estrapolarne tutti gli “attimi
fuggiti” da ambo le parti, fino a dimostrare come
questi attimi microscopici, ma significativi, abbiano
di fatto modificato la classifica del torneo.
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