GIOCHI & SPORT

FUGGITI, STAGNANTI, FEROCI… QUANTI ATTIMI NEGLI SCACCHI!

Sedici pezzi bianchi e sedici neri, innumerevoli combinazioni per un gioco che è sport, scienza e arte insieme

Fabio Bruno *

Cogli l’attimo! Quante volte avrete sentito questa espressione e quante applicazioni può avere nella vita di tutti i giorni, nel lavoro e nello sport… sono davvero tante.
Noi parleremo però di quello che significa in riferimento al gioco degli scacchi. Quale sia l’esatta natura di questa disciplina, mi si permetta a questa punto di aprire una parentesi, è un argomento piuttosto vasto e discusso: gioco, sport, arte o scienza? Filosoficamente si potrebbe risolvere la questione dicendo che ciò che conta è la domanda, non la risposta, ma proverò comunque a dire la mia.
A mio avviso non è possibile cercare di collocarla in una soltanto di queste definizioni. Da una parte, è innegabile, gli scacchi nascono come gioco, un gioco antichissimo e affascinante, certo impegnativo e complesso, ma a cui tutti possono avvicinarsi, basta avere la pazienza di imparare poche regole di base, davvero semplici. Dall’altra, si può a buon diritto annoverarla tra gli sport, nella misura in cui milioni di giocatori in tutto il mondo la praticano a livello agonistico, attenendosi a regolamenti qualificati. La Federazione Scacchistica Italiana è affiliata al CONI. Come tutti gli sport richiede dedizione, impegno, disciplina, lealtà e non ultima cura della forma fisica. Può essere considerata una scienza, la sua complessità è tale che non sfigurerebbe nemmeno accanto alla fisica e alla matematica. Esige metodo, ricerca, sperimentazione e comparazione.
Certamente è un arte. Come l’arte è dare forma all’idea attraverso la fantasia ed il “mestiere”, così negli scacchi ogni mossa è, prima di tutto, ispirazione e poi realizzazione attraverso la tecnica del gioco. Seppure l’obiettivo finale è la vittoria, come nell’arte c’è la continua tensione a realizzare il nuovo ed il bello. Non sono pochi gli scacchisti che, nella storia, ci hanno lasciato capolavori fantastici per bellezza combinativa. Con una giocata straordinaria, si riesce a chiudere il Re avversario in una morsa mortale, quasi sempre a costo di sacrificare alcuni dei propri pezzi. Il rischio è alto per l’aspirante artista, se la “combinazione” risulta sbagliata, la partita sarà inevitabilmente perduta, con sommo gaudio del suo avversario… I loro nomi sono a volte sconosciuti, ma rimangono immortali grazie alla loro creatura, magari unica ma eccezionale!
Se, forse, solo negli scacchi è possibile qualcosa del genere lo dobbiamo alla straordinaria duttilità di questa disciplina. Un giocatore qualsiasi può diventare una star, basta che sia capace di cogliere “l’attimo fuggente” che gli si presenta davanti. Avrà allora l’opportunità di trasformarlo in una un’opera d’arte, che rimarrà nella storia e sarà ammirata da tutti in ogni tempo a venire. L’unico neo della nostra arte è che, se non si è minimamente introdotti al gioco, non si può apprezzarne la bellezza. Un quadro o una scultura possono piacere o meno, ma tutti siamo in grado di guardarli e dare il nostro personale giudizio, anche se profano e privo di conoscenza tecnica e storica. Possiamo vederne i contorni, i tratti, i colori. Ma una partita a scacchi, se non si conosce il gioco, non la si può apprezzare, quindi si resta insensibili al suo fascino. Non sarebbe una cattiva idea lasciare un piccolo spazio nella sezione cultura per insegnare il gioco degli scacchi a tutti e permettere quindi al mondo intero di ammirare, apprezzare e godere del fascino straordinario di una creazione artistica come  “l’immortale” di Anderssen, partita giocata a Londra nel 1851!!
Da allora i capolavori si sono moltiplicati e, come le opere tenute nei sotterranei dei musei, non sono liberamente accessibili a tutti. Con buona pace di chi non ne conosce nemmeno l’esistenza e vive tranquillo e sereno, inconsapevole di cosa sta involontariamente perdendo. Chiusa la parentesi.
In una partita a scacchi le possibilità e le varianti sono davvero tante, non infinite, ma di un numero così elevato da far rabbrividire. Quando qualcuno prova a calcolarle tutte, ad un certo punto ottiene cifre che vanno da XY alla “ tantissesima” (permettetemi l’espressione poco matematica!) ad un numero, cioè, che dovrebbe essere approssimativamente vicino (per eccesso o per difetto poco importa) alla quantità di atomi presenti in qualche universo più o meno conosciuto.
Se ho cercato di rendere l’idea della complessità dei calcoli in modo scherzoso, i matematici che molto ammiro (e un po’ invidio) non se la prendano, era un gioco! Ma quelli meno avvezzi ai più complicati calcoli matematici, sicuramente avranno capito che stiamo parlando di cifre con molti …“nove!”. (Un mio amico mi diceva sempre che non capiva perché, quando si parla di grosse cifre, si dice con tanti zeri… in effetti il nove è il numero ad una cifra più alto, quindi, se si vuole rendere l’idea di una quantità molto grande, sarebbe logico usare il 9 invece dello 0!).
Questa complessità rende il gioco estremamente affascinante. Ogni volta ci si troverà di fronte ad una situazione nuova. Cosa c’è di più stimolante di svolgere un’attività che ben si conosce, ma che ogni volta ti mette di fronte ad un nuovo scenario? Credo che quasi tutti nella vita vorrebbero che la loro routine fosse spezzata da qualcosa che la renda piacevole e imprevedibile.
Negli scacchi, basta cambiare la posizione di un semplice pedone, di una sola casella e, anche se in apparenza uguale a prima, la situazione si trasforma magicamente in nuovo mondo situato in nuovo universo ancora sconosciuto! Tutto da esplorare e con tante nuove opportunità per ognuno dei due contendenti. Queste nuove possibilità, che di volta in volta si presentano, possono diventare delle formidabili occasioni per cambiare il corso della partita a proprio vantaggio: esse fanno parte di una specie particolare di mosse a cui ho dato il nome di “attimi fuggenti”, suddivise a loro volta in tante altre sottospecie che vanno a formare una famiglia abbastanza numerosa di “attimi”, croce e delizia di ogni scacchista a qualsiasi livello, dal professionista all’ amatore.
La straordinaria difficoltà pratica di calcolare tutte le possibilità che si presentano durante una partita, rende il gioco molto imprevedibile, ecco perché oltre alla concentrazione, negli scacchi è utile avere una buona “attenzione”, comunque strettamente imparentata con la prima, per poter avere la chance di catturare al volo “l’attimo fuggente” che inevitabilmente si presenterà.
Come dicevamo, le possibilità sono tante e variano di molto con una piccola modifica della posizione. Quindi, se terremo il radar acceso e saremo ben disposti ad aprire la nostra mente anche alle impercettibili variazioni che si presentano, avremo delle buone possibilità di catturare se non tutti, almeno i più evidenti “attimi svolazzanti”. Essi imperverseranno sulla nostra partita, sbeffeggiandoci quando non ci mostreremo in grado di prenderli al volo o trasformandosi  in un vantaggio sufficiente a far girare la partita in nostro favore.
Tanti sono gli “attimi fuggenti”, quelli catturati invece sono un numero davvero esiguo. La caccia è sempre aperta, ma le difficoltà che gli scacchisti incontrano per catturarli sono tali che la specie è tutt’ altro che a rischio estinzione! Il loro moltiplicarsi è tale che il rapporto con quelli abbattuti farebbe la gioia di qualsiasi animalista o ambientalista. Così, un numero elevato di essi riesce a scamparla e si ripresenta con rinnovata foga, spesso insieme ad altri nuovi, giovani attimi, vogliosi di imparare dai più esperti l’arte di rovinare la giornata del povero malcapitato scacchista di turno.
Nessuno di noi può vantarsi di avere catturato ogni attimo che gli si è presentato sulla scacchiera, nemmeno i più acclamati campioni di ogni epoca. Anzi, i loro “ attimi persi” sono naturalmente i più famosi e danno un certo conforto a tutti noi, comuni mortali, che continuamente dobbiamo fare i conti con le occasioni inevitabilmente perdute. La grande quantità di “attimi fuggenti” che non viene catturata, ha suggerito il nome della triste specie, ormai tortura per le orecchie di ogni scacchista impegnato nei tornei di qualunque livello: “l’attimo… fuggito”.
Ma facciamo un passo indietro e proviamo a spiegare perché così tanti attimi favorevoli vanno persi nelle partite a scacchi. Abbiamo già parlato della gran quantità di possibili mosse e questa è già un’attenuante. Ma non la più importante. L’aspetto psicologico è un altro argomento fondamentale, comune a tutti gli sport e comprende l’importanza della posta in palio, l’emozione e l’avversario che abbiamo di fronte. Quest’ ultimo aspetto pesa negli scacchi molto di più che in qualsiasi altra disciplina. Se in un altro sport, avere un avversario blasonato davanti può condizionare nel rendimento, negli scacchi può addirittura farci pensare cose inesistenti e farci vedere i fantasmi!
Mi spiego. Non è raro vedere in una partita tra un giocatore di alto livello, ad esempio un Maestro, e un giocatore amatoriale che il giocatore più forte si trovi in una situazione di “svantaggio posizionale” (il termine è usato per definire una posizione in cui esiste l’equilibrio materiale, i pezzi presenti sulla scacchiera sono pari per quantità e importanza, ma la disposizione è chiaramente vantaggiosa per uno dei due). Questa situazione di svantaggio non significa che ha già perso la partita, significa che avrà delle difficoltà più o meno grandi per venirne fuori, mentre il suo avversario potrà disporre di un gioco più agevole per i suoi pezzi, ideale presupposto per contare sulla vittoria. In sostanza è un po’ come il Rugby: una squadra ha guadagnato dei metri verso la linea di meta. Questo agevolerà il compito degli attaccanti nel cercare di finalizzare gli sforzi di tutta la squadra per andare in meta. Ma il fatto che siano molto vicini all’obiettivo non è una garanzia di realizzazione;se gestiranno male la “mischia”, il gioco potrà passare nelle mani degli avversari, che potranno girare la situazione a loro vantaggio prendendo l’iniziativa e rendendosi a loro volta pericolosi in attacco.
Ecco, questo è quanto mi sia venuto in mente di più simile ad un vantaggio posizionale negli scacchi, come descrizione, la gestione è ben diversa. Ognuno deve far i conti con le proprie paure e con i propri limiti tecnici, nello specifico la capacità di calcolo delle varianti che si presentano. In questi casi, il professionista usa tutta la sua esperienza per cercare di creare una situazione la più complicata possibile, sperando che l’altro, meno esperto, si perda nel caos di varianti complesse e commetta un errore. Accade spesso che tutto questo sia un vero e proprio bluff!
Già, una finta per disorientare l’avversario. Quindi, se questi manterrà il sangue freddo e continuerà a giocare in modo corretto, potrà comunque portare a casa la vittoria. Ma non è così semplice e il peggior nemico in questi casi è la paura, la paura che il forte avversario abbia “visto e calcolato” chissà che cosa! Mentre egli non è in grado di calcolare tutte le mosse e varianti che gli si presentano davanti. Costretto comunque a fare una scelta che dovrà essere “ragionevole”, capita quasi sempre che scelga una continuazione troppo “timida”, preoccupato e intimorito dall’avversario. Attribuendo alle mosse dell’altro poteri soprannaturali, egli perde il senso della realtà e comincia a vedere delle mosse inesistenti (i fantasmi), e altre totalmente inefficaci, ma che nel suo delirio sembrerebbero dare facile vittoria al forte rivale.
In realtà, se potesse guardare la posizione con distacco, si accorgerebbe che non sta succedendo nulla di irreparabile, anzi, probabilmente un “attimo stagnante” (inevitabilmente generato dal gioco rischioso del suo avversario) sta penzolando sopra di lui in attesa di essere catturato e trasformato in vittoria. Ma la paura e l’emozione giocano brutti scherzi, quindi, tutto preso da problemi che sono solo nella sua testa, non solo lo ignora, ma con tutta probabilità la sua infelice scelta, dettata dal timore, sarà a sua volta generatrice di un “attimo rovesciante” (questa specie di attimi è molto presente nelle pratica dei tornei) che può essere anche molto veloce e passare con la rapidità del fulmine. Ma il professionista, che in quei momenti ha il livello di attenzione altissimo, non se lo lascia scappare quasi mai. Catturato l’attimo favorevole è poi in grado di trasformarlo in vittoria senza più lasciare all’ avversario altre chance di riprendersi. Ma non è tutto, l’avversario è solo una delle componenti che rendono difficile una partita. Negli scacchi dobbiamo fare i conti anche con il tempo, non parlo certo di quello meteorologico, ma del tempo limite che abbiamo per giocare una partita.
Molti di voi, anche non addetti ai lavori, avranno visto un orologio per giocare a scacchi. Ecco comunque una rapida descrizione: ha due quadranti e sopra ognuno un pulsante. Il giocatore che ha eseguito la mossa, schiaccia il pulsante fermando il proprio orologio e mettendo in moto quello dell’avversario. Questo meccanismo fa si che quando uno pensa lo farà con il tempo a sua disposizione, inoltre quando il tempo a disposizione scadrà, sarà solo uno dei due, anche solo per un secondo che lo avrà finito, con conseguente partita persa, indipendentemente da quello che stava succedendo sulla scacchiera. Fa eccezione il caso in cui uno dei due rimanga con il solo Re: anche se l’altro perdesse per il tempo, la partita sarebbe aggiudicata pari. Questa è un’altra differenza importante con gli altri sport regolati da un tempo limite. Allo scadere la partita viene aggiudicata secondo il punteggio, negli scacchi invece chi finisce il tempo perde. Ora sappiamo che per giocare una partita di torneo c’è, ovviamente, un tempo limite e faremo la conoscenza di quei giocatori che abitualmente gestiscono male il tempo a loro disposizione.
Esiste un termine tedesco, “ zeitnot”, usato dagli scacchisti di tutte le lingue per definire un giocatore in grave ristrettezza di tempo per terminare la partita. Nello zeitnot le scelte vanno fatte rapidamente, non ci si può soffermare a riflettere profondamente sulle mosse da fare. Potremmo pagare la lentezza con la perdita della partita. Pertanto meglio una mossa fatta di getto e d’intuito, anche se non la migliore, che finire il tempo a disposizione e perdere di colpo senza più lottare, magari in una situazione di chiaro vantaggio.
Questo è il momento preferito dai branchi di “attimi affamati”. Fino a quel momento soltanto qualcuno di loro si era avventurato in sala da gioco, in esplorazione, facendo qualche veloce picchiata qua e là, ma quando la partita arriva al limite delle quattro ore di gioco (il limite medio di una partita da torneo ufficiale), come le zanzare che aspettano il crepuscolo per arrivare in sciami e torturare i malcapitati con le loro punture, i branchi di “attimi feroci” si avventano sui giocatori in crisi di tempo (essendo la condizione di zeitnot la migliore per generare grosse quantità di “attimi” di ogni specie e sottospecie ). Li punzecchiano e torturano in ogni modo possibile, a volte inimmaginabile, facendo diventare la partita una sorta di arena, dove non si capisce più bene chi sia il toro, chi il torero e chi i picadores, lo stesso pubblico preso dall’evolversi improvviso e imprevisto degli eventi, partecipa come se fosse parte integrante della partita e soffre dei colpi e contro colpi che i due si scambiano in rapida successione, sotto una fantasiosa regia che sembra orchestrata dagli “attimi” stessi, ormai parte integrante della partita, desiderosi di diventare i protagonisti assoluti dell’evento. In queste caotiche situazioni, la maggior parte dei giocatori, indipendentemente dalla loro forza assoluta, perde la calma, diventa visibilmente nervosa, l’adrenalina dà alla testa e spesso commette gravi errori che costano punti preziosi nell’economia di un torneo.
Sono pochi quelli che riescono a mantenere il sangue freddo necessario per avere la lucidità e la rapidità di fare delle buone scelte, se non le migliori in assoluto, quelle che riescono a mettere in crisi l’avversario con problemi di non facile soluzione. Questi giocatori sono una razza a parte, li troviamo in ogni categoria, non sono necessariamente i più forti, ma sono certamente i migliori in quelle difficili situazioni. Spesso li vediamo in difficoltà contro avversari sulla carta più deboli, ma poi, improvvisamente, spesso quando il tempo comincia a scarseggiare, in situazione quindi ancora più pericolosa, riescono a creare situazioni complesse sulla scacchiera. Come uno stregone evoca gli spiriti, essi evocano quantità incredibili di “attimi rovescianti”, facendo impazzire il malcapitato avversario che fino a quel momento aveva tenuto la partita in pugno e pensava di avere tutto sotto controllo!
Gli evocatori, sono anche dei formidabili cacciatori di attimi. Mentre gli altri sono costretti a difendersi come meglio possono dai pericolosi attacchi degli “attimi infierenti”, i cacciatori invece si trovano perfettamente a loro agio e, dopo averli evocati, li catturano con una facilità disarmante, andando spesso a vincere partite che in condizioni normali (o che giocatori normali!) avrebbero perso. Una dote agonistica anche questa, con cui tutti i giocatori di torneo dallo stile classico devono fare i conti.
I peggiori nemici degli evocatori–cacciatori di attimi sono i giocatori “posizionali”. Il “posizionale” è un giocatore dallo stile solido, più tendente al difensivo che all’aggressivo, egli sistema il suo schieramento in modo tale da non lasciare varchi al nemico. Questi preferisce un evolversi della partita più lento, senza strappi e colpi spettacolari improvvisi, che presentino dei rischi. Si accontenta di un piccolo vantaggio di posizione. In tutta calma, cerca di aumentare questo minuscolo vantaggio, senza concedere all’avversario la possibilità di complicare il gioco e farlo diventare una rissa fuori controllo, dove i colpi bassi si sprecano. I due tipi di giocatori si odiano e detestano profondamente, ma forse alla base di questo odio c’è, semplicemente, un po’ di invidia per quello che l’altro sa fare. Uno “stile” in qualunque campo, è figlio delle nostre qualità, ma è strettamente imparentato con le qualità che non abbiamo. Dalle mie parti si usa dire: “ognuno fa tifo per quello che ha!”. Invidia che spesso cela una stima nascosta per le qualità dell’avversario!... Almeno in pubblico.
Da una parte i posizionali denigrano gli aggressivi perché rei di vincere molte delle loro partite per “caso”. Ma non credo sia giusto definire mera fortuna la ricerca costante di situazioni complesse e difficili, confidando nella propria capacità di essere più scaltri e rapaci degli altri nel cogliere al volo le occasioni che si presentano. Occasioni abilmente create da loro stessi, essendo per l’appunto “evocatori”. Se poi sono più abili a cacciare gli “attimi favorevoli” che si presentano, possiamo soltanto applaudire alla loro bravura: d’altronde i vari “attimi sconvolgenti” che improvvisamente scorrazzano sulla scacchiera, non sono un esclusiva di chi li ha evocati, ma sono “ a disposizione” di chi è capace di catturarli. Scaltrezza, velocità di calcolo, astuzia, rapidità d’esecuzione, sangue freddo, cattiveria, una buona dose di autostima e un po’ di faccia tosta sono tutte qualità indispensabili per essere un forte e rispettato “cacciatore d’attimi”. Si dice che gli attimi stessi siano ben disposti a farsi catturare da quelli che manifestano queste doti, ma forse è solo una leggenda scacchistica. Resta il fatto che costoro turbano i sonni e fanno arrabbiare non poco i giocatori più propensi verso una condotta di gioco lineare e tecnica.
Ma i “posizionali” non sono certo una razza da snobbare, sono dei formidabili giocatori, anche loro hanno delle straordinarie qualità e non solo tecniche. Tenere sotto controllo un’intera partita, credetemi, non è cosa semplice. Entrambi gli schieramenti (ben trentadue pezzi), cercano di venire continuamente a contatto per scambiarsi mazzate terrificanti. Questo stato di cose fa vivere il posizionale costantemente sull’orlo del baratro. La partita potrebbe trasformarsi in una battaglia senza quartiere in qualunque momento, il controllo della situazione sfuggirebbe con la rapidità della folgore e le conseguenze diventerebbero imprevedibili. Questo è quanto di meno si augura un posizionale.
I posizionali a loro volta sono denigrati dagli aggressivi, che li tacciano di essere degli assassini del gioco. Negli scacchi, come in altri sport, spesso l’idea di “bel gioco” è legata alla giocata spettacolare, e sotto questo punto di vista, i posizionali non ne producono molto, anzi! Ma si può godere di un piacevole spettacolo anche ammirando una giocata particolarmente “tecnica”. Perfettamente condotta può davvero trasformarsi in un capolavoro e, posso garantire che le difficoltà incontrate nel realizzare questo tipo di giocate, superano spesso quelle incontrate dai cacciatori, anche quando cercano di catturare i terribili “ velociattimus” (sottospecie degli “attimi sfreccianti”, arrivano improvvisamente a grandissima velocità, come gli stessi “attimi sfreccianti”, ma i “velociattimus” volano a mezza altezza e per questo motivo acchiapparli è un’ impresa davvero difficile, ma quando ci riescono, la loro soddisfazione è davvero grande e chiaramente visibile. Solo i migliori tra i “cacciatori” riescono a catturarli con una certa continuità, anche se le loro percentuali non vanno oltre il 50%).
Mentre la caccia richiede il massimo sforzo concentrato in un relativamente breve lasso di tempo, la condotta posizionale di una partita non ammette distrazioni. Essa si svolge sempre in una situazione di equilibrio dinamico, a volte molto instabile. La concentrazione e l’attenzione devono essere sempre ad un livello alto. Come un domatore di belve feroci, il posizionale non può distrarsi, neanche quando pensa di avere la situazione completamente sotto controllo. I pezzi avversari (e a volte inspiegabilmente anche i propri) improvvisamente potrebbero ribellarsi, come potrebbero ribellarsi le belve in gabbia, allora che ne sarebbe del povero domatore? Tenere sotto costante controllo una partita, senza che l’avversario abbia troppi sussulti e crei eccessivi problemi è compito difficile, il posizionale è come un “dittatore” che cerca di tenere tranquilla un’intera popolazione. Nel frattempo porta avanti i suoi piani e cerca di realizzare i suoi obiettivi, ma quando il popolo si ribella, le conseguenze sono sempre imprevedibili e i danni incalcolabili.
Queste sono le motivazioni del perché il giocatore aggressivo è più amato del posizionale. Anche gli avversari sembrano preferire il giocatore aggressivo; contro il posizionale li attende una lenta agonia,  fino all’ultimo si ha l’impressione di riuscire a cavarsela, poi il triste risveglio: nessuna via di scampo. Contro l’aggressivo, se le cose vanno male, un colpo secco e via, la sofferenza è breve, citando Schiller: “meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”. Ma torniamo agli “attimi imperversanti”, anch’ essi sembrano temere il posizionale: egli con grande abilità riesce a tenerne lontani gli stormi. Quando si avvicinano alla scacchiera, appaiono come stregati e sembra vogliano volutamente  rimanere a debita distanza, come se una nube di gas soporifero stagnasse sopra il campo da gioco. In una partita tra un cacciatore e un posizionale, appare chiaramente la volontà del cacciatore di evocare continuamente “attimi complicanti”, mentre è altrettanto chiaro come il posizionale, molto abilmente, riesca a non farli nemmeno avvicinare: il suo scopo non è di catturarli o allontanarli, ma semplicemente di non averci a che fare!
La battaglia si snoda quasi interamente su questi binari. Chi dei due riesce a imporre il proprio stile, quasi sempre avrà partita vinta. Non è più soltanto una questione di capacità tattica o strategica, il terreno e le condizioni dove la sfida ha luogo, a volte assumono un’importanza assolutamente rilevante. La psicologia diventa padrona della situazione, soltanto chi manterrà il controllo e i nervi molto saldi potrà sperare di uscire indenne da una posizione a lui scomoda, per cercare poi di costruirne una più adeguata al proprio stile e quindi tentare di rovesciare un risultato che sembrava irrimediabilmente compromesso.
In queste difficili e, a volte, drammatiche situazioni è davvero interessante osservare come cambia il volto dei contendenti. La stessa mimica è un segnale chiaro ed inequivocabile di quello che sta succedendo sulla scacchiera: l’espressione del posizionale, quando si accorge che la partita sta sfuggendo al suo controllo, diventa triste e mesta, sembra quasi caduto in depressione e incapace di reagire. Appare rassegnato al triste destino, gli “attimi (da lui) repressi”, ora scatenati, attaccano da tutte le parti e la scarsa reattività della vittima, dovuta soprattutto alla perdita del controllo della partita, più che a una vera e propria inferiorità  tattica, è dovuta ad un fattore psicologico. Egli tende a bloccarsi davanti al caos! Il cacciatore lo sa, e spinge astutamente, con tutte le forze verso una situazione di gioco molto complessa. Egli prova visibilmente piacere, con espressioni e sguardi diabolici che rasentano la cattiveria pura, del manifesto smarrimento del suo avversario.
Non bisogna però per questo mal giudicare il cacciatore e compatire  troppo il posizionale. Infatti, quando i ruoli si invertono, ed è il posizionale ad avere la meglio, l’espressione del cacciatore appare come quella di un cane bastonato. A volte per un po’ sembra una fiera chiusa in gabbia, qualche ruggito (più un lamento che altro) e poi di nuovo giù, decisamente abbacchiato. Egli tenta di divincolarsi dalla morsa in tutti i modi, ma la stretta del posizionale assomiglia alla presa di una grossa piovra, i suoi tentacoli sembrano dappertutto, ogni tentativo di sfuggirgli è inutile, per la preda non c’è scampo è solo una questione di tempo, il suo destino è segnato. Il volto del posizionale diventa sicuro, lo sguardo deciso di chi ha la consapevolezza di essere il più forte, non guarda l’avversario dall’ alto in basso, non lo guarda proprio, come per dire: tu non esisti! Il suo atteggiamento è di superiorità quasi divina, di onnipotenza: “faccio di te quello che voglio, ti farò soffrire e poi chiuderò il conto quando mi sarò stancato del giocattolo”!. Il tutto, mentre gli “ attimi (ora) impotenti” possono soltanto fare da spettatori, tenuti abilmente a debita distanza da quell’ incantatore di serpenti (e attimi) che è il giocatore di posizione.
Ecco come un’ innocua partita a scacchi, un gioco appassionante, divertente ed utile per migliorare non che mantenere in gran forma le capacità intellettive di chiunque lo pratichi, dal bambino all’anziano nonno, può trasformarsi anche in tutto questo: una sfida incredibilmente violenta tra due menti che cercano continuamente di sopraffarsi. Lo scopo è di imporre la propria superiorità (scacchistica certo, ma piena di risvolti che non sempre terminano con la partita e sono limitati soltanto alla sede di gioco…), e dimostrare di essere migliori dell’altro, perché se è vero quanto sia importante partecipare, è anche vero che è molto bello vincere, non solo a scacchi naturalmente…


* Dice di sé:
Fabio Bruno. Marchigiano, 47 anni. Da adolescente inizia a coltivare la passione per gli scacchi e nei primi anni ‘80 è tra i giocatori emergenti del mondo scacchistico italiano. Dopo una lunga parentesi legata al mondo della ristorazione, nel 2002 decide di ritornare a dedicarsi a tempo pieno alla sua passione, con ottimi risultati immediati e due obiettivi: diventare maestro internazionale e vincere un campionato italiano. Traguardi entrambi raggiunti: è maestro internazionale e campione italiano di scacchi 2004. Nel 2005 pubblica “Carpe diem, ovvero l’attimo fuggito” (Edizioni Ediscere): un libretto di partite commentate come nessuno prima era riuscito a fare, con una particolarità: non solo le partite sono tutte tratte dallo stesso torneo (e fin qui, nulla di nuovo), ma sono scandagliate ad una profondità tale da estrapolarne tutti gli “attimi fuggiti” da ambo le parti, fino a dimostrare come questi attimi microscopici, ma significativi, abbiano di fatto modificato la classifica del torneo.