INTRODUZIONE
AUGURI
IRRITUALI
Mentre scrivo questa
nota, sono consapevole di essere di pessimo umore:
da buon metereopatico, mi è inflitta una malinconia
aggiuntiva da una Roma, città fascinosissima quando
è illuminata dal sole, oggi (29 novembre 2007) coperta
da nubi inquietanti. Quindi, può essere che il mio
pessimismo globale ne risulti estremizzato.
Fatto sta che alla fine del 2007, alla vigilia del 2008, le mie previsioni
sono nerissime: non trovo lo spazio per prospettive
felici da augurare ragionevolmente a questo nostro
infelice e tormentato Paese. Sono angosciato anche
dai pensieri legati a ciò che lasciamo in eredità
ai nostri figli. E non credo che i giovani, su cui
sempre nei momenti bui si fondano le speranze di svolta
e di riscatto, siano attrezzati, pronti e fiduciosi
a battersi per ricostruire la nostra società sulle
rovine che gli lasciamo.
Sì, mi dispiace dirlo - ma il mio pessimismo è totale. I giovani sono
cresciuti in una società decadente - da tardo romano
impero - volgare e grossolana: mentre l'Italia diventa
sempre più povera, abbiamo indicato ai nostri figli
un solo riferimento da raggiungere per la loro vita,
il denaro, il successo legato al denaro.
Denaro, denaro, denaro; ricchezza, ricchezza, ricchezza. Da raggiungere,
in un Paese storicamente infettato da Machiavelli
e dall'arte di arrangiarsi, con qualsiasi mezzo, perché
il fine (il denaro, il successo) giustifica il mezzo.
Ma se questa orribile e dilagante educazione a vivere
senza valori e senza sentimenti non bastasse, c'è
un'altra amara considerazione che mi impedisce di
pensare che dai nostri giovani possa arrivare la rinascita.
Ed è questa. Oggi i giovani sono convinti, nella stragrande
maggioranza, che comunque non ci si possa affermare,
non si possa arrivare al successo, secondo criteri
di meritocrazia: indispensabile, pensano, è sempre
la spintarella, la raccomandazione, l'appartenenza
ad una casta. In sintesi rozza: il calcio in culo.
Non è così, non è sempre così, non è del
tutto così. Ma basta guardarsi intorno per capire
che questa rassegnazione è giustificata da migliaia
e migliaia di esempi distruttivi. È uno dei disastri
che si sono delineati nel progressivo, e ormai incrollabile,
scollamento tra la classe che detiene il potere politico
ed economico e la gente della società reale. Mille
volte ho scritto che, alla fine, se un giovane ha
una vera vocazione, un vero talento, una vera determinazione,
potrà riuscire a farcela, a imporsi, a spazzare via
ogni meschino ostacolo. Mille volte l'ho detto e scritto
e mille volte sono stato contestato: da genitori incazzati
neri e da giovani frustrati, delusi, avviliti.
E comunque, vero o no che sia lo slogan
sempre più diffuso (la spintarella è indispensabile
e io non ce l'ho!), l'alibi psicologico e morale diventa
devastante: perché impegnarmi, se comunque non ce
la farò, sarò sempre preceduto da chi è raccomandato,
da chi ha un sottosegretario almeno, un vescovo, un
imprenditore alle spalle, per essere assistito ed
evitare la fatica di misurarsi?
Mi chiederete: ma allora quale speranza
esiste? Per me, nessuna possibilità, tra le ipotesi
benefiche. Per società precipitate in una crisi come
quella italiana di oggi, con una gioventù priva di
ideali e una classe dirigente priva di onestà e di
autocritica, storicamente la svolta può arrivare solo
da qualche evento traumatico: guerre, tragedie epocali...
sì, eventi che ci spezzino la schiena, ci buttino
nel fango e nell’orrore, ci costringano a specchiarci
e ci inducano a rimboccarci le maniche, a ritrovare
una buona coscienza.
Ma è giusto scrivere tutto questo, nel
momento della grande finzione universale, il vecchio
anno da buttare, l'anno nuovo da salutare, le bottiglie
di champagne da stappare?
Non è giusto, non è opportuno. E vi chiedo
scusa. Perché resta, comunque, la voglia di fare qualcosa
di positivo, di essere ascoltati dai nostri figli,
il desiderio di costruire. È l'eterna illusione. Ma
c'è. E l'illusione più importante è quella che anima
questa rivista: saper cogliere gli attimi fuggenti,
tentare qualche riflessione sul senso e sul non senso
della vita, vivere come persone per bene, credere
nella nostra libertà, da difendere sempre, e in quella
degli altri, da tutelare e non offendere mai, far
circolare le nostre idee, senza compromessi e senza
dipendenze.
Può servire a qualcosa? Forse no.
Temo di no. Ma è tutto ciò che possiamo fare, servirà
almeno ad alleviare nella nostra anima il dolore che
ci porta la visione, aspra e disperata, del mondo.
Sono auguri irrituali. Ma ve li dedico con il cuore.
Arrivederci nel 2008. E guarda un po'! Dietro quelle
nuvole (lo so, l'eterna illusione è una trappola,
ma già mi sento un po’ meglio) sta rispuntando il
sole, un raggio pallido, pallido - ma, mi sembra,
tenace.
Cesare Lanza
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GUILLAME
APOLLINAIRE
E
i loro volti erano pallidi
spezzati i loro singhiozzi.
Come la neve dai petali puri
o le tue mani sui miei baci
cadevano le foglie autunnali.
("La partenza", 1913)
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